Perché abbiamo bisogno della critica

DI JEET HEER

traduzione di Andrea Queirolo

Per continuare il nostro discorso sulla critica del fumetto (qua tutti gli articoli), vi propongo questa breve riflessione di Jeet Heer pubblicata nel 2010 sulle pagine di Comics Comics. Heer comincia il suo ragionamento partendo da alcune considerazioni che Joe Matt ha espresso (qua) durante una conferenza su libro Best American Comics Criticism.
In sostanza, concordando con Heer, ritengo che le interviste sono fondamentali per un percorso critico e anche che alcuni autori sono i migliori critici (di se stessi e degli altri) ed è per questo che ne proponiamo tante.
Con tante scuse a Henry James, ma approfittandone anche per celebrare i 70 anni di Muhammad Ali. -AQ

Vorrei soffermarmi in particolare sulle dichiarazioni di Joe Matt che dichiara di non aver bisogno di leggere la critica perché può decidere da solo ciò che è buono o no. Questo non è un parere insolito e credo che la risposta corretta a questa affermazione dipenda da cosa si intende per “critica”. Se definiamo la critica strettamente come scritti analitici su una forma d’arte o di particolari opere d’arte, allora è vero che la critica è una interesse minore. Ma se definiamo la critica in modo più ampio come ogni discussione d’arte o opere d’arte, tra cui le conversazioni e la risposta degli artisti stessi sull’arte precedente, allora la critica è inevitabile e indispensabile come l’arte stessa. Per essere più concreti, alcune delle migliori critiche sul fumetto sono sotto forma di interviste fatte da artisti del calibro di Gil Kane, Robert Crumb, Art Spiegelman, ecc. Come Joe Matt cita altrove nella discussione, lui stesso si rivolge prima di tutto alle interviste del Comics Journal. Senza queste interviste, il nostro senso intero del fumetto sarebbe molto diverso.

La migliore articolazione che abbia mai letto sulla necessità della critica proveniva da un saggio che Henry James scrisse nel 1884 su The art of fiction. Ecco la parte fondamentale del saggio:

L’arte vive sulla discussione, sulla sperimentazione, sulla curiosità, sulla varietà di tentativi, sullo scambio di opinioni e il confronto di punti di vista e vi è una presunzione che quei momenti in cui nessuno ha qualcosa di particolare da dire in proposito e non ha alcun motivo di farlo per pratica o preferenza, sebbene possano essere momenti d’onestà, non sono momenti di sviluppo – sono momenti, forse anche, un po’ di ottusità. La riuscita applicazione di ogni arte è uno spettacolo delizioso, ma la teoria, anche, è interessante, e se c’è una grande quantità di quest’ultima senza la prima, ho il sospetto che non vi è mai stata una vera riuscita che non ha avuto un nucleo latente di convinzione. Discussione, suggerimento, formulazione, queste cose sono il fertilizzante quando sono franche e sincere.

Questa è forse la prima e ultima volta che Joe Matt e Henry James sono stati affiancati nella stessa discussione.

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