Jeff Jones – La via della gloria

Questo articolo/intervista è originariamente apparso su Linus numero 1 del Gennaio 1977 ed è a opera di Ranieri Carano.
Di Jeff Jones avevamo già parlato qui in occasione, purtroppo, della sua scomparsa. -AQ

Lucca, il solito albergo, la solita hall, il solito pigro brusio delle ore morte. Il giovinetto che mi sta davanti ha aspetto androgino, ma non proprio come potrebbe far pensare l’immagine ufficiale. Forse l’effetto efebico è attenuato da ruvidi panni residuati da qualche <<sporca guerra>>. Certo, malgrado il travestimento, Jeff Jones è quanto di meno bellico si possa pensare: alto, bellino assai, esige per la sua descrizione un linguaggio d’altri tempi.
<< Egli era bello, anzi molto bellissimo, e avea collo lungo che più di cigno tenea che d’omo… >> e via di questo passo.
Il giovanetto che in fondo ha trentadue anni — essendo nato nel 1944 — ma non sembra aver superato il ventunesimo anno d’età, è gentile, timido forse, parchissimo di parole, ma sotto sotto nel grande occhio interrogativo non è difficile intravedere un leggero fastidio per l’impiccione che gli sta di fronte e che deve ricordargli il maggiordomo televisivo, quello sempre alle prese con una coppia di bimbetti lentigginosi e manierati. E tuttavia il lieve fastidio non prende mai il sopravvento perché egli sa che la strada verso la Gloria – che intende percorrere fino in fondo – comporta anche tappe noiose come questa lucchese, dove ammiratori insistenti e cronisti di piccolo tonnellaggio frenano un poco la marcia verso l’immortalità.

— Si, sono nato ad Atlanta in Georgia, nel ’44, ho studiato laggiù, prima fisica e poi arte. Nel 1967 sono andato a New York, ho trovato subito lavoro alla Warren (comic books) e poi altrove; ho fatto più di 300 copertine, e molte illustrazioni. Ho scritto anche racconti, ho lavorato un po’ per la pubblicità. Poi, da ’72, collaboro al National Lampoon, con <<Idyl>>. Da aprile di quest’anno ho smesso qualsiasi lavoro di tipo commerciale. Dipingo, certo: 15 mie opere si trovano presso lo Smithsonian Institute di Washington.

Tutte queste notiziole non gli sgorgano come da vivace sorgente. Gli vengono estratte, invece, come molari di radici pervicaci. Ma servono a stabilire alcune cosette: primo, che Jeff Jones gode già di una certa autorità, poiché allo Smithsonian – una fondazione che ha 150 anni – non si accolgono gli sprovveduti; secondo, che il giovane intende fare pochi compromessi per l’arte, se ha già deciso di rinunciare a proventi pubblicitari o altrimenti bassamente commerciali. Tiriamogli fuori dalla bocca sottile qualcosa sui suoi gusti e, soprattutto, sui suoi maestri.

Mi guarda con aria di sfida.

— Anche Disney, certo, mi piace molto. Frazetta? Ovviamente, ma non esageriamo… mi sento molto più influenzato dai pittori americani della fine ‘800, come Whistler per esempio. E poi, vuoi proprio saperlo?, da Tiepolo, sì, proprio G.B. Altri fumettisti? No.

Neanche il povero Bodè? Mah… certo Jones ha pochi maestri che riconosce, a parte i realisti americani poco graditi a Ruskin e G.B. Tiepolo. E forse il suo disegno curiosamente anatomico e accademico non ammette discussioni. Eppure il principe Valentino e i Tarzan di Hogarth e di Foster li deve aver visti. O magari no, perché in fondo anche quei signori devono aver visto i manieristi, i preraffaelliti e altri pittori che, secondo me, ha sogguardato anche Jones. Poi si continua sempre con pochi nomi, ma decisi.

— In musica? Bob Dylan e Bach. Film? Kubrick, anche Barry Lyndon, sissignore. Politica? Non mi interessa. L’America? Non m’interessa. Mi piace solo N.Y., anzi solo il Village. Voglio solo lavorare, come mi piace. Voglio lasciar dietro qualcosa quando morirò. Il resto non m’interessa.

Idee chiare e distinte anche se poche. Pare quasi impossibile che un giovane di oggi sia così distaccato dalla storia, tempi, agitazioni, eccetera. Facciamo una controprova: è nato ad Atlanta, in Georgia, profondo sud, questione razziale, via col vento, tutto quel che si vuole…

— Quando ero piccolo e poi ragazzo non c’era questione razziale. O meglio, c’era. Ma la separazione tra le razze era totale. Si può dire che non ho mai visto un negro, allora. Della mia infanzia ricordo soprattutto una vecchissima prozia cieca che mi teneva in braccio e mi chiedeva com’erano i colori della sera… Questo è quel che conta.

Insomma, niente da fare. Inutile continuare, cercare di coinvolgerlo in un discorso diverso. Come si fa a chiedere cosa pensa delle multinazionali al Tiepolo? Val la pena far notare a Raffaello che la sua tranquillità di Artista puro potrebbe poggiare sull’imperialismo equilibrato delle superpotenze?
No, è chiaro. Eppure, in sede di folgorante commento, il Cigno (muto) di Atlanta non dev’essere poi così metafisico, così seriosamente pre-’68, ma anche pre-’48 e pre-’89; nelle sue tavole c’è ironia, malizia, ammiccamento, e non solo straordinario formalismo pittorico.
Resta il dubbio che reciti, almeno in parte, un ruolo prefissato di microcosmo o monade senza porte né finestre; magari senza sapere, a tutti i livelli di coscienza, di recitare.
Resta il dubbio, soprattutto, di non aver fatto completamente il proprio dovere d’intervistatore. Ma dovete ammettere che, di fronte a simile vestale dell’Assoluto, cedono le armi della curiosità e della critica, cadono le braccia e ci si può solo chiudere in un reverente silenzio.
Meglio, quindi, lasciar parlare le opere di quello che è ormai pacificamente considerato il migliore disegnatore americano dell’ultima (o penultima?) generazione.
Jonesus pinxit.

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