L’ultimo (extra) terrestre

di Akab

Una conversazione fra Akab e Gipi.

Akab: La prima questione che fa riferimento a una cosa che ti ho sentito dire durante l’intervista all’auditorium di Roma. Dicevi una cosa tipo che secondo te, l’essere umano è vuoto dentro, che deve riempirsi di ciò che è fuori da lui. Ecco, io questa cosa mica l’ho capita. Cosa intendevi dire?

Gipi: Ogni cosa che dico o penso non la immagino mai come regola universale o come (ohibò) insegnamento per qualcun altro. Quindi (non ricordo, ma sicuramente mi sono espresso male) quando parlavo del non avere niente dentro non mi riferivo ad altri esseri umani, ma solo ed esclusivamente a me.
Per quanto riguarda, dunque, ME, mi sono accorto che le cose che venivano dalla mia cervice o dalle mie paturnie non avevano mai la forza delle cose che, esterne a me, mi entravano negli occhi dal mondo esterno.

Ora faccio il furbo e la dico con le parole (sbagliate): “Ci sono più cose tra cielo e terra di quante possa immaginarne la tua filosofia, Orazio”. A memoria.

Ora, non sono così tonto da pensare di riuscire a non esistere e diventare solo un paio di occhi, ma quello mi piacerebbe un giorno, da morto, arrivare a fare.
Ridurre al minimo la soggettività nel racconto (so che non si può eliminare), ma un buon esempio di questo metodo (o tecnica) lo trovi ne “Il grande quaderno”, la prima parte della Trilogia della città di K. di Agotha Kristof (oggi faccio l’erudito).

Gipi, paesaggio.

Akab: Ma figurati. Ci sono stati anni (bui) in cui ho letto un solo libro all’anno. La trilogia della città di K è il mio 2007, (si, molti anni dopo la sua uscita italiana) ad essere super onesti oltre al fatto che me ne parlavano e parlavano tutti, mi convinse a leggerlo, e per sempre mi rimase in testa, la frase in quarta di copertina di non-ricordo-chi e che più o meno diceva: “un romanzo che ha l’andatura ipnotica di una marionetta impazzita”. Gran libro. E fu anche un gran bell’anno per me. In (dis)associazione: come è stato il tuo 2007? Che momento era per te? Cosa ti ricordi?

Gipi: Aiuto. Devo andare a capire dov’ero e che facevo allora. Devi avere cinque minuti di pazienza…
Della serie vite moderne, per ricordarmi dov’ero e cosa facevo in quell’anno sono dovuto andare su Google e scrivere Gipi 2007.
Renditi conto tu. Così ho scoperto che nel 2007 stavo scrivendo LMVDM. Posso quindi dire che era un momento che mi divertivo, con il lavoro. Altre cose andavano a scatafascio, ma se si inizia a parlare di scatafascismi è la fine, non se ne esce. Era il 2007, scrivevo LMVDM ed ero contento perché mi faceva ridere e avevo quella sensazione bella, quella specie di onda frizzante che ti senti sotto il culo quando hai una storia che funziona (che funziona per te che la fai, naturalmente).

Vabbè, tanto ero qui.

Minchia, (leggevo il blog mio) stavo pure lavorando a una ipotetica storia dal titolo Zaky e gli altri che poi, negli anni, è diventata un romanzo. E pure al terzo volume di Baci dalla provincia che non feci mai. Disegnavo a bestia.

Gipi, particolare copertina di “Hanno ritrovato la macchina”

Akab: Ahahah!! ho riso molto sulla ricerca perché io, pensa, faccio i conti in base alle relazioni. Cioè ho pensato con quale fidanzata fossi fidanzato. A te che guardi su Google do dei punti. Anche se è ovviamente tutto sbagliato. Perché lessi La trilogia della città di K lo stesso anno in cui lessi LMVDM . Che quindi era il 2008, giusto? Anyway, ho amato molto i disegni di quel libro. Come te, ho sempre adorato i disegni tremanti di Vincino e ovviamente tu hai portato quella cosa ad un altro livello.. ecco, ma com’è che sei sempre così modesto su te stesso? Ok, l’umiltà è dei grandi, ma certe volte sembri mancare totalmente di, usando una parolona, oggettività.. è perché sei pazzo?
C’entra? Voglio dire, ti aiuta a non impazzire del tutto?

Gipi: Credo che c’entri.

Quando facevo gli spettacoli facevo sempre un giochino per far ridere (e rabbrividire) il pubblico. Parlavo di un certificato che mi fecero a psichiatria, qui a Pisa, dove mi diagnosticavano un po’ di guai al cervello. In fondo al certificato c’era pure una lista lunga di pasticche da prendere che io, però, non comprai mai.
La faccio breve, in quel certificato c’era scritto che ero (sono?) due. Uno che si considera un genio e uno una merda.

Quindi quando parlo, penso, scrivo, alterno sempre tra queste due considerazioni delle mie idee. Appena mi sento sicuro di averne avuta una buona l’altra parte sussurra “e’ una stronzata, sei un demente” e alla fine da questo conflitto esce una roba storta, che probabilmente sembra modestia ma credo che sia insicurezza o qualcosa di simile, derivante dal fatto di non riuscire quasi mai a sentirmi uno (1).

Per la precisione (eccolo che arriva) quel disturbo diagnosticatomi, era una roba da nulla. Non vorrei che fosse confuso con quello che hanno persone che stanno male davvero e che quelle pasticche non possono permettersi di non prenderle.

Gipi, Sketch (collezione privata)

Akab: Uno dei tuoi due lo dovresti lasciare a casa. È un democristiano! Devi dare retta all’altro che dice che sei un genio. Guariresti in un giorno.
Vediamo, invece, se si può fare qualcosa riguardo questa storia che non ti viene più da disegnare. Che roba è? Cioè, tipo blocco dello scrittore? Spiegami, mi interessa proprio…

Gipi: Non so dire cos’è. La vivo come una questione fisica. Come ben saprai, stare al tavolo da disegno è una questione muscolare. Almeno nel mio caso, quando disegnavo, i miei muscoli volevano assolutamente stare a fare quella cosa. Gli occhi desideravano esattamente quella distanza di messa a fuoco (quella dalla testa al foglio) e quella forma di pensiero necessaria al disegno mi sembrava l’unica meritevole di agitarmi neuroni. Un giorno questa cosa se n’è andata (dico un giorno per semplificare). Devo dire, per scaramanzia pure, che questa sensazione di “fine dei lavori” l’avevo avuta sempre alla fine di un libro. Ma poi succedeva qualcosa e ricominciavo. Riprendevo quella forma. Quando spariva però (come ora) mi appariva irreversibile e pativo come un cane.
Questa volta è durata (dura) di più. I motivi credo che stiano ne “La mia vita disegnata male”, negli effetti della vanità che ne sono risultati e da una perdita di innocenza generale che se vuoi poi provo a spiegare.

Gipi, autoritratto

Akab: Assolutamente voglio. Prova a (s)piegare.

Gipi: Allora: ho sempre scritto, raccontato, disegnato, fatto i corti imbecilli, solo per farmi volere bene dalle persone. L’ho pure sempre fatto con sincerità, volendo bene a mia volta, anche se era un bene assurdo, destinato a degli sconosciuti. Questo è chiaramente un difetto, una roba derivata dal modo in cui sono cresciuto etc. etc. che credo sia pure comune a tanti, in questo mondo moderno.
In sostanza, si cerca di essere bravi per essere amati e , in effetti, si è amati solo se si è bravi. Questa è una cosa della quale dovresti parlare con la mia mamma e andiamo in altri territori.
Ora, dopo LMVDM e la tv, i lettori sono diventati venti volte tanti rispetto a quelli ai quali ero abituato, quella specie di famiglia di appassionati che leggevano i miei primi libri. E quindi quell’idea di amore che arrivava si è fatta più grande, un onda più alta. Troppo.
Ecco, io sono convinto che l’amore che si riceve perché si è bravi, o perché si fa una cosa bene, il concetto stesso di “autore molto amato” sia una cosa che (a chi ha delle buche affettive in corpo, e questo è il mio caso) fa molto male.
Fa male perché quell’amore (e quale amore si può avere da degli sconosciuti?) non colma quel buco. Ti da l’illusione di farlo ed in realtà lo allarga, perché ti spinge ad essere quello che gli altri vogliono che tu sia e alla fine, semplicemente, non ci sei più. Diventi, volente o nolente, una posa di te, una rappresentazione.

Ora, questo non è un dramma, è una cosa che succede a tanti e continuano a spassarsela alla grande, ma se sei uno che, come ho fatto io, raccontava le cose trasformando l’osservazione del mondo in specchio dell’intimità, allora è un guaio. Se diventi fasullo, come fai ad avere una voce di sincerità? E se il tuo lavoro lo hai basato su questo desiderio di condivisione sincerità, sei fregato.
Io credo che sia questo che mi ha portato via il disegno. E da quando me ne sono convinto ho messo in moto dei processi che spero lo convincano a tornare. Quando si accorgerà che sono ritornato lo scemo di sempre, sono sicuro, tornerà.

Altra piccola cosa meno melensa e più caga cazzo: ero pure convinto in passato che il mio lavoro potesse essere accolto con serenità. Non piacere a tutti, ma nemmeno che diventassi una specie di modello da attaccare con gratuità. Cosa che, purtroppo è avvenuta. Insieme all’amore immotivato è arrivato l’odio immotivato e questo mi ha fatto girare tantissimo le palle perché al di là dell’essermi perduto lo spirito, io vivevo sempre allo stesso modo. Solo dentro di me le cose erano cambiate, ma ad un livello profondo, che credo fosse invisibile da fuori.

Credo.

Gipi, una striscia per “Internazionale”

Akab: Che bomba. Vado a ruota. Senza entrare nello specifico io stesso sono stato tra quelli che ti hanno amato\odiato.
Di reazione ad un tuo post una volta ti presi (gratuitamente) a male parole sul tuo blog poi se ne parlò in privato, e fu bello. La cosa che fu bella è la seguente: in quell’occasione di scambi ho capito che è tutto un problema di considerazione. In quel momento (sbagliando) volevo una tua reazione. La cosa che dici tu è giusta per metà. Il punto NON è che bisognerebbe ricevere attenzione (anche) quando si fanno le cose cattive, il punto è che dobbiamo uscire da questa logica della considerazione. È un bug. Un modo che hanno di programmarci sin da subito e tenerci schiavi. Addomesticati. Ci controlliamo tra noi attraverso il giudizio. Le pacche sulla spalla. Il mi piace di facebook. La controprova che molti prendono strade estreme e “sbagliate” proprio perché abituati alla considerazione nel male. È quella cosa di “essere” e “umano”. “L’umano” è l’animale, facile da ammaestrare con il bastone e la carota. E “l’essere” invece, che se ne fotte di tutto e tutti. Perché esso è. Punto.
Come vedi ho anche io i miei bei problemi…

Gipi: Non parlavo di ricevere attenzione, che è un’altra questione, parlavo dell’essere amati, che è diverso e maggiormente preoccupante.

Akab: Penso che l’amore riguardi, appunto, l’essere. O è o non è. E non riguarda mai gli altri. Riguarda sempre se stessi. Appunto. Non fuori, ma dentro. Quindi non capisco in che senso tu senta il bisogno di essere amato da estranei?

Gipi: Alla fine non credo che sia neppure un bisogno, è un riflesso istintivo.
Cambiamo argomento.

Gipi, “Il bacio”

Akab: Ti volevo chiedere, diciamo così, una cosa pragmatica. Quando andavo al liceo artistico capitò anche a me quel libro che ti ho sentito spesso nominare: “Disegnare con la parte destra del cervello”. Mi ricordo di aver saltato un po’ tutta la faccenda teorica passando agli esercizi. Tipo disegnare con due mani o con il foglio invertito, o guardandomi la mano e non il foglio…tu te ne ricordi altri? (sempre che fosse lo stesso libro, i ricordi del mio liceo sono molto nebbiosi..)

Gipi: Il mio lo trovai in treno. Una turista americana se lo dimenticò e io me lo portai. Ma credo che fosse il secondo, Drawing with the artist within. Era in inglese ed è rimasto tanti anni nella mia libreria, prima che imparassi l’inglese studiando il manuale di Squad Leader.

Akab: No… dicevo, te ne ricordi altri di esercizi?

Gipi: Mi ricordo tutti quelli per la visione, guardare il negativo delle forme, e poi quello dove si doveva disegnare la mano rivolta verso di se, con le dita tutte in scorcio, che poi facevo rifare agli allievi quando insegnavo. Era buffo.

Akab: Dai. Disegnare è una super figata … tutta una storia infinita di possibilità e cose da imparare … quando sono stato depresso e ad un passo dal ultimo passo, tutti i disegni che facevo (quei pochi) erano orribili, sgraziati, disarmonici, pieni di dolore e la mancanza dal disegno era contemporaneamente una delle ragioni per cui cercavo balconi da cui flettermi. Poi con molta, molta, moltissima calma ho cominciato a dirmi che era ok. Che se erano brutti avrei dovuto sforzarmi di farli bruttissimi e un po’ alla volta ne sono uscito. Insomma, questo per dire che ora come ora senza disegnare non saprei proprio stare.

Ma passando di palo in frasca, a cosa stai lavorando adesso?

Gipi: Sto lavorando a una serie a puntate, una storia dove sono finite un po’ di robe che non mi uscivano dalla testa da anni. Mi sono preso una fissa con un posto, un lago bellissimo e tossico (a causa dell’inquinamento che ha fatto nascere un alga velenosa) e due personaggi che somigliano a quelli che mi piaceva raccontare nei disegni. Due uomini bambini, mezzi criminali, che ne combinano di tutti i colori. Ho voglia di divertirmi e sto scrivendo delle puntate dove succedono tante cose pazze, al limite del credibile, che divertono me e quindi, spero, pure chi le vedrà.
E sono roba cinematografica, mi ero scordato di dirlo.

Akab: Adesso vado sulla tua pagina Facebook e mi guardo per benino tutti video nuovi che hai postato, poi magari ti faccio una questione sulla questione.

Tanta roba sul tuo profilo! Il mio preferito: il trailer con il formaggino. Quel ragazzo è da paura. E pure la fotografia. Bello proprio. Ma come ti stai muovendo? Stai mettendo insieme un pilota e poi vedi se te lo comprano?

Gipi: Non lo so nemmeno io come mi sto muovendo. Avevo pensato di auto-produrmelo, poi mi sono accorto che non avevo più un euro in banca. Allora mi sono detto: vediamo se trovo cinquantamila persone che mi danno 90 centesimi a testa. Ma la prossima settimana ho una riunione con una produzione vera. Vedremo, anche se l’idea della produzione dal basso è quella che mi piace di più, però sono pure legato da un contratto. Vedremo. Comunque la faccio, in qualche modo.

Gipi, sketch (collezione privata)

Akab: Un disegno della tua mano rivolta con le dita di scorcio?
Io la faccio, anche se non sono del tutto sicuro di aver capito esattamente la dinamica..
Cioè, devo disegnare la mia mano vista di tre quarti? Non ho capito un cazzo?

Gipi: Prendi la mano, chiudi le dita in modo che tutti i polpastrelli si tocchino (come quando uno fa il gesto di “che cazzo vuoi”).
E puntati le dita verso il viso. Dita rivolte verso di te. Cazzo com’è difficile da spiegare.
Per il disegno mio, ora vedo, se domani ce la faccio te lo mando … se mi va lo scanner pure… Vedremo.

Akab: Ok! Ora mi è cristallino. Mentre ti scrivo ho tipo un sorriso da deficiente perché lo trovo super emblematico. Tu che dici a te stesso: “ma che cazzo vuoi”, sei condannato dal genio.

Gipi: Naturalmente non ho ancora fatto una sega.

Akab: Così deve essere, o almeno, così è.

Gipi: Amen

Akab, “Che cazzo vuoi”

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6 risposte a “L’ultimo (extra) terrestre

  1. “Dicevi una cosa tipo che secondo te, l’essere umano è vuoto dentro, che deve riempirsi di ciò che è fuori da lui”.
    Questa cosa finisce dritta dritta nel mio romanzo, perché questa è l’essenza di Caino.
    Quindi mi pregio di ringraziare Gipi che l’ha detto e Akab che l’ha ricordato.

  2. una della migliori interviste col cazzo vuoi finale…

  3. io, poi, pensa che penso esattamente il contrario. non c’è niente fuori. è tutto dentro.

  4. AkaB: ciò che importa a volte non è se un pensiero è il tuo o non è il tuo. Io manco me lo sono posto, l’interrogativo. Ho solo pensato che è un concetto molto forte; e che a un concetto così forte non possono che corrispondere scelte altrettanto forti.

  5. mi suona tutto giusto.

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