Hitler al Napoli Comicon

di Andrea Tosti

Ci sono state molte cose che mi sono piaciute nel corso dei due giorni che ho passato al Napoli Comicon quest’anno. Tanti fumetti, ma è inutile parlarne perché lo hanno già fatto tutti, tante cose che conoscevo e che in occasione della fiera ho potuto comprare risparmiando qualcosa (anche se il monte spese finale, al momento del bilancio frettolosamente calcolato sul treno che mi riportava a Roma mi ha fatto tremare le vene dei polsi, vedi QUI). Ancora: la conferenza di ragazzi della Grrrzetic (noi del pubblico eravamo in tre ed è stato molto divertente), la conferenza di Paul Gravett, Nelson Dona e Melinda Gebbie, troppo, troppo breve (1). Splendide le mostre, per una volta, in una fiera, in apertura della convention; il pubblico era obbligato a passarci attraverso, almeno fino a quando non ha scoperto la scorciatoia per l’area games per mezzo del pascolo dei cosplayer. Per quanto riguarda l’esposizione sui rapporti fra fumetto e letteratura, anche se la scelta delle tavole era varia, sia per gli stili che per i periodi, si sentiva però la mancanza di una distinzione più netta fra originali e non e, soprattutto, un apparato critico più approfondito, che non riducesse l’argomento solo ai fumetti tratti da opere letterarie (o realizzati in collaborazione con romanzieri e quant’altro), che è il livello più semplice delle interazioni fra i due media, ma che allargasse approfondisse maggiormente il discorso. Comunque molte cose belle esposte, alcune più di altre, come le tavole tratte da questa cosa QUI.
Questi, però, sono dettagli. Restano dettagli, poi, soprattutto di fronte alla possibilità di vedere le tavole originali di Poema a fumetti, di Buzzati. Si ha l’impressione che nelle sue 208 tavole ci sia molto di quello che era il fumetto dell’epoca e di quello che sarebbe stato il fumetto successivamente. Ogni volta che lo rileggo in volume (cosa che sto facendo anche ora, stimolato dalla mostra), trovo nuovi collegamenti, nuovi figli, legittimi o meno. Questa volta è il caso di David B. e di Mazzucchelli. Poi finisco la lettura, penso che le intuizioni geniali di un attimo prima in realtà siano tutte stronzate, figlie della volontà di trovare uno schema coerente in ogni cosa, e le accantono (questo, però, sarebbe comunque da leggere per iniziare a capire l’importanza di quest’opera).

Sì, sto divagando. Due giorni gradevoli, insomma. Fa sempre piacere stare in un posto dove ci sono tante teste che pensano contemporaneamente, tante mani che fanno o hanno fatto, anche se non sei sempre d’accordo con quello che le teste pensano e con quello che le mani fanno. Eppure, in mezzo a tutto questo marasma intellettuale e commerciale, nel folto di questa foresta di corpi travestiti e colorati, la cosa che mi è piaciuta di più, lo ammetto senza riluttanza, è stata trovarmi vicino ad Adolf Hitler. Sarà il piacere dell’incontro con la Storia, quella con la S maiuscola, dopo tante storielle a fumetti minimali e ombelicali, sarà la levatura del personaggio, che di platee ne ha viste ben altre che quelle delle conferenze del Comicon, sarà, per carità, anche la semplice forza dell’icona. Insomma, quando l’ho visto passeggiare, tranquillo e sorridente, fra gli espositori, mi è venuto quasi da commuovermi.

Diciamocelo, una manifestazione su fumetti e dintorni non è esattamente il posto in cui ti aspetteresti di incontrare uno dei più sanguinari dittatori di tutti i tempi. Oddio, forse non era neanche così fuori luogo, in effetti. Eppure era lì. Ero al banco della Tunué in quel momento e credo di aver detto “Toh, guarda, c’è Hitler” (2). Capisco che la mia esclamazione di sorpresa fosse inadeguata all’importanza dell’incontro ma, insomma, non me lo aspettavo proprio. Insomma, per tutta la vita la televisione ti propina centinaia se non migliaia di ore sulla Germania nazista (e qualcuna di quelle ore l’ho montata persino io), al cinema le cose non cambiano poi di molto, leggi resoconti sanguinari e terribili sul Führer, in gita alle superiori visiti Dachau e il ghetto di Praga e rabbrividisci; poi ti ritrovi l’artefice di tutto questo ad una fiera di fumetti, intento a farsi fotografare con due ragazze semi-avvenenti e semisvestite, mentre con difficoltà contiene un sorriso compiaciuto e lievemente libidinoso sotto i famosi e riconoscibilissimi baffi e che, poi, ad una richiesta del fotografo, alza il braccio nell’ancora più riconoscibile saluto.

Capirete che la cosa possa lasciare confusi.

Quando sto per avvicinarmi per stringergli la mano, o qualsiasi altra cosa che sia consona al personaggio, capisco il mio errore. Non si tratta del Führer ma un ragazzo pacioccoso vestito come il noto personaggio storico (3). Sono deluso da me stesso; come ho fatto a cadere in un simile errore?
Dopo questa mia presa di coscienza sarei tentato di buttarmi in un’ardita analisi sociologica e psicologica del fenomeno dei cosplayer, ma non lo farò. Sono più interessato al caso specifico, a capire perché un ragazzo poco più che adolescente (più invecchio e più faccio fatica ad assegnare un’età plausibile a chi è tanto più giovane di me) decida di andare a una fiera del fumetto vestito da Hitler.

Mi do alcune risposte veloci e poco convincenti.

La prima riguarda il fatto che Hitler sia ormai più un’icona che un personaggio storico realmente percepito nella sua complessità , a partire dalla famosa interpretazione di Chaplin (4) (maledetti baffetti), seguita da quella, non meno mirabile, di Paperino (QUI) passando, poi, per i tanti film appartenenti al cosiddetto sottogenere della nazisploitation per arrivare a quell’ambiguo ed insulso filmaccio che è La caduta. Anche i fumetti hanno avuto un ruolo in tutto questo, naturalmente. Gli esempi sono tanti e non mi metto qui a citarli tutti. La prima cosa che mi viene in mente è di un autore che amo molto: parlo di Walter Moers e del suo Adolf. (Bonus)

La seconda giustificazione che mi viene in mente è che il tizio in questione, quello vestito da Hitler, insomma, avesse davvero un grande bisogno di visibilità e di accettazione, necessità che sono alla base delle motivazioni della maggior parte di quelli che aderiscono al fenomeno del cosplay (5). Lo so, è semplicistico. Lo so, avevo detto che non mi sarei lanciato in banali analisi sociologiche del fenomeno. Però passatemela. Il ragazzo in questione voleva farsi notare, questo è pacifico. Per farsi notare si è vestito come uno dei più grandi criminali della storia contemporanea, portando i suoi abiti con un certo compiacimento. Questo è allo stesso tempo tristissimo, tenero e spaventoso. Per farsi amare, per farsi notare si dovuto è vestito da Hitler; non da Hitler ‘storico’, ma dalla sua immagine disincarnata, dalla sua esteriorità. Probabilmente lo ha fatto senza consapevolezza. Il problema è che anche Hitler, ad un certo punto della sua nebulosa ed infelice adolescenza decise di vestirsi da futuro leader della Germania nazista. Il problema è che ci riuscì.

La terza giustificazione era molto arguta, ben argomentata e illuminante, sotto molti aspetti. Però mentre scrivevo il moralistico paragrafo precedente, me la sono dimenticata. Peccato, avrebbe dato tutto un altro senso a questo pezzo.

Intanto, dopo il notabile incontro, ancora incerto, devo dire, sulla possibilità di aver avuto un’allucinazione dovuta a quell’odore umano che è tipico di ogni fiera sovraffollata (che sia di fumetto o meno, ma l’intenditore ne riconosce la tipologia con un solo colpo di naso), ho proseguito con i miei acquisti che si sono conclusi allo stand della rivista di satira L’antitempo. Mentre uno dei loro gentili redattori mi stava facendo il ritratto (ritratto che ho molto apprezzato, nonostante abbia accettato di farmi disegnare solo perché indebolito dalla stanchezza) vedo dietro le sue spalle una vignetta fresca fresca che riportava una frase di questo tipo: “Hitler non è morto. E’ a Napoli e fa il cosplayer”. Strabuzzando gli occhi la indico e dico al disegnatore: “L’avete visto anche voi allora”. Quello mi guarda senza capire e mi dice che no, è solo una vignetta. Forse me lo sono sognato davvero. Forse, invece, sta organizzando le sue armate di Sailor Moon, Johnny Deep, Berserker e Lamù per la conquista del mondo. Il prossimo anno, se tutto mi torna, uno spettro si aggirerà per il Comicon. Lo spettro del… (continua nel 2013).

Da “I killed Adolf Hitler”, by Jason.

Appendice 1: In chiusura mi sono ricordato la terza giustificazione. Era qualcosa che ha a che fare con l’anima fascistoide di molti fumetti a larga diffusione. Parlo, naturalmente, di quelli supereroici e muscolari, ma non solo; parlo più in generale di tutti quelli che hanno al centro della propria narrazione l’eroe solitario in lotta contro il mondo, quelli in cui l’individualismo prevale sulle azioni del gruppo, o quelli in cui l’organizzazione di una resistenza finisce per assomigliare in maniera inquietante al potere a cui si resiste (6). Però fra questi fumetti caciaroni e fascistoidi ce ne sono molti che mi divertono assai; alcuni sono addirittura fra i miei preferiti. Probabilmente devo fare pace con me stesso, specialmente quando, uscendo dalla fiera, vedendo dei ragazzotti vestiti da S.W.A.T., ho pensato che forse, nel mondo del fumetto (8) Hitler non è per forza il male peggiore. (9)

Appendice 2: Ho letto sia Trama che il lavoro di Igort, vincitore a Napoli del premio Micheluzzi. Li ho amati molto entrambi. Capisco le polemiche (le polemiche mi divertono sempre molto, specialmente se sono superflue e chiassose), ma non ne so abbastanza per dire la mia. Si tratta di due lavori molto diversi, entrambi molto politici (ma è l’ultima volta che userò una parola del genere in un mio articolo); anzi, Trama è molto più politico (brrrr) del libro di Igort. E’ politicissimissimo. Mi è entrato dentro; quello di Igort mi ha interessato, ma non l’ho trovato particolarmente viscerale. Sono opinioni.

(1) Anche perché per metà del tempo si è parlato di Alan Moore, il che mi ha ricordato la conferenza di presentazione al festival di Roma di due anni fa di Arrietty, film di esordio di Hiromasa Yonebayashi, di produzione Ghibli, durante cui un Vincenzo Mollica particolarmente morboso, continuava ad ignorare la pellicola appena proiettata per fare domande solo su Miyazaki, con evidente imbarazzo del regista e del produttore, presenti, ed incurante del rumoreggiare del pubblico in sala. Va detto però che il continuo riferirsi ad Alan Moore è stato, in primo luogo, promosso da una gentilissima e sorridente Melinda Gebbie. Diversamente non avrebbe potuto essere visto che l’autrice ha lavorato a Lost Girls, sui testi del marito, per diciotto anni e che questa è la sua opera più importante. Lo ammetto, ho fatto questa notazione acida solo per citare questo episodio con Mollica che non ero mai riuscito a infilare da nessuna altra parte. Visto che ci sono proseguo con le divagazioni. Arrietty era presentato, nel programma del festival del cinema di Roma, con una sinossi che cercherò di citare a memoria: “Un ragazzo normale si innamora di una sua coetanea alta solo qualche decina di centimetri”. Il film era vietato ai minori di diciotto anni. Automaticamente feci la seguente addizione: cinema giapponese + divieto ai minori + storia d’amore fra un ragazzo normale e una donna minuscola = mi aspettava una gustosissima e depravatissima pellicola, un incrocio fra le visioni di David Lynch, Takashi Miike e Shinya Tsukamoto. Speranze deluse dai fatti. Vallo a sapere che il film non era stato visionato in tempo dalla commissione apposita e quindi non aveva ancora il previsto visto censura: dovevano vietarlo ai minori d’ufficio. E io che mi aspettavo funamboliche penetrazioni totali. La presenza dei molti bambini in sala avrebbe dovuto avvertirmi dell’errore ma, si sa, questi genitori moderni… Per fortuna il film Ghibli aveva almeno un paio di sequenze davvero magnifiche.

(2) Non che in vita mia abbia mai davvero usato l’espressione Toh, almeno non in una conversazione verbale

(3) “Noto personaggio storico” è una formula di rara neutralità

(4) Prima che si scateni l’ira dei fan vorrei specificare che non sto sputando su quel capolavoro che è Il grande dittatore, ma lo prendo solo come esempio e probabile inizio della trasformazione del personaggio Hitler nell’icona Hitler. Se Oliver Hardy avesse interpretato un film su Stalin (con Stan Lauren nelle vesti dell’imperatore Hirohito) la Storia sarebbe stata diversa da come la conosciamo. Però non è andata tanto male visto che abbiamo questo e questo.

(5) Forse una volta, forse adesso sono loro quelli fighi. Forse sono loro quelli da rincorrere. Forse. N.B.: per la prima volta il Comicon raccoglieva in una sola location gli spazi dedicati al mondo del fumetto (e dintorni) e quelli dedicati al cosplay, in una formula molto riuscita. Certo, sarebbe bello vedere i cosplayer dei personaggi di Ratigher e degli altri Superamici.

(6) Non Watchmen, quindi, che è la conclusione di un discorso come questo, ma piuttosto i vari Civil War etc.

(7) Vabbè, non è fumetto, ma ci siamo capiti. Diciamo i dintorni.

(8) Per una discussione che parte da una (doppia) critica al fumetto supereoico e poi si sviluppa in tutt’altre direzioni vedete QUI.

(9) Ragazzi anche coraggiosi a modo loro. In fila sotto il sole cocente di Napoli, vestiti completamente di nero, con elmetti e stivali ed ingombranti imbottiture di gommapiuma (credo). Suppongo che successivamente al loro ingresso abbiano avuto un ruolo non secondario nel provocare il mio stato allucinatorio ed ucronico.

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17 risposte a “Hitler al Napoli Comicon

  1. Marco Pellitteri

    Caro Andrea, non so quale sia la politica della Napoli ComiCon (la comic-convention, quindi *la* Napoli ComiConvention… idea personale) in merito all’accettazione e ingresso dei cosplayer. So che in molte fiere e mostre-mercato i cosplayer entrano gratis (più nel passato che oggi) o a biglietto ridotto. Sia come sia, mi chiedo: facciamo entrare cani e porci? In altre parole: il cosplay non indica costituzionalmente il vestirsi da personaggi della fantasia (in particolare da fumetti, animazione, videogiochi, film e letteratura di genere)? A meno che, in un tortuoso e “colto” (?) tentativo di giustificazione il tizio mascheratosi da Hitler potesse indicare che la sua era la versione presa a pugni da Capitan America nel primo numero dell’albo dedicato all’eroe a stelle e strisce nel 1941 (o, ancora più tortuosamente, da una delle versioni filmiche satiriche o che so io), mi sembra che questo suo costume non abbia diritto di cittadinanza per due motivi, uno “metodologico”, l’altro puramente etico. Quello metodologico l’ho già anticipato: Hitler non è un personaggio di fantasia e questo, quel ragazzino, lo sa bene, ma essendo così giovane non comprende ancora pienamente la gravità e il cattivo gusto della sua scelta, che vuolesi “umoristica”; quello etico non ha bisogno di commenti. Non credo che si possa giustificare una scelta del genere con la scusa del “sarcasmo” o del “contrappasso storico” (oggi Hitler, nonostante i suoi sogni di gloria, è una macchietta e noi lo perculiamo allegramente); immaginiamoci (o è stato già fatto? Mi vengono i brividi per lo schifo) un cosplayer abbigliato da Mussolini: non è satira, non è una nuova forma, per quanto spesso inconsapevole, di situazionismo (come nei migliori casi di cosplay set), è un’ingenua ma potente e rischiosissima forma di apologia, oltre che di assenza di rispetto per la gravità di fatti storici che non dovrebbero essere sminuiti ma guardati con orrore e consapevolezza sugli eventi reali e i loro effetti sulle persone. Questa banalizzazione della tragedia storica, come se non ci riguardasse, è tipicamente italiana: non avverrebbe mai in Germania, dove la rieducazione valoriale è stata attentissima nel dopoguerra e dove ogni singolo scolaro fin dalle elementari viene messo al corrente dei fatti storici e delle colpe dei tedeschi di allora. Io credo che se si assiste a fenomeni di questo tipo in Italia, per quanto rari (o unico, spero), la responsabilità non sia solo individuale, di un ragazzo immaturo e con un senso dell’umorismo tutto suo, ma di un sistema culturale e sociale ormai imbizzarrito.
    Sarà che sto facendo la morale, e pazienza. Ma credo che, al di là della “libertà d’espressione”, forse anche le mostre-mercato dovrebbero istituire una sorta di codice non dico etico (non sarebbe male, ma risulterebbe forse “bacchettone” o inattuale, non so, ma un articolo del tipo “vietato travestirsi da criminali di guerra” non sarebbe inopportuno), ma appunto “metodologico”: ci si può travestire da personaggi di fantasia e non da personaggi reali. Questo perché in genere ci si veste da personaggi dei quali si è *fan*. Questo ragazzo è un fan di Hitler? Allora chiamiamo la neuro, per favore.
    Saluti.

  2. Marco, naturalmente condivido le tue opinioni. Non ho capito, d’altro canto, se tu condividi le mie. Il mio disgusto per quello che ho visto non credo sia sminuito dal tono che ho voluto adottare per raccontarlo. Il mio disgusto non va, però, al ragazzino vestito da Hitler, ma piuttosto ad un sistema culturale che ha permesso ad una mascherata come questa di diventare socialmente accettabile, se non cool. Guarda, se ci fosse stata un’intenzione revisionista o uno spirito neofascista dietro il costume che ho visto, da un certo punto di vista sarebbe stato meglio, perché avrebbe presupposto una consapevolezza, discutibile, naturalmente, ma una consapevolezza. Qui, invece, si trascende nella banalizzazione, verso quell’appiattimento ideologico per cui ogni cosa ha lo stesso valore.
    Credo, però, che la tua visione della Germania sia un po’ troppo idealizzata. Ho parlato con molti tedeschi, anche giovani, che pur conoscendo (e ce ne sono molti che lo conoscono molto poco) il periodo storico in questione, rifiutano di affrontarlo e si trincerano dietro un silenzio che per me è forse più pericoloso della leggerezza con il quale spesso lo stesso argomento viene affrontato da noi. Ricordo in particolare due episodi personali: nel museo della ceramica della mia città, che vanta una consolidata tradizione nella decorazione delle maioliche, fra le molte cose belle esposte, c’è un pannello, di impostazione futurista (diciamo) che ritrae Mussolini. Un giorno mi trovavo lì quando due turisti tedeschi, usciti dall’esposizione, si sono lamentati della cosa con il custode del museo dicendo che da loro una cosa del genere non sarebbe mai potuta accadere. Questo, dal mio punto di vista, è terribile: si parla di rimozione. L’importante è contestualizzare (nel periodo storico, nella corrente artistica), non insabbiare, nascondere, mettere tutto lontano dagli occhi e dal cuore. Il secondo episodio è più “leggero”. Mi trovavo nel deserto, in Egitto. Viaggiavo da solo ma in un’oasi ho trovato due compagni di viaggio, un ragazzo tedesco e una giapponese. Mentre eravamo in jeep fra le dune, folgorato, ho esclamato “hey, siamo come l’asse del male”. Il tedesco, forse perché era molto, molto giovane, ha riso. La ragazza giapponese non aveva la minima idea di cosa stessi parlando. Ha continuato a non capirlo anche quando le ho spiegato per filo e per segno cosa intendessi dire. In pratica ho dovuto raccontargli la storia della seconda guerra mondiale. Ma vabbè, lei credeva che Battisti avesse scritto “Bella Ciao”.

  3. Marco Pellitteri

    Condivido pienamente il tuo discorso, Andrea: sia quello dell’articolo, sia quello del tuo commento sovrastante. Ho solo aggiunto qualche mia riflessione.
    L’appiattimento di cui parli è verissimo: sta avvenendo sotto i nostri occhi, in Italia. In Germania, tuttavia, la situazione non è in generale come tu l’hai sperimentata, da quella che è la mia esperienza. La “rimozione” di cui parli per molti tedeschi giovani non è ignoranza, ma “nausea”: preferiscono non pensarci perché le ultime generazioni sono state bombardate dal tema della guerra e del nazismo, a scuola, dato che le istituzioni hanno paura che i giovani, non avendone avuta esperienza, non ne capiscano la crucialità. La reazione a questa didattica insistita – ed errata nel metodo, a conti fatti – è stata di fastidio, ma non c’è ignoranza in materia. In Giappone il discorso è diverso: credo che lì abbiano davvero il problema della rimozione ideologica, da sempre. Solo oggi i giovani (e non solo loro) cominciano a sapere meglio, per esempio, quali massacri l’esercito imperiale perpetrò in tutta l’Asia fra gli anni Trenta e la fine della Seconda guerra mondiale, dalla Manciuria alla Corea, alle aree colonizzate nel Sud Est.
    Tornando al nostro giovine cosplhitler, ribadisco che secondo me le fiere del fumetto dovrebbero dotarsi di una sorta di codice etico-metodologico.

  4. 1. articolo bellissimo, a tratti mi sono spanciato dalle risate (ma ero l’unico fan del “Mirabolante almanacco dei Fratelli Mattioli”, per cui non vuol dire che il pezzo sia davvero divertente);
    2. credevo però che il cosplayer-di-Hitler fosse un’invenzione mirabile e satiricamente perturbante dell’autore, e invece dai commenti capisco che era tutto vero.

    Giusto per dare a intendere che sono meno fesso di quel che sembrerebbe, specifico che in realtà sulle prime avevo correttamente supposto che fosse un episodio di vita vissuta; ma siccome PER ME E’ LETTERALMENTE INCONCEPIBILE ESISTERE IN UN PIANO DELLA REALTA’ IN CUI I COSPLAYER-DI-HITLER NON VENGONO CACCIATI A CALCI IN CULO OVUNQUE SI PRESENTINO, m’ero giocoforza trovato a propendere per la trovata letteraria gustosissima. Classico esempio di negazione della realtà, dunque, e solo per non ammettere di avere applicato al mondo degli schemi interpretativi errati.

    Ma la realtà è quel che è, non quel che vorremmo che fosse (un po’ tautologico, ma ci siamo capiti).
    E allora, una domanda: MA CHI L’HA FATTO ENTRARE QUEL PIRLA GALATTICO? Possibile che uno si presenti all’entrata conciato da zio Adolf e nessuno gli dica che è il caso di togliersi velocemente di torno e andarsi a cambiare, altrimenti frulleranno educativi in tempo zero i pugni dello sdegno popolare?
    Codice deontologico delle mostre? Va bene, ma il problema è che in realtà basta applicare la diligenza del buon padre di famiglia (ma chi è il genitore che fa uscire di casa un figlio conciato così? Spero che il ragazzo sia uscito di casa vestito normalmente, e si sia travestito da simpatico dittatore nazista solo in seguito, altrimenti quella è una famiglia che andrebbe affidata in toto alla neuro). Del resto, non credo che nel regolamento ci sia scritto che non si può entrare al Comicon sventolando garruli vessilli recanti venete bestemmie, cionondimeno secondo me un bandierone di porchi non te lo fanno passare. E Hitler invece sì? Quasi quasi l’anno prossimo mi presento impavesato di moccoli irripetibili, dico che sono il cosplayer del compianto Mosconi (che è personaggio di fantasia molto più di Hitler, ancorché reale lui pure), e vediamo che succede…

    Il fatto poi che il pisquano tra i pisquani l’abbia fatto solo perchè per lui Hitler è un’icona qualunque, e tanto valeva vestirsi da Spongebob o da Bart Simpson, questo aggiunge un quid non piccolo di squallore a una farsa che non fa ridere.

    Mi fermo qui perché mi accorgo che in questo momento sto pensando una sequela ininterrotta di bestemmie, e ciò non è bene, perché a parlare della natura zoomorfa di Dio poi il papa piange.

  5. Bello l’intervento di Tonno.
    Pare però che negli ultimi 20 anni abbia vissuto in un altro pianeta.
    E lo dico con un’amarezza infinita, non certo come battuta…
    O.

  6. Uhm, Orlando, forse non sono stato sufficientem perspicuo: io non mi stupisco del fatto che un ragazzo si vesta da Hitler per combattere il tedio domenicale (quando invece potrebbe drogarsi, per esempio), nè tanto meno che esistano persino alcuni che guardano all’imbianchino austriaco con trasporto e passione para-erotica (quando invece potrebbero suicidarsi collettivamente in nome dell’amore); io mi stupisco che il fesso non sia stato fermato all’entrata! All’entrata di una mostra-mercato del fumetto, non alla convention locale di Supremazia Bianca!
    Non so dove vivi tu, Orlando, ma qui sul pianeta Tonno se uno si presenta vestito da Hitler non entra da nessuna parte (tranne che nella sede di Forza Nuova). E non mi fare il cinicone :o)

    Quindi: o all’entrata l’hanno preso per Charlot, oppure il tipo ha passato l’entrata in borghese e s’è travestito da suprema minchia-fritta nei cessi (il che farebbe presupporre una qualche forma embrionale di consapevolezza da parte sua della triste coglioneria insita nell’atto). Altrimenti non capisco come possa essere entrato.

  7. C’è posto sul pianeta Tonno?
    No, perché se c’è, mi ci trasferisco subito e volentieri! 🙂
    Evidentemente sul pianeta Tonno, che già amo e bramo, non sono stati “sdoganati” fascismo, nazismo, relativismo (“ognuno ha le sue idee!”) e il programma di rinascitademocraticadellaloggiap2 non ha trionfato supremo.
    E lì da voi ai festival del fumetto ci sono dei servizi d’ordine politicizzati o almeno culturalmente rilevanti?
    No perché se così è, pago qualsiasi prezzo del biglietto per trasferirmici!
    …poi però leggo che anche lì da voi c’è sforzagnuova… e non stanno nelle fogne, come e dove sacrosantemente stavano nei Seventies… quindi anche lì qualcosina di storto è andato.
    Sono riuscito a spiegarmi meglio? (Non che sia essenziale, eh… perché si sa: “Ognuno Ha Le Sue Idee”!)
    Con stima (e invidia)
    Orlando

  8. Marco Pellitteri

    I like Tonno

  9. caro Andrea,
    anche se di non immediata lettura (ma magari ero io a leggere distrattamente), questo tuo nuovo intervento è davvero godibile nei contenuti e le lungimiranti note esplicative ti scagionano da inutili e noiose polemiche.
    Per quel che riguarda la Germania, però, sono d’accordo con Marco. Ai giorni nostri, tenderei a escludere la tesi della rimozione e a propendere per quella della “noia”, circa la materia “nazismo&co”. La rimozione a cui tu fai riferimento, figlia dell’inconsolabile senso di colpa per appartenere alla popolazione di cieco-sordo-muta di allora (metaforicamente, ovvio: i cieco-sordo-muti veri bruciavano nei forni, ahimè, dopo accurati quanto immondi esperimenti), ha letteralmente ammutolito i tedeschi nel dopoguerra e li ha visti cancellare, ove possibile, ogni traccia del passaggio di zio Adolf e dei suoi scagnozzi. Questo vaso, però, è già stato scoperchiato negli anni ’60 e’70. Il suo contenuto è stato il cuore e l’origine della contestazione giovanile tedesca, che è stata innanzitutto denuncia del silenzio dei padri da parte dei figli e che si è concretizzata, nella sua forma più estrema, nel terrorismo (proprio come in Italia: rapimenti, attentati, omicidi), come protesta contro la società (semplificando il tutto, eh!).
    La Germania di oggi è un po’ diversa, così ad esempio, se fino a qualche anno fa bisognava firmare montagne di carte che giustificassero un interesse “civile” e del tutto “storico-scientifico” per consultare il Mein Kampf in una biblioteca, oggi di quel testo è autorizzata la stampa (pur con i dovuti commenti del caso). http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/04/26/si-dagli-ebrei-torna-mein-kampf.html

    Il senso di colpa crucco non si esaurirà mai (spero), ma la noia di cui parla Marco si alimenta quotidianamente insieme al malcontento per la crisi e può essere ben più pericolosa, perché può generare nuovi tipi di “mostri”. Per tutto il resto, il tentativo di analisi dei fatti da parte tua e degli altri commentatori incontra tutto il mio consenso.
    Un soggetto travestito da Hitler andava allontanato all’ingresso per le ragioni metodologiche ed etiche del caso.
    In caso di travestimento in loco, idem.
    Quello che fa orrore, oltre alla banalizzazione della Storia (preludio al perpetuarsi del ciclo) da parte del soggetto in questione è il consenso ingenuo e ignorante riscontrato nella folla.
    E’ il pubblico a fare il personaggio. E chi ha preferito la foto-souvenir di non si sa bene cosa all’indignazione per un travestimento offensivo in senso lato, giustifica la sua presenza.

    P.S. Tonno, c’è un’anagrafe a cui iscriversi, per vivere dalle tue parti? 🙂

  10. W Tonno. Però, ripeto, a me hanno fatto più impressione quelli vestiti da SWAT che il ragazzino con i baffetti di Hitler

  11. Uhm, qua la cosa è che non mi spiego bene. Mannaggia al putipù. Riprovo.

    A mio avviso, per bloccare all’entrata uno vestito da monorchide-col-ciuffo non occorre un servizio d’ordine politicizzato o culturalmente rilevante, basta che ci siano delle persone normali.
    Ora, non sono così ingenuo da aspettarmi di trovare persone normali alla convention dei giovani padani o a quella dei vecchi fascistoni forzanovisti o in mille altri augusti consessi, politici e culturali; mi aspetto INVECE di trovarle all’entrata del Comicon.
    PERSONE NORMALI CHE FERMANO HITLER ALL’INGRESSO. Potrebbe essere il titolo di un racconto di Clowes. O forse di coso, lì, come si chiama, Fosteruòllas. Un racconto brutto, comunque, visto il titolo.

    Ma non parliamo di politica, parliamo invece di fica. A me, per esempio, piace. Ognuno ha le sue idee.

  12. Anche ad Hitler piaceva la fica, sei un nazista. Comunque, se ho ben capito, proponi di mettere soldati dell’Armata Rossa davanti ai cancelli delle convention sul fumetto per fermare Hitler?

  13. comunque grazie, tonno, dei troppi complimenti, e Hail!

  14. Propongo di deportare i cosplayer di Hitler qui sul pianeta Tonno, dove già li impieghiamo nella spalatura del letame equino, a maggior gloria dell’orto. Tranne per le camomille, che non vogliono concime, ma tanto amore.

  15. Heil, comunque

  16. Pingback: Crossed – Troppi cliché e troppa poca merda ovvero: meno erotismo e più pornografia (seconda parte) | Conversazioni sul Fumetto

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