Wally Wood secondo Clowes

di Andrea Queirolo

Avevamo già parlato dell’influenza che Wally Wood ha avuto su Daniel Clowes, ma oggi voglio approfondire un poco l’argomento.
La tavola originale che vedete riprodotta qua sopra è stata realizzata da Clowes nei primi anni novanta per il sesto numero della rivista Blab, un’antologia edita da Fantagraphics giunta al capolinea qualche tempo fa.

Personaggio controverso, Wood è spesso ricordato per aver creato il costume moderno di Daredevil negli anni ’60, quello che noi tutti conosciamo come “costume rosso” e, in modo diverso, per la sua carriera alla EC Comics.
Quello che invece si tende a dimenticare o a non sapere di Wood sono i problemi che ha incontrato nella sua vita privata: due matrimoni falliti, la depressione, l’alcolismo, l’arresto alle Isole Vergini e il conseguente licenziamento da Mad, fino al colpo apoplettico che nel 1978 gli fece perdere la vista a un occhio, compromettendo il suo lavoro e portandolo al suicidio appena tre anni dopo.

Nonostante tutte le difficoltà, Wood continuò a produrre strisce, illustrazioni e storie, spesso circondato da un alone di frustazione che scaturiva dalla sua meticolosità per il disegno. Diverse sono le testimonianze dei suoi collaboratori negli anni e forse la più significativa è quella di Dan Adkins che ne sottolinò la paranoia e la fissazione: “Si vedeva che era frustrato da tutto il lavoro che doveva fare. Era meticoloso in un sacco di cose. Aveva 36 bottiglie diverse di inchiostro che doveva conservare, nelle tonalità dal nero fino a un grigio chiaro.  – Fai i tuoi grigi diluendo l’inchiostro con l’acqua. – E lui mescolava e manteneva tutte le 36 bottiglie piene, per tutto il tempo.”

Autoritratto di Wally Wood, alla fine della storia “My World”, testo accreditato a Al Feldstein. Pubblicata dalla EC Comics in “Weird Science #22” del novembre/dicembre 1953.

Nelle parole di Clowes, durante un’intervista presso la libreria newyorkese Strand Bookstore nel 2010, Wally Wood è stato uno dei suoi primi maestri: “Ho scoperto Wally Wood quando avevo 15 anni, durante i miei anni formativi. I suoi racconti erano pieni di astronavi, dinosauri, ragazze sexy in tute spaziali e cose così.” Clowes lo dice facendo riferimento a una storia in particolare: My World (che vi invito a leggere qui).

Clowes durante l’intervista.

In altri termini, gran parte del weird di Clowes proviene dalle storie di Wood, ovvero dalla consapevolezza del poter osare con il fumetto, proprio come ha saputo fare Wood nel corso della sua carriera, spaziando dallo humor al serio, dall’impegnato al bizzarro, dal supererostico al pornografico.

L’aspetto più importante ricavato da Clowes è, oltre la meticolosità nel disegno, la consapevolezza del fumettista come essere umano e lo sforzo costante che questi deve attuare per portare a termine il proprio lavoro. Fra tutti i cliché che ricorrono nelle sue opere, quello della figura del fumettista frustrato è la più evidente e duratura.

Particolare della striscia “Wallace Wood” by Daniel Clowes, da “Twentieth Century Eightball“, Fantagraphics 2002.

Innumerevoli sono gli esempi disseminati nella sua produzione, ma tutti sono pressoché identici nell’impostazione: il fumettista viene ritratto con un’espressione sconsolata chino sul tavolo da disegno e chiuso nella sua stanza. Inoltre, Clowes ama autoritrasi in queste situazioni, proprio come fece Wood nella vignetta sopracitata. L’enorme differenza consiste nella negatività diamentralmente opposta all’apparente ottimismo di Wood.

Quello di Clowes è ovviamente un gioco autoironico, una presa di coscienza e se volgiamo un misto d’amore e odio verso la sua passione e il suo lavoro, il fumetto appunto.

La sua opera è fortemente legata a questo aspetto e albi come Pussey lo confermano. Forse Clowes, attraverso queste rappresentazioni, cerca di allontanarsi dalla fine tragica del suo maestro, al quale guarda sempre costantemente con passione, dedicandogli strisce e perfino firmando la copertina di una sua biografia: Wally’s World: The Brilliant Life and Tragic Death of Wally Wood, the World’s 2nd Best Comic Book Artist, scritta nel 2006 da Steve Starger e J. David Spurlock.

Leggi tutti i nostri articoli su Daniel Clowes.

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Una risposta a “Wally Wood secondo Clowes

  1. Quando si parla di Wood, la mia coda di paglia punta verso nord – nessun doppio senso sessuale – e cerca di toccare la nuvoletta dove riposa il disegnatore tra una tavola e l’altra. Il tempo ora è dalla sua parte come dicevano le Pietre Rotolanti in anni in cui il suo tratto era già considerato classico ed il mainstream usciva felicemente di carreggiata a colpi di sterankate mentre la signora Crumb nascondeva in una carrozzina i ciclostili con Mr Natural.
    Sto divagando, chiedo scusa, sebbene la sintesi sia la mia cifra stilistica.

    Daredevil mi è sempre piaciuto a tal punto che anche da bambino – una volta scoperto il vero nome di Scavezzacollo e la ragione delle due D che si intersecavano sul suo torsolo maturo da Victor Mature in calzamaglia – sulla cover traducevo automaticamente l’incredibile Devil in Daredevil The Man Without Fear. Diavolo è il cane dell’Uomo Mascherato ( per me Phantom ). Mi piaceva la caratterizzazione di Bill ” Namor The Sub- Mariner ” Everett, ma ero entrato in sintonia con quella di Romita sr e in orbita con quella di Gene the Dean Colan. Non sono mai stato un fulmine di guerra e quando è arrivata la cartolina precetto per la leva non era molto che avevo capito chi realmente facesse il lavoro di Babbo Natale, ma il marmocchio cosplayer naturale di Yellow Kid ( colorito, orecchie e tutto il resto ) che ero nei seventies a Wally riconosceva solo il merito di aver tolto a Matt una tuta da luchador ( tinta di rosso dai Bunker byos x ridurre lo strappo del numero sette ndr ) e di aver partorito cose il Matador e Mister Fear, il duca di Vattelapesca e la band vagamente dysneiana di hombres mezzo gatto/uccello/rana/scimmia.
    ”Capivo” che il suo Foggy senza guanciotte – vagamente Ray Burr come appariva sulle covers dei Gialli Mondadori con Perry Mason, l’avvocato del diavolo ( appunto ) – era meno Cico Gaetano Y Eccetera di quello che in seguito si sarebbe travestito da DD e avrebbe affrontato il Gladiatore per colpire la fantasia di Karen Page o meno Jimmy Olsen di quello che avrebbe tortorato la capoccia di uno sgherro del Coleottero per permettere al suo socio in rosso di esibirsi in una spaccata di fronte al pubblico dell’Expo ’67, ma erano anni in cui tutto mi piaceva solo se era bigger than life. Sognavo di sposare Karnilla e di tradirla con Tana Nile. Non capivo le perplessità di Pietro sulla liason tra sua sorella Wanda e l’androide Viz. La prima volta che ho visto The Rocky Horror Picture Show sono rimasto sorpreso da RiffRaff perchè pensavo che fosse lo Spirito Rosso o Victorius. Ripetevo ai miei compagni di riformatorio la frase presa di peso da un Kull di Mike Ploog ” Ho smesso di dolermi per le parola dopo la prima ferita di spada ”. Non so rendo. In cuor mio sapevo che la gente per le strade del mio quartiere aveva fisici disegnati da Lunari o Buzzelli e guidava la 128 verde pisello senza accessori pre 1978, ma il mio mondo era progettato secondo le specifiche di Kirby, Kane, Colan, Romita, i Buscemas, Adams, Steranko e Kubert. Okay, a volte era oscuro e cartoonico come quello di Ditko. I personaggi potevano anche caracollare curvi e ghignanti come nelle tavole di Tuska o sbirolare intorno, puntuti e scaleni, come in quelle di Robbins, ma non ero sensibile a Russ Heath, Hogarth e Wood.
    Nel tempo sono cambiato – mio figlio dice che gli ricordo Megamind che, se vogliamo, ha preso qualcosa dal bimbo di Outcalt, ma sono dettagli – e vado pazzo per il giallo e nero del primo Scavezzawrestler, ma la mia idea di comics è ancora che il tratto deve annullare la percezione del tempo che intercorre tra una vignetta e l’altra – tante teste tante sentenze, claro que si – il contrario, cioè, della fascinazione che i fumetti esercitavano su Fellini per cui ogni singola immagine aveva la magia della farfalla trafitta dall’ago e protetta da una teca.
    In un certo senso, considerato che preferisco la mini di Texeira del ’93 con Sabretooth, il Prime del primo anno di Norm Breyfogle, 25 episodi quasi con loSpider-Man 2099 di Rick Leonardi , la prima run di Ron Garney ( è bello dire rapidamente la run di Ron vero ? ) su Cap o gli specials su Bane di Graham Nolan alle tavole fifties del nostro , che pure ho visto e studiato , è come se anch’io fossi responsabile del suo sentirsi chiuso in una stanza con tutto il mondo fuori , come direbbe il signor Rossi. E gli chiedo scusa.

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