Blutch, il negromante

Ci avventuriamo nei perversi territori dell’ultimo fumetto di Blutch, cercando di penetrarne i segreti. 

di Tonio Troiani

Il passato non è mai morto, non è nemmeno passato.
William Faukner

Non mi sento a mio agio a storicizzare la vita
Blutch

L’ultimo lavoro di Blutch – Per farla finita con il cinema – è un miscuglio alchemico in cui un percorso di auto-analisi e una seduta spiritica si incontrano.

Velatamente celata sotto l’andamento autobiografico e con un focus che accentua l’analisi – in parte storica, in parte coraggiosamente personale – della cinefilia come patologia del contemporaneo, Blutch allestisce un teatro di ombre cinesi nelle vesti di negromante.

Dicevamo: l’attenzione focale è posta sul cinema che viene sviscerato in quanto oggetto di desiderio, di percezione, di memoria, con quell’attitudine tutta francese per il particolare, per la micro-narrazione anche in contesti di respiro più teorico.

Per me il cinema è comunque una storia ed è l’oggetto del mio libro, ma non è sviluppato come una storia, è una riflessione illustrata, riguarda il modo con cui si può riflettere sulle immagini. [1]

Quella che rimane di un flusso narrativo è inscatolato, compresso, soggiogato da Blutch in 80 deliranti pagine, costellate di aneddoti, appunti, allusioni, rimandi, citazioni. Ma, in realtà questa fantasmagoria supera la stessa riflessione sul cinema per mostrare qualcosa di più sotterraneo. Un cuore che, come un basso continuo palpita con insistenza, dettando il tema, ma mai conquistando la centralità della scena.

Ed è un sotterfugio acrobatico quello di Christiane Hincker. Perché il francese prende per il naso il lettore e lo illude, facendogli credere di aver capito. Se poi è un cinefilo, colmo e pregno di erudizione e nozionismo o di nostalgici ricordi, lo imbonisce ancora di più, mentre va avanti nella distruzione della speranza riposta in quella che, a torto o a ragione, è ritenuta una delle più grandi invenzioni del secolo scorso.

Ma, non sveliamo da subito il segreto. Seguiamo da vicino la commedia messa in scena da Blutch.

Il romanzo è composto da 8 sequenze tematiche: otto diverse variazioni sul tema, in cui l’autore sfodera tutta la sua maestria e la sue perizia grafica. Ogni volta un diverso filtro ci avvisa: si/ci sta spostando in un diverso set o su un diverso palco. Dal cinema, infatti, nonostante le assonanze, il fumetto e, soprattutto questo fumetto, si distanzia. È il teatro il riferimento privilegiato, sebbene Blutch preferisca porre una distanza assoluta tra l’arte drammatica e il fumetto, per lui definita letteratura illetterata. Per farla finita con il cinema potrebbe essere una pièce, popolata di evanescenti ricordi e di fantasmi, le cui scene sfruttano un palco inaccessibile: la “mente” dell’autore.

L’etimologia ci aiuta a capire che tipo di fantasma è quella evocato da Blutch: fantasma sta anche per immagine, è, soprattutto, qualcosa che si manifesta. Se seguiamo l’incerta etimologia di zombi, dal nzumbe [fantasma] del kimbundu bantu diffuso nel nord dell’Angola o al nzambi [fantasma] del kikongo congolese sino al creolo zonbi da cui il nostro, scopriamo che il fantasma è qualcosa che appare perché richiamato alla vita: nel nostro caso un passato che viene invocato e fatto rivivere.

Ma, è una presenza particolare, che si dà solo nell’assenza: il cinema si basa su questo (ma anche la memoria, oserei dire)

« Paul Newman è morto »                                                                                                                               «Impossibile penso a lui ogni giorno»

L’incipit è già disarmante, ma la sequenza del dialogo tra la Ballerina e Blutch è illuminante:

La Ballerina dice:« Ci attizzavamo per qualsiasi cosa. In particolare i film ci eccitavano da pazzi…Il cinema serve almeno a questo: è un acceleratore di particelle »
Bluch:« […] La grande scoperta del XX secolo…sono le orchestre e il teatro in scatola…questa è la vera rivoluzione! I recital e il melodramma replicati in scala industriale e messi in circolazione e venduti al maggior numero possibile di abitanti della terra…»
Ballerina:« Ho capito…il cinema è solo del teatro in scatola…ok, passi, ma lascia che ti dica che il tuo ragionamento è un po’ limitato…perché il cinema ci dà qualcosa che non si trova a teatro…Sullo schermo si vedono i volti da vicino…E, per giunta i volti dei morti » ( pp. 49-50)

Il cinema, come proiezione o come ricordo, è possibilità di ri-chiamare in vita i morti, come agglomerato di particolari depositati nel tempo. I volti di Burt Lancaster messi in fila, i personaggi di Piccoli, i frammenti cesellati nella memoria, che restituiscono il tutto nell’attimo, sono i mattoni con cui costruiamo la nostra illusione.

Ma, non è solo la possessione spettrale del nostro io da parte del mito o dei miti cinematografici, c’è dell’altro. E Blutch è interessato a svelarlo, per liberarci.
E allora basta risalire di qualche pagina:

Blutch dice:« Ci siamo lasciati dominare…il cinema si è impadronito di noi…Ci ha fatto prendere lucciole per lanterne. Credevamo che i film avrebbero fornito delle risposte alle nostre domande. A proposito ascolta quello che dice Cluny: […]  “Sono terrorizzato perché non ho fatto nulla…e non è bene mettere in mostra il nulla […] E’ una discarica il cinema, un immondezzaio. »

Blutch sembra dirci che in questa grande illusione, potentemente metaforizzata nella vignetta di Sam Cobean, ne va di noi stessi: perché noi tacciamo con il cinema come anestetizzante, pur mettendolo in mostra, lo disfacimento della Carne.

Durante l’incontro tenutosi a Bologna per il Bilbolbul, l’autore mise ben in chiaro questo concetto:

[…] io vedo la carne come simbolo, la carne che soffre che invecchia, il viso che crolla. Quando disegnavo Peplum era già evidente la decadenza, i personaggi erano su un tapis roulant che ineluttabilmente andava vanti e che porterà me come tutti voi nello stesso luogo. Tutte le azioni umane sono costruite per farci dimenticare che moriremo. [3]

Ecco allora, il tema: il basso, di cui parlavamo prima, borbotta e ribolle sotto le immagini che scorrono tra le pagine. Il cinema, come incantesimo che evoca presenze (O.Welles), è una promessa infranta: la nuova terra, la Svizzera della seconda sequenza si svela una terra di macerie: cinerea distesa di archeologia industriale che non regala vita, ma che corrode la carne.

Blutch mostra l’inutile ricerca – una pesca disperata in uno stagno ormai reso venefico dai liquami industriali – in una tavola dalla rigida gabbia a nove celle. L’autore, qua attore e spettatore del dramma, assiste all’inarrestabile decomposizione.

Quello che ci resta è solo una sequenza di immagini da collezionare – un museo immaginario, o più schiettamente un mercatino delle pulci – con cui distogliere i nostri pensieri dall’assillo del tempo e della carne.

Blutch, allora, si mette a nudo.

Mentre Cordelia va via, archetipo delle donne che si susseguono, che invadono, straziano, insultano, viene investito dalla derisione degli Altri: il cinefilo, povero animale, figlio della necrofilia, catalogatore di insetti morti, collezionista di cadaveri, mai sazio, mai pago solo interessato a scopare. Con una predilezione per le figlie delle portinaie (come dice il misero Gégauff a pagina 73).

La donna o l’immaginario femminile, che corrobora l’identità stessa del cinema, è il fil rouge dell’intero lavoro. Blutch conduce quasi in ogni capitolo un dialogo con un donna, che molto spesso mostra i limiti delle sue posizioni. Il tutto poi si dispiega circolarmente, con Blutch che tenta di “liberarsi” della sua compagna, uccidendola e tuffandosi nel suo sesso.

Una declinazione pubblica del voyeurismo privato che un tempo passava attraverso la contemplazione di opere come L’Origine del mondo. Una metafora della passione cinefila come necrofilia, come guado “medievale” collettivo. L’epoca dei merovingi, urla Blutch. La donna nella sua nudità, non più celata nel particolare – l’apologia del collant sullo sfondo e del predelino delle corriere – nasconde la verità con la sua carne.

A livello visuale, Blutch declina il tutto utilizzando la tavola come uno spazio in cui convivon0 più tempi e più luoghi: non a caso lo stesso autore, invecchia e ringiovanisce continuamente, così come gli attori di cui ritrae la carne. La tavola, come insieme unitario, è fatto di frammenti iconici che si affastellano, inseguendo il flusso di coscienza dell’autore, le sue divagazioni e le sue pulsioni.

Di volta in volta, veniamo traslati dal proscenio, in cui si svolge la confessione dell’autore, alla sua mente, tra le pagine di un suo libro o tra le scartoffie disseminate di appunti, oppure al centro di un’azione, che palesa la sua profonda irrealtà poiché frutto di una fantasia che evoca fantasmi.

Il ritmo è elemento di fondamentale importanza: a tavole statiche, perché sovraccariche di documenti utili a ricostruire l’impianto teorico delle riflessioni iconiche condotte da Blutch, si alternano pagine dalla coreografica viva e dinamica: non a caso sono quelle dove le donne conducono l’azione sia come oggetto che come soggetto del discorso.

Blutch assecondando la catena quasi aleatoria della sua memoria iconica sfida i limiti della tavola, intesa come luogo della mera azione, per farne qualcosa di più complesso, in cui co-esistono diversi regimi narrativi (dal cronachistico, all’autobiografico sino alla confessione) e strumenti esplicativi (documenti, citazioni, asserzione teorica). Un modo, questo, di pensare il fumetto impervio, perché evanescente come la memoria da cui sorge.

***

Note

[1] http://www.bilbolbul.net/blog/?p=3025

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

Annunci

3 risposte a “Blutch, il negromante

  1. Pingback: David Prudhomme: la voce e i volti | Conversazioni sul Fumetto

  2. ho letto oggi il libro di blutch e la tua recensione mi ha convinto.
    ottimo lavoro.
    ciao.
    g.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...