Tintin e il mistero di Hergé

di Jeet Heer

traduzione di Katia Zaccaria

Questo articolo è stato pubblicato il 17 dicembre 2011 su Globe and Mail.

Benché non altrettanto ossessivamente autoreferenziale quanto Alfred Hitchcock, il fumettista Hergé condivide l’abitudine del regista di compiere camei occasionali nelle sue stesse storie. Una volta che avete visto una foto dell’artista belga, con i suoi capelli biondi, il suo corpo magro come un palo del telefono e il naso a becco, potete iniziare a giocare a una variante di Where’s Waldo? cercando i doppioni di Hergé nascosti negli angoli dei suoi 24 libri di Tintin che produsse dal 1929 fino alla sua morte nel 1983. Uno dei sosia di Hergé se ne sta impettito con nonchalance in un museo in L’Orecchio Spezzato, mentre un altro è un ufficiale della cavalleria dall’aspetto piuttosto galante nella corte reale in Lo Scettro di Ottokar. Hergé adorava Hitchcock e una caratteristica che prese in prestito dal regista fu una sensibilità da chi va là, un desiderio di allontanarsi dalla cornice della storia e incontrare il pubblico con un occhiolino d’intesa. Nel nuovo film, Spielberg rende omaggio al gioco autoreferenziale dell’autore includendo un sosia di Hergé.

Il gioco del “trova l’Hergé” non deve essere necessariamente alla lettera. Più di un secolo dopo la sua nascita e alla vigilia della prima nord americana del film campione d’incassi di Steven Spielberg, Hergé resta un fumettista immensamente popolare ma anche enigmatico. I libri di Tintin hanno venduto più di 120 milioni di copie in più di 40 lingue. Potete trovare negozi di Tinin dedicati alle avventure del ragazzo di Hergé non solo nel suo nativo Belgio ma addirittura in posti lontani come l’Etiopia, India e Giappone.

Piuttosto similarmente al gioco del calcio, Tintin ha una popolarità quasi globale, sebbene solo recentemente stia mettendo piede nella anglofona America. In molte parti del mondo, Tintin è un’icona culturale altrettanto familiare come Sherlock Holmes, Tarzan o Snoopy. Eppure nonostante Holmes sia la personificazione della logica, Tarzan un emblema della vita naturale e Snoopy un simbolo della libertà di spirito nonconformista, quali qualità impersona Tintin? Paragonato ad altre icone popolari, Tinin sembra misteriosamente vuoto, una tabula rasa piuttosto che un’identità definita.

Per quanto Tintin sia amato, il suo fascino può essere difficile da spiegare a chi non è ancora caduto sotto l’incantesimo dei libri. In apparenza, le trame ricorrenti sembrano abbastanza semplici: Tinin è un giovane reporter e la sua ricerca di storie lo porta a vedersela con malfattori (spacciatori di droga, spie, schiavisti) in diverse regioni esotiche, che spaziano dalle strade animate di Shanghai alle alture solitarie delle Ande.

Mentre risolve vari misteri internazionali Snowy (Milou nella versione originale francese), il suo fedele terrier bianco, mette pepe alle avventure con scenette teatrali sarcastiche sbeffeggiandolo con pensieri tipo: “Tintin, sei un vero Sherlock Holmes!” L’appoggio comico è anche fornito da un eterogeneo assortimento di amici, incluso il tumultuoso, sputa invettive Capitan Haddock e il duo di detective imbranati Thompson e Thomson (Dupont e Dupond in francese), e la proverbiale grassa cantante lirica la cui voce fa venire i brividi, Bianca Castafiore.

Mentre Tintin potrebbe essere insignificante, la sua gang pittoresca dà entusiasmo e vita alla serie. Ma lasciando da parte le abilità di creare personaggi di Hergé, i libri di Tinin si distinguono per la loro atmosfera unica, lo spazio mentale che i lettori possono trovare nella serie e da nessun’altra parte. Definire quest’atmosfera è difficile, e ha messo a dura prova le risorse di numerosi critici. La biblioteca di Tintinologia è vasta, formata da più di 70 volumi che cercano di risolvere l’enigma della serie con una varietà di metodi, dal biografico al politico, dal religioso al decostruttivo, al psicoanalitico.

Per i detective della critica la biografia di Hergé ha fornito una miniera ricca di indizi. Reticente sulla sua vita privata, una volta chiese retoricamente: “E se vi dicessi che ho messo la mia intera vita dentro Tintin?”

E’ nato nel 1907 al secolo George Remi, figlio di un sarto, e prese il suo nome di penna capovolgendo le sue iniziali (G.R. diventarono R.G., pronunciate Hergé). Da giovane, pensava che sua nonna potesse aver avuto un amante di sangue reale, facendo di lui l’erede al trono. Potrebbe, questo, spiegare la persistente caccia di misteri genealogici nella serie, in particolare il tesoro nascosto dall’antenato del Capitan Haddock, Sir Francis Haddock?

Da ragazzo, Hergé faceva parte dei Boy Scout Cattolici, il cui spirito di fair play e moralità contribuirono certamente all’etica di Tintin. Il giornale del Vaticano, L’Osservatore Romano, rivendicò addirittura Tinin come “un eroe cattolico”. Benché comprensibile, questa appropriazione pia di Tintin è sminuita dalla biografia del fumettista. Il cattolicesimo di Hergé era più sociale e politico che non religioso. Nella sua mezza età lasciò la moglie con cui viveva da tanti anni per un’amante molto più giovane. Nella maturità fu affascinato dal Buddhismo zen e dal nutrimento spirituale del pensiero Orientale. Tintin in Tibet è forse il libro più emozionale della serie perché esprime la passione di Hergé per la cultura asiatica mentre racconta una storia che riafferma i valori di perseveranza e lealtà dei Boy Scout.

Politicamente, Hergé era un miscuglio. Un conservatore intelligente, che negli anni ’30 si oppose encomiabilmente all’onda in ascesa della tirannia, prendendo una posizione ferma contro l’imperialismo giapponese in Asia e l’espansionismo Nazista in Europa. Ma dopo che la Germania conquistò il Belgio, Hergé si compromise pubblicando i suoi fumetti in un giornale gestito da collaborazionisti. Il tanfo di quel patto col demonio, insieme alla trama in cui compare un finanziere ebreo internazionale come cattivo, non ha mai abbandonato la reputazione di Hergé.

Arrivò a pentirsi delle sue attività durante la Guerra, così come dei suoi primi fumetti che celebrano il dominio dell’Europa coloniale in Africa. Come molti conservatori europei, pensava che il continente avesse la nobile missione di “civilizzare” l’Africa. Tintin in Congo, originariamente serializzato negli anni 1930-1931, mostra il ragazzo reporter che istruisce paternalisticamente un congolese dalle sembianze di bambino, disegnato nella non fortunata tradizione dei Minstrel Show. Il libro rimane controverso e fu tradotto in inglese solo nel 1991. Come Hergé disse dolorosamente in un’intervista più in là nella sua vita, “Ero nutrito coi pregiudizi della società borghese che mi circondava.”

Nel suo sciocco e infuocato studio critico del 2006, Tintin e il segreto della Letteratura, lo scrittore britannico Tom McCarthy paragona Hergé a Chaucer e Shakespear, mentre trova anche paralleli tra la serie di Tintin e le idee recondite di Jacques Derrida e Roland Barthes. Nonostante tutti gli elogi, McCarthy fa un disservizio a Hergé nel dissociare il fumettista dalla sua vera tradizione, non di alta cultura ma di intrattenimento popolare. Hergé appartiene alla nobile linea di libri per ragazzi e thriller che include L’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson, i 39 Scalini di John Buchan, Kim di Rudyard Kipling e Il Prigioniero di Zenda di Anthony Hope. Un aspetto deplorevole di questo lignaggio è che questi libri tendono a essere unilateralmente maschili. Ci sono pochissimi personaggi femminili nelle storie di Hergé.

Questa è comunemente una tradizione letteraria, ma Hergé vi apportò le sue speciali capacità di artista visivo. Più di ogni altro fumettista della sua epoca, era in sintonia con la rivoluzione modernista delle arti. Una volta diventato benestante, diventò un collezionista esigente, comprando opere di Joan Mirò, Serge Poliakoff e altri pittori. Allenato a vedere attraverso i grandi modernisti, Hergé applicò ai suoi fumetti un’estetica di purificazione: combatté per distillare ogni immagine, riducendo al minimo indispensabile le linee necessarie per trasmettere l’informazione fisica.

Il saggista Americano di origini belghe Luc Sante scrisse la miglior singola analisi dedicata a Hergé in lingua inglese, una visione critica che si distingue per l’attenzione data al fumettista come artista visivo. Hergé, notò Sante, “incluse ogni particella del visibile, non importa quanto fluida e cangiante, in una linea nera sottile e immediata; fece portare a quella linea il fardello di massa e peso senza modellamento; e dotò la linea di un complice nella forma di colore puro, chiaro, empatico ma non sfarzoso”. (I saggi di Sante li potete trovare nella collezione Kill All Your Darlings).

La soluzione al mistero di Hergé è nascosta in piena vista. Il suo stile, la sua famosa “linea chiara”, è la chiave per spiegare la trance che riesce a indurre in lettori ben disposti. La linea chiara permise a Hergé di creare il mondo dei suoi libri, un mondo che è meravigliosamente invitante perché tutto sembra disposto di fronte a noi con chiarezza diagrammatica. Tintin abita un mondo di oggetti: cappelli a bombetta, navi pirata, calzini a losanga, scettri e un’infinità di altre stranezze. Le superfici che Hergé ha creato sono così piacevoli allo sguardo che ci soffermiamo su di loro e le infondiamo di significati più profondi che non quelli trovati nell’adolescenza delle trame delle storie stesse.

L’eredità di Hergé è più visiva che non narrativa. Non è un caso che la migliore biografia di Hergé sia una graphic novel che prende spunto dalla sua arte. The Adventures of Hergé [Le Avventure di Hergé], di Jose-Louis Bocquet e Jean-Luc Fromental, illustrate da Stanislas Barthelemy, paga ad Hergé l’onesto tributo di furto stilistico. E’ disegnato alla maniera di Hergé (circa 1934) e copre i punti salienti della sua carriera facendo costanti sovrapposizioni tra la vita e l’arte. Mentre il lettore casuale può usarlo per avere la vita di Hergé delineata a grandi linee, il fanatico irriducibile di Tintin sarà più interessato alle innumerevoli allusioni alla serie intrecciate nella storia e nelle immagini.

A parte Barthelemy, molti dei fumettisti migliori al mondo continuano a trarre ispirazione da Hergé. Il potere continuo della tradizione della “linea chiara” può essere visto in artisti più disparati come Chris Ware, Seth, Charles Burns e Joost Swarte. L’arte di Hergé rimane un tesoro non-così-segreto che ripaga tutti quelli che ne vanno in cerca.

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5 risposte a “Tintin e il mistero di Hergé

  1. http://marksarvas.blogs.com/elegvar/2007/12/compare-and-con.html
    Questo post è interessante per capire come l’analisi di Heer sia molto calibrata, anche nella critica mossa al volume di McCarthy.
    Molto probabilmente l’autore della International Necronautical Society compie l’ennesimo excursus sulle sue “patologie” nel lavoro dedicato all’autore belga, piuttosto che concentrarsi sulle sue opere.

  2. Pingback: Tintin e Hergé: fascino e mistero?

  3. Articolo chiaro, però sembra scritto 30 anni fa. Possibile che la critica anglofona su Hergé sia ancora a questo punto? McCarthy – velleitario? – almeno un’analisi la tenta.

    P.S.: “L’eredità di Hergé è più visiva che non narrativa”. Sì, ma negli Stati Uniti. Era sottinteso?

  4. be, come ammette lo stesso heer, in america tintin sta arrivando coscientemente solo da poco.

  5. Sì, è vero, e cosa sia stato finora Tintin per gli americani è un argomento che è stato solo sfiorato e magari invece sarebbe interessante…

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