Asterios Polyp, una lettura.

di Andrea Tosti

Undicesima e ultima parte del nostro speciale su Asterios Polyp (QUI tutti gli articoli). Ospitiamo un’interessante riflessione di Andrea Tosti, laureato all’Accademia internazionale per le arti e le scienze dell’immagine che attualmente lavora per la televisione. Come sceneggiatore ha pubblicato l’episodio pilota di “Anna” sulla rivista “L’Ostile” (Coniglio Editore). Ha inoltre vinto il premio Spacewave con il racconto “L’esodo” (Fanucci). Ha collaborato all’enciclopedia dei generi cinematografici “I dizionari del cinema” (Taschen). Il suo primo romanzo, “Oggetti smarriti”, è stato  pubblicato per i tipi della PDC Editori. Per Tunué firma il saggio “Topolino e il fumetto Disney italiano. Storia, fasti, declino e nuove prospettive”.


Analizzato nel dettaglio, Asterios Polyp non presenta fattori di particolare originalità. Elementi giustamente messi in evidenza in altre analisi sono in realtà da tempo patrimonio consolidato del vocabolario fumettistico. L’adozione di uno stile di disegno diverso per ogni personaggio, oppure per ogni diverso stato d’animo, è tipico, per esempio, dei fumetti giapponesi o, in maniera minore, di quelli europei. Una forma particolarmente matura di questo approccio si può per esempio riscontrare nell’opera di Osamu Tezuka e in special modo nei suoi lavori più complessi e maturi come MW e, soprattutto, Kirihito. Sempre in Tezuka, come, più in generale, ancora nel fumetto giapponese, possiamo rintracciare sia l’origine della “teatralizzazione” di alcune sequenze mnemoniche o emozionali rappresentate da Mazzucchelli, come nel caso del racconto dell’infanzia di Hana (sequenza che, nello stile grafico, rimanda più direttamente ad un autore come Seiichi Hayashi, paragone già evidenziato da Charles Hatfield in un precedente numero di questo speciale), sia quella della riduzione a “marionette” (nel caso specifico di Asterios Polyp a modelli geometrici essenziali) dei personaggi quando questi vengono letteralmente “messi a nudo” o si trovano in situazione di minorità o di forte stress.

Artificio ugualmente già conosciuto ai lettori abituali di fumetti è quello di associare ai balloon e alle parole dei diversi personaggi un differente e personalizzato stile grafico e tipografico, atto a sottolinearne ancor di più il carattere e le emozioni. Per dei noti e blasonati precedenti si pensi a Walter Kelly e al suo Pogo, a l’opera omnia di Will Eisner (che più in generale sembra essere una fonte di ispirazione imprescindibile per l’opera di Mazzucchelli) o all’arte del letterista Todd Klein e, più nel dettaglio, al suo lavoro sul Sandman di Neil Gaiman. Infine, espedienti già ampiamente utilizzati nell’ambito della narrazione fumettistica sono l’utilizzo astratto di sfondi architettonici e il colore usato in senso antinaturalistico ed emozionale.

Il merito dell’opera di Mazzucchelli non va quindi cercato nella presunta originalità di alcune invenzioni piuttosto che in altre. In fondo, il fumetto è un medium già maturo, con un linguaggio in larga parte codificato, anche se elastico ed aperto a sperimentazioni. L’importanza di Asterios Polyp non risiede nella sua capacità innovatrice quindi, ma piuttosto nel porsi come opera riassuntiva, sincretica, una sorta di catalogo di quello che il fumetto è riuscito a fare finora.

Naturalmente il fumetto di Mazzucchelli non è solo questo. Innanzitutto è uno splendido libro oggetto, un’opera, come già sottolineato da Todd Klein, che si inizia a leggere dalla prima di copertina e si finisce di leggere in quarta; caratteristica, questa, che lo classifica anche come un libro d’arte, un’opera capace di avvicinare al fumetto anche chi proviene da altri ambiti e interessi come la stampa artistica, la tipografia e, ancora, il design o la grafica.

Uscendo infatti dall’ambito di queste considerazioni va premesso che Asterios Polyp è un’opera, sul piano strettamente grafico e fumettistico, magnificamente realizzata, sia che la si consideri dal punto di vista del solo disegno, inteso in senso illustrativo, che da quello della narrazione per immagini (ambiti raramente, come in questo caso, difficili da disgiungere); una gioia per gli occhi, un qualcosa che, come accennato prima, travalica il fumetto per diventare spesso altro, ma rimanendo, al tempo stesso, un’opera fortemente caratterizzata dal linguaggio adottato dall’autore. Questa volontà di superare i limiti del fumetto muovendosi comunque all’interno della gabbia del suo linguaggio specifico è un’operazione che Mazzucchelli esplicita, però, fin troppo ostinatamente, correndo il rischio di trasformare il suo Asterios Polyp in un manifesto programmatico, compromettendone il valore come opera narrativa, rompendo cioè, l’equilibrio fra il prodotto e la dichiarazione d’intenti, fra il racconto grafico e la sua volontà intrinseca di proporsi come manifesto. L’interesse di quest’opera non deriva, infatti, dallo sviluppo particolarmente innovativo di tecniche e stilemi quanto, piuttosto, dalla loro combinazione in un’opera coerente che, aggregando materiali consolidati ed eterogenei, riesce a restituire un prodotto finale coeso, bello da vedere e semioticamente intrigante, pur riuscendo, anche se in parte, a restare un prodotto popolare e di facile accesso.

Lo splendore dell’oggetto-libro di Mazzucchelli, il suo articolato repertorio iconografico, la ricerca grafica ai limiti del lezioso, rischiano però di mettere in secondo piano un’analisi accurata della costruzione narrativa dell’opera che, se a mio parere non è toccata dalla stessa ispirazione, presenta molti ed interessanti spunti di riflessione.

Innanzitutto bisogna chiedersi a chi è indirizzato Asterios Polyp. Senza che la domanda sembri oziosa, un prodotto di questo tipo sembra essere di difficile collocazione, almeno secondo gli standard, spesso aleatori, secondo cui si è abituati a ragionare (fumetto, graphic novel, libro d’arte, etc.). Da un lato l’ultimo lavoro di Mazzucchelli si presenta come un’opera apparentemente colta, apprezzabile soprattutto da addetti ai lavori (studiosi e appassionati di design, fumettofili “chic”); d’altro canto la perfetta leggibilità del testo, nonostante il vasto(se pure coerente) ed esibito repertorio grafico e i continui (fin troppo) rimandi e riferimenti ad altri media e serbatoi culturali, presenta il lavoro di Mazzucchelli come un’opera capace di essere apprezzata da un largo pubblico, anche non abituato alla narrazione disegnata ma che, anzi, in un testo contaminato come questo, può trovare molte motivazioni che giustifichino l’avvicinamento e la curiosità verso un mezzo che, nonostante il successo di singole opere, resta comunque oggetto di una forte diffidenza.

Al di là della sua forma grafica e della sua platea di riferimento di cosa parla Asterios Polyp? Il plot, anche se complesso, è facilmente riassumibile. Un architetto di carta (un architetto teorico, i cui progetti rimangono, appunto, sulla carta, senza essere mai realizzati), accademico di fama, incontra una donna (Hana) che fa vacillare le sue certezze legate principalmente alla supremazia del pensiero razionale sulla sfera emozionale, al predominio dell’astrazione teorica sulla forma materica e al culto di se stesso. L’abbandono da parte di lei provoca in Asterios una profonda crisi che lo fa scivolare in un’apatia autodistruttiva. Un evento catastrofico apparentemente casuale, la caduta di un fulmine sull’appartamento in cui Asterios vive, lo costringe a rimettersi in piedi. Varie vicissitudini, fra cui l’incontro con una donna dalle fattezze quasi archetipiche (una sorta di autoproclamatasi divinità terrestre, una donna panica che qui, secondo le categorie proppriane, svolge il ruolo di Donatore), lo spingono a ritornare dalla donna amata, con cui, apparentemente, riesce ad iniziare un percorso di riavvicinamento. Un altro evento catastrofico, simile a quello che ha aperto il volume, un meteorite che colpisce la casa dove i due sono seduti, ridimensiona le vicende narrate, relativizzandole nell’ottica di una scala cosmica o, a seconda delle interpretazioni, inserendole nel contesto di un mondo governato dal fato e dagli dei (piuttosto che dal caos), invece che dalle nostre scelte, più o meno razionali.

La struttura narrativa, quindi, presenta una circolarità evidente. Un evento catastrofico apre la narrazione, un altro la chiude. Nel mezzo le vicissitudini di un personaggio romanzesco, nel senso figurato del termine, che persegue un percorso di rinascita seguito, nel suo svolgersi, attraverso lo sguardo di un narratore esterno, quello del gemello, morto prima di venire alla luce, del protagonista. L’azione al presente, narrata attraverso un’ottica prettamente realistica (se si esclude la sequenza della discesa in metropolitana) e incentrata sulle azioni di Asterios e quella al passato, che invece si svolge attraverso allegorie grafiche e simboliche e sequenze oniriche, si intrecciano in una narrazione che alterna i due piani temporali. Passato e presente, dunque, realismo e astrazione grafico-simbolica, un protagonista sdoppiato: questi sono solo alcuni esempi dei molteplici dualismi che Mazzucchelli introduce nella sua opera (lo stesso Asterios Polyp, personaggio caratterizzato da una pensiero dogmatico e manicheo, nel corso di una rivelatoria discussione, afferma di non pensare in termini di tre). Altri esempi di contrapposizioni dualistiche sono: la contrapposizione fra il maschile (Asterios: cerebrale, egoriferito, graficamente “chiuso”) e il femminile (Ana, ma anche Ursula Major: istintivo, materno, reso attraverso linee morbide ed accoglienti); conseguentemente, pensiero razionale ed istintività; predominanza dell’astrazione concettuale sulla materia; la campagna, o comunque la periferia, descritta come un luogo di verità e di rinascita, se contrapposta all’ipocrisia metropolitana; la superiorità dell’antico sul moderno; il dualismo, dichiarato, fra apollineo-dionisiaco. Il tutto all’interno di un’ opera che nell’incontro fra gli opposti trova la sua risoluzione, a partire dal titolo (come ben illustrato sempre da Todd Klein) e, conclusivamente, al momento del riavvicinamento fra Asterios e Hana, quando il percorso della scultrice arriva ad includere, alleggerendoli però del loro bagaglio teorico, i solidi platonici tanto amati dall’architetto. L’astrazione teorica, insomma, attraverso il suo concretizzarsi materico unisce quelle che erano due visioni del mondo apparentemente opposte ed inconciliabili; la scultrice realizza attraverso delle opere concrete quello che per Asterios, architetto di carta, era rappresentabile come astrazione ideale. Dal punto di vista grafico questa ritrovata unità viene espressa attraverso l’uso del colore. Visto dall’esterno, l’appartamento dove l’autore lascia in sospeso i due protagonisti, si staglia come un rettangolo giallo ritagliato nella silhouette violetta di una casa. Allo stesso modo, nell’illustrazione che apre l’ultimo capitolo, vediamo la casa sull’albero costruita da Asterios (“la prima casa che io abbia mai costruito”, per sua stessa ammissione) che si staglia viola contro il contorno giallo delle fronde.

Asterios Polyp rappresenta il compimento di una strada precisa che un certo tipo di fumetto sta percorrendo nel corso degli ultimi decenni e che solo ultimamente sta arrivando ad una maturazione completa, se pur non definitiva. Se, infatti, il superamento della percezione del fumetto come mezzo di matrice esclusivamente popolare, destinato ad un pubblico per lo più infantile o adolescente, è passato, per quel che riguarda il mercato occidentale, da un lato per prodotti underground, anche “alti”, come Raw (che però non sono sopravvissuti al vaglio degli anni e del mercato) o lo stesso Rubber Blanket, sempre di Mazzucchelli, e dall’altro con l’invenzione, per molti aspetti posticcia del “graphic novel”, tranne rarissimi casi non si è riusciti a dare a questo media una dignità percepita pari a quella, per fare un esempio, della narrativa in prosa. Per approdare, molto spesso con successo, ad un pubblico più vasto e conquistare quella parte di lettori ancora diffidenti nei confronti del fumetto, l’editoria di settore ha dato molto risalto a opere minimali, spesso autobiografiche, meglio ancora se narrate da personaggi immersi nella storia turbolenta degli ultimi decenni (non si pensi a Maus, quanto a Persepolis o alle opere di Joe Sacco). Al di là del valore delle singole opere, spesso molto alto, in realtà questo percorso ha contribuito a dividere la percezione del medium fumetto in due categorie distinte: quella dei fumetti “colorati”, ipercinetici, ancora infantili, popolari, da un lato e dall’altro quella delle graphic novel, dei fumetti “impegnati”, spesso apprezzati più per il contesto in cui si svolge la narrazione che per i meriti intrinseci delle singole opere, cioè la capacità di raccontare una storia attraverso un perfetto sincretismo fra testo ed immagini.

Come Asterios Polyp si inserisce in questo percorso? Principalmente perché cerca di dare dignità letteraria ad artistica ad un mezzo che sente ancora il bisogno di una propria rivalutazione, al di fuori della cerchia delle produzioni trasversali che per lo più riguardano tormentate e spesso minimali storie autobiografiche o reportage di guerra, da un punto di vista più o meno interno (anche nell’accezione del graphic journalism) o, ancora, la combinazione delle due categorie (vedi Persepolis); in secondo luogo per il suo carattere autobiografico, anche se mascherato, che serve come guida a una riflessione metalinguistica sul mezzo adottato (il designer-fumettista-artigiano Mazzucchelli, l’architetto di carta Asterios: l’impossibilità per l’artista di creare concretezza materica al di là dell’idealità e della carta); ancora, per l’intenzione del suo autore di porlo come opera-manifesto, con il rischio che l’aspetto programmatico del lavoro di Mazzucchelli sovrasti quello narrativo e artistico. Quello che maggiormente indebolisce il pur ottimo lavoro dell’autore è, infatti, una eccessiva consapevolezza del lavoro svolto. Scott McLoud, in uno dei suoi famosi saggi a fumetto sul fumetto, Reinventing Comics afferma che il grande romanzo grafico americano non è stato ancora realizzato. Mazzucchelli, appunto, sembra voler colmare questa assenza. Lo fa, principalmente, abbandonando la forma del racconto breve che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti per approdare alla forma romanzo. Se questo, da un lato, è frutto di una legittima esigenza da parte dell’autore di sperimentarsi in forme più evolute, complesse e strutturate, dall’altro è difficile non sottolineare che abbia dato luce a un qualcosa che assomiglia di più a quello che il lettore da libreria si aspetta di vedere e che è meno restio ad accettare, oltre a rappresentare il naturale proseguo della strada che dalla rivista d’arte (Rubber Blanket) porta al libro d’arte (Asterios Polyp). Il risultato però è un’opera ipertrofica, spesso ridondante e che sembra soffrire della necessità impellente di dover dimostrare qualcosa, quasi ad ogni pagina, come se la sfida non fosse con la propria creatività o con i limiti del linguaggio del fumetto ma piuttosto con la percezione esterna che si ha di esso. Per portare avanti questa sfida però, Mazzucchelli, cade in alcuni tranelli che portano spesso Asterios Polyp verso la deriva della banalità.

L’autore, per costruire la propria storia, oltre alla capacità di saper gestire una notevole varietà di registri, dal patetico al comico, si appoggia ad una serie di topoi acquisiti ma spesso poco convincenti. Questo proprio a partire dalla scelta del suo protagonista, un egomaniaco “geniale” che ricorda fin troppi personaggi simili del passato e del presente letterario e cinematografico (scienziati schiavi del proprio lavoro, matematici anaffettivi etc.). Non è però nella presunta o meno banalità della scelta del proprio protagonista che Mazzucchelli cade, ma piuttosto nel come sceglie di rappresentarlo. Non tanto graficamente (la sua silhouette, con ottimo intuito da parte dell’autore, ricorda, addolcita, quella del New-Yorker, cioè la parodia dell’americano colto e sofisticato), ma associandolo a un repertorio iconografico e simbolico che gli è inferiore. I suoi deliri (o ricordi) sono pieni di scenari che rimandano all’antichità classica. Asterios, come si può dedurre dal nome, ha origini europee (il padre è greco, la madre italiana) ma è un tipico rappresentante della cultura americana. Mazzucchelli, che rappresenta il suo protagonista come un professore universitario di fama, dalla portentosa memoria eidetica, gli si dimostra inferiore. L’immaginario utilizzato sembra, per così dire, acquisito non di prima mano ma attraverso un filtro di derivazione hollywoodiana.

Gli archetipi scelti per illustrare o contrappuntare la vicenda narrata, infatti, sembrano una sorta di “Tops of the Pops” dell’immaginario mitologico e della filosofia della grecia antica, come potrebbe percepirli un cittadino statunitense di media cultura che non si sia dato la briga di approfondire gli argomenti che ha scelto di esporre. Le scenografie teatrali ispirate al Partenone, capitelli e colonne, statue classiche, fungono spesso da abusato repertorio scenografico, ripetuto sfondo dei successi, delle cadute e degli stati d’animo del protagonista. Il mito di Ulisse incatenato all’albero maestro della propria imbarcazione viene usato come rappresentazione archetipica del rapporto di Asterios con le donne, quello di Orfeo ed Euridice diventa il commento contrappuntistico del rapporto fra il protagonista e la sua futura moglie mentre un Partenone in rovina (o, per lo meno, una sua rappresentazione semplificata) funge da sfondo per un incontro fra Asterios e il suo gemello Ignazio in fin di vita.

Questo insistito utilizzo di elementi di provenienza classica, così come alcune scelte onomastiche e toponomastiche (per esempio: la cittadina dove trova rifugio Asterios dopo la crisi che apre il volume si chiama Apogee, come a dire il punto più lontano; o il nome della madre del protagonista, Aglio Oglio, di evidente derivazione italiana) fanno sì che la volontà di una narrazione archetipica spesso manchi il segno e diventi poco convincente. Del resto questa attualizzazione superficiale (spesso volontariamente) della mitologia classica è un tema tipico di certa narrazione popolare americana. Si pensi, sempre a titolo di esempio, alla rivisitazione dell’Odissea (O Brother, Where Art Thou?, dei fratelli Cohen, riscrittura dell’Odissea di Omero non tratta, però, per ammissione degli stessi autori, dal testo originale ma da una sua trasposizione cinematografica del 1955); o si pensi, ancora, al riutilizzo pop della mitologia greca e norrenna fatto dall’industria fumettistica statunitense.

All’interno di un opera rigorosa come questa stona che l’immaginario del suo protagonista sia evidentemente inferiore alla sua cultura e al suo passato. Se è legittimo scrivere di qualcosa che non si conosce, o si conosce indirettamente (come il romanzo americano di un autore che non era mai stato negli Stati Uniti come Kafka) la finzione deve restare comunque credibile. Dare natali greci al protagonista non è condizione sufficiente perché il paragone della sua storia con quella dell’Odissea riesca a risultare credibile (come affermato dallo stesso Mazzucchelli qua). Così come non basta utilizzare il luogo comune dell’orologio, simbolo di logica e perfezione, per caratterizzare convincentemente il carattere di Asterios, perché anche se il potere simbolico dell’oggetto evocato evoca il personaggio e le sue peculiarità, rischia al tempo stesso di sovrastarlo e di sostituirglisi.

L’apparato simbolico ed iconografico di Mazzucchelli è caratterizzato dalla stessa ipertrofia che sembra affliggere un’altra opera pubblicata recentemente e che con Asterios Polyp è stato fonte di discussione e confronto anche al di fuori dei luoghi normalmente deputati al fumetto: Habibi di Craig Thompson. Dove Thompson si ispirava alla mitologia delle principali tre regioni monoteiste del bacino mediterraneo (Cristianesimo, Ebraismo e Islam), Mazzucchelli trova il suo rifugio e il suo appoggio nella mitologia e nella filosofia classica. Entrambi gli autori sembrano procedere, però, nella stessa direzione, cioè nella riduzione di un immaginario complesso (rispettivamente quello islamico e quello greco), allo scopo di adattarlo per un pubblico occidentale omogeneo. E’ possibile che questo serva a dare maggiore dignità alle opere di questi autori? E’ possibile. Così come è possibile che questo procedimento serva loro come cuneo per penetrare fasce di lettori ancora restii nei confronti del fumetto; o, ancora, per sostituire all'”indegno” folklore americano (che non può dirsi compiutamente mitologico) uno scenario immaginifico maggiormente nobilitante. Questo però a scapito delle opere che vengono prodotte, che narrativamente rimangono in un limbo, sospese fra un approccio maturo e consapevole (quello del disegnatore, di chi racconta per immagini) ed uno meno superficiale e meno convincente. Non è un caso che invece, quando il repertorio iconografico di Mazzucchelli coinvolge invece la potenza del segno, la sua evoluzione (come nelle illustrazioni che separano i capitoli; si veda per esempio la tavola in cui si rappresenta una mela attraverso sedici approcci grafici diversi), il risultato diventi d’improvviso straordinario e sorprendente. Insomma, quando Mazzucchelli gioca in casa, quando tocca argomenti a lui più vicini, quando riflette sinceramente sulla propria arte attraverso strumenti che conosce, senza affidarsi a cool quanto pretestuosi riferimenti presupposti alti, l’opera ne guadagna nettamente.

Ritornando sul piano narrativo, oltre al mondo dell’antichità classica, Mazzucchelli attinge naturalmente da molti altri serbatoi culturali. La fiaba, per esempio (non a caso gli oggetti che Asterios salva dalla casa in fiamme sono tre, come in molte fiabe popolari, italiane o nordeuropee) ma anche il folklore americano, attraverso Apogee, il rugginoso paesino al confine del nulla, con tanto di famigliola coesa ma stramba dove la biblioteca, tempio del sapere e vera casa di Asterios in volontario esilio ha, ancora, l’aspetto di un tempio greco. Inoltre il fumetto di Mazzucchelli si rifà spesso all’immaginario letterario e cinematografico contemporaneo con una serie di simboli consolidati (il già citato orologio ma anche un certo tipo di arredamento ultra razionale), personaggi ormai ridotti alla dimensione di maschere (il borioso teatrante off off Willy Ilium. che ingaggia Ania come scenografa; la dea madre Ursula Major, che ricorda la Kathy Bates di A proposito di Schmidt), luoghi archetipici (ancora Apogee, esempio tipico di quell’America rurale o suburbana dove molti egocentrici personaggi del cinema americano vanno a rifarsi una verginità, dal Michale J.Fox-Ben Stone di Doc Hollywood al Saetta McQueen di Cars) e rimandi letterari (il finale di quest’opera è preso davvero di peso dal racconto Kaleidoscope di Ray Bradbury (come già notato da Craig Fischer nel suo articolo riportato in questo speciale). Infine il racconto di supereroi, genere che, probabilmente, se si escludono i miti dei nativi americani, rappresenta l’unica mitologia autoctona degli Stati Uniti.

Mazzucchelli, infatti, non riesce ad abbandonare del tutto il filone supereroistico che ha caratterizzato gli esordi della sua carriera. Non tanto perché “sono deluso nel vedere che il “potere” rimane, per Mazzucchelli, una delle principali preoccupazioni, perché dopo aver letto fumetti di supereroi per 40 anni, sono stanco di golem incredibilmente forti e di fulmini saettanti” come nota Craig Fisher. Infatti la rappresentazione del fato è sì tematica tipica del fumetto superoistico, ma in questo genere viene spesso superata o vinta dalla determinazione dei protagonisti, cioè il mito dell’eroe (un’evoluzione, in fondo, di quella del self-made man) surclassa l’ottica della predestinazione in chiave protestante. Asterios è un fumetto di supereroi perché rappresenta un eroe in lotta con se stesso, recalcitrante al cambiamento e all’azione (come Ulisse, in fondo, o Spiderman), dotato di poteri straordinari (la prodigiosa memoria di Asterios) che lotta contro forze superiori per salvare se stesso e il rapporto con l’amata. Che queste siano tematiche tipiche anche della favolistica e della mitologia classica è secondario, perché si intuisce quali siano i veri, sentiti e sinceri riferimenti di Mazzucchelli.

Un’opera non del tutto risolta, questa, spesso e anche volontariamente semplicistica, capace di una profonda e interessante riflessione sulle capacità del mezzo fumettistico, graficamente splendida, ma che risulta ancora indecisa fra l’opera compiuta e il manifesto programmatico. Forse è ancora troppo presto.

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2 risposte a “Asterios Polyp, una lettura.

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