Lo stato dell’arte

di Antonio Solinas

Continuiamo a parlare della critica del fumetto (tutti gli articoli che abbiamo dedicato a questo argomento li potete trovare QUI). -AQ

Milton Caniff legge Milton Caniff

Ultimamente, per quanto riguarda la “critica” fumettistica sul web (uso le virgolette per indicare tutto ciò che, propriamente o impropriamente viene SEMPRE infilato nella casella di critica, anche a sproposito), si sta assistendo a un nuovo fenomeno su cui varrebbe la pena riflettere e aprire un dibattito.

Da qualche mese, sullo Spazio Bianco hanno iniziato ad apparire delle interviste di autori ad altri autori, e il fenomeno si sta estendendo anche ad altre realtà (anche qui su Conversazioni sul Fumetto sono apparsi interventi analoghi).
Ora, il ricorrere al contributo degli “artisti” (anche qui virgolette d’obbligo, perché non mi interessa fare distinzioni fra “arte alta” e il resto, ma solo usare un ombrello generale che accorpi chi lavora nel campo del fumetto come autore) non è cosa nuova (con una punta di presunzione, credo che i due numeri di De:Code PDF, reperibili qua, siano fra gli esempi migliori mai visti, a livello di webzine), ma qui, e la sfumatura è sottile, si assiste a un fenomeno nuovo e con potenziali ricadute deleterie.

Lungi dal colpevolizzare gli amici dello Spazio Bianco (o di CsF), che stimo e con cui collaboro, dicevo, permettetemi di spiegare quali sono secondo me gli aspetti pericolosi. Personalmente, sgombriamo il campo da malintesi: la maggior parte dei “faccia a faccia” finora presentata sulla rete non mi dispiace affatto, e sono pochi quelli che censurerei. Onestamente non me ne vengono in mente, per dire, anche quelli in cui c’è un po’ di pretenziosità. Discorso diverso per i pulpiti “a solo” sui blog, su cui ci sarebbe da gettare napalm, in alcuni casi. Ma divago.

Dicevo, il risultato finora è soddisfacente. Però…(c’è sempre un però). Per dire, anche se (faccio nomi e cognomi) Akab è bravissimo come intervistatore, e Marco Galli pure (e, cosa che più conta, ripeto, di solito il risultato di queste chiacchierate è interessante), i rischi sono molteplici. Intanto, c’è il pericolo, sempre presente, di autocompiacimento. Pericolo molto concreto, visto che un minimo di autocompiacimento affiora sempre, in questi tipi di operazione. Ci facciamo la tara (fa parte del gioco), ma l’autocompiacimento c’è sempre, nei confronti che sto analizzando. Poco male quando è fine a sé stesso (le pose ce le tiriamo tutti, dai), ma l’autocompiacimento diventa un potenziale problema quando intervistatore e intervistato fanno lo stesso lavoro. Si rischia di fare lega e di farsi assist a vicenda (la critica seria non dovrebbe mai fare da sponda agli autori), che configurano una serie di questioni non da poco.

Intanto, il rischio è quello di un “volemose bene” corporativo (dove il termine è usato in senso lato) che può portare all’elevazione allo stato di “artista” di chi “artista” lo è nelle intenzioni ma non nei risultati. E quel che conta sono i risultati. Mi direte che può capitare sempre, ed è vero, ma una cosa è che il critico incensi un autore perché ci vede qualcosa che non c’è, un’altra è se l’ “artista” accoglie nella propria élite uno che pensa bene, ma poi alla fine produce merda pretenziosa (o anche non pretenziosa) e basta. Converrete che si tratta di un pericolo da non sottovalutare.
L’altro rischio, collegato a questo, è quello di un ping pong che perde ogni funzione “critica” per diventare assiomatico. Citare Derrida o Houellebecq, per fare esempi di pensatori qualificanti a caso, non è garanzia di fare bei fumetti.
E poi, mancando la controparte “critica” si rischia di fare voli pindarici che possono essere usati per generare confusione e portare avanti la propria agenda (elitarismo culturale, ad esempio: finora, non si sono visti ping pong critici fra autori più popolari e autori più di nicchia, per dirne una).

“Critici” e “artisti” dovrebbero stare su parti opposte della barricata. Non per alimentare stupide e inutili guerre o scontri ideologici, ma per il fatto che la loro funzione è necessariamente diversa. Un gruppo crea, l’altro dovrebbe commentarne e contestualizzarne il lavoro. Il succo del discorso è tutto qui.
L’ultimo rischio che vedo, potenzialmente quello più grande, è quello che l’intervista all’autore, per ignavia, ignoranza, pigrizia o anche opportunismo, venga delegata SEMPRE all’artista, con il risultato di liberare i “critici” dal fardello di pensare, studiare, confrontarsi e capire (cose faticose, sicuramente), lasciando il campo così a un vuoto critico disarmante e dannoso che non giova a nessuno.
I rischi che ho descritto li ho visti affiorare fugacemente, e quindi la questione che pongo è di principio (ma non meno reale), tranne nel caso dell’assenza dei critici. È un “fragoroso silenzio” che non dovrebbe passare inosservato e su cui nessuno, finora, si è interrogato. Possibile che per intervistare un autore come Ausonia o Akab non ci sia un fanzinaro in grado? Siamo già arrivati a un degrado del genere?

Per essere chiari e prevenire un’obiezione che immagino già, state bene attenti che non sto chiamando in causa un’abolizione del confronto fra autori. È un’operazione che, quando fatta bene, risulta sempre interessante e credibile. Tanto è vero che le interviste di Akab, sempre per citare lui, mediamente risultano molto più stimolanti di quelle fatte dai “critici” tout court (parere personale, ma non credo di sbagliarmi di molto). Quello che chiedo io è una figura di “critico” in grado di fare interviste (e recensioni) dello stesso livello, ma con una prospettiva diversa. Alla lunga, credo che ne trarrebbero beneficio tutti, anche gli “artisti”.
Che cosa ne pensano, a questo punto, “critici” e “artisti”?

Gil Kane (sinistra) intervista Bill Everett (destra), 1970 Comic Art Convention Luncheon

Annunci

38 risposte a “Lo stato dell’arte

  1. Caro Andrea, nel nostro poliforme, policentrico e poliedrico ambiente, i soggetti che ricoprono più ruoli sono numerosi. E’ una condizione che vale anche per me naturalmente.
    premesso questo, la modalità non è nuova (andiamo indietro a Igort più di dieci anni fa con il progetto Territori e Stefano Ricci con Mano, per esempio, ma si può andare ancora più indietro, con lo sceneggiatore Toninelli e Fumo di China etc, come sappiamo), come dici tu stesso può portare a risultati stimolanti, come nel caso di Akab.
    Ricoprire più ruoli e identità è tipico di questo momento, grazie ai mezzi di cui disponiamo e alle esperienze che facciamo.
    Se disponi di un mezzo di comunicazione (es. un blog), sai scrivere e hai un minimo di competenza e senso critico, puoi fare recensioni di film, scrivere racconti, proporre progetti, fare inchieste, partendo dalle condizioni più disparate. Chessò, insegnante, operaio, maestra elementare, postino, quello che vuoi.
    Questo è un dato di fatto.
    La differenza tra il fumetto e altri ambiti e che qui non disponiamo di titoli formali per accreditare una condizione di critico.
    Critico e chi vuole esserlo. E ognuno si conquista una credibilità in base a quello che scrive e che lo rende riconoscibile e punto di riferimento, come è capitato per questo blog.
    Oppure può esserle legittimato chi ha un titolo universitario su argomenti “vicini”. Certo che non esiste una laurea in fumettologia e sappiamo benissimo come lo sconosciuto volonteroso o… l’autore… possano portare analisi ben più utili e strutturate di un accademico con ampio curriculum.
    I rischi che tu elenchi cmq ci sono.
    Però si prevengono se diamo ad ogni forma di espressione critica la corretta connotazione.
    Per esempio, a mio avviso, l’autore che intervista un altro autore fa parte di un meccanismo informativo che crea l’evento. E’ quindi interessante il fatto in sé, oltre che il contenuto. Per questo lospaziobianco fa benissimo a portare avanti il genere autore-vs-autore. Come lettore mi va e apprezzo.
    E qui si può chiudere una prima parte del discorso.

  2. Ciao Michele, ti rispondo io (Antonio Solinas) perché sono io l’autore del pezzo. Il fatto che, nella società post-blog, chiunque possa diventare opinionista mi va benissimo, e il fatto che la “critica” fumettistica non debba per forza essere titolata accademicamente mi va ugualmente benissimo.
    Come va benissimo che gli artisti esercitino le proprie facoltà intellettuali (e ci mancherebbe!).
    Non sono i punti in discussione, per me. Il punto in discussione è se delegare all’ “artista” l’atto “critico”, sempre e comunque, non sia un’operazione in sé dannosa. Per me lo è (se sostituisce e non integra l’opera di chi “critica”) e ho cercato di spiegare perché.

  3. “Per questo lospaziobianco fa benissimo a portare avanti il genere autore-vs-autore. Come lettore mi va e apprezzo.”

    Ecco, sarebbe veramente interessante se fosse davvero così. Un Versus.
    Prendiamo due autori che hanno diverse visioni artistiche, mettiamoli nell’arena, e vediamo cosa ne esce.

  4. scusa antonio, avevo dato per scontato. and thanks cmq per il pezzo che stimola dibattito!
    secondo me l’iniziativa di LSB non vuol dire aver delegato all’autore il ruolo del critico. non sono inoltre d’accordo che questo sia sempre dannoso.
    non è detto che l’autore non possieda strumenti adeguati per fare, anche occasionalmente, anche in subordine, critica. vedi il caso di igort, pure editore. ma penso anche a brolli che spazia tra fumetto e letteratura in modo competente.
    oggi ruoli e attività sono concorrenti. nel senso che concorrono in modo complementare a interpretare. lo considero un dato di fatto. e non è dannoso in sé. sono dannosi i singoli atti e prodotti.

  5. @michele: il pezzo di solinas 🙂

    per il resto, io sono un sostenitore delle interviste condotte dagli autori, che proprio grazie al fatto di lavorare nell’ambiente riescono a cogliere degli aspetti che a qualcun’altro possono sfuggire.

    come dice michele, anche in italia abbiamo avuto esempi eccellenti, basta vedere appunto il lavoro di igort e stefano ricci su mano (abbiamo riportato sulle nostre pagine l’intervista di igort a mazzucchelli, che è uno splendido esempio), o anche la conversazione fra giacomo nanni e manuele fior (sempre sulle nostre pagine).

    in america sono famose le interviste di gil kane (la foto a fondo articolo non è messa li a caso), e quelle di eisner (pensate a i libri “chiacchiere di bottega” e “conversazione sul fumetto”, un faccia a faccia fra lui e frank miller, dal cui titolo non nego di aver tratto in parte ispirazione per il blog).

    mi vengono in mente anche interviste come quella di neil gaiman ai fratelli hernandez…ma ci sono molti esempi in giro, tutti più o meno importanti.

    il rischio di cui parla solinas è del tutto fondato. l’autocompiacimento, il fare da sponda dell’intervistatore, sono tutti pericoli dietro l’angolo.
    per questo, l’autore dovrebbe mettere da parte le sue simpatie o il suo “cameratismo” (se così possiam dire), cercando di sfruttare al massimo le sue conoscenze tecniche, storiche e pratiche del fumetto per costruire e veicolare una discussione senza rischiare di finire a pacche sulla spalle.

    le interviste fatte dai critici, alle volte, rischiano lo stesso un impaccio simile. si evita spesso la domanda “scomoda”, si cerca di assecondare il pensiero dell’intervistato, si ricade spesso nelle solite domande e si rischia la banalità.
    per la buona riuscita di un intervista è necessario che la controparte sia disposta a parlare anche di cose “altre”, magari affrontare qualche argomento spinoso, di parlare del lavoro di altri colleghi, ecc…
    tutte cose non facili, per carità.

    ad oggi comunque, le migliori interviste che ho letto rimangono quelle di gary groth, un critico.

  6. appunto, il rischio dell’autocompiacimento lo corre anche il critico, quando ha l’occasione di raggiungere l’agognato autore…
    beh, intanto stiamo facendo una bella conversazione 😉

  7. @michele: si ce l’ha è vero, ed è probabilmente l’errore più grosso che l’intervistatore può fare, ma credo che sia una cosa che poi con l’esperienza passa.

  8. “Critici” e “artisti” dovrebbero stare su parti opposte della barricata. Non per alimentare stupide e inutili guerre o scontri ideologici, ma per il fatto che la loro funzione è necessariamente diversa. Un gruppo crea, l’altro dovrebbe commentarne e contestualizzarne il lavoro”

    Per quanto mi riguarda, pur essendo tendenzialmente d’accordo con la linea di fondo dell’articolo e comprendendo pienamente le derive insite nelle forme di “cooperazione” criticate da Antonio, trovo alquanto debole sotto certi punti di vista la distinzione corporativa tra critica e arte. L’antagonismo, che risponde concretamente a funzioni diverse e che definiscono l’identità stessa degli attori impegnati nel “gioco”, a mio avviso non giova molto alla salute dell’arte. Molto spesso la critica non ha solo un ruolo di comprensione, analisi, storicizzazione e tassonomizzazione del prodotto artistico, ma lo deve anche condurre, in una sorta di simbiosi e sinergia, alla dovuta attenzione e agli spazi giusti, in maniera tale da aprire anche orizzonti di discussione e attenzione a volte preclusi. Succede molto spesso in ambito musicale o strettamente artistico ( con logiche anche inautentiche ), ma credo che spazi, come Csf, fatti da persone mosse da passione, debbano incentivare l’incontro tra le due barricate.

  9. allora guardiamo da un’altra angolazione. ciò che tu chiami “esperienza” la possiamo anche considerare una “formazione sul campo”. igort e brolli (per rimanere sugli esempi di sui sopra), nascono come (vogliono essere) autori. ma poi acquisiscono sul campo anche altre esperienze e le mettono a frutto.
    forse dobbiamo distinguere tra identità/appartenenze e ruoli/competenze che possono convivere anche felicemente nella stessa persona, senza dualismi alla Jeckil/Hyde.

  10. Tonio, il fatto che il “critico” dovrebbe contestualizzare e commentare non esclude affatto la simbiosi e la sinergia con l’artista, se portata avanti nel necessario rispetto dei diversi ruoli.
    Siamo d’accordo.

  11. ecco, mi trovo in sintonia con quanto stava scrivendo contemporaneamente TT, specificando che all’incontro preferisco il confronto e ribadendo che le funzioni (esatto!) possono essere assolte anche da una stessa individualità.

  12. Michele, ti ripeto, le funzioni possono anche essere assolte dalla stessa individualità. L’artista può fare anche il critico.
    Il problema è se una categoria, che per natura dovrebbe essere preposta ad un ruolo, delega ad un’altra categoria funzioni che non sono principalmente di quella.
    In poche parole: per te, se i critici “puri” smettono di fare i critici e l’atto critico viene delegato SOLO agli artisti (e con le modalità con cui questo sta succedendo ora sui siti web) è un problema o no?
    Per me sì. Al di là che Akab o Marco Galli siano bravissimi (detto più volte).
    Rispondiamo a questa domanda…

  13. “L’ultimo rischio che vedo, potenzialmente quello più grande, è quello che l’intervista all’autore, per ignavia, ignoranza, pigrizia o anche opportunismo, venga delegata SEMPRE all’artista, con il risultato di liberare i “critici” dal fardello di pensare, studiare, confrontarsi e capire (cose faticose, sicuramente), lasciando il campo così a un vuoto critico disarmante e dannoso che non giova a nessuno.”
    Caro Antonio, quello che tu vorresti scongiurare come effetto, a mio modo di vedere, è uno delle cause principali per cui certe tendenze si stanno affermando.
    In sostanza, se le interviste che si fanno gli autori ( con eccezioni e distinzioni) sono spesso più interessanti, qualcosa vorrà pur dire!
    Io PAGHEREI volentieri, un sito,una rivista, una piattaforma che sia preparata e che sappia fare critica con attenzione ed onestà intellettuale.
    Detto questo ti ringrazio di aver sollevato un punto così importante e che mi sta molto a cuore.
    Saluti

  14. ok, ma la domanda, posta così, non è fondata. e per diversi motivi.
    – LSB non ha delegato ma ha utilizzo un format: autore che intervista autore, cosa già accaduta e che fanno anche altri
    – le categorie autore, crtico, editore… sono molto permeabili e si passa da una condizione/ruolo/funzione all’altra in modo anche molto naturale
    – inoltre, se le incursioni degli autori sul terreno della critica e dell’informazione sono addirittura di qualità, non solo questo non è un problema ma è addirittura un’opportunità
    – infine, non è detto che il “genere” intervista appartenga solo alla dimensione della critica

    e ora scappo!
    a dopo!

  15. (Leo, lo so benissimo che è una delle cause: è che, siccome non ritengo di avere la verità in tasca, un confronto con gente come te mi è sempre utile).
    Preso atto che per te (me) esiste un problema, il passo successivo è vedere come uscirne. (Anche qui: in principio è facile. Come dici tu, ci vuole : “una piattaforma che sia preparata e che sappia fare critica con attenzione ed onestà intellettuale”, ma il punto è tutto lì).

  16. Michele: non hai risposto.
    Alle tue obiezioni, invece, replico:
    1) Ho parlato di siti web, non dello Spazio Bianco (e, se vogliamo aprire una parentesi, LSB ha delegato anche il format delle recensioni agli “artisti”, se è per quello). O mi stai dicendo che è un caso che Akab (sempre per citare lui) abbia intervistato quelle persone in quella maniera?

    2) Quindi stai dicendo che la categoria dei critici “puri” non è importante, secondo te?

    3) Continui con questo argomento, che non è mai stato in discussione. La domanda che ti avevo posto è chiara, al di là di esempi eccellenti e opportunità.

    4) E che vor dì? Le interviste di cui ho parlato io hanno una ben precisa e riconosciuta funzione critica. E di quello stiamo parlando, o no?

  17. Antonio, mi pare che CsF sia un ottimo punto di partenza!
    Pur avendo, infatti, una linea editoriale precisa non è “ideologizzato” e ospita gente appassionata e competente (come te).
    Il passo successivo dovrebbe essere, credo, quello di trovare finanziamenti.
    Sto’ bestemmiando o vado troppo di corsa?

  18. @leo: sul passo successivo ci torniamo presto…spero.

  19. sgomberiamo il campo. nessuno (ne lo spazio bianco ne conversazioni) mi ha mai chiesto di fare una di queste sopra citate chiacchierate. esse vengono da sole. ed è proprio per questo che sono fatte ad autori che mi interessano.per chi di voi ha mai seguito il mio blog, si sarà reso conto che io già le facevo senza nessuna finalità. insomma, siamo nel 2012, scriversi è diventato decisamente meno complesso di un tempo.lo faccio per me e ben venga se interessa anche qualcun altro.detto ciò, “Prendiamo due autori che hanno diverse visioni artistiche, mettiamoli nell’arena, e vediamo cosa ne esce.” nun se po senti…

  20. è vero, in effetti è stato akab a propormi quelle che abbiamo pubblicato e io ho accettato.
    è giusto chiarire questo fatto.
    poi, parliamo del nocciolo del discorso e non dell’esempio, per favore.

  21. Il problema sussiste anche per me. Diciamo che io sono a favore del lavoro simbiotico tra critica e arte: anche perché sussistono nella loro reciprocità come un sistema, e quindi, anche alla possibilità da parte degli artisti di poter entrare nel vivo della discussione critica. Tuttavia, sul ruolo della critica “pura” o meglio sull’essenzialità/necessità della funzione critica sono pienamente d’accordo con Antonio. Come dice Eliot ” gli artisti autentici..formano una comunità inconscia” e quindi è necessario che la funzione critica venga ricoperta p r e v a l e n t e m e n t e da un’individualità, la cui identità non sia schizofrenica, e quindi non faccia parte di questa comunità. Fermo restando che la funzione critica non deve essere intensa come mero giudizio di valore, animato da una sorta di prepotenza assiologica, ma comprensione, analisi e, soprattutto, i n t e r p r e t a z i o n e c r e a t i v a. ( Al riguardo credo sia interessante dare una lettura ad un testo del secolo scorso ” La funzione della critica ” di T.S. Eliot )

  22. Akab, interessa, interessa. E penso si capisca. Ma interessa anche il fatto che un domani i fanzinari web se ne fottano di formarsi perché c’è gente come te che gli toglie le castagne dal fuoco. Anche se lo fai benissimo.

  23. credo che questo tipo di interviste (tra due autori) non siano da considerarsi un atto critico. sono, semmai, un compendio.
    mi faccio un sacco di chiacchiere su skype con akab (e la cosa mi succede anche con altri autori) e l’intervista che mi ha fatto su queste pagine è esattamente questo, una chiacchierata. è nata così, tramite facebook.
    una chiacchierata che però ci da modo di uscire dalle solite domande (alle quali mi sono ripromesso di non rispondere più) del tipo “usi pennello o pennino”, “quanto tempo impieghi a fare una tavola”, “quali sono i tuoi autori di riferimento” e altre banalità del genere. banalità proprie dell’approccio “critico” fumettistico, perché non si è mai sentito chiedere a un regista che macchina da presa usa o a un musicista quanto impiega a scrivere una canzone.
    ma il punto è proprio questo, spesso, i “critici” (nella quasi totalità dei casi), non sanno niente di processo creativo e non è un caso che le domande poste da un autore possano far salire immediatamente di livello un’intervista.
    l’autocompiacimento è una balla. mi stupirei se un autore non amasse il proprio lavoro e non ne parlasse con conseguente entusiasmo e convinzione… a dirla tutta, più che stupirmi, mi farebbe storcere il naso.

  24. Beh, Francè, se si valuta in maniera critica il processo creativo, per me è critica. Che sia fatta in forma di chiacchierata via skype o no.
    E a maggior ragione, se non è critica, come mai rischia di diventarne un sostitutivo? Il “processo”, se di processo vogliamo parlare, non è agli “artisti”. È a chi si “approfitta” degli artisti per mascherare i propri vuoti, nel caso (non è detto che sia così, ma discutiamone).
    E per il discorso dell’autocompiacimento, chiaramente non mi riferivo all’entusiasmo per il proprio lavoro. Mi riferisco alle pose che ci si possono tirare (e che, un po’, vengono fuori in tutte le interviste fra “amici”, dai).

  25. Ci sono molti argomenti di cui un critico non potrebbe mai parlare, e che interessano certamente tutti gli autori e tecnici addetti ai lavori. Vieppiù che sono convinto che il livello di studio di semiotica applicata al fumetto, e “messa in ordine” di un critico non sarà facilmente raggiunto da quello di un autore. Alla base di tutto, compreso il discorso di sponda e autocompiacimento, stiamo sempre e comunque parlando di un ambiente di deficitari sociali spesso non integrati, egomaniaci dissociati, di nerds, di qualche “falso allarme”, di artigiani del segno che non sanno mettere in riga due parole, di scrittori di romanzi mancati mutuati al fumetto, di autori veri, cioè che scrivono e realizzano gli eventi sequenziali di un mondo al loro interno mediandone il linguaggio per la cessione dell’opera al pubblico, e di veri e propri genii che prescindono dal contesto temporale, ideologico, sociale in cui vivono traducendo la propria opera in forma acquisibile ma non sempre del tutto intellegibile, spesso opera e opera d’arte insieme.
    Quindi dopo avervi seccato con le lungaggini, penso che come sempre sia questione di persone, che i rischi del calo qualitativo dovuto ad un critico di convenienza da cui tutti vorrebbero farsi intervistare per far bella figura, a quelli dovuti alle chiacchiere di un autore di serie A,B o C che non sa nemmeno di cosa parlare siano parte del gioco, che medita l’aiuto di un disciplinatore paziente e possibilmente democratico. Poi ci sarebbe da disciplinare e controllare lui, ma qui siamo alla citazione di un noto capolavoro sull’osservazione che col suo seguito rischia d’essere ulteriormente celebrato come “buona la prima”.

  26. con il solito amore che vorrei che voi sentiste spandersi da me a voi, tutti voi, mi sembra giusto dire: il fatto non sussiste.
    Non sta sucedendo niente. Sono state rese pubbliche un po’ di chiaccherate tra Akab e colleghi, credo che siamo al di sotto della decina. Nessuno delega niente a nessuno, perchè è Akab che ha semplicemente proposto materiale che riteneva interessante a prescindere. Il resto mi sembra un parlarsi addosso avvitato sempre più stretto su fatti sempre più piccolini. Ci sono pochi critici in grado di fare interviste interessanti, ma del resto ci sono anche pochi autori in grado di fare fumetti interessanti. E questo non è un problema del fumetto, non è un problema, è così per tutto. Ci sono i dati. Ci stanno le equazioni. Mangiate la pizza in 50 pizzerie scelte a caso, e 5 saranno buone… deja-vù… io questa cosa l’ho gia scritta… devo tenere un archivio dei commenti e fare dei copia incolla. Oppure abbracciare seriamente lo zen. Alla prossima.

  27. ma del processo creativo… chi meglio dell’autore può parlarne?
    intendiamoci, se un critico fa un’indagine su un pittore del ‘300 la cosa è di per sé interessante (e utile), si tratta di uno studioso che tramite le testimonianze del tempo ricostruisce una storia plausibile e verificabile. ma se voglio capire il processo creativo che sta dietro ai lavori di daniel clowes, vivente e facilmente raggiungibile con una mail o una semplice telefonata, beh, preferisco che sia lui a parlarmene. c’è poco da criticarlo su quello che è il suo approccio. è il suo. e lui è il massimo esperto di se stesso.
    è per questo che un’intervista e un’indagine critica vanno intese come cose ben diverse. un autore parla dei propri intenti, un critico (bravo) si interessa dei risultati.

  28. A me sembra che Antonio parlasse d’altro.Mah!

  29. scusa antonio, non vorrei ci fossero equivoci. alla tua domanda, così come è posta, risponderei, di sì, che sarebbe un problema.
    ma per me non è posta correttamente la domanda.
    come scrive in modo più incisivo e forse troppo categorico giorgio, il fatto non sussiste.
    nell’ambito del fumetto la categoria pura dei critici non esiste. tutti, più o meno, fanno anche qualcos’altro. Non solo autori, ma anche editori, giornalisti, scrittori, insegnanti… tutti ruoli che andrebbero distinti. Tutti ruoli che invece oggi come oggi si intrecciano sino ad arrivare all’autore editore, promotore e interprete di sé stesso.
    già altre volte se ne è parlato e si si affermò che mancava una condizione di professionalità che consentisse di individuare una categoria effettiva.

    Il tema però c’è, appunto il rapporto tra arte e critica. se la critica delegasse all’arte la propria interpretazione, sarebbe un problema.
    Ma non è così. La questione è più complicata e lo dimostrano anche questi commenti che hanno anche una certa complementarità.
    Sui siti web, presi nel loro insieme, non sta accadendo quello che dici. Ci sono comunque tante figure non autoriali che svolgono la loro attività senza delegare ad altri.
    Oltre alla già chiarita presenza di ruoli diversi nelle stesse persone, c’è piuttosto una partecipazione diffusa. Blog e social network favoriscono questo processo molto più di prima.
    Perché gli autori possono dire la loro facilmente, senza la mediazione di una redazione o di un direttore.
    Ecco in questa comunque valida discussione comparire Ausonia e& c.

    Riscappo!

  30. “1) Ho parlato di siti web, non dello Spazio Bianco (e, se vogliamo aprire una parentesi, LSB ha delegato anche il format delle recensioni agli “artisti”, se è per quello). ”

    Detta così, se qualcuno non avesse mai visitato LoSpazioBianco, pare che abbiamo smesso di scrivere e deleghiamo articoli e interviste “agli autori”. Mi pare un’affermazione decisamente esagerata ed errata per sostenere il tuo punto di vista.

    Le forme di interviste tra autori e di recensioni A FUMETTI (che sono una cosa molto diversa dalle recensioni vere e proprie), che certo non abbiamo inventato noi ma che stanno raccogliendo apprezzamenti da lettori e non solo, sono in una percentuale minima rispetto a tutto il resto, quasi irrilevante se parliamo di numeri.
    Si parla di 3 interviste “tra autori” su oltre 30 fatte da redattori e collaboratori da novembre a oggi, e di un centinaio tra recensioni e brevisioni (senza contar approfondimenti e altro) contro 4 recensioni a fumetti.

    Di fronte a questi dati, mi pare un po’ eccessivo costruire un atto d’accusa sulla “pigrizia dei critici”, siamo dalle parti delle diatribe sul sesso degli angeli.

    Quanto al valore e all’utilità di queste “variazioni sul tema”, credo aggiungano un punto di vista diverso e stimolante, ma soprattutto che abbiano senso proprio all’interno di una realtà dove il materiale scritto “da critici” – metto le virgolette per non entrare in discussioni su cosa sia e chi sia un critico – è molto e vario, e possono rappresentare l’eccezione (non certo la regola come sembra emergere dal pezzo e dai tuoi commenti).

    Detto questo, se ci sono autori che si dimostrano ben più disponibili, interessati, divertiti a collaborare ben più di tanti “famigerati” critici, ultimo per quanto riguarda LoSpazioBianco il caso di Mario Atzori, bhe, la cosa a noi fa piacere e crediamo anche ai lettori, se il risultato mantiene il livello di qualità a cui cerchiamo di mirare sempre.

  31. “ma qui, e la sfumatura è sottile, si assiste a un fenomeno nuovo e con potenziali ricadute deleterie.

    Lungi dal colpevolizzare gli amici dello Spazio Bianco (o di CsF), che stimo e con cui collaboro, dicevo, permettetemi di spiegare quali sono secondo me gli aspetti pericolosi.”

    Ettore, parliamo dell’articolo, dai. Non mi pare che si discuta del sesso degli angeli e non ho colpevolizzato Lo Spazio Bianco. Si discute del potenziale pericolo di un fenomeno (quello di delegare) che si sta presentando soprattutto ORA (e dappertutto, non riconduciamo tutto ai personalismi). Io lo vedo, altri, come il simpatico e annoiato Giorgio, no. Tutto qui.
    Per quanto riguarda ciò che penso delle recensioni a fumetti, magari ci torno, ma non è questo lo spazio adatto.

  32. quello su cui non si è d’accordo è che ci sia una “delega”.
    d’accordo invece che non si possa “lasciare” solo all’artista/autore l’interpretazione del suo lavoro, delle sue opere.
    gli esempi riportati hanno invece arricchito le informazioni disponibili.
    forse, i rischi che tu paventi sono più da attribuire alle relazioni che si instaurano tra i blog. ma qui il discorso diventa un altro.

  33. Bah…una questione del genere sarebbe considerata davvero assurda.
    E’ come se dicessimo che truffaut non va bene per intervistare Hitchcock perché di mestiere fa pure lui il cineasta… E’ invece la loro conversazione resta uno dei più importanti contenuti di sempre alla critica di settore mai prodotti. Potremmo fare lo stesso discorso in letteratura: da Italo Calvino a Umberto Eco…
    E, poi, allargando il discorso, perché un autore non dovrebbe avere gli strumenti per fare buona critica? Al contrario se sa distinguere i due piani (quello creativo e quello analitico), saprà essere un fine analista e un buon intervistatore.

  34. “Ecco in questa comunque valida discussione comparire Ausonia e& c.” follia

  35. Marco, ma lo hai letto il pezzo? No, perché se trovi una riga dove si dice che gli autori non possono intervistarsi a vicenda o che un autore non ha gli strumenti per fare buona critica, vuol dire che hai letto un pezzo diverso da quello che ho scritto.

  36. Magari sono io che interpreto male, anzi diciamo che ho frainteso e ho letto un altro pezzo. In quel caso cancella il mio commento. Prendo atto che non avresti detto a Truffaut che correva il rischio del “volemose bene” a intervistare il “collega” Hitchcock.
    Però puoi spiegarmi l’affermazione:

    “Critici” e “artisti” dovrebbero stare su parti opposte della barricata. Non per alimentare stupide e inutili guerre o scontri ideologici, ma per il fatto che la loro funzione è necessariamente diversa.

    Perché io la leggo e la rileggo e più fraintendo. Sembra che “critico” e “artista” siano due categorie dello spirito e non come in effetti sono, solo attività intellettuali diverse, in alcune casi perfino complementari o integrabili nella sensibilità di un autore. Il fatto che possano corrispondere a “funzioni” come le chiami te diverse, o perfino professioni, non mi sembra che permetta di porle in termini dialettici (“i due lati della barricata”).

  37. Vediamo se così è più chiara: “esiste il potenziale rischio che, in questo momento, in Italia, in campo fumettistico, un vuoto di critica possa in qualche modo essere mascherato dall’ottima attività di autori “prestati” alla critica?”
    Per me il rischio esiste, per altri no. Di questo si discute. Che c’entrano Truffaut o Miller o chi vuoi tu? La domanda è circostanziata, l’ambito pure.

    Per rispondere al discorso dei termini dialettici, qual è il problema se una categoria fa delle cose, e l’altra tenta di contestualizzarle? Sono certamente attività intellettuali diverse, ma anche con funzioni ed esigenze diverse.

    Nel momento in cui l’equilibrio fra le due categorie dovesse venir meno (e, ripeto, SOLO di questo si parla nell’articolo), io vedo dei potenziali pericoli. Al di là che un particolare autore sia un ottimo critico o che un ottimo critico sia anche un autore. Specialmente se questo accade in ambiti completamente diversi da quello di cui si parla, come il cinema, o ambienti fumettistici regolati da logiche diverse.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...