Eddie Campbell, l’impressionista

di Manuele Fior

E’ con grande piacere che pubblichiamo questo articolo di Manuele Fior (che non ringrazierò mai abbastanza) su Eddie Campbell e in particolare sul suo fumetto Alec. -AQ

 Nella prefazione dell’edizione francese di Alec, Eddie Campbell scrive: “La mia prima influenza artistica è stata l’impressionismo e da adolescente percorrevo il mio quartiere dipingendo i posti caratteristici nelle diverse ore della giornata, alla maniera di Monet e dei suoi compagni”.

Questa dichiarazione d’intenti mi ha stupito e ha risvegliato in me una curiosità per questo autore così difficile da mettere a fuoco. Non mi sarebbe venuto in mente di associare Campbell all’impressionismo ma, una volta letta la prefazione, non ci ho trovato nulla di strano.

In effetti la lettura di Alec è questo, un affresco dipinto per parti, ignorando il risultato finale e bypassando quei processi narrativi che sono alla base di una struttura drammaturgica. E’ un concetto che mi è sempre stato simpatico. Scassare l’unità della storia per fare risplendere i momenti più banali della vita dei personaggi, trovando nella loro universalità una rassicurante bellezza e limpidezza.

Alec riflette che non è una buona idea pisciare appoggiando la testa al muro, col suolo bagnato potrebbe scivolare e spaccarsi i denti contro l’orinatoio.

A volte si ha come l’impressione che un filo rosso leghi le vicende dei personaggi, ma presto si scopre invece che queste sono indifferenti alle loro intenzioni e il senso delle cose arriva sempre a posteriori, senza premeditazione. Un po’ come in quei film della nouvelle vague francese (per cui Campbell non nasconde la sua affezione), dove tutti si rincorrono in cerca di qualcosa, e il solo vero senso della storia è quella rincorsa.

Alec incontra la sua nuova vicina di casa. Il gioco della seduzione comincia e finisce subito alla domanda del mestiere di lei: poliziotta.

In Alec questa procedura non risparmia da momenti anche noiosi, in cui ci si chiede come l’autore pensi che dovremmo interessarci alla sua storia. Sicuramente si potrebbe fare a meno di interi episodi. I nomi della compagnia del pub King Canute (il punto di ritrovo della banda) si avvicendano senza dirci mai qualcosa di definitivo sui personaggi, che ogni tanto appaiono come se dovessero avere un ruolo importante e poche pagine dopo sono scomparsi. La difficoltà di seguire le vicende di Alec, Danny e compagnia sono accentuate dal segno di Campbell, che salta di palo in frasca, corre sulle fisionomie dei personaggi non descrivendole mai abbastanza da essere perfettamente riconoscibili.

Questa maniera di narrare ma soprattutto di disegnare mi fa pensare principalmente a una maniera di vedere: come quando si ha l’impressione che un volto conosciuto sia sempre diverso, nelle diverse situazioni della vita o anche nelle diverse ore della giornata, in questo senso in pieno spirito impressionista. Vale anche per la propria faccia allo specchio: in alcuni momenti ci si vede brutti, in altri accettabili o belli (a seconda del proprio livello di autostima). Perché allora disegnarsi sempre uguali?

Al di là di tutto, il taglio con cui Campbell guarda alla realtà, non riuscendo mai a darne una versione riconoscibile, è quello che più mi affascina in un’opera come Alec. Leggo che i primi episodi risalgono al 1981 e mi sembra abbastanza straordinario che all’epoca l’autore fosse già così lucido sul suo programma fumettistico.

Ogni volta che si ha l’impressione di percorrere una strada inedita, ci si accorge che qualcun altro aveva già aperto il sentiero, in genere un sacco di tempo fa.

E’ un solo aspetto di questo autore complesso e sfuggente: ce ne sarebbero altri da approfondire, chiaramente legati all’altra grande opera nata dalla penna di Alan Moore, From Hell. Le riflessioni possibili sul ruolo del disegnatore che interpreta una sceneggiatura sono molteplici, ne scelgo soltanto una.

Per illustrare le vicende avvolte nella leggenda di Jack lo Squartatore, Moore ha prediletto proprio un autore che di leggendario non ha niente, che fino a quel momento si era concentrato sulle avventure di un gruppo di amici ubriaconi e nullafacenti al bar (anzi no, aveva fatto anche altro che non ho letto, come Bacchus, ma il punto mi sembra comunque interessante). Accanto alla scrittura ampollosa e a volte un po’ melodrammatica c’è il disegno burattinesco di Campbell che non a caso rende di meno quando si riempie di enfasi.

C’è una sequenza (tra le tantissime) che mi sembra particolarmente efficace: il dottore della Morgue cade in preda a spasmi epilettici, dopo aver svelato il corpo della prima vittima. La stanza ridotta ad una lampada, le fisionomie abbozzatissime e soprattuto nella terza vignetta quell’uomo di legno che cade, senza anatomia, le mani quasi staccate dalla giacca, nessuna idea di movimento: una specie di disegno art brut. Come a dire che per disegnare l’orrore non servono prospettive articolate o corpi contorti dalla recitazione, ma solo una luce, un’ombra, un piano d’appoggio e un uomo atterrito dallo spavento che ci casca sopra.

Piano piano la figura di Campbell l’impressionista si fa più chiara: non solo negli effetti di luce e nelle atmosfere, ma nella sensibilità con cui i suoi personaggi riflettono quello che sei anche tu, le persone che conosci, le storie attraverso le quali sei passato e il senso che dai loro.

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2 risposte a “Eddie Campbell, l’impressionista

  1. è sempre un piacere leggere e avere occasione di riflettere u autori che si amano e che on così poco sotto i dovuti riflettori. Campbell è uno di questi.
    a questo punto, Manuel, dovresti recuperare Bacchus.
    e io spero di avere occasione di leggere Alec.

    bella la parte sui volti percepiti sempre diversi, mi ha colpito anche perchè ne avevo accennato in una 24 hic.

    sp

  2. Gira e rigira, il senso delle cose ultime e prime è riconducibile alla Teoria dei Bivi non dysneiani secondo cui la vita è qualcosa che ti capita mentre sei intento a fare altro ( Schettino il marinero ) oppure è il cinema + le parti noiose ( Hitch il sognatore ) .
    Campbell vive l’esistenza come una continua somma di impressioni che cerca di cogliere con il suo Terzo Occhio nom mysterioso. Secondo alcuni biografi è arrivato al punto di passare di corsa davanti allo specchio mentre si rade per percepire l’attimo fuggente. La bella mascella ridotta ad una accettabile collezione di cicatrici ( anche Moore ci è passato anni fa e da allora ha la barba ). Noi Veri Credenti della zuppa che Campbell ci serve da anni siamo sicuri che prima o poi si rivelerà la reincarnaz di Monet – quasi il soggetto di un albo del compianto Jan Dix – e passerà il tempo nel giardino di casa sua a dipingere sempre lo stesso Fior…

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