Campana: apologia di un nevrastenico

di Tonio Troiani

Sfogliando il libro che Lucciola e Lombardi hanno dedicato a Campana, edito dai tipi di G.I.U.D.A Edizioni, si scopre qualcosa di lontano, per certi versi, da quello che comunemente si intende per fumetto. La ridda di immagini e documenti che scorrono sotto i nostri occhi mettono in scena, in un teatrino di ombre cinesi, sì la vita del poeta dei Canti orfici, ma senza adagiarsi su una piatta biografia fatta di eventi e date.
Infatti, Campana è un memoriale atipico, che procede per scatti e bagliori elettrici. La poesia – la vera protagonista – appare, quasi, in forma fantasmatica: come un perfetto delirio, incorniciata ad hoc dai neri di Lombardi. E’ un’incendio senza tregua, se non sopravvenisse – in maniera contrappuntistica – Lucciola, il cui ruolo è quello di allestire, invece, sulla pagina bianca tutto ciò che gravita intorno a Campana: dalle testimonianze dirette ai luoghi tipici in cui si è consumato un certo fraintendimento. Il tutto sembra mosso da una forte tensione apologetica: Campana viene salvato nel e con la sua pazzia. W il Mat come si legge in chiusura del libro.
Ne abbiamo parlato con Lucciola, cercando di capire qualcosa in più.


Ti conosciamo per lavori come Lo-Fi e per la tua attività sul blog Lamette: il tuo tratto nitido è caratterizzato da una certa irriverenza che non risparmia nessuno, come si sposa questa causticità con la scientificità con cui hai trattato il materiale per Campana? 

In realtà non c’è stato uno studio preparatorio costante e circoscritto a un dato momento del work in progress, anche perché la prima volta che mi sono imbattuto in un testo di Campana, rimanendone subito impressionato, era probabilmente la fine degli anni ottanta. Poi ho continuato a leggere e rileggere i Canti Orfici negli anni del liceo e dell’università, anni in cui devo dire che l’idea di fare un fumetto su di lui o fare fumetti in generale non era neanche in concezione. Così il lavoro di ricerca è venuto fuori in automatico, un po’ come quando ascolti un disco che ti piace, cerchi di approfondirlo perché ti ha colpito, e dopo qualche anno sai vita morte e miracoli della band che lo ha inciso, grazie alla tua monomania ma anche all’apporto di altri appassionati che hai incontrato strada facendo. In questo caso appassionati di tutto rispetto, visto che poeti e studiosi che non finiremo mai di ringraziare, come Giampiero Neri, Paolo Pianigiani, Gabriel Cacho Millet, Giorgio Bàrberi Squarotti, hanno deciso di condividere con me e Rocco il loro sapere ultratrentennale in merito all’argomento. Riguardo alla causticità, ti direi che c’è anche in Campana, ma è tra le righe, anche perché quei testi sono già stati travisati troppe volte e non era il caso aggiungere altre riletture parziali e improbabili alla lunga lista, tra l’altro rimpinzata di recente con un brutto film di Michele Placido.
Chi è Campana per te? Ho notato una certa attenzione con cui parli del disagio e di come questo disagio venga interpretato in maniera patologica. Quasi che si volesse chiudere la natura proteiforme del poeta in un semplice diagnosi. Vi è una forte critica a questa pretesa di dire della medicina, e soprattutto della psichiatria, l’ultima parola. È così?

Potenzialmente Campana è un mio amico: uno dei tanti che ho conosciuto girovagando a mia volta, di quelle persone con una vita infelice ma anche con una marcia in più rispetto alla media degli altri esseri umani che si incontrano solitamente. Poi che sia uno dei più grandi poeti italiani del novecento è un dato di fatto, ma è difficile che l’uomo Campana ispiri un timore reverenziale in quanto classico della letteratura. Più che altro, lo leggi e pensi che lo avresti voluto aiutare, che meritava di più di quel poco che ha avuto. Sicuramente la nostra versione a fumetti risente di questo tipo di sentimento nei suoi confronti, ma c’è anche l’anarchismo mio e di Rocco che salta fuori: e con questo intendo il rifiuto di una società che non tollerava e non tollera il diverso, che non sa capire se non a posteriori, quando la causa fisica di una determinata tensione non esiste più. Che un tempo confinava addirittura nei manicomi persone che non erano assolutamente matte, ma comunque colpevoli di essere povere, malate, ipercritiche o semplicemente schiette a qualsiasi costo, come nel caso di Campana.


Una delle tavole più interessanti è quella con i diversi atteggiamenti dell’intellighenzia poetica: Saba e Montale: tra la pura e semplice attestazione della pazzia (innegabile nelle tavole di Lombardi) e il risentimento della colpa per ciò che andato irrimediabilmente perso, perché non compreso. È una dicotomia che si avverte anche attraverso l’uso di due stili diversi di “narrazione”. Infatti, si nota un certo contrappunto tra il tratto di Lombardi, vicino per certi versi ai graphic novel ante-litteram di Ward e a scelte come quelle di Thomas Ott e Line Hoven, che non brillano certo per loquacità, e il tuo, più controllato, spesso libero dalla gabbia narrativa, quasi “documentaristico” e in certi punti quasi dominato dalla logorrea: è un antitesi voluta? 

Diciamo di sì: secondo la nostra ripartizione non scritta del lavoro, infatti, io avrei dovuto occuparmi di tutta la parte “didascalica” della vicenda e Rocco di interpretare e tradurre in immagini la poesia vera e propria. Questo perché inversamente versatili, allitterando ma mettendola nel modo più chiaro possibile. Poi le carte in tavola si sono rimescolate, perché entrambi abbiamo avuto idee che sono finite – in modo visibile o occulto – anche nelle tavole dell’altro. Insomma, è stata una lunga jam session, al termine (e solo al termine) della quale abbiamo (ri)composto il domino. Forse la caratteristica più interessante dell’albo, in quanto atipica, è rappresentata proprio dal fatto che non abbiamo assolutamente predeterminato una scaletta narrativa prima di eseguire le tavole immaginate, anche perché nelle nostre intenzioni “Campana” doveva cercare di riproporre quell’attitudine alla frammentazione – nella scrittura e nella vita – che è assolutamente un trademark e una prerogativa di Dino Campana.

Se non erro, vi è un’edizione precedente dell’opera, ma più smilza. Perché vi siete ritornati su? Qual è l’esigenza che muove questo tipo di narrazione? E soprattutto perché il fumetto?

Non sbagli: l’edizione a cui ti riferisci consta di venti pagine e l’abbiamo autoprodotta noi stessi come Lamette Comics nel 2008, ma fin dal principio non voleva essere che il “demo” per la graphic novel completa. Che poi non è completa, anzi, sarebbe già suscettibile di aggiornamenti, visto che praticamente ogni due o tre mesi continuano a saltare fuori tasselli inediti della vita di Campana: l’ultimo che conosca, in questo senso, è una foto scattata all’Acquacheta nel 1912 e poi dimenticata per cent’anni nell’album privato di una famiglia toscana, ma ti direi anche, più semplicemente, che non basterebbe una vita per conoscere i Canti Orfici in ogni minimo dettaglio. Quanto al perché del fumetto, francamente non lo so: ho disegnato la prima tavola senza alcun motivo apparente o input esterno e mi è piaciuta; così ne ho preparate altre tre o quattro, le ho fatte vedere a Rocco ed è nata l’idea di un fumetto “sperimentale” a due mani.

Sarai d’accordo che molti fondamentalisti del fumetto potrebbero essere alquanto infastiditi da forme come la tua di fumetto, dove a volte la parola sovrasta l’immagine. Qual è il tuo parere? Vi è spazio per forme meticce come questa? 

Sì, sono perfettamente consapevole di non essere un fumettaro nel senso stretto e scolastico del termine, ma in fin dei conti non mi interessa né finire in un’edicola né dare il nome a un pupazzo, quindi credo che i fondamentalisti dovrebbero semplicemente evitare di acquistarmi. Nel fumetto underground italiano, a ben guardare, c’è spazio per ogni tipo di invenzione, e certamente non sono il primo a disegnare delle tavole “logorroiche”: in Italia erano all’ordine del giorno già trent’anni fa con “Frigidaire”, che molto probabilmente non era seguito dai lettori di “Tex”. Potrei anche dilungarmi sulle meraviglie di tanto fumetto minimale e sull’orripilanza e invendibilità di tanto ipertecnicismo, ma temo di essere sfacciatamente di parte, quindi desisto…
…Voi però supportate il diverso, ne ha più bisogno.

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4 risposte a “Campana: apologia di un nevrastenico

  1. Lucciola diventa sempre più interessante – e bravo – a ogni suo lavoro.
    Sono felice che non dia il nome a un pupazzo e che non finisca in edicola.
    Il mio supporto lo ha e lo avrà senz’altro.
    Rispetto sincero.
    Orlando Furioso

  2. Grazie di cuore, Orlando! Io sono felice di essere apprezzato da persone come te, che stimo enormemente.

    Un input per continuare.
    Un abbraccio,
    Sim!

  3. Raffaello Paiella

    Complimenti Simone, non ho ancora letto il tuo libro ma lo comprerò prestissimo!!

  4. Che dire… Simone è una lucciola che si accende nel buio della notte come una speranza… un abbraccio

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