Speciale Asterios Polyp: all’interno del cerchio dei colori

di Tonio Troiani

Nono appuntamento con il nostro speciale su “Asterios Polyp” (qua le precedenti puntate) con un intervento del nostro Tonio incentrato sui colori del fumetto di Mazzucchelli.

Asterios Polyp è un libro sulla dualità e sul desiderio – umano troppo umano – di unità. La stesso aspetto del libro informa il lettore di questa duplicità. Per metà rilegato e per metà esposto – nella parte più fragile – all’uso e al tempo. È un oggetto che deve invecchiare e cambiare: come il suo protagonista. Ma questa duplicità drammatica si riverbera, soprattutto, nelle scelte cromatiche di David Mazzucchelli. Per capire perché dobbiamo fare un passo indietro e interpellare direttamente Goethe.

Nel suo preziosissimo volume Goethe e il suo diavolo custode, Vittorio Mathieu dedica alcune pagine all’abbigliamento del morente Werther. Il suicida indossa un panciotto giallo e un frac azzurro. Questo stridente accostamento troverà una spiegazione anni dopo nelle pagine della Teoria dei Colori. Infatti, nella quarta sezione dell’opera Goethe analizza la polarità che il blu e il giallo definiscono, contrapponendosi in una serie di opposti [1]. Le due tonalità vanno sintetizzate per raggiungere l’unità, e quindi stemperare in un’armonia la mescolanza dei contrari. Unità che il giovane romantico protagonista del romanzo non raggiunse mai: con esiti tragici.
Ora, tornando all’opera di Mazzucchelli salta subito all’occhio questa distinzione cromatica tra i toni freddi, che narrano le vicende passate del protagonista (in opposizione ai toni magenta con cui è intessuta la fragile figura di Hana) e i toni del giallo, che dominano, invece, il suo percorso di redenzione.
I colori, pertanto, diventano il termine per parlare della stessa dissociazione interna dell’architetto di carta. Ma non solo, essi rappresentano due diversi atteggiamenti nei confronti del mondo. La parabola narrativa del romanzo mostra quindi l’archetipo dell’eroe che cerca – inutilmente – l’intonazione perfetta.

Come dicevamo, nella Teoria dei Colori, Goethe attribuisce alle tonalità fredde determinate caratteristiche, che rubrica sotto il segno del negativo: privazione, ombra, debolezza, lontananza etc etc. Mazzucchelli assumendo le vesti del narratore assente, Ignazio il gemello non nato, dipinge Asterios utilizzando cromatismi freddi e rigorose costruzioni geometriche. Un po’ come l’alter ego di latta di Jimmy Corrigan, Asterios si staglia dinanzi alla sua classe simile ad un automa di Legér, circondato dai cinque solidi platonici. Molti studenti ne subiscono la fascinazione, mimando la rigidità del suo pensiero. Altri, invece, conversano il proprio carattere: scontrandosi con le Idee di Asterios.

Il robot in “Jimmy Corrigan” e la rappresentazione in classe di Aterios.

L’equilibrio, la concinnità, la simmetria, l’apollineo, il funzionalismo sono i cardini dell’immaginario teoretico di Asterios. Attraverso il sistema che mette in serie questi concetti Asterios colma la sua mancanza e difende la sua diversità: quasi esasperandola. Sin da piccolo – come ci viene narrato – la realtà viene subordinata ad un ordine superiore, che ne redime l’incoerenza.

Le cose sono sempre nel posto sbagliato: devono essere inserite in un sistema razionale che renda inerte la casualità e la contingenza di cui sono intrise. Lo spazio mentale di Asterios funziona in maniera dicotomica. Motivi pitagorici, eraclitei e platonici si intessono, conferendo una vocazione fortemente idealista al suo mondo. Un idealismo che spinge l’architetto a nutrire una certa diffidenza verso la realizzazione delle sue opere.
Platone considerava l’arte un surrogato alla seconda potenza della realtà delle Idee. La particolarità era già un abbassamento della purezza dell’Idea, e l’arte essendo una mimesi del reale, non poteva che allontanarsi ulteriormente dalla verità. Ecco perché Asterios non realizza nessuna delle sue opere: la sua architettura è un impianto teorico, un insieme di principi ideali, che lo spingono anche verso battaglie impopolari, come la difesa del complesso del World Trade Center.


Gli spazi metafisici in cui Asterios, incoronato, assiste al trionfo del suo Modernismo dal volto umano, ricordano le illustrazioni di Saul Steinberg. Senza dubbio, la sicumera con cui Asterios osserva il suo mondo pieno di archetipi, che vanno a spasso, è ben distante dal dubbio che invece trasuda dalle immagini dell’illustratore del New Yorker.

Un’illustrazione di Saul Steinberg.

Ciò nonostante, l’influsso di Steinberg diventa più evidente, se in un capitolo fondamentale come quello del primo incontro tra Asterios e Hana vi è un citazione quasi pedissequa del quadro Techniques at Party del 1953, il cui soggetto è stato ripreso anche nel libro del 1954 The Passport [2]

Saul Steinberg, “Techniques at Party”.

Il tema del mondo come estensione del sé viene declinata graficamente da Mazzucchelli ricorrendo all’espediente steinberghiano. Ogni individuo è rappresentato cromaticamente e graficamente in maniera diversa. Persino, il lettering ne è coinvolto.


Nella babele grafica del party di facoltà del 1984 Mazzucchelli contrappone il cianotico Asterios e Hana/Daisy [3] con il suo timido magenta (colore che proprio Goethe “scoprì”), mostrando come l’empatia creata tra i due li escluda dal frastuono simbolico circostante e ne fonda tratti e colori. All’interno del volume il tema della distonia e dell’armonia tra i due si ripresenterà continuamente, diventando più aspro o sciogliendosi come nel tenero “abbraccio” di pag. 117, dove la riduzione grafica dell’io si scioglie in una resa “realistica”.
Tuttavia, le visioni del mondo dei due amanti sono antitetiche. E la finzione a cui Asterios si è assuefatto, lentamente ne compromette i rapporti sino alla rottura.


Nell’economia del racconto, a mio avviso, l’aneddoto sull’essenza della scarpità ha un ruolo centrale, per capire la frattura tra Io e Mondo, che Asterios vive.
L’architetto mostra ad un commesso basito una scarpa dicendo: «la funzione detta la forma…linee eleganti…niente di superfluo… questa scarpa esprime perfettamente l’essenza della scarpità». In questa scena vi è un intreccio che conferma la tendenza idealista di Asterios. Il totale disinteresse per la materia, conduce il teorico modernista a porre in relazione forma e funzione [4].
Asterios, basta dare un’occhiata all’interno del suo appartamento, cerca nell’oggetto qualcosa di puro, qualcosa che lo superi in direzione appunto della verità intrinseca. Le scarpe che Asterios idolatra, in contrapposizione appunto alla visione del commesso, rimandano ad altro: rimandano alla purezza della forma, tanto da far dimenticare forse ad Asterios di provarle: basta la bellezza di quelle linee corrispondenti ad un’idea finale per strapparle alla realtà e porle in un piano di completa idealità.


Il risultato è un’enorme vescica e la saccente e ironica battuta di Hana, che riportano le scarpe e Asterios dal piano iperuranio in cui si trovano nuovamente sulla terra. L’illusione di Asterios di trovare la perfezione nella determinatezza viene infranta dalla sofferenza. La perfezione formale della scarpa rimane, come un guscio vuoto una volta che la finalità per cui è stata fatta collassa. Ma, nella mente totalmente funzionalista di Asterios dove forma e finalità coincidono vi è una scollamento e un conseguente collassamento della forma quando la scarpa non assolve alla finalità per cui è stata fatta.
Mazzucchelli, allora, incrinando l’idea polipiana di piena compenetrazione di funzione e forma in un oggetto, visto la sua avulsa capacità di realizzazione e di contatto con il sensibile, incrina l’identità stessa che il personaggio ha costruito su di sé, per supplire alla mancanza del gemello: il colosso che abita le iperboree regioni dell’Idealismo e che pretende di avere sempre ragione è solo una corazza con cui Asterios circonda il suo Io ferito. E il sogno ambientato nel Walt Disney Concert Hall di Frank Gehry non fa che confermarlo. Il vero Asterios sarebbe stato un architetto diverso: estroso, plastico, illusionista [5].
All’immagine fittizia, al surrogato di realtà che Asterios filma in continuazione per comprenderne l’identità, schiavo della propria illusione prospettica, si contrappone il nuovo Asterios di Apogee. Le vicende sono rischiarate da una luce nuova: il giallo colore solare, dell’azione, della forza, della vicinanza ci mostrano un Asterios libero dagli abiti formali, in quasi totale consonanza con il mondo circostante. Il lavoro per Stiff Major, l’incontro e le discussioni sulla complessità del reale (libero da qualsiasi logica duale) con la stellare Ursula Major, il tempo passato nelle strade e nei luoghi di Apogee rendono Asterios un uomo diverso.
Il contrappunto parte dal ricordo dell’essenza della scarpità: il déjà vu apre la ferita della memoria, che qui viene chiusa con un semplice cerotto: con facilità. Asterios sembra riacquistare una certa fluidità di scambio di toni con il mondo: non più egoisticamente schiavo della propria hybris, Asterios osserva e accetta il mondo così com’è.
Il cambiamento ha due grandi momenti: la costruzione della casa sull’albero e la decisione del viaggio di ritorno.
L’architetto sorride dinanzi al progetto di Stiff Major, ma nel contempo ne apprezza la bontà: il suo sguardo soddisfatto dinanzi alla sua prima vera casa è il segno di una crescita interiore, di un cambiamento. Ma è un cambiamento che deve avvenire nel Medesimo: lo si capisce dall’aneddoto che racconta a Ursula sul tempio di Ise.
Presso la prefettura di Mie in Giappone, si trova il complesso sacro di Ise, composto da due aree principali. Quella di Naiku è il tempio di cui narra Asterios. È un tempio che ciclicamente viene distrutto ed edificato con gli stessi criteri artigianali ed edilizi, spostandolo di pochi metri e lasciandogli accanto un vuoto dove è posto un piccolo tempietto, laddove sorgerà il nuovo al prossimo ciclo. Asterios così pone in luce come il cambiamento si svolga all’interno della stessa identità: non diventando o vivendo la vita del gemello morto, ma riedificando se stesso.
Incomincia, così, il suo viaggio di ritorno motivato da una nostalgia maggiore, che conduce l’eroe sul sentiero sbagliato.
Il mito dell’Androgino narrato da Aristofane nel Simposio platonico, che soggiace all’intera opera, viene declinato da Mazzucchelli in due maniere: attraverso la polarizzazione con il gemello mancato, una pura ombra, un archetipo strappato dal nulla e attraverso il ricongiungimento con Hana, quindi la compattazione dei sessi, degli opposti.
Il sentiero del Medesimo è intuito, ma non approfondito. Il dualismo idealista sembra decadere: il mondo non è più visto attraverso un rigore cieco della molteplicità e della diversità, ma Asterios pensa sempre all’altro come qualcosa da relazionare. Reso orbo dal tizio a cui casualmente aveva regalato il vecchio accendino di suo padre Asterios Polyp(hemus), l’uomo dalla grande voce, decide di ritornare da Hana. È un cambiamento mancato.
E il suo giallo – la sua forza – man mano che il viaggio procede, guidato dal sole verso un possibile Oriente, scema a causa della bufera di neve, sino a decadere in un tono cianotico: letteralmente.


Quello che l’aspetta è forse l’evento culminante e che ci fa capire come il suo muoversi all’interno del cerchio dei colori sia un movimento tragico.
L’immagine di Hana è eloquente: si presenta in maglione e pantaloni verdi. Secondo Goethe, il verde è la tonalizzazione priva di elementi torbidi del giallo e del blu. Hana nella sua solitudine – anche il gatto Noguchi è morto, nel frattempo – è riuscita come persona a tonalizzare gli opposti che si muovevano in lei, prima fusi nel magenta.

Il verde che viene introdotto per la prima volta nel romanzo fa il suo ingresso con Hana, al di là della porta che salva un Asterios semi-assiderato. Ma, la svolta fondamentale, che stordisce l’architetto idealista, ancora intrappolato nella mente di Asterios, è la visione della nuova poetica della scultrice.
La scena che gli si presenta dinanzi è abbagliante: i cinque soldi platonici.


L’arte di Hana ha raggiunto tutto quello vagheggiato da Asterios in anni di lezioni e ricerca. Semplicità e chiarezza subentrano alla scultura tormentata degli anni matrimoniali: la stessa semplicità che si respira nell’interno della sua casa. È un rigore accogliente, caldo, ben distante da quello dell’appartamento di Asterios. Non vi è algidità, ma essenzialità. Vi è una forte assonanza con l’interno accogliente della casa paterna di Asterios: vi sono tutti i segni di un ritorno ad un vera casa


I ricordi, allora, temprati da un buon vino, scorrono: in questa sequenza la distanza è colmata da Mazzucchelli non ricorrendo alla fisicità dei due amanti o ricorrendo agli espedienti espressionistici della prima parte del romanzo, ma facendo collimare  le loro voci attraverso l’intrecciarsi dei balloon. Le voci non si sovrappongo, ma si muovano all’unisono. Sembra quasi che una nuova forma di androginia sia raggiunta.

Il contrappunto di queste due tavole è alquanto eloquente. Tra l’altro oltre ad essere un ribaltamento speculare, con Asterios che ora siede a sinistra, quello che bisogna notare è soprattutto lo spostamento nello spettro dei colori caldi di Asterios: la sintesi tra il blu e il giallo ha inizio.

Ma, gli Dei sembrano essere di parere discorde.

Il tragico finale lascia un po’ interdetti. Ma, forse oltre ad intonarsi con il tono da tragedia greca del romanzo, con un eroe sempre in lotta con il proprio destino, con il proprio nome e la propria esistenza, Mazzucchelli sembra volerci dire due cose: che, essenzialmente, la chiusura del cerchio non è possibile se non all’interno dell’individualità, come avviene per Hana e che la hybris razionalista di Asterios viene definitivamente sconfitta da un evento al di là di ogni possibile previsione: se non dalla mente contorta di un paranoico incontrato in una tavola calda.

***

Note

1 Goethe, J.W., La Teoria dei Colori, Il Saggiatore, Milano 2008, p.173

2 Caro ha definito l’opera in questione un graphic novel ante-litteram, al riguardo hoodedutilitarian.com/2011/01/in-praise-of-saul-steinberg/

3 È strano che Asterios dinanzi al nome di Hana ( n.d.a. Fiore in Giapponese ) decida di chiamarla con il nome di uno specifico fiore., come se la sua tendenza all’astrazione fosse messa per un attimo in crisi.

4 Vi sono diversi esempi nel libro dell’idiosincrasia polipiana verso la dissociazione di questo precetto:
1) la critica all’arte “illusionistica” durante le sue lezioni.
2) la perplessità verso il lavoro e le scelte di arredamento di Hana.
3) la critica feroce mossa verso il lavoro di Kalvin Kohoutek culminate nel più aspro dei litigi sorta di contrappunto in negativo della piena empatia di pag. 117

5 Non a caso Asterios sogna in giallo. Vi è uno scambio continuo di identità nei suoi sogni: quasi come se Asterios e Ignazios fossero parti dello stesso individuo, incapace di una sintesi perfetta. La differenza con il sogno di Hana è palese: il magenta la contraddistingue anche nella fase onirica.

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2 risposte a “Speciale Asterios Polyp: all’interno del cerchio dei colori

  1. molto interessante. complimenti

  2. Pingback: Speciale Asterios Polyp: Fine | Conversazioni sul Fumetto

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