Appunti su The Death-Ray

di Andrea Queirolo

Una serie di appunti su The Death-Ray di Daniel Clowes.

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

Esseri umani con superproblemi. Che è il motto di mamma Marvel dal quale Clowes sembra partire. E’ evidente il parallelismo fra Andy e Peter Parker. Entrambi sono sfigati, mingherlini, poco portati per lo sport, sfortunati in amore e orfani dei genitori. La stessa origine dei poteri è sia casuale che legata alla scienza: Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo, mentre i poteri di Andy provengono da un ormone sperimentale iniettatoli dal padre che si aziona fumando una sigaretta (ma se Andy non avesse mai fumato?).

Death-Ray come Spider-Man. Vi è anche una notevole somiglianza fra il costume di Death-Ray e quello di Spider-Man, visibile dalla scelta dei colori, rosso e blu. Anche l’ambientazione metropolitana è comune a entrambi i personaggi. Inoltre è curioso che ci sia stata un’occasione antecedente nella quale a Clowes fu proposto di disegnare Spider-Man sui testi Peter Bagge, opportunità che non si realizzò per volere dell’autore (fonte).

Clowes e Ditko. E’ noto l’amore di Clowes per le storie di Ditko. Un un’intervista all’Alternative Press Expo del 2010 Clowes ha raccontato di come lo ha incontrato nel 1979 mentre si trovava a New York: semplicemente aprendo la pagine bianche e trovandoci sopra “Steve Ditko, artista”. In un’intervista per AV Club (da noi tradotta qui) Clowes diceva riguardo Deat-Ray: “L’idea iniziale nasce da qualcosa che era parte di me quando avevo l’età di Andy, circa 16 anni. Ero ossessionato dai fumetti dell’Uomo Ragno di Steve Ditko, talmente intrippato che ho cercato di creare… Beh, non ho mai pensato che fosse “una mia versione” di qualcosa: la ritenevo unica, ma metteva in campo identiche emozioni. ”

La motivazione della storia. Con quello detto sopra è evidente come Death-Ray sia la declinazione supereroistica del lavoro generale di Clowes, al quale non sono mai interessati i supereroi, ma le loro vite reali. Quindi, sgombrando il campo e a scanso di equivoci, Death-Ray non è una parodia del fumetto supereroistico, ne un omaggio a questo genere. Per rendere meglio l’idea, basta sapere che quando Clowes da ragazzino leggeva le storie di Superman, saltava a piè pari le parti in costume e si concentrava sulle vicende di Clark Kent e Loise Lane o, semplicemente, si trovava più a suo agio con le bizzarrie di una testata come Superman’s Pal Jimmy Olsen.

La nemesi. In Death-Ray non c’è un cattivo da combattere come si confa a ogni supereroe, almeno che non prendiamo in considerazione il fatto di poter identificare il mondo intero e gli esseri umani come la vera nemesi di Andy, che in effetti è mosso molto più da idee morali generiche che da veri intenti anti criminali. Di sicuro, Andy utilizza il suo potere in maniera arbitraria infischiandosene ampiamente del consueto detto “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Andy e Louie. Death-Ray è soprattutto la storia di due amici, Andy e Louie. Un’amicizia forzata che, data la passività di Andy, pone Louie in posizione di controllo. E’ Louie che decide cosa fare dei poteri di Andy e del raggio della morte ed è sempre lui che fantastica su un “dinamico duo” di supereroi. Il rapporto fra i due sfocia in conflitto: sul finire della storia Louie, forse invidioso dei poteri di Andy o forse dopo essersi reso conto della loro pericolosità, tenta di ucciderlo. Come per altre sue opere Clowes mette al centro della narrazione un rapporto fra due personaggi, pensiamo a David e Dot in David Borng, a Mr e Mrs. Ames in Ice Haven, a Wilson e Pippy in Wilson e a Enid e Rebecca in Ghost World.

Louie e Death-Ray. Senza Louie probabilmente Andy non avrebbe mai usato il raggio della morte o fumato una sigaretta. E’ sotto consiglio dell’amico che Andy fa sparire uno scoiattolo (situazione che causa a Andy un forte rimorso di coscienza) e polverizza il nuovo fidanzato della ex-ragazza di Sonny. E’ sempre Louie a spronare Andy a cancellare dalla faccia della terra il proprio rivale Stoob.

L’età adulta. Il passaggio del tempo e i cambiamenti dei personaggi sono un punto cardine del libro. Dal taglio di capelli al cambio vestiario fino alle rughe. Death-Ray è un trattato sul diventare adulti e sul prendere delle decisioni. Di per sé il fumare è già un’atteggiamento adulto e possiamo notare come Clowes evidenzi la spocchia dei due amici mentre passeggiano a mento alto con la sigaretta in bocca controllando chi li guarda e dandosi un tono. Lo stesso Andy si mette in discussione, decidendo di essere “adulto” e di poter scegliere dove vivere dopo la morte di suo nonno. Differentemente dal classico genere supereroistico, sempre fermo nel tempo, in Death-Ray ci troviamo davanti al nostro protagonista da vecchio.

Il giovane e il vecchio Andy. Il libro si apre e si chiude con un inacidito Andy di mezz’età molto diverso dal ragazzino silenzioso e insicuro che copre tutta la parte centrale del racconto. Il fiume di parole che scaturiscono dalla bocca del vecchio Andy comunica impotenza e frustrazione nei confronti del mondo e della razza umana; uno sfogo a cui Clowes ci ha spesso abituato, che qua viene ancor più accentuato dai superpoteri di Andy, che alla fine rifiuta di usare perché intanto “cosa può uno solo contro tutti?”. Con due matrimoni falliti e poche prospettive per il futuro, con lo sguardo truce e abbacinato, nella doppia splash page che chiude il volume Andy cammina solitario per la strada. E’ interessante notare come invece la doppia splash page in apertura ritragga Andy e Louie che giocano assieme.

Clowes e Hanna-Barbera. Comincio a sospettare che Clowes sia affezionato all’immaginario visivo di Hanna e Barbera. Nelle prime pagine di Death-Ray fa capolino George Jetson dei Pronipoti, mentre in Ice Haven c’era un rimando ai Flintstones. Inoltre, come nota Paul Gravett (in questo articolo da noi tradotto), le copertine originali delle ultime opere di Clowes riprendono il formato di quelle degli albi speciali di Hanna-Barbera.

Lo stile. A esser sinceri questo è il fumetto meno curato di Clowes.
A scanso di equivoci cercherò di spiegarmi meglio. I disegni sono decisamente più semplici e sbrigativi del solito, quasi come se Clowes avesse avuto l’urgenza di disegnare velocemente per fermare su carta le sue intuizioni. Anche i cambi di stile abituali sono presenti in maniera minore rispetto al precedente Ice Haven o al seguente Wilson. Questo non è un male, perché se ne può accorgere solo un occhio ben allenato, ma è invece un punto a favore. Death-Ray infatti è la storia più diretta di Clowes: arriva veloce e colpisce duro.
Il montaggio. Archiviata la pratica Ice Haven, per Death-Ray Clowes ha puntato a essere più lineare. Quindi, ha suddiviso la storia in due parti: la prima, quella con Andy vecchio, apre e chiude il volume; la seconda, quella con Andy giovane, occupa la parte centrale. Evitando intrecci particolari Clowes avanza nel racconto montando in sequenza 33 piccoli capitoli. Con questo non intendo dire che Clowes abbia disegnato la storia in sequenza. Molto più probabilmente e come è consono fare, data anche l’autoconclusività delle pagine, ha disegnato le tavole senza procedere in maniera continuativa, cioè dalla prima all’ultima pagina, andando a comporre solo in seguito la storia in modo lineare.
La tecnica del gap temporale. Fra i “trucchetti”, come a me piace definirli, che Clowes impiega con grande maestria in questo fumetto, c’è il salto temporale fra una vignetta e l’altra. Una tecnica che Clowes usa da sempre, sconosciuta ai più, di cui voglio parlarvi. Durante il suo approccio alla tavola, Clowes è solito lasciare dall’una alle tre vignette vuote, indipendenti da quello che sta disegnando, sulle quali torna una volta finito il resto, per riempirle. Un metodo inusuale, dettato da una sorta di orologio interno dell’autore che permette di mantenere il ritmo della storia. Una soluzione istintiva che spiega le pause, le accelerazioni e i nonsense che rendono prezioso il suo lavoro di fumettista.

Le nuvolette e la dimensione spazio-temporale. Nella pagina qua sopra vediamo Andy che assiste al pestaggio di Louie mentre ci parla delle sue scelte e delle sue sensazioni. A narrare non è il giovane Andy, ma quello vecchio che ricorda il suo passato. Possiamo distinguere questa voce narrante dalla diversità della forma delle nuvolette. Infatti quelle di Andy sono più quadrate rispetto a quelle degli altri. Una differenza minima ricorrente in Death Ray, un esempio esemplare delle possibilità del fumetto, rafforzato dalle stesse nuvolette che sconfinano nelle vignette adiacenti.

Il disegno. Dal primo all’ultimo numero di Eightball lo stile di disegno di Clowes è cambiato notevolmente. Infatti, non solo ha raggiunto una semplificazione per certi versi estrema, ma ha anche spostato le sue basi e le sue influenze. Dalla EC Comics a Charles Schulz, da Nancy ad Archie. Da uno stile rigoroso fatto di retini e spigolature a uno semplice, rotondo, scarno di particolari se non quelli in primo piano, colorato in maniera piatta, teso alla massima leggibilità e scorrevolezza, nel rispetto di chi leggerà – non del lettore in quanto target – e quindi alla ricerca di una forma espressiva fumettistica personale e perfetta.

La copertina. Premettendo che l’edizione italiana della Coconino, anche se leggermente più piccola, si presenta meglio di quella originale, quello che colpisce di più in copertina è l’utilizzo del rosa, colore che non si ripete per tutto il libro. Siccome Clowes non è uno che fa le cose a caso, pensando alla motivazione dell’impiego di questo colore la risposta che mi posso dare è che il rosa, fra le altre cose, rappresenta la sensibilità e rifiuta quello che è arrogante e disarmonico. Inoltre è il colore delle emozioni e della giovinezza. Il rosa, quindi, può riassumere i concetti chiave del libro.

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11 risposte a “Appunti su The Death-Ray

  1. Articolo molto bello, che mi ha aperto gli occhi su aspetti grafici che non avevo ancora notato. Non si finisce mai di imparare.
    Trovo però in qualche maniera rivelatore il fatto che i commenti sono fioccati per la recensione a Mytico, debordando poi sul blog di Matteo Stefanelli, mentre per questo intervento davvero interessante non ce n’è stato finora nemmeno uno.

    Forse le analisi perfettamente conchiuse non permettono chiose, se non asseverazioni del tipo: cazzo, è proprio così, non avrei saputo dire di meglio. Per lo meno, IO non avrei saputo ecc.

  2. grazie matteo, mi fa piacere che ti siano piaciuti i miei appunti.
    il problema è che i commenti fioccano quando si crea una polemica.
    in tutti gli altri casi sono in pochi quelli che hanno davvero qualcosa da dire.
    oltretutto, questo articolo ha avuto 1/3 delle visualizzazioni di quelli su mytico. naturale, sfido che 3/4 dei lettori di myitico non sanno chi sia daniel clowes. me ne dispiaccio, ma purtroppo questa è la sacrosanta verità.
    mi piacerebbe invece che la gente arrivasse a leggerlo e che se ne parlasse di più. in giro ho visto solo un altro scritto interessante, di stefanelli, su questo fumetto, che è importante oltre ogni modo.
    io persevero, poi, si vedrà.

  3. Steve Ditko e Hanna & Barbera. Due modi di ricondurre il fumetto/cartoon alla sua matrice espressionista. Steve aveva qualcosa di Chester Gould, come nota Romita sr in una intervista riportata proprio in questo blog.
    La premiata ditta HB trova la sua strada quando lascia la MGM e le produzioni ad alto costo di Tom & Jerry per il cinema e si inventa un sistema di animazioe economico che permette di realizzate tonnellate di girato con tratto semplice, spigoloso, iconico e bi-dimensionale.
    E’ roba che ti entra nell’occhio e ti crea una struttura. In gente che non diresti. Guarda le prime cose di Paul Gulacy ( Shang -Chi, tanto x dire ). E’ Steranko rielaborato e semplificato. Via tutta quella roba optical. E’ come se i personaggi fossero disegnati su lastre di vetro incollate su un plastico di carta con il fondale dipinto. Una cosa alla Muciacia. Ditko + HB filtrati ? Mm.

  4. Io aspettavo di leggere il fumetto prima… ma alla fine non ci sono riuscito e ho divorato questi “appunti”. La complessità del lavoro di Clowes, di ogni suo fumetto, è straordinaria. La lettura non li esaurisce mai. Scopri sempre altri aspetti, non solo narrativi ma grafici, come quelli che tu puntualmente hai esposto. Niente da dire, Clowes è davvero un autore multi-segno.

  5. …solo per dire che non è il numero delle visite, ma la qualità.
    Blog intelligente e post intelligenti (e belli) hanno lettori intelligenti.
    Esclusi i presenti, s’intende, ché chi si loda ecc. ecc.
    😉

  6. come si suol dire, pochi ma buoni! 😀

  7. evito di fare i conti sugli accessi al mio post su clowes del mese scorso, e quelli al mio post su mytico. Siamo ovviamente tutti daccordo, e non ci dovrebbe nemmeno essere bisogno di ricordarlo: pubblici diversi dei due prodotti, finalità diverse dei post.

    Su Clowes: felice di notare che qualcun altro ritenga Death-Ray molto più centrale di quanto non appaia. Sarebbe interessante notare anche come la sua condizione da divertissement più che da ‘novel’ gli abbia precluso quella eco sulla stampa culturale/letteraria che hanno avuto i suoi libri precedenti. E come questa minore attenzione rischi di farla percepire come un’opera “minore”, o secondaria. Non lo è, e anzi: per me è il suo libro più importante, quantomeno da David Boring a oggi.

    Sulla questione commenti: al solito, ha ragione matteo tonon: i post ‘asseverativi’ e argomentati generano pochi commenti. Ma non ha senso né dispiacersene né stigmatizzarlo: è un fatto, figlio di forme di comunicazione diverse.

  8. Cito Matteo: “per me è il suo libro più importante, quantomeno da David Boring a oggi.” Sono potentemente d’accordo! Per quanto riguarda la scarsa eco credo sia imputabile all’esordio su rivista. Sembra proprio che tutto ciò che non nasca come libro sia costretto ad una sottovalutazione ottusa, vedi anche il caso di Love&Rockets che qui spesso si è dibattuto, o i lavori di Sammy Harkam e Jordan Crane(ho la fissa :)).

  9. Marco Pellitteri

    Bell’articolo! Certo, le visualizzazioni saranno magari inferiori a quelle su articoli “polemici”, ma appunto, come è stato scritto sopra, gli articoli di analisi argomentati sono portati a generare meno commenti di quelli che toccano punti nevralgici del discorso pubblico sul fumetto… ti ricordi, Andrea, quel mio articolo su quelle 11 fra le cose che non vanno nel fumetto in Italia? A quanto mi hanno detto, è stato il più cliccato e commentato del sito “Lo Spazio Bianco” del 2011… Eppure non so cosa non darei perché questo risultato lo avessero raggiunto i pezzi che ho pubblicato qui su CSF. Il fatto è che uno era un cahier de doléances, gli altri articoli più pacifici (e su temi a mio avviso più interessanti…). La stessa cosa vale per te… Questo articolo è molto approfondito ma è “pacifico”, passami il termine. Non tocca nervi scoperti… Ma meglio così!

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