Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia

articolo e disegni di Giorgio Trinchero

Prima parte di una nuova rubrica curata da Giorgio Trinchero, che ci promette un’interessante serie di riflessioni. Il disegno sotto è di Crumb, ovviamente. -AQ

Si scrive spesso su blog e forum dei problemi del fumetto in Italia. La discussione è sempre abbastanza autoreferenziale, coinvolge solo addetti ai lavori, e solo quelli che frequentano molto i luoghi di discussione sul web. Se ho contato bene siamo 67(1). Si formano capannelli davanti ai locali preferiti, si riuniscono gli avventori, che dopo aver bevuto un po’ di risentimento e frustrazione, iniziano una Parigi-Da Bar(2), verso le altre bettole del quartiere, per dire la loro, sempre più ubriachi, fino a che non ci si siede tutti sugli scalini, abbracciati, piangendo. Pur essendo solo 67 persone, le posizioni assunte di fronte alle polemiche del momento sono molteplici. Perché oltre al “ha ragione/ha torto” (a prescindere dall’argomento c’è sempre qualcuno che ha ragione o torto) ognuno pone le sue sfumature personali (la ragazza che lo ha lasciato, un parente ammalato, il gattino Fuffy…).

Ho notato che le polemiche contingenti, sfrondate dalle mode del momento, possono essere ridotte a due questioni:

– Mancanza di denaro.
– Mancanza di riconoscimenti da parte di autorità culturali.

Metto subito in chiaro la mia posizione. Io li ho entrambi.
Questi due problemi non hanno niente a che vedere con la qualità dei fumetti. Non hanno niente a che vedere con i fumetti, in realtà. Sono problemi che hanno tutti gli autori:
– poveri.
– che si ritengono poveri.
– insicuri.
– poveri e insicuri.

La sensazione di povertà e insicurezza si estende anche a editori, redattori, critici, lettori, nerd. Ognuno la vive in maniera personale (semplificando: ai due estremi delle preoccupazioni gli editori più interessati al lato economico, i lettori a quello emozionale, vedere il sottostante allegato A).

Quindi, per gli interessati alle polemiche sul mondo del fumetto (e a me sembra di vedervi tutti, e vi voglio un bene che non c’avete idea) dobbiamo andare a fare Yoga e imparare a non sputtanare i soldi in statuette in peltro dell’Uomo Aragosta. Tutto qui.

Naturalmente nessuno di noi ha intenzione di intraprendere un cammino di crescita verso l’equilibrio interiore, coadiuvato da una miglior gestione delle risorse finanziarie.
Sarebbe orribilmente faticoso. Per cui posso continuare a scrivere senza tema (3). Da qui in poi tergiverserò fino a riempire quattro colonne di protocollo, é così che mi sono guadagnato un diploma, insisto.

Il problema del fumetto in Italia è la percezione che abbiamo di noi stessi. Una banda di idioti. Siamo convinti di essere una banda di idioti. Che nessuno guadagni soldi, che nessuno arrivi a un pubblico vasto, che nessuno abbia riconoscimenti culturali al di fuori dell’angusto ambiente delle fiere. Ne siamo così convinti che anche quando ci sono casi(4) in evidente disaccordo con tutti queste percezioni, li ignoriamo, o li liquidiamo come “l’eccezione che conferma la regola”(5).
Facciamo finta che non esistano, o che non siano mai abbastanza, perché ammettere che è possibile avere successo(6) con i fumetti è il vero problema. Riflettete qualche istante per coglierne le implicazioni.

Esatto. Se ci sono realistiche possibilità di essere autori apprezzati, editori in attivo, allora siamo proprio noi inabili. In alcuni casi è vero. Non siete molto bravi né con le parole, né con i disegni, ne con i soldi, ma vi piacciono tanto i fumetti, o i soldi, e cercate comunque di avere successo in questo campo. Non abbiate timore, troverete una nicchia nella quale rifugiarvi, e da cui sputare livore su chi capita a tiro. Oppure, e me lo auguro, capirete che avete grandi qualità in altri campi, e vincerete premi nobel per la pace.
Esiste poi una grande maggioranza di autori che hanno le loro soddisfazioni nel lavoro che fanno, lo fanno bene, guadagnano il giusto, e non rompono mai le palle nei commenti. Magari sono un po’ dispiaciuti di lavorare più per l’estero che per l’Italia ma sono messi comunque meglio di tante altri “emigranti”: basta una connessione stabile per mandare le scansioni, e non devi rinunciare a caffè e pizza fatti come Cristo comanda.
Per tutti gli altri, tutti noi che “siamo bravi ma non lo sa (quasi) nessuno, non ci paga (abbastanza) nessuno”, accettate una semplice realtà: non c’è giustizia sul breve termine. Spesso neanche sul medio. A volte neanche sul lungo. In alcuni casi non c’è giustizia e basta, e grandi autori e grandi editori non vengono apprezzati mai a dovere. Ma non è un così grave. Ricordate la potenza spaventosa di una giornata di primavera, quando vi trovate con buoni amici. La musica dell’autoradio scarcagnata, una camicia a fiori quasi ironica, andate in spiaggia a Marinella. Vi buttate in acqua anche se non è ancora il caso, uscite fuori e la brezza sembra neve. Vi rifugiate a Sarzana a prendere una cioccolata calda, infreddoliti. I capelli lunghi dell’adolescenza lunga che non si asciugano mai.  Così tanta energia e stupidità e intelligenza da poter riempire il mare.

Una giornata come questa, con così tanta luce e silenzio che fa venir voglia di piangere.
Pensate alle persone che amate, amaste, amerete. Cosa volete che sia una canzone, un fumetto, un libro, un film, un quadro. Il denaro non lo nomino neanche.
Io mi preparo un panino con i carciofini sott’olio, un po’ di tomino, una foglia di lattuga e una fetta di prosciutto cotto. Il mercato e i laureati in lettere possono aspettare.

Lo so, non posso cavarmela solo con questa sbrodolata iper relativista. Ma infatti questo è il primo pezzo di una rubrica nella quale vi spiegherò come si fa a vivere nell’ambiente del fumetto ed essere sereni. Così magari lo capisco pure io. Ormai s’è fatta una certa, e sembra che nella vita farò questa cosa dei fumetti, tanto vale godersela.

1. 67 è un numero a caso, ho notato rileggendo che è il civico della mia casa natale, anzi il ribaltamento del civico della mia casa natale, 67? 76? Da bimbo non sapevo mai quale era dei due. Anche ora ho qualche dubbio.
2. Gara in uso in alcune zone della Sardegna, almeno secondo le testimonianze dei partecipanti, che hanno sempre ricordi confusi  della competizione.
3. Notare l’arguzia dell’uso di “senza tema” sia con il significato di “senza timore” che di “senza avere più niente da dire”.
4. Veramente vi devo fare i nomi di editori ricchi e autori riconosciuti. Di autori ricchi e editori riconosciuti. Esistono, non facciamo finta di niente.
5.Fatemelo dire una volta per tutte: non esiste nessuna regola che resta valida se c’è un eccezione. Quella frase è una cazzata che serve solo per poter continuare ad essere omofobi dopo che un buliccio ti salva la vita.
6. Mi rendo conto che “avere successo” è vago, ma trovo che anche questa sua vaghezza descriva bene la confusione che permea i desideri di chi fa fumetti. Spesso all’obbiettivo dell’avercela fatta, di essere nel giro giusto, di starci dentro si accompagna il non voler compromettersi con l’industria dell’intrattenimento.

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37 risposte a “Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia

  1. La cosa che mi ha colpito di più del tuo pezzo è stata la nuotata a Marinella di Sarzana. Mi ha suscitato ricordi sepolti come la madalaine di Proust. Era il 1955 e ero ospite di una colonia marina proprio a Marinella. Povera colonia. E’ ridotta a un rudere e non c’è traccia della pineta che aveva alle spalle. (L’ho visto su Google Earth). Disegnavo già da allora Capitan Miki e il Grande Blek perchè non mi bastavano le strisce settimanali.(Nei disegnatori c’è sempre questo elemento narcisistico, me l’ha confermato anche Aldo Di Gennaro). Ho fatto tutta la trafila per fare fumetti: Liceo artistico a Brera (il periodo più bello
    della mia vita), assistente di cartoonist(Angiolini e Tenenti) e poi anni di Intrepido,Monello,Bliz. Mai potuto firmare una tavola.Mai avuto un originale restituito.Mai ricevuti diritti d’autore. Ma guadagnavo meglio che tirare la lima. Finita l’epoca delle grandi tirature è finito anche il lavoro

  2. Reblogged this on disegnidiversi and commented:
    Questa diventerà una delle nostre rubriche preferite, quasi come La posta del cuore!

  3. Richard, m’hai steso.

  4. Ma Giorgio, non è una storia triste! Ho soltanto cambiato lavoro. Sapendo disegnare mi sono rivolto alla pubblicità. Purtroppo non ho più fatto fumetti da trent’anni a questa parte. E’ il mio più grande rimpianto. Mi piaceva e mi piace molto il fumetto, il fatto creativo, la possibilità di espriere qualcosa che viene recepito da altre persone e condiviso, apprezzato (oppure no). Certo che mi piacerebbe rimettermi in pista. Ci sono giovani molto preparati e ci sono mezzi (come il computer) che 30 anni fa nemmeno immaginavi.Quando ho comprato il mio primo episcopio, già mi sembrava fantascienza! Ora le possibilità creative sono illimitate! Dal punto di vista creativo è una nuova età dell’oro. Non è ancora così dal punto di vista vendite. Ma tutto sta cambiando con internet.G.B.Vico aveva ragione sui corsi e ricorsi storici.

  5. Io veramente avrei una domanda.
    In questa conversazione se togli il nome ‘fumetto’ e scrivi ‘narrativa’ o ‘scacchi’ e lo posti su un blog di narrativa o scacchi avrai ESATTAMENTE lo stesso numero di consensi.
    Perché lo sport nazionale è piangersi addosso.e lavorare di merda, e dire “Quello lo segnavo anche io”.
    Quelli che lavorano bene non hanno tempo per partecipare ai forum. O se hanno tempo partecipano ai forum e poi sghignazzano.
    La domanda è: perché continuare a piangersi addosso?!
    Perché, aggiungo poi, non andare semplicemente sulla spiaggia di Marinella?
    In narrativa, così come nel fumetto, nel cinema e ovunque, i soldi secondo me CI SONO.
    Il riconoscimento culturale c’è.
    Manca, assai spesso, la voglia di lavorare unita a una forte autocritica. Quella, ecco, manca.

  6. E direi anche una cosa, che fare fumetti è un’attività a rischio, cioè può andarti bene o male, potresti puntare da una vita a lavorare su Tex, Diabolik o Topolino e non riuscirci o credere di essere un grande autore e voler affermarsi come il nuovo Giardino e non farcela, ma appunto sono le regole del gioco. Se sei bravo, costante e fortunato magari ce la fai, invece. Ma funziona così più o meno in ogni campo, anzi, nell’ambito creativo chi ha del vero talento ha una marcia in più. Si, ha ragione Ivano, piangersi addosso è inutile.

  7. Forse non mi sono spiegato bene, ma nella mia idea la risposta alle tue domande è il pezzo che stiamo commentando: non aver paura e cercare la bellezza ovunque. E sono sicuro che i problemi che riscontriamo noi che frenquentiamo il mondo del fumetto, siano gli stessi problemi che ci sono in ogni ambito, da sempre. Io parlo di fumetti perchè è qui che sto.

  8. L’ho capito, Giorgio. Infatti la mia domanda era al mondino circostante, e non a questo post. (Anche perché se vi ho aggiunto alla mia scelta di blog da seguire, beh, un porco motivo ci sarà… 🙂 )

  9. Darò un esempio, Giovanni, di quanto mi è appena successo.
    In ambito narrativo mi capita spesso di leggere commenti (anche da parte di scrittori a mio modo di vedere fin troppo affermati rispetto al loro valore) che dicono “Il mondo non mi capisce”.
    Quindi mi è parso naturale, di fronte a un editore nel settore del fumetto che in settimana mi ha detto che essenzialmente avevo proposto lavori brutti, rispondere “Mi sa che ha ragione. Mi spiega come posso fare a migliorare? Cosa devo leggere e cosa smettere di leggere? Cosa non va nella grammatica scelta? Questo corso che seguirò secondo lei – in base al nome dell’insegnante – è appropriato o inappropriato?”.
    Mi è parso un ragionamento non umile, ma normale.
    Anzi: direi il minimo, visto che qualcuno ha speso il suo tempo per chiamarmi di fronte alla mediocrità di mie proposte. La mia sensazione è che molti avrebbero invece risposto “Cattivo, non mi capisci” e avrebbero iniziato a spalar merda sulla testata…
    Ma forse sbaglio, neh?!

  10. Ah, meno male! Mi fa molto piacere leggere questo tuo entusiasmo,
    è davvero un grande momento creativo e con incredibili possibilità di diffusione di idee e cambiamenti. Dal punto di vista delle vendite, io credo che si debba cambiare l’idea di “vendite”, non è semplice, ma sono sicuro che poi un modo per camparci si trova. Magari è un discorso che affronterò in un altro pezzo…

  11. a scusa, sono io che per abitudine dò per scontata la polemica. Devo davvero iscrivermi a yoga!

  12. Pingback: Collegamento – Autoreferenziale | Mammaiuto

  13. No, non sbagli affatto. Solo che pubblicare, in ogni ambito, viene vissuto a volte come forma di narcisismo, provando “un informe desiderio di partecipare alla festa”, trascinati dal mito romantico dell’artista/scrittore colto dalle ispirazioni delle Muse, invece scrivere un romanzo come si deve o fare un fumetto per bene è una fatica. Ci vogliono competenze, impegno, professionalità. Avere qualcosa da raccontare. E un editore che crede nella tua opera e investe del denaro. Dei lettori che trovano interessanti le tue proposte tanto da comprare i tuoi libri.
    Le cose sono molto più terra-terra, ecco, forse. E se non si arriva è perchè probabilmente non si è abbastanza bravi e/o fortunati da beccare il momento giusto. Scusatemi se ho scritto delle banalità forse, ma non vorrei che qualcuno si facesse un’idea dell’editoria lontana dalla realtà.

  14. Carlo Bocchio

    Il problema che qui non viene affrontato (se non con la legge vergata proprio in coda e da cui prendo spunto per ampliare dilungandomi quanto più possibile) è che esistono persone, come me e come (oso citarlo) Emanuele Tenderini, ad esempio, a cui il tappeto rosso o l’arricchimento interessa relativamente, ma interessano radicalmente, invece, 3 cose:

    1-l’opera in sè in quanto oggetto vivo e immortale, realizzato appieno con la sua identità e capacità di far reagire il lettore, di metterlo in una posizione di ascolto e interesse, non di abbandono e catatonia. Opera pura, senza edulcorazioni date da paure da statistica onanistica del marketing modaiolo, e che abbia una funzione, oserei dire “pedagogica”, cioè dove è l’opera a stabilire la direzione delle tematiche e di cosa vuole trattare, e non il lettore a chiedere “caramelle carianti ma dolcissime” e essere “insomarito” perchè è stato abituato ad essere lusingato (e fottuto) da editori “mangiafuoco” che danno al somaro lucignolo solo ciò che vuole allontanandolo da qualsiasi forma di cultura e reazione/crecita a ciò che legge.

    2-l’opera in sè in quanto lascito alle persone e conferma che noi stessi non stiamo a perdere tempo o a usurpare spazi a gente più meritevole, ma che possiamo dare roba buona e seguitare su questa tangente con un’approvazione che se non è quella imponente della platea calcistica, ma è quella di una nicchia decente, per noi va bene lo stesso: i pink floyd e pochi altri sono arrivati a entrambe le categorie, facendo qualcosa per tutti che avesse dei contenuti e un alto livello artistico, e forse noi non abbiamo quelle carte, forse, ci piacerebbe saperlo (odio la modestia quando è fasulla).

    3-il guadagno necessario a fare l’opera successiva vivendoci dignitosamente

    Che la nostra opera venga allegata come inserto nelle testate di cinema, in quelle sulla “meccanica motoristica” o che siano alcune dignitose di ufologia o che diventi una pubblicazione gradita nel mensile dell’accademia della crusca, non importa: nel nostro caso il mondo del fumetto è solo quello più attinente e coerente con ciò che rappresentiamo narrativamente/tecnicamente parlando: viviamo per fare, e i nostri figli non sono alieni arrivati qui dopo una copula e cresciuti a somiglianza pur se poi rivelatisi indipendenti e anche deludenti. No, l’opera è nostra figlia, cresciuta e delineata per dire quelle cose, parte intima di una visione del mondo e della sintetizzazione di esso, consegnata senza gelosia al mondo e “abbandonata” a sè mentre se ne confeziona un’altra.

    Esistono polemiche sui problemi elencati nell’articolo (ego, pretese di guadagni, convinzione di fare per elezione divina il mestiere), fatte spendendo tempo che non si ha, e contravvenendo con forza a quella sciocca convinzione secondo cui chi “ha da lavorare ed è felice di farlo non si mette a sprecare tempo polemizzando”, e invece no. Anche chi ha la pagnotta garantita a volte ha qualcosa da dire, o anche ha qualcosa che gli rode profondamente. Mi riferisco a gente stra-realizzata, stra-affermata quali Alberto Ponticelli (per citarne uno, ma potrei inimicarmi Alberto Pagliaro, Ausonia, e molti altri), che guadagnava bene prima, lo stesso bene ora, che è affermato “egoticamente”, che ha sfiorato l’Eisner e mantiene una posizione ideale nell’apparato fumetto, ma che continua a sentirsi “triste” e deluso per come si è configurato (e si è voluto configurare) l’ambiente stesso, pur essendo a mio avviso in contraddizione visto che lavora anche a prodotti del supermercato mainstream che non hanno offerto al fumetto ma hanno solo aggiunto (il reboot di Frankenstein, ora annunciato, non sarebbe certo una novità, se non una citazione di un personaggio trito e ritrito il cui autospot sta nei fasti di chi lo ha creato e non nel merito di chi lo ripropone, e di cui, con tutto quello che c’è ancora da inventare, se ne farebbe certamente a meno).
    Ma non spezzo una lancia a favore di Alberto quando parla del panorama dei fumetti e della sua decadenza, senza tenere in considerazione il brillare dello “zoccolo duro” di piccoli e medi editori che, in silenzio dal vociare comune, tramite autori assoluti come un Ratigher che non è secondo a nessuno, hanno solo avuto più coraggio e si sono sbattuti per fare cose più legate alle loro idee, piuttosto che la fila alla caritas per lo stipendio da una major dei diktat, ad appena 5minuti dal diploma inutile della scuola di fumetto.
    I piccoli editori che devono affittare il furgone per portare i libri allo stand, e hanno spazi ridicoli, hanno però grande potenza di contenuti, cito Passenger Press, atipico su tutti ma di grande coraggio e vera vena editoriale in senso di “rottura”: tanto è vero che non di rado “grandi” nomi blasonati acquistano le sue cose e lavorano, gratis, per loro.
    Tutto ciò non toglie che un editore possa essere solo un ragioniere, e agire contro lo sviluppo e l’arte nel fumetto, promuovendo anzi una regolamentata soppressione di qualsiasi elemento di rilievo che induca il lettore a svegliarsi e per questo ad assumere una pericolosa coscienza critica, a desiderare letture migliori, e in altre parole a rendere più difficile cedere alla “monnezza” a favore di un qualcosa di più sensato che costa idee, ricerca, e soldi per mantenere gli addetti ai lavori invece che mercedes SLK e qualche troia (ma non me lo immagino un editore di fumetti arrivare a tanto 😉 ).

    Evitando di citare ancora altri, parlo della mia esperienza come sarebbe giusto fare: Personalmente avrei potuto seguitare a lavorare per gli USA, immergermi per qualche ragione di pallida gloria nel mercato supereroistico, disegnare tutto ciò che non mi interessa per 24h al giorno ogni mese rinunciando ai miei percorsi e avvoltolandomi su me stesso e sul’onanismo creativo offerto alla mia vita come un muro affrescato con in alto,piccola, una finestrina in un cesso-cuccia-salotto, rinunciare ai miei obbiettivi per una paga dignitosa e una eco dell’ego piuttosto convincente, ma a dispetto di ogni idiota patentato che si esalta per i motivi di cui sopra quando entra in Marvel o DC, io non ne avevo assolutamente interesse; Jimmy Palmiotti mi spiegò con barzellette immonde e tanta pazienza di cosa si trattava il mondo delle major, e quanto e come sarebbe stato possibile proporre cose proprie (vieppiù che c’è pure un documentario che ne parla) facendomi esempi illustri. Io non ho mai perso la speranza di servirmi come “ponte di lancio” di una major col potere economico e il blasone mainstream per diffondere ciò in cui credo: ma senza l’esaltazione di dire “lavoro con mac donald”, no. Semmai: “mi distribuisce macdonald, e questa è l’opera”, quindi con un mare di soldi e più potere (vedete Watchmen e affini), in modo che ne guadagnerò tanti che la prossima opera sarà anche meglio (badate,non ho detto “tanti che cocaina e zoccole le prenderò direttamente ai sexybar di Pigalle). Più o meno questa è la mia visione del “fare” ma, sono strafelice che mio “fare”, mi arrechi anche solo pane e mortadella tra editori più poveri ma che mi stampano bene e ci si campa in due con dignità.
    Ma come nel concetto, e meglio di me certamente nel risultato, la pensano Haspiel, Mazzucchelli, MacFarlane, Lapham, Mignola, Moebius(rip), Druillet, e molti altri, che non hanno mancato di dirlo e dimostrarlo lasciando il proprio segno.
    Difatti dopo l’illuminante colloquio con Palmiotti, essendo io uno dei pionieri italiani all’estero del fumetto dipinto in modo materico (all’epoca avevo l’idea di proporre qualcosa che per me era il massimo: storie dipinte che fossero fumetti, di cui Biz e pochi altri erano i capostipiti ma spesso con lacune che ad oggi, soprattutto gli orientali, nemmeno ritengono possibili), decisi di perfezionarmi sfruttando l’esistente mondo dell’illustrazione per giochi di ruolo, tramite cui avrei potuto gravitare nelle vicinanze dei videogames, altra forma di espressione dalle grandi potenzialità. Ebbene, il mio perfezionarmi nell’illustrare disegni diventò un interesse più per la materia del colore che per il segno stesso, presente solo come arricchimento, quasi spettrale, dell’intero impianto visivo; i fumetti quindi li concepivo così: privi di disegno, dove la parte eccitante era proprio la pulsazione di forme di luce colorata che sprofondavano e riemergevano sulla tela digitale, il tutto libero da tossine chimiche ma accecato dalle radiazioni di un CRT.
    Quando tornai a proporre questo materiale “baroccamente orgiastico” nel mio adorato paese, le risposte furono “non abbiamo i soldi per pagarti, ma il materiale ci interessa moltissimo”, oppure “non abbiamo i soldi per stampare a colori, ma il materiale ci interessa moltissimo”. Ergo: per me pubblicare/lavorare nel paese della fuffa, era divenuto impossibile, quindi il mio allenamento “inutile”; Fare una tavola che è una serie di dipinti fiamminghi, per cui occorrono giorni non era possibile. Così occasionalmente ho fatto qualche storia breve, massimo 6 paqine, mai pagata, come incentivo e sottoscrizione simbolico per sperare nell’avvio di piccole case indipendenti mai avvenuto, poi tornai a rivolgermi all’estero, dove la dittatura della moda che tiene per le redini il muso degli editori, e impone loro di essere i camerieri coi guanti bianchi dei vari lucignoli lettori, ha posto un brusco stop ad ambizioni troppo impegnative per tempo e contenuti.
    Invece di sfruttare il bello visivo per “somministrare” concetti o semplicemente storie con diverse sottoletture, si è agito in modo del tutto opposto, cercando di sbolognare quintali di cose assimilabili facilmente come pane e zucchero, che caria poi i cervelli (oops,denti), e a lungo andare, complice la legge televisiva che fa lo stesso elargendo programmi affini ai più bassi desideri della gente e nascondendo le “perle” dopo l'”orario della deficenza”, mi sono stancato di questo ostruzionismo e miopia editoriale, e ho abbandonato quel tipo di nave.
    Ammirato per la dignitosa arca di noè di alcuni “piccoli” e “medi” editori dell’impossibile, mi sono reso conto di quante belle e sensate cose venivano pubblicate al di là della potenza visiva: erano solo meno “spottate”, erano solo surclassate da chi con prepotenza vende “puttane” e ne riempie le strade, perchè non c’è un antiTrust che gli dica “hey,i tuoi spazi concessi sono questi, che tu abbia i soldi o meno non puoi riempire il paese con questa merda!”.
    Ecco, pensare che il successo commerciale di un prodotto ne determini la sua qualità, è il più idiota degli errori: il mondo è pieno di film blasonati dei wachoski e dei vanzina che fanno più soldi di Lynch e VonTrier. Così optai per lasciare del tutto l’illustrazione pur avendo avuto i riconoscimenti che mai avrei pensato, per tornare nella “fogna” dei fumetti, mollando del tutto i colori e ricominciando daccapo col B/N, comperandomi per lo scopo una cintiq21″: se non è follia questa!

    Detto questo trovo ancora poco chiaro di cosa ci si lamenta quando si crea “bagarre di sfogo” tra autori senza il gesto produttivo di dialogare con gli editori da cui si vorrebbe un atteggiamento diverso, ne quello di sfruttare l’atto critico manifestato pubblicamente per coinvolgere le masse e fargli capire che ciò che leggono è palta, e cercare di suggerire letture più stimolanti.
    E’ poco chiaro il lamentarsi rivolgendosi all’editore senza arrivare all’editore, come in una sorta di mantra aulesionista, trovo infruttuoso definire il male e non concertare una cura con il diffusore del male.
    L’editore-commercialista mette i soldi, e vorrà pubblicare ciò che ritiene più opportuno. Chi non mette i soldi non è un editore, e vi frega con lo sconto stampa. Chi si smazza per pubblicare le vostre robe, e insieme a voi lotta per farle arrivare in fiera dormendo in macchina e mangiando panini, stoicamente crede in voi e dovete aiutare la casa editrice che non è solo “prendi i soldi e scappa”, ma è “la situazione è questa, ma faccio tutto il possibile”.

    Questi blog, riviste web sul mondo del fumetto, se lette dagli editori,che IO sappia, non producono comunque risposte ne prese di posizione da parte loro.
    Rimango dell’idea che l’atto critico debba essere manifestato pubblicamente per coinvolgere le masse, i lettori, a capire che ciò che leggono è palta, e cercare di suggerire letture più stimolanti, sennò una discussione col solo fine del lamento avrà l’unica utilità dello sfogo.
    Se volete mainstream di qualità, fumetto d’autore senza museruola, una paga dignitosa, Personalmente credo nell’andare dall’editore in questione con la mia idea, senza alcuna speranza che possa vederci un pozzo di petrolio, ma con la certezza di mille risposte su quanto la cosa abbia delle potenzialità ma che è un rischio troppo grande per essere tentato.

    “Spesso all’obbiettivo dell’avercela fatta, di essere nel giro giusto, di starci dentro si accompagna il non voler compromettersi con l’industria dell’intrattenimento.”

    Questo il mio pane e mortadella che con tanto sforzo cerco di raggiungere!

  15. Carlo Bocchio

    Dimenticavo: Giorgio, nessuna tragedia nel cambiare lavoro per cause di forza maggiore. Io non ho figli e non ne voglio, e per lavorare ai miei progetti senza dover dipendere da editori di illustrazione e fumetto che producono ciò che non mi interessa, ho dovuto lavorare come commesso, insegnare in una scuola di fumetti (che ho lasciato perchè contrario a una didattica di imbroglio improduttiva ma che garantiva ai “somari” di sostare e volersi iscrivere ai corsi illo tempore) lavorare in un conservificio di pomodori, fare il carrellista allo scarico della raccolta differenziata per il compost, e di nuovo, tuttora, il commesso.
    Questo per dire che cambiare lavoro è un dramma solo se lo si fa per la poca propulsione nello sfruttare le proprie doti (doni),in vece di una vita soddisfacente ma senza permanenza nei sogni. Io almeno la vedo così!:)

  16. Carlo prima o poi faremo qualcosa assieme….nel frattempo ti ringrazio di cuore….e quoto molte cose di quelle che hai detto , in particolare sulle NON prese di posizione e soprattutto sulle “squole” di fumetti….
    ps1 bella rubrica che seguirò
    ps2 Carlo, quasi quasi sei riuscito a farmi piangere ( detto senza ironia)

  17. cavallogolooso

    Uno degli argomenti più diffusi in ogni cosa che mi interessa, alla fine, si riduce sempre, sempre, sempre al “il più forte sopravvive”, al “se non sai fare niente muori e chissenefrega”. Lo so che è drastico e che serve fare qualche passaggio per arrivare dal “ma ti sarà venuto un dubbio che se non hai successo vuol dire che non ci sai fare e (sempre mitico seguito) saprai certamente fare qualcos’altro, no?”. Ecco, poi risulta che no, non sai fare qualcos’altro. Che il tomino non te lo puoi permettere, che si, andare fare il bagno a Marinella è bello ma… sta a 300 km da me e quando fa freddo devi pagare il riscaldamento e magari anche l’affitto. E alla fine il discorso del “non ci servi” viene esteso al “noi, umanità, ti diciamo che non ci servi”.
    Oggi sono molto ottimista, come spesso accade quando scrivo. Quando sono davvero ottimista allora ho altro da fare? Beh si… Forse 🙂

  18. cavallogolooso

    si, dev’essere quest’assurda idea di vivere di ciò che ti piace… di lavorare con la tua passione. Che altrimenti è solo un hobby.
    E che talvolta di tempo , energia , soldi per fare altro non ce n’é più… e che a fare il commesso a 50 anni magari non ti prendono più.

  19. Ho dato giusto un’occhiata e ci sono spunti molto interessanti, ma oh, a Torino c’è il sole e sono a mangiare lasagne da un’amica, mi leggo tutto in serata!

  20. Chi si rifugia nel cibo, prima o poi dovrà affrontare un bypass gastrico! 😀
    Quoto Carlo in tutto e per tutto, ma forse dovrei sbattermene e andare a mangiare un panino con il tacchino, e forse tutti dovrebbero andare a mangiare un panino, invece di affrontare i problemi nei luoghi adibiti per farlo.
    Perché le riflessioni del post sono giustissime, e le condivido tutte, ma non banalizziamo la volontà di affrontare un problema, con l’idea che la risposta per tutto sia godere della luce del sole! Perché cercare delle soluzioni ai problemi non significa necessariamente esserne vittime ansiose, potrebbe anche voler significare amare il proprio lavoro e volerlo rendere sempre migliore. Per amore, appunto.

    Insomma, c’è un luogo e un tempo per tutto, sia per chiaccherare, che per incazzarsi, che per mangiarsi il panino coi carciofi. Finché siamo qui, e abbiamo voglia di parlare, è assurdo stare a parlare della bella giornata che c’è fuori! E’ ot! 😉

  21. eccomi, la cosa del sole/lasagna era solo per rimanere nel personaggio, (le lasagne erano buone, comunque) è naturale che io godo qui a scrivere e leggervi, e infatti non ho resistito e sto rimandando doveri per continuare questo fiume di considerazioni.

    Carlo, bel pezzo, sono d’accordo su quasi tutto, forse su tutto ma non voglio allargarmi 🙂

    I problemi ci sono, è innegabile, sto solo proponendo l’idea che per risolverli non siano utili le flammate sui vari blog-forum (alle quali ho partecipato ossessivamente, cioè, sia chiaro che io ci sono impantanato molto più di altri, proprio per questo forse sento il bisogno di qualcosa di diverso).
    E anche tu mi confermi quest’inutilità, nel tuo passaggio sull’impermeabilità del dialogo tra autori, anche pubblico, rispetto al mondo editoriale strettamente detto.

    Poi, conoscendo personalmente alcuni autori, disegnatori, artisti, aspiranti o affermati, mi sembra che i problemi siano spesso trasferiti al “sistema” ma siano molto più personali di come vengono posti. E con personali intendo proprio personali, psicologici oseri dire. (E anche qui, io ci sto dentro di brutto. Forse è anche parte di questa insicurezza irrazionale che porta a produrre opere)

    Detto questo, la tua testimonianza è di qualcuno che fa quello che io credo si debba fare: il proprio, in un’ottica di ricerca espressiva, ma ricordando sempre la dignità del proprio lavoro.

    Ecco, il quasi di cui parlavo, mi è venuto in mente: non condivido il discorso sui lettori. Io ho fiducia nei lettori. Anche quelli che leggono ciarpame. Ho l’impressione che spesso chi sta da questa parte tenda a dare per scontata un’ignoranza, un disinteresse che porta ad un atteggiamento elitario, che allontana i lettori e diventa così una profezia che si autoavvera. (poco chiaro? ok, ma non fatemi bruciare tutte le idee nei commenti, poi non so più cosa scrivere)

    Grazie Passenger!
    Ora quindi dovrò veramente scrivere altre cose… Maledetto Queirolo!

  22. Carlo Bocchio

    Passenger_ non ho mai escluso l’idea di collaborare insieme: bisognerà trovare i modi e i tempi, tutto qui! Per il resto godete della stima di tutti, e siete un soggetto che fa ancora editoria senza fare i camerieri dei lettori ma i propositori di condivisione: pubblicate ciò che vi piace e vorreste nel mondo, il che è tutto per non aumentare la legione di imbecilli creati dall’abbandono genitoriale alla maestra TV.

    Emanuele_ “Perché cercare delle soluzioni ai problemi non significa necessariamente esserne vittime ansiose, potrebbe anche voler significare amare il proprio lavoro e volerlo rendere sempre migliore. Per amore, appunto.”

    Mi trovi d’accordo, come sempre. Questo succede se, amando il mestiere, guardi con preoccupazione anche l’ambiente del tuo mestiere: ciò che succede al vicino di casa è importante,e ragionare all’italiana e fare spallucce correndo verso la fine di questo secolo con menefreghismo perchè tanto a te non t’ha rapinato nessuno, non porta a niente. Certo, credo che i casi sopra citati siano l’extraplus di gente che “incappa” nel fumetto perchè c’è posto per tutti ma, ho conosciuto “fenomeni” diversi che per scelta debbono tirare a campare, come si diceva sopra, per non entrare nelal fabbrica della coca-cola, nell’accezione più negativa del termine 😉

    Cavallogoloso@“il più forte sopravvive”, al “se non sai fare niente muori e chissenefrega”

    In realtà questa è una panzana. Non è la forza propositiva a determinare la qualità di un’opera e il suo contributo, ma le capacità di chi la concepisce.
    Un autistico può partorire capolavori e non avere alcun senso degli affari, e così un genio che non è in grado di piazzare nel mercato qualcosa di unico che cambierebbe la visione del presente. Esistevano per questo gli “agenti”.
    Il problema semmai è questa visione machista preistorica secondo cui chi molla più calci in una contesa, dove la qualità dovrebbe prevalere, ha diritto un posto di rilevanza. Non siamo mica in MMA.

  23. Carlo hai centrato il punto: “l’atteggiamento italiano”.
    A prescindere, quindi, dal successo o meno di 1 singolo, è molto più importante che sia tutto il sistema ad essere in salute, e ognuno deve operare a differenti livelli per fare in modo che tutto l’ingranaggio funzioni. Ecco perché ha senso il confronto, che sia in rete o davanti al bar. La rete risolve, evidentemente, problemi di distanze logistiche.

  24. prossimo argomento dei problemi di questa che definisco “guerra tra poveri” : la fottutta DISTRIBUZIONE!

  25. it’s happening again…

  26. invece di limitarsi a “rosicare” per come è la situazione attuale ingoiando il rospo e continuando a lavorare perchè non si può provare a sfruttare le caratteristiche, positive e non, dell’attuale sistema che è venuto a crearsi proponendo qualcosa di nuovo all’interno di meccanismi vecchi? Basti pensare ai signori Berardi e Milazzo che, in Bonelli, sono riusciti a creare un prodotto come Ken Parker

  27. L’ultima storia di Ken Parker pubblicata è del 1998… praticamente 6000 anni fa!!! Le cose sono cambiate e di brutto… nel 1998 sono Will Eisner chiamava i fumetti graphic novel… ed era ancora vivo!

  28. Ok, anacronismi a parte il concetto è ancora valido..anzi, ora ad esempio sono nati i web comics che permettono di bypassare tutta una serie di filtri (editori vari ad esempi) e pubblicare qualsiasi cosa si voglia (sembra un po’ il concetto della produzione underground, solo che all’epoca era limitata dai costi di stampa e dai canali di distribuzione) contemporaneamente in tutto il mondo (per non parlare delle miriadi di possibilità che apre il digitale all’evoluzione del medium).
    Il fatto è che perdiamo troppo tempo a lamentarci a discapito di momenti in cui potremmo fermarci e pensare a cosa fare per cambiare le cose. Le opportunità ci sono, sono lì, è che non vogliamo vederle, troppo difficile e rischioso.
    (E in tutto questo aggiungerei una parte di persone che lavorano in questo settore che non vogliono assolutamente cambiare nulla, stanno bene così, hanno trovato il loro spazio, si divertono, riescono almeno a sopravvivere, chi meglio chi meno, e non vedono assolutamente il mondo del fumetto come un dinamico meccanismo che necessita di nuovi ingranaggi, di rivoluzioni o piccoli cambiamenti; o che comunque se pensassero diversamente, cercano di cambiare nel piccolo dall’interno)

  29. La soluzione potrebbe essere quella di fondare una cooperativa (quella della legge 602 che non ha fini di lucro e i cui proventi vengono ripartiti tra i soci e versa una miseria di tasse e contributi) e creare una rivista contenitore dove ognuno pubblica quello che ritiene opportuno senza l’intermediazione di agenti, editori e sfruttatori vari. Dopodichè si vedrà la direzione da prendere.

  30. Flavio Rampolli

    E i soldi per stampare? Il web è il futuro diventato presente

  31. i fumetti digitali saranno pure il futuro presente ma al bagno non mi piace leggere reggendo la tavoletta, ma cacandoci sopra…scusate il francesismo ^__^

  32. Rampolli, in piedi! Ti meriti una tirata d’orecchi e poi di corsa in castigo dietro la lavagna! Facendo una cooperativa ciascun socio mette una piccola quota (davvero piccola per diventare imprenditore di sè stesso!) e
    unitamente alle altre piccole quote, la piccola quota diventa un bel malloppo che ti consente di fare l’editore in proprio pagando, tra l’altro, una quota risibile di tasse e contributi vari che, in caso diverso, inciderebbero in maniera pesantissima sull’iniziativa. Ma HAI RAGIONE TU, caro Flavio! Eh sì, perchè l’esperienza da noi non si può fare. Qui siamo tutti artisti e non possiamo abbassarci a fare i bottegai per promuovere i nostri capolavori!
    I nostri lavori eccelsi andranno ceduti soltanto agli editori illuminati che verranno a cercarceli in giuocchio. L’ultimo tentativo di cooperativa che mi ricordo è finito a cazzotti e querele. Però, secondo me, quella è la strada giusta. Poi basta stabilire cosa si vuol fare: stampare, cedere i diritti per e-book, pubblicare su internet, ciclostilare i lavori e spacciarli in metropolitana….Quello che volete. Ma guardarsi l’ombelico mentre gli altri fanno qualcosa, è da menytecatti.

  33. Caro Passenger, capisco il calambour fra tavoletta e “tavoletta”, ma dovrai fare di necessità virtù. Bene o male il futuro è quello E NON CI PUOI FARE NIENTE , BELLEZZA. Il futuro è quello che ha fatto diventare obsoleti i finimenti per cavalli. Sì, c’è ancora qualche bravo artigiano che ci campa perchè lavora per i maneggi, ma le migliaia di artigiani che facevano quel lavoro, adesso vanno in macchina a fare qualcos’altro.(I
    pronipoti, almeno).

  34. @RICHARD: sì, si tratterà di pochi soldi per metter su una cooperativa, però per ottenere un buon budget c’è bisogno di molte persone e più gente entra a far parte dei giochi più è difficile poi prendere decisioni e manovrare le cose, dato che tutti bene o male avrebbero lo stesso peso all’interno della cooperativa. Comunque ciò che proponi te è già qualcosa di diverso dal solito, interessante ma forse poco funzionale.

    @ The Passenger: credo proprio che abbia ragione RICHARD, bisogna un attimo sapersi guardare intorno e capire quand è giunto il momento di cambiare se non si vuole essere seppelliti. Altrimenti fate la stessa fine che rischiarono gli Arnheim.

  35. Interessante ma poco funzionale è più o meno il giudizio che diede quel funzionario delle Regie Poste Italiane quando Guglielmo Marconi gli presentò la sua invenzione. Ah, Ah! Il telefono senza fili! Un giocattolo scientifico senza alcuna utilità pratica: Abbiamo già il telefono con i fili che funziona benissimo! E congedò il povero Marconi il quale , per fortuna, aveva una madre inglese e si rivolse all’inghilterra per presentare la sua invenzione. Questo dimostra che l’Italia e il paese dei Geni ma anche dei …giudicate voi.

  36. carlo bocchio

    “Record per One Piece volume 65: vende 3 milioni di copie in meno di due mesi”

  37. Pingback: Come risolvere tutti i problemi del fumetto in Italia #2 – Perché nessuno legge fumetti | Conversazioni sul Fumetto

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