Romanzo e autobiografia, ovvero il graphic novel

di Andrea Queirolo

Non voglio fare la guerra alle etichette, ma dalle tante discussioni che abbiamo fatto su queste pagine e che ho letto in giro, è evidente che il termine graphic novel racchiude un calderone di concetti, tematiche e generi che vanno ben oltre la sua definizione specifica che è, appunto, romanzo.

Entrando in un discorso di merito, in questi ultimi anni i volumi che occupano gli scaffali delle librerie dedicati al fumetto hanno visto la crescita esponenziale di un genere in particolare: l’autobiografia.

Il mercato, per non depistare il lettore non abituato al fumetto, ha decretato che l’autobiografia venga considerata graphic novel. Il che è un gran controsenso.

Già abbiamo riportato le impressioni negative di Daniel Clowes (qua e qua), ma ecco alcuni esempi:

Blankets: Una storia d’amore come non si è mai vista prima. Una graphic novel autobiografica in cui Craig Thompson parte dalla sua infanzia nel Wisconsin per raccontarci la sua vita familiare …

Fun Home: un memoir a fumetti…la prova della maturità di una narratrice. E un esempio della potenza espressiva del graphic novel contemporaneo.

Io le pago: un graphic novel vietato ai minori, un libro che farà discutere. È la lunga, dettagliata confessione in forma di diario di un cliente abituale di prostitute: lo stesso Chester Brown, maestro del fumetto autobiografico…

Lo sdoganamento attuale di questa forma espressiva del fumetto ha origini lontane. Già negli anni ’70, limitandoci al campo inglese, autori come Justin Green e Harvey Pekar vengono indicati come i pionieri del genere. In seguito, diversi artisti si cimenteranno con questa forma di narrazione con risultati importanti. Basta citare Eisner, Art Spiegelman, Eddie Campbell, Robert Crumb o Chester Brown per rendersi conto di come alcune opere abbiano cambiato il fumetto.

Eppure nell’ultimo ventennio, quello che prima poteva essere una forma d’espressione alternativa, ricercata, con uno scopo e spesso sentita dall’autore, diventa ora necessaria, ininfluente, ripetitiva e piatta.

Non vi è più la ricerca di un messaggio o il voler rendere partecipe il lettore di un evento, ma un semplice raccontare se stessi e la propria vita. Siccome questa non è più una novità, ma è diventata la norma, il risultato è davvero imbarazzante. Come fanno decine di autori a pensare che la loro vita possa interessare al pubblico? La risposta che mi do è: in realtà non lo sanno e forse neanche lo pensano. Fanno un fumetto del genere solo perché è così che si usa adesso o, molto più semplicemente, perché non hanno nulla da raccontare.

A ben vedere invece, alcuni dei fumetti più riusciti degli ultimi anni, sono quelli che partono da uno spunto autobiografico per creare una storia inventata. Quelli che mischiano la vita reale dell’autore a fatti di finzione. Gli esempi a dir la verità non sono tanti, ma alcuni sono di certo eclatanti: Jimmy Corrigan di Chris Ware, Yossel di Joe Kubert, Ehi Aspetta di Jason, La vita non è male malgrado tutto di Seth, il mondo immaginario di Jamie Hernadez e le città di Dan Clowes.

In Italia il grande anticipatore è stato Andrea Pazienza, che ha saputo mimetizzarsi nelle sue opere. Se invece dovessi indicare un fumetto italiano recente che ha saputo unire lo slancio autobiografico e la fiction pura in maniera eccelsa, direi Yeti di Alessando Tota, Questa è la stanza di Gipi o Cinquemila Chilometri al Secondo di Manuele Fior.

Opere nelle quali gli autori riversano le loro esperienze per arrivare a creare altro, per scrivere un vero romanzo.

Certo, ci sono autobiografie anche nel senso stretto del termine che assumono un certo rilievo, ma il loro successo è da ritrovarsi in aspetti che esulano il mero racconto della vita dell’autore. Prendiamo l’esempio di A Drifting Life di Tatsumi che, oltre a essere concepito in maniera eccelsa, si distanzia dalla massa per la capacità di saper contestualizzare il periodo storico, l’industria del manga giapponese, la nascita del gekiga, l’aspetto sociale del mangaka e della popolazione in generale. Ancora, Persepolis della Satrapi assume una certa rilevanza per come affronta l’argomento Iran e la conseguente condizione della donna. Come afferma Sergio Brancato in un bell’articolo pubblicato su Lo Spazio Bianco: “l’autobiografia diventa, in questi termini, testimonianza generazionale di un’esperienza storica, ma anche dei modi in cui essa, attraverso la produzione del Sé, è stata metabolizzata negli assetti politici e tecnologici del sistema dei media.”

Il resto di queste autobiografie è davvero di poco conto. Spesso non aggiungo nulla, ne a livello narrativo ne a livello fumettistico. La loro presenza sul mercato è solo superflua e va a inficiare e a mettere in secondo piano altri lavori molto più validi che restano oscurati dall’ombra di questo ammasso di carta che fa più moda che sostanza.

Per portare degli esempi, fumetti come Fun Home di Alison Bechdel, Blankets di Craig Thompson, la ripetitiva produzione di Jeffrey Brown e My New York Diary di Julie Doucet, citando autobiografie di successo, sono letture vuote che non hanno nessuno scopo e che non conducono il lettore da nessuna parte; figlie di una generazione di autori che, non sapendo inventare o faticando a trovare storie valide, cercano una scappatoia nel raccontare la propria vita.

Attenzione, con questo non voglio dire che i fumetti riportati qua sopra non siano godibili, ma quello che mi interessa sottolineare è lo scarso valore che si portano dentro.

Come dice Angel Martin in una recente intervista fatta da smoky man:

“…Molti graphic novel sono “autobiografici”. Alcuni dei miei autori preferiti sono anche loro autobiografici come, ad esempio, William Burroughs, Bukowski, Hunter Thompson, Henry Miller o Céline. Tutti hanno vissuto vite intense e interessanti. L’unico autore di fumetto autobiografico che mi sembra interessante è Robert Crumb. Non posso sopportare i fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di  “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”, puagh! Per me sono solo sottoprodotti della cultura del narcisismo, caratterizzata dalla popolarità dell’autobiografismo, nostalgia del passato, paura del futuro, autostima bassa, sentimentalismo pacchiano. Tempi molto mediocri.”

Sostanzialmente, ai graphic novel attuali servono autori capaci di scrivere e disegnare un romanzo, ma recentemente in molti hanno trovato un escamotage. Infatti se l’autobiografico sta diventando obsoleto, ecco spuntare fuori un incubo diverso: il reportage.
Però questa è un’altra storia…

Update: Daniele Barbieri affronta l’argomento sul suo blog.

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62 risposte a “Romanzo e autobiografia, ovvero il graphic novel

  1. mah… se cominciassimo a fare ulteriori nomi di graphic novel inutilmente autobiografici non so se queste opinioni/impressioni troverebbero conferma…
    partire da spunti autobiografici per arrivare a costruire riuscite fiction, è uno schema che prende dentro persino tex e mister no, come testimoniamo le biografie e le passioni dei rispettivi autori.
    alcuni recenti libri come La parentesi o Io le pago, completamente autobiografici, sono perfettamente riusciti, anche se possono non piacere a tutti, come del resto Cinquemila chilometri al secondo.
    Forse entrando più nel merito, come hai anche fatto citando Crumb, Eisner e Pazienza, riusciamo a confrontarci un po’ meglio su quali condizioni e scelte a monte possono determinare la qualità di un’opera.
    Questo spunto di discussione lo vedo simile con quello proposto da Antonio Solinas qualche giorno fa. La percezione personale di una tendenza o di una criticità che invece di essere una tesi da dimostrare e discutere, diventa assiomatica.
    Non penso che gli autori cerchino “escamotage”. Mi sembra un po’ riduttivo.

  2. A me la Bechdel piace, e ne Fun Home ne Blankets mi sembrano “fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”. In quest’ottica la vita di Miller, che amo, potrebbe essere riassunta con “un giornalista erotomane e depresso che non sapeva dove andare a morire, così ipocrita da campare 90 anni”. e Bukowski “un alcolizzato”. La differenza non la fà il vissuto, ma la qualità e la sincerità e l’urgenza con cui lo racconti. Per me la vita della Bechdel è molto più interessante di quella di Bukowski. E Fun Home te le tira delle belle cartonate, senza mai smettere di essere glaciale. Allo stesso modo Blankets mi parla di conflitti che io non ho mai vissuto, o mai così intensamente.

    sono anche d’accordo con Micgin che lo spunto autobiografico e praticamente inscindibile dal raccontare.

  3. forse l’accento è da spostare all’inserimento, da parte di alcuni editorni, in determinate categorie per vendere qualche copia in più. La letteratura ha diversi sottogeneri, il romanzo è ben diverso da un’autobiografia, li possiamo trovare anche in scaffali diversi. Qaundo un editore vuole vendere un fumetto ci mette una bella fascetta con su scritto “graphic novel dell’anno” spesso a prescindere dal contenuto.

  4. sì, l’aspetto “commerciale” in tutto ciò è stato decisivo… 😉

  5. E’ un discorso interessante, mi riprometto di tornarci su che ora purtroppo ho poco tempo. Però Andrea concordo con Michele, mi sembra che si stia cercando di fare un’assioma da una sensazione che spero temporanea.
    Sul “perchè del genere autobiografico” c’è una semplice spiegazione che quando l’ho letta mi son chiesto “ma perchè non ci ho pensato prima”? Spiegazione che tra l’altro ha indotto me (come spiego altrettanto velocemente qui http://www.claudiocalia.it/Il-gioco-dei-fumetti) a confrontarmi con questo particolare genere letterario. E viene da un libro che so che hai letto anche tu. La citazione piuttosto confusa e copia/incollata rudemente è questa:

    “preponderance of autobiographical work” [in contemporary comics is] “a necessity [. . .] both for the artists and the medium” if they are to learn “how to express real human emotion” […] [self-expression] “is a necessary step towards understanding what communicates and works in a medium”

    Chris Ware, citazione estratta dall’articolo di Marc Singer The Limits of Realism: Alternative Comics and Middlebrow Aesthetics in the Anthologies of Chris Ware, The comics of Chris Ware, University Press of Mississippi, 2010

    Questo per quanto riguarda gli autori. Per quanto riguarda gli editori, a me sembra che la maggioranza di graphic novel o opere spacciate per tali (per me il termine rimane un termine merceologico al di là del bene e del male, se serve a vendere ben venga) non siano più autobiografiche, piuttosto stiamo traducendo ora in Italia cose che hanno già quasi una ventina d’anni alle spalle, e questo induce l’idea che ci sia una sovraproduzione di questo tipo di opere. Però boh: Polina e Vivès in generale, Il piccolo libro dei Beatles, Haarman, La storia di Sorge… parlo di cose che conosco per lavoro, ovviamente: nessuna di queste è un’opera autobiografica, eppure sono tutte graphic novel.

    Ne avrei ancora tante da dire, ma per ora mi fermo qui. Con un’ultima postilla: nel fumetto americano come sai bene il fumetto autobiografico o parzialmente tale ha radici più profonde di Harvey Pekar. Qualcuno ha detto Walt & Skeezis? Ma di questo lo sai, avrò modo di parlarne più approfonditamente il prima possibile 😉

    Besos at all,
    c.

  6. massimo galletti

    la graphic novel (fumetto-romanzo, ciò che volete voi..) può OVVIAMENTE essere molte cose, anche romanzo autobiografico, anche reportage. Non è questo il discrimine. I discrimini negli ultimi anni sono i numeri. Questo tipo di fumetto è finalmente diventato “il fumetto” non perchè prima non esistesse, ma perchè ora sono tanti in tutto il mondo. Uno dei suoi limiti oggi è che i romanzi a fumetti “puri” sono pochi rispetto a quanti sono autobiografici, semi-autoboigrafici, reportage, realtà, ecc. ecc. Questi tanti rimangono peraltro di ottimo livello. Ma la percezione è “che due palle, non sanno fare altro. I vives e le Modan sono mosche rare.
    Toh, invece un pò il fatto che “noi” tendiamo a non cercare le graphic novel pure nascoste nell’azione e nel mainstream e nel genere.

  7. per dire, un altro fumetto totalmente autobiografico, “perchè ho ucciso pierre” con addirittura intrusione della “realtà” fotografica, è una bella bombetta, ce ne fossero di robe che ti danno delle mazzate così. O almeno è l’effetto che ha su di me.

  8. @michele: il mio è un discorso indubbiamente personale, ma non vuole essere assoluto e definito, anzi l’ho fatto perché se ne discuta.

    tirare in ballo tex o mister no non lo trovo molto corretto, per diversi motivi, come la serialità, autori diversi ecc…e poi parlavamo di graphic novel.

    oltretutto non sto dicendo che alcune autobiografie non siano riuscite (delle due che citi, “la parentesi” non l’ho letto, e “io le pago” è si autobiografia, ma è anche molto di più: documentario, apologia, anche una tesi se vogliamo) o che devono o non devono piacere per forza.

    ho cercato di spiegare che ci sono autobiografie che valgono e altre che valgono meno, a livello di contenuti.
    oggettivamente il valore di “a drifting life” non è minimamente paragonabile con quello, ad esempio, di “fun home”, poi a uno più piacere di più o di meno, non lo discuto.

    “l’escamotage”: a me sembra evidente, dato il volume di autobiografie, che la maggioranza degli autori scelga questo genere per comodo, perché si vende. è più difficile inventarsi un storia, no?

  9. @giorgio: se preferisci fun home a bukowski, è colpa tua 😀

    comunque, ripeto, non sto parlando di “a me piace più questo o quello”. i fumetti che ho citato, li ho letti tutti. “fun home” è stata anche una lettura piacevole, ma poi? cosa mi ha lasciato? vabene, ho letto la vita di sta tipa, il suo scopo era raccontarmi la sua vita. wow.
    E tatsumi? quello mi racconta la sua vita assieme a un mucchio di cose estremamente interessanti, che hanno un valore.

    il nocciolo è questo: se voglio leggere un’autobiografia, mi leggo quella di un personaggio che mi interessa particolarmente. per fare un’esempio, ultimamente ho letto la autobio di agassi e ti poso assicurare che quella era roba interessante.

    “lo spunto autobiografico e praticamente inscindibile dal raccontare”: si ok, allora tutto è autobiografico…ho parlato esplicitamente di:
    “Quelli che mischiano la vita reale dell’autore a fatti di finzione”.

    vogliamo parlare di tutte le altre graphic novel che raccontano storie di fiction?

  10. @galletti: condivido, non volevo fare discriminazioni, volevo solo dire che romanzi nel senso stretto del termine c’è nè sempre meno ed è anche colpa nostra che non cerchiamo altro.

  11. @claudio: non è un caso che mi citi chris ware 🙂
    infatti è uno che mischia autobiografia e fiction in maniera sublime!

    è vero, stiamo traducendo molte cose vecchie, infatti come ho accennato in chiusura del post, c’è un nuovo pericolo in agguato: il reportage.

    Oggi tre quarti della roba che esce è reportage! stiamo attenti! 😀

    oh gasoline alley 🙂 son andato su pekar per circoscrivere un po’ il periodo, se no ci sarebbe da parlare per ore e ore!

    “Polina e Vivès in generale, Il piccolo libro dei Beatles, Haarman, La storia di Sorge… parlo di cose che conosco per lavoro, ovviamente: nessuna di queste è un’opera autobiografica, eppure sono tutte graphic novel.”

    🙂

  12. @andrea
    A parte che non sono convinto che il racconto autobiografico – per riuscire bene, ovvio – richieda meno capacità narrativa e drammaturgica che una “storia di finzione”, ma leggendo quello che dici qui:

    […] “l’escamotage”: a me sembra evidente, dato il volume di autobiografie, che la maggioranza degli autori scelga questo genere per comodo, perché si vende. è più difficile inventarsi un storia, no? […]

    Ma davvero ne vedi così tanti? Parli di decine di autori che “oggi” si dedicano al racconto autobiografico!? E dove stanno?

    Sui titoli che citi: Fun home non l’ho letto nè mi interessa, Jeffrey Brown un giorno suppongo che lo farò – per ora ho solo un libro sui gatti ma in spagnolo per cui non ci capisco molto, mentre il diario di New York di Julie Doucet è un libro che amo, letteralmente, ma… che ho letto più di 15 anni fa!!!

    E i tre che citi come “riusciti” per varie ragioni sono libri che a me sono scivolati via come acqua corrente…
    Il mondo è bello perchè è vario, I suppose 😀

    Besos e grazie per la chiacchiera,
    c.

  13. @Csf, c’è bisogno di un po’ di chiarezza a mio avviso.
    Credo sia assodato che una delle tendenze dominanti dell’attuale produzione di “letteratura a fumetti” sia l’autobiografia: ma, nel contempo, c’è qualcosa che crea una sorta di discrimine all’interno di questa macro-area. Che la letteratura tout court sia dominata da una certa tendenza all’onanismo, preferendo la narrazione autobiografica alla pura invenzione (o celando l’invenzione dietro la struttura autobiografica e viceversa) è un dato ormai certo. Senza dubbio, la qualità viene stabilità dalla “maniera” peculiare attraverso cui viene formalizzata la materia biografica. “L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggars è un po’ emblematico come caso: urgenza esistenziale, ottima scrittura, avvincente struttura post-moderna che danno sostanza ad un’opera, appunto, formidabile. I successivi romanzi non hanno certo toccato la forza dell’esordio e una sorta di torsione al remake fa notare una certa carenza nell’inventiva e nell’immaginazione. Per allargare il campo, è un fenomeno ampio e problematico quello del recupero e dell’aggiornamento di storie già narrate (basta vedere in campo mainstream la tendenza ormai decennale della Marvel) così come la scelta del fumetto “alternativo” di dedicarsi alla micro-storia e alla narrazione autobiografica.
    Tutto ciò determina una flessione dell’inventiva o una subordinazione della forma narrativa classica (il desiderio e la necessità di narrare e di narrarsi delle storie)? A mio avviso è solo una tendenza del fumetto contemporaneo che deve convivere insieme a quella più classica della narrazione di grandi saghe, di storie di fantasia etc etc. Senza dubbio, vi è un desiderio di tornare a leggere accanto a questa produzione, una bel delirio narrativo (non nascondo che la ri-lettura dell’Eternauta ad esempio mi ha regalato ultimamente molte più soddisfazioni).
    Tuttavia, rimanendo all’interno dell’attuale tendenza cosa ci permette una cernita di ciò che merita e ciò che invece è semplice autocompiacimento? Forse, l’intrecciarsi di tematiche di più ampio respiro, che senza cadere nel banale, nel frammentario e nel patetico, con la testimonianza e la prospettiva “personale” che rendono concretamente il problema, evitando così vuote astrazioni. Si è citato Blankets: la tematica religiosa o dell’emancipazione dalla religiosità in cui si è gettati dall’esistenza è un tema fondamentale che utilizza un fenomeno universale come l’innamoramento per essere affrontata. E’ un caso riuscito di intreccio di diverse tensioni, così come ad esempio Il grande male di David B, o Pillole Blu di Frederick etc etc.
    Quindi, a mio avviso, in sé non è deleteria come tendenza, certo mostra un po’ il fiato corto, ma tutto è dovuto all’intelligenza di chi narra: anche il “banale” nelle giuste mani può diventare stimolo per un’opera gradevole.

  14. @claudio: c’è pieno dai, basta leggere i commenti che son stati fatti e trovi già tanti esempi.

  15. Boh, sarò di fretta ma mi sembra si giri intorno ai soliti tre/quattro titoli, nessuno dei quali tra l’altro realizzato nel corso dell’ultimo paio d’anni a parte chester brown… E non è che non siano usciti altri bei libri non autobiografici nel frattempo!
    Besos!
    C.

  16. @claudio: dai vuoi farmi sbattere a farti un elenco? è pure il mio compleanno oggi 😀

    cmq, vedi autori come vanessa davis, gabrielle bell, rabagliati, noah van sciver…

    o basta cercare su google image: http://www.google.it/search?q=autobiographical%20comics&um=1&ie=UTF-8&hl=it&tbm=isch&source=og&sa=N&tab=wi&ei=7glJT7CNHMfOhAfQrsmTDQ&biw=1024&bih=485&sei=DgxJT9H8L42DhQf73sGBDg

    ripeto, non è sbagliata fare l’autobiografia, ma il modo e il perchè la si fa.

  17. Oh bè, intanto non ti trattengo di più! Tante angurie e… Esci 🙂
    Quello che contesto è il sostenere che “ora” vada di “moda” l’autobiografia: piuttosto stiamo subendo con 15 anni di ritardo una vecchia moda statunitense!
    Ne riparleremo con relax, buoni festeggiamenti!
    C.

  18. grazie claudio 😀

    si, hai ragione anche te comunque, in italia la stiamo subendo in ritardo 🙂

  19. Complimenti.Bellissimo Angolo di Web!! Felice Vita da Dorino.mandi

  20. Per me il problema è politico. Per me è IL problema politico. L’autobiografia è un genere e come tale capace di alti e bassi (anche altissimi e bassissimi). Ma decidere di dedicarsi nel nuovo millennio all’autobiografia significa contribuire, a mio parere, a ciò che più ci rende schiavi: il culto della persona(o il disprezzo). Non è il momento di tifare od odiare una squadra, è il momento di pensare ad un nuovo sport. Detto questo, il libro di Agassi è una bomba.

  21. Mi sento in radicale accordo con Ratigher. E quindi in generale con il post di Andrea. Talmente d’accordo che, prima che uscisse questo post avevo già scritto il mio, più o meno sullo stesso tema. Esce domani sul mio blog.

  22. Buongiorno a tutti. Ribadisco che secondo me stiamo confondendo un po’ le date, e che paragonare il diario di New York fatto 15 anni fa da Julie Doucet con Questa è la stanza di Gipi non ha senso. Il fatto che in Italia siano usciti nello stesso lustro è un problema nostro. Io questi tantissimi che oggi fanno fumetti autobiografici non ce li vedo, e comunque sì, è un genere come un altro e come tutti i generi non ci vedo accezioni positive o negative a prescindere: ce ne son stati fatti bene e ce ne son stati di pallosi. Per la maggior parte del mio tempo leggo e sono interessato a tutt’altro.
    Da buon ultimo dopo aver fatto tutt’altro io per me ho deciso di dedicarmi a questo per un po’: non “esclusivamente” a questo, infatti di cose mie ne escono e decisamente “fuori tema”, ma ho deciso che è un genere che voglio affrontare. E lo voglio affrontare proprio dal punto di vista politico: partire dal particolare per parlare al generale, parlare di emozioni condivise che non ho visto molto raccontate in giro. Ovvio che non posso sapere prima se ci riuscirò, se sarò efficace, etc… etc… Ma tornerei a quello che dice Ware: per me e solo per me al momento è importante lavorare sull’espressione delle emozioni, a fumetti. Troppo spesso il concetto di autobiografia è stato declinato in “storia d’amore sfigata” e se è questo che intendete bè… non c’è nulla di più lontano da quello che ho in mente, e dopo Elektra di Miller a “storie d’amore struggenti” penso sia stato detto praticamente tutto. Penso ci siano piccole ma importanti storie di massa che non sono ancora state raccontate dei nostri anni ’90 e 2000, e che non lo farà il cinema nè la TV. Penso che anche gli spaccavetrine hanno un cuore e che pochissimi si sono presi il carico e la responsabilità di raccontarlo. Un’editore si è detto disponibile a pubblicarlo un giorno, quando lo finirò, ma chiaramente neanche questo è certo perchè di sì sul nulla di fatto ne è pieno il mondo, male che vada sarà un mio “esercizio” che autoprodurrò un giorno.
    Più che i reportage alle porte io vedo un fiume di biografie pronto a scorrere in libreria per almeno il prossimo paio d’anni, e tutto sommato non penso sia troppo un male.
    Bon, riassunto della domenica mattina eseguito.
    Spero che Andrea dorma ancora un po’ dopo i festeggiamenti del suo compleanno 😉
    Besos at all,
    c.

  23. Giusto per poter cliccare “notificami via mail se ci sono altri commenti” che oggi sono a spasso ma la discussione è interessante e se ci sono nuovi interventi leggerò con piacere dal telefono, aggiungo: in quanto a fumetti al momento sto lavorando ad una storia di fantascienza disegnata da Gianluca Romano serializzata su ANTIFA!nzine, una biografia a fumetti di un personaggio italiano – per noi importante e su cui rimangono parecchie cose da dire – con un altro sceneggiatore, e di sottofondo mi tengo questo lavoro personale e autobiografico che chissà quando vedrà luce. Insomma, mi ritengo tutt’altro che un “estremista dell’autobiografia” 😉
    Sono logorroico, lo so 😉
    besos!
    c.

  24. ma mi è piaciuto Ratigher che pronuncia la scandalosa parola “politico”. però quanto è “scelta” il fare autobiografia e quanto è invece impulso, necessità dell’autore?
    tra l’altro, il genere autobiografico si è affermato negli Usa e in Canada. Ma non in Italia, dove di autori che fanno autobiografia ce ne sono molto pochi.
    ricordare che i nostri comportamenti e le nostre scelte possono avere un valore politico è bene. però occhio a non cadere nelle semplificazioni.
    c’è tutto un discorso su come viene costruito il prodotto e su come la finanza lo gestisce.
    il culto della persona è governato e gestito dalle piattaforme mediatiche tradizionali e social network. l’opera dell’autore/artista non fa parte di questo sistema, se non marginalmente, se non come prodotto di consumo.
    ratigher, sosterresti che le produzioni di Drawn & Quarterly pubblicate in Italia da Coconino alimentano il culto della personalità che ci rende schiavi?

  25. Pur trovandomi d’accordo sul tema dell’articolo, non mi sento proprio di considerare Fun Home un’opera “vuota” e “senza scopo”.

    sp

  26. Ci tengo a precisare che non sono capace di intavolare discussioni su internet, non ne ho le qualità. Con le persone che conosco, se ci andrà, sviscererò l’argomento di persona. Provo comunque a spiegarmi meglio:

    Ribadisco che il mio giudizio non è diretto verso nessun autore ed opera in particolare. L’autobiografia può essere cacca o oro, ne ho lette di orribili e di sublimi, come del resto mi è successo per i romanzi di formazione e le storie di vampiri.

    Per me è una questione di periodo storico, e non è limitata al fumetto ma a tutte le forme di racconto. E non parlo nemmeno dello sfruttamento da parte dell’industria dell’intrattenimento, di strategie di marketing, e bieche trame delle tecnocrazie occidentali.

    Per me i tempi sono maturi per decidere di NON mettere al centro questioni particolari raccontate dai protagonisti, in ogni ambito, dal blockbuster hollywoodiano alla fanzine in 25 copie.
    Io sono cresciuto nella convinzione che la rivoluzione si facesse davanti allo specchio; lo credo ancora ma sono convinto che l’autobiografia (anche la migliore) generi specchi in cui il fruitore si sforza di vedere se stesso e il creatore ferma un’immagine che gli permetta di esistere.
    Tutto questo è dovuto al particolare momento storico, non è un assunto universale. Fra dieci anni magari sarà un genere necessario e 15 anni fa può essere stata una frontiera da esplorare.

    Dovrei aggiungere tanto altro, spiegare cosa intendo per “particolare momento storico”, ma come ho premesso all’inizio, non ho la tempra del conversatore su internet. Non me ne vogliate e, se ci conosciamo, ne discutiamo faccia a faccia.

  27. Ratigher! Scusa me se l’ho messa troppo sul “personale”, chiaramente collegato a pensieri in libertà di questi giorni. Anzi, la tua posizione è molto lucida ed in parte condivisibile. Se ne chiacchierera! besos! c.

  28. Dai, si! Ne parliamo mentre ci fumiamo delle sigarette. Ciao Claudio

  29. mi trovo d’accordo con ratigher.
    e… non è vero che non importa “cosa” si racconta ma “come”. non mi basta. primo levi mi parla della sua esperienza ad auschwitz, esperienza che non ho fatto. me la restituisce così bene che una parte di me viene arricchita e coinvolta dal suo vissuto da farlo diventare parte del mio, quasi mi regalasse un bonus esperienziale.

    la cosa peggiore che può capitare in certe autobiografie (a fumetti e non) è davvero quel brutto meccanismo di cui parta ratigher, lo specchiarsi. il riconoscersi in vicende, spesso così comuni e borghesi (anche), da spingerci ad amare un autore non tanto perché ci parla con onestà (o meno) di se stesso, ma perché ci parla di noi. di mille vissuti simili in una volta sola. forse per alcuni è rassicurante sentirsi uguali a tutti gli altri, forse si riconosce (sbagliando) una certa universalità a questo tipo di tematiche… ma davvero, alcune sembrano storie scritte da gente con problemi di autostima in cerca di veloci e compiacenti attestati di affetto.

  30. Sul cosa e come ne avrei da dire ma mi sembra un po’ tanto off topic. Di mia sponte sarei per il “cosa è il come” e viceversa, ma riconosco io stesso di far spesso distinzioni. Cmq: non partecipo a discussioni come queste per parteggiare per una posizione, ritengo la vita una cosa estremamente difficile e stratificata e difficilmente “polarizzabile” come si tende a fare in internet. Mi piace sapere cosa ne pensano altri di crucci che mi capitano, e – soprattutto altri che ne parlano con cognizione come tutti qui – questo articolo e relativi commenti mi son cascati a fagiolo, ma mi scuso se ho monopolizzato il discorso. Buona domenica a tutti! C.http://www.claudiocalia.it/Domenica-26-febbraio-Piccola

  31. Link frutto di un incolla involontario in chiusura commento, pardon per lo spamming!

  32. ah, claudio, non so neanche se rispondevo a te, questa cosa del “l’importante è raccontare bene qualcosa” l’ho vista anche in altri commenti.
    buona giornata anche a te—

  33. ci vorrebbe un bell’elenco di tutti i fumetti usciti negli ultimi 5 anni, con evidenziate le autobiografie. Per esempio Blankets è del 2003 (2004 in italia) e quest’anno Thompson se ne è uscito con una distopia fantascentifica con intarsi di mille e una notte.
    Poi, se penso alla distanza che c’è tra la vita e la rappresentazione della vita, le autobiografie per me sono comunque fiction.

  34. volentieri, parliamone anche di persona. io non fumo, per cui posso metterci le polpette, o partecipare alla bicchierata.
    certo che l’ultimo libro di Joe Matt appena uscito anche in Italia sembrerebbe proprio avvalorare lo stereotipo di Martin… 😉
    buona domenica

  35. Sigh. Altro libro che ho amato al tempo… Sempre attorno ai 15 anni fa 😦 provo a fare un esempio su quello che cerco di dire: le edicole oggi si stanno riempiendo di riproposte marvel degli anni ’60/’70. Ecco, questa discussione mi sembra, come dire: basta storie di supereroi disegnate “alla vecchia” e con tutti quei dialoghi verbosi! Autori, fate storie nuove!
    Ma appunto, spent è figlio del suo tempo, come ogni cosa credo, e va valutato in questa ottica dal punto di vista “critico”. Quando usciva non c’erano fun home, nè vite disegnate male nè sale prove.
    Besos!
    C.

  36. ah… Auguri!

  37. Pingback: Dell’autobiografismo nel fumetto e di Joe Matt « Guardare e leggere

  38. @Ausonia: questa cosa del raccontare qualsiasi cosa io la ricordo da Kirby, che diceva che sarebbe riuscito a rendere intrattenente (ricordo a braccio la sua frase) anche una storia con solo conigli rosa come protagonisti (o era gente vestita da conigli rosa?). E devo dire che su Kirby – autore che mi abbacina e ed è in grado di azzerare in me ogni senso critico – metterei la mano sul fuoco: ci sarebbe davvero riuscito.
    Tornando al “cosa e come”: Maus disegnato da Jim Lee non sarebbe stato la stessa cosa. Direi che il “come” centra… eccome!
    😉
    Besos (e pardon per il – relativo – off topic) e buon inizio di settimana!
    c.

  39. claudio, condivido ogni singola parola. nel mio commento stavo parlando di una cosa specifica però. non mi riferivo al disegno, ma ai vissuti. ce ne sono di interessanti (la satrapi oltre ad essere brava mi racconta anche vite che possono davvero arricchirmi, incuriosirmi, affascinarmi), altri lo sono di meno. e mi fanno l’effetto di certi stati su facebook: “è una bella giornata e mi sto lavando i calzini”. cose che mi fanno pensare: sì, ok, bene… ma dimmi anche qualcosa che non so. dammi qualcosa che giustifichi il mio interesse e la mia curiosità. in un’autobiografia l’effetto confessionale del grande fratello… è terribile. se rimane solo il guardatemi, cagatemi… boh. e negli ultimi anni ne abbiamo lette di cose così, e alcune erano scritte pure benissimo. ma se l’attenzione di un autore si limita al proprio (smisurato) ego… mi rompo i coglioni.

  40. Sottoscrivo tutto. La smetto di parlare di me, lo giuro, ma suvvia per capirci: mi sembra scontato che se io mi approccio da buon ultimo ad un lavoro autobiografico non lo faccio certo per mettere i miei calzini in mostra (che puzza!) 😉 , ma anzi, probabilmente per affrontare molte delle cose che si sono scritte qui a partire dall’articolo di Andrea. Poi sarà bello, sarà brutto, sarà quel che sarà, per me rimane un genere letterario che per varie ragioni, anche solo per esercizio personale, sto sperimentando e voglio continuare a sperimentare, in mezzo a mille altre robe e nella limitatezza della mia intima cassetta degli attrezzi, per un po’.

    “Spesso il male di vivere l’ho incontrato, l’ho salutato, e me ne sono andato”
    Cromosomi, Lo stato sociale

    Poi sui singoli titoli possiamo avere opinioni differenti (io per dire, Il Diario di New York di Julie Doucet l’ho amato probabilmente perchè letto all’età giusta: a me nel dettaglio ha “dato” molto in quanto a comprensione del genere femminile in un momento in cui ne avevo bisogno 😀 ), però sulla sostanza direi che tra chi ha scritto qua ci siamo capiti. A me annoiano i racconti di sfiga e di storie d’amore, fa conto te.

    Besos!
    c.

  41. Ci vogliono gli esempi. Andrea ne ha fatti, e su quelli si può discutere, ma dire “ultimamente se ne leggono di cose brutte” è l’equivalente di “io non so dove andremo a finire con questi giovani che stanno sempre sull’internet”.
    io casualmente ora sto leggendo “Figlio di un preservativo bucato”, l’ho appena iniziato ma anche se il segno un po’ mi repelle mi sembra davvero un grande lavoro. Facciamo i titoli, è anche un buon modo per consigliare o sconsigliare letture.

  42. La Satrapi per esempio a me non piace per niente, leggendo persepolis sono rimasto abbastanza indifferente a tutto, l’unico ricordo che conservo è l’impressione che lei sia anaffettiva.

  43. @giorgio: il discorso dei titoli e del conveniente/sconveniente è un po’ complesso. non mi sento di dire “leggi quello e non questo”.
    come ho detto nel pezzo, le autobiografie sono anche godibili, sta a te dire cosa ti piace e cosa non ti piace leggere.
    ho cercato di spiegare che ci sono differenze enormi fra una autobiografia che aggiunge informazioni a una che racconta la propria vita in maniera superflua, e ancora da quelle che prendono spunto dalla vita vissuta per creare un’opera di fiction.
    detto questo, non è che io le disprezzi in toto, alcune mi son piaciute (joe matt e chester brown, che son stati i padri di queste graphic novel attuali – ricordiamoci che le loro prime storie autobiografiche erano pubblicate in albetti e lette da un pubblico veramente di nicchia prima, molto prima, dell’esplosione attuale del graphic novel – li leggo e li apprezzo).
    Non sto neanche dicendo “smettetela di fare autobiografie”. sto dicendo fatele con coscienza, fatele interessanti, raccontate di voi per raccontare altro.
    Se a uno piace leggere autobiografie libero di leggerle, ma sarebbe bello leggere un po’ più di fiction coi controcoglioni.

  44. Errore n.1 -non ho letto il fiume di post, quindi sarebbe corretto non leggere questo mio post

    n.2 -il testo che riporto, smembrato, da subito mi suscita una retorica e ovvia risposta riassuntiva che inserisco alla fine:

    “Non vi è più la ricerca di un messaggio o il voler rendere partecipe il lettore di un evento, ma un semplice raccontare se stessi e la propria vita.”

    R:quando il lettore è coinvolto dentro la storia è così necessario che vi sia un messaggio?La vita di ognuno, anche inconsapevolmente da chi la descrive, contiene messaggi.

    “Siccome questa non è più una novità, ma è diventata la norma, il risultato è davvero imbarazzante.”

    R:cioè se raccontare la propria vita fosse cosa di uno o pochi sarebbe meno imbarazzante perchè sarebbe un fenomeno isolato?

    “Come fanno decine di autori a pensare che la loro vita possa interessare al pubblico?La risposta che mi do è: in realtà non lo sanno e forse neanche lo pensano. Fanno un fumetto del genere solo perché è così che si usa adesso o, molto più semplicemente, perché non hanno nulla da raccontare.”

    R:al pubblico interessano un sacco di corbellerie.

    “A ben vedere invece, alcuni dei fumetti più riusciti degli ultimi anni, sono quelli che partono da uno spunto autobiografico per creare una storia inventata. Quelli che mischiano la vita reale dell’autore a fatti di finzione.”

    R: Il problema secondo me è che ci si fa troppe seghe mentali, in anticipo, sul come fare per rientrare in un genere, cosa e coem rispettarlo ecc ecc, invece di procedere liberamente raccontando o emozionando come meglio si crede.
    Quindi credo che sia importante il COME si racconta, non cosa si racconta, ne il messaggio, ne la storia stessa o la sua linearità.

  45. Ciao.
    Secondo me dobbiamo intenderci su cosa sia «romanzo».
    Riprendo un intervento di Catherine Gallagher da “La cultura del romanzo” di Moretti (Einaudi): «Un romanzo (novel) è una lunga narrazione d’invenzione (fiction) in prosa (…) Il novel non è solo un genere di narrativa d’invenzione: è il genere attraverso il quale la fiction diventa esplicita e manifesta, e viene compresa e accettata da tutti.»

    La non fiction novel è altra cosa.
    La biografia è altra cosa.

    Anche se alcuni autori hanno giocato con la contaminazione dei generi a livelli eccelsi, inserendo le loro storie di vita nel flusso delle narrazioni più o meno di finzione, credo sia dovere degli autori di fumetti creare storie che escano dalle loro camerette e parlino al mondo.
    Almeno è quello che piace a me.

    A presto

  46. assolutamente d’accordo massimiliano. sia sulla definizione di romanzo (per me il romanzo è uguale a fiction, se qualcuno non lo aveva capito), sia il tuo punto di vista

  47. Un vecchio post di Daniele Bonomo che mette in evidenza un altro aspetto interessante http://www.gud.it/fumetto/graphic-novel.htm

  48. massimo galletti

    Grazie Massimiliano, Bonomo dice cose banali e sensate.
    Sono anche di base d’accordo che il graphic novel è la finzione. Di base, poi anche il resto fatte le dovute distinzioni e le dovute analisi di gradi di fiction ci può rientrare.
    (PS, Fun Home dice cose sul sesso che io non ho letto così bene da nessuna parte, ma tra parentesi che non è questo l’argomento)
    Dico banali ma per stigmatizzare chi non capisce la banalità dell’essenza della questione.
    Due cose: da anni una cosa che serve è una mappa che aiuti a distinguere, faccia il punto, faccia discutere. Io anni fa ci avevo provato ma non ero riuscito/non mi avevano permesso di farla. Ora dopo un pò di anni il lavoro di aggiornarla sarebbe grosso. Ma a parere mio da lì si deve passare, se qualcuno non lo fa non c’è un punto di partenza e un campo di battaglia con ” il resto”
    2, il resto è quello che “chiamano fumetto”. La base di ciò che noi chiamiamo graphic novel, invece3, è “il fumetto”. Punto. Da lì si parte. Nella mappa delle sue variazioni, in quella dei suoi mercantili e seriali, in quella di valori di qualità.

  49. caro andrea, va benissimo – tanto più nel 2012, a oltre 25 anni da Maus – rileggere il passato recente e rimettere in discussione il nodo autobiografia/graphicnovel. Quindi ben venga la posizione così ben espressa da Ratigher. Cui mi pare giusto associarsi.

    Però mi stupisce che in questa discussione manchi un pezzo fondamentale: non tanto la parte “autobio”, quanto quella “grafico”.

    Il graphic novel è disegno, oltre che romanzo. E non vorrei ci si scordasse che il progetto romanzesco è solo ‘metà’ (50/50 lo dico solo per comodità, ovviamente) di un progetto che è anche “auto-grafico”: il progetto di esprimere, creare, tracciare il *proprio* segno. Un segno che, per un bravo autore, non può che essere unico, individuale. E qui rimando ai soliti: John Berger, o Philippe Marion.

    Certo non tutti possono raggiungere equlibri straordinari tra “autobio” e “autografìa” come Fabrice Neaud. Ma attenzione a non cadere nel tranello dei discorsi dei media (o di certa vulgata fumettòfila troppo entusiasta), che ormai stanno ‘risucchiando’ il senso del fumetto in una specifica e parziale direzione: il graphic novel non è solo “letteratura romanzesca” disegnata. Il graphic novel è anche scrittura grafica – “scrittura del corpo”, della mano, e della materia segnica e visiva che manipola. E qui la progettualità romanzesca c’entra poco.
    Con un effetto inevitabile: anche i criteri di giudizio cambiano. E un Jeffrey Brown (per dirne uno da te giustamente citato), che sul piano romanzesco conta e dice poco, auto-graficamente, ha invece (avuto) un altro e ben maggiore peso.

    ciao

  50. è bravo stefanelli, eh!

  51. @matteo: giusta annotazione! ho escluso volutamente questo passaggio, che meritava un post complementare a parte.

    quindi è vero che l’autobiografia a fumetti non può non prescindere dal segno, unico, dell’autore.
    oltre a jeffrey brown si poteva citare john porcellino, per esempio (ma anche il gipi de la mia vita disegnata male).
    il discorso può essere molto ampio, quindi, da un punto di vista personale posso solo dire che per quanto il segno sia importante la storia lo è ancora di più, nel senso che è la storia che mi invoglia a leggere e non il disegno. (poi fossero tutti come neaud…)
    sempre tornando su jeffrey brown, gran ricerca del segno, probabilmente ha fatto scuola (allievo di porcellino comunque), ma dopo 3, 4 libri uguali – stessi racconti, stessa esecuzione – cosa rimane?

  52. Un attimo, Matteo. Il limite che poni in risalto esiste, chiaramente, ma la posizione di Andrea non è così peregrina, specie quando la maggior parte degli autori citati nel suo pezzo sembra mettere il “come” (il segno) al servizio del “cosa” (il racconto biografico). È interessante notare che, probabilmente inconsciamente, Gipi non abbia intitolato la sua opera “Brutti disegni della mia vita”, ma “La mia vita disegnata male”, per esempio.
    Nel caso dello stracitato Jeffrey Brown, il segno e il modo di raccontare sono talmente anti-narrativi, e la mise en scène così volutamente povera, che quando venne presentata la sua prima storia in Italia (qui, http://www.glamazonia.it/board/t-de-code-v-2-0-anno-i-numero-2, ché magari qualcuno se l’è persa) venne dileggiato come uno che non sa disegnare.
    Nel caso di opere autobiografiche di altri autori più mainstream, come Alan Moore (“Birth Caul”, ma non solo), il segno del disegnatore scelto è ugualmente poco “invasivo” e artatamente sottomesso alla scrittura, mentre nel caso delle cose di Brubaker e Bendis si tratta di scrittori prestati anche al disegno (e la carriera successiva lo dimostra).
    L’unica autrice citata in precedenza che sembra essere su un piano diverso mi pare la Bechdel, che effettivamente prova a integrare le potenzialità del romanzo con quelle del fumetto (e il limite di Fun House sta proprio nel non esserci totalmente riuscita). Se lavorerà di sottrazione, Alison Bechdel potrebbe avvicinarsi a risultati ottimali, ma ancora non ci siamo.
    Non è un caso, quindi, se i risultati migliori visti ultimamente per quanto riguarda il raccontare con i segni siano quelli di Asteryos Polyp, che non è certamente autobiografia.

  53. leggo con molto interesse il post e i commenti.
    e devo dire che andrea ha provato ad affrontare un tema molto importante (e che mi sta molto a cuore) con un approccio decisamente sfocato.
    confusione sui temi, confusione sulle date di pubblicazione originale delle opere, confusione sulle dinamiche creative ed editoriali che vi stanno dietro.
    non sempre la superficialità di approccio paga. non sempre le sensazioni personali bastano.
    e questo lo dico senza voler porre la cosa sul personale, ma per ridefinire la premessa delle riflessioni che ne sono seguite.

    e allora leggo ratigher e ausonia che fanno dell’ “anti-autobiografia” una questione “ideologica”. mi chiedo: il problema è la forma auto-biografica e la “qualità” della vita di chi racconta? raccontare una vita qualunque, del giorno d’oggi, è davvero un atto di egocentrismo? è vuota la vita che viene raccontata, o è vuoto l’approccio comunicativo?
    una vita vuota, sarebbe in grado di raccontare importanti storie di fiction?

    credo che l’approccio “politico-ideologico” al tema, in questi termini, rischi di essere troppo superficiale. o troppo “facile”. quasi conformista, normalizzante, nel suo voler essere provocatorio.
    piuttosto, c’è un problema più generale di formazione delle coscienze e, quindi, di narrazione di queste coscienze? qualunque forma queste prendano?
    e torno al post di queirolo. mettere accanto browne, ducet, beckdel e compagnia senza che vi sia una riflessione sul loro background culturare e creativo, senza considerare l’humus dal quale provengono, e senza soffermarsi davvero sul tema toccato da stefanelli (il “grafismo”) appiattisce un discorso molto più avvincente.
    il mercato non è il male. forse, il mercato (di fumetti) può crescere se si creano sinergie reali tra le esigenze del pubblico e le esigenze espressive degli autori. qualcuno ricorda “il cancro mi ha resa più frivola”?
    potremmo approfondire il tema dell’esigenza espressiva delle persone, e dell’esigenza dei lettori di incontrare storie “vere” tra le pagine dei fumetti… senza preconcetti ideologici.

    ciao
    g.

  54. mi piace questo guglielmo, severo ma giusto.

  55. forse non ho tempo, forse non ne ho voglia, forse non ne sono capace. chissà…

  56. massimo galletti

    è bravo stefanelli. eh?

  57. copione!

  58. Pingback: Graphic novel (autobiografico): meno novel, più graphic « Fumettologicamente

  59. Anche Corto Maltese è un graphic Novel, e lì l’autobiografia non c’entra. Ne spiego qui il perché secondo me http://www.gud.it/fumetto/corto-maltese-graphic-nove.htm

  60. Pingback: Joe Matt: Al capolinea

  61. Pingback: «La vita è una chiavica», ovvero il Graphic Novel come categoria merceologica, più una discussione con Massimo Giacon. | Conversazioni sul Fumetto

  62. Pingback: Sulla Salade Niçoise di Baudoin, o prima il segno e poi la storia?!? | Conversazioni sul Fumetto

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