Baby’s in black: intervista ad Arne Bellstorf

di Daniela Odri Mazza

Mi piacciono le storie d’amore. Anzi, adoro le storie d’amore. E ancora di più adoro il rock’n’roll. Appena ho visto Baby’s in black credevo fosse una storia di groupie (avete presenti le giovanissime e bellissime fan che hanno accompagnato nelle loro tournée le più grandi rockstar?) e invece mi sono trovata a sfogliare tra le mani un’opera discreta e commovente, malinconica e intimista. Dentro ci ho trovato il racconto di una relazione intensa e fragile, un pezzo di storia della musica mondiale, una ricostruzione storica di quelli che ricordiamo come i mitici anni sessanta e sopratutto una risposta ad una domanda esistenziale: il senso della vita? E’ l’amore.

Volevo assolutamente saperne di più direttamente dall’autore, e fortunatamente in quei giorni Arne Bellstorf era qui in Italia impegnato in una serie di appuntamenti per la promozione del libro, compresi una mostra su Baby’s in black e un workshop gratuito per giovani illustratori realizzati in collaborazione con il Goethe Institut di Roma.

Non c’è occasione migliore per conoscere un autore che mentre è al lavoro. Mi iscrivo al workshop e trovo un giovane autore molto gentile e professionale, la mattinata scorre veramente in fretta, mentre, tra un disegno e un altro, del linguaggio del fumetto, e del suo lavoro in particolare. E poi viene il momento di chiedergli qualcosa di più.

Mancava solo la colonna sonora, voi ora potete ascoltate questa.

Ho letto che la storia di “Baby’s in black” ti è stata narrata direttamente da una dei protagonisti, cioè Astrid Kircherr. Perché hai scelto di raccontare la sua storia a fumetti?

Sono sempre stato interessato alle origini della cultura pop e a capire come siamo arrivati ad avere tutta questa industria musicale, come la musica è stata recepita prima che il capitalismo la trasformasse. Gli anni sessanta sono stati il decennio che ha cambiato tutto, lì ci puoi trovare tutte le risposte – e personalmente, penso che musicalmente quasi tutto è stato fatto e sviluppato allora. Tutti gli stereotipi, i cliché della musica Rock, tutte le forme commerciali e non commerciali e gli atteggiamenti erano lì e sono solo state ripetute da allora. Io vedo la musica come parte di una certa cultura, e per ritrarre questa cultura in un racconto, avevo bisogno di persone. Avrei potuto costruire dei personaggi di fantasia, ma poi ho trovato le foto di Astrid e ho letto di lei. Da quel momento, mi sono reso conto che la storia di Astrid e dei Beatles funzionava in modo veramente perfetto. Le loro personalità sono così definite dalla musica che stanno ascoltando, dai vestiti che indossano, è tutto lì ed è tutto vero. La loro storia dimostra realmente che tipo di cultura giovanile c’è stata in giro per l’Europa Centrale nei primi anni Sessanta – e come le sottoculture metropolitane sono confluite ad Amburgo per diventare qualcosa di nuovo, di commerciale e, nel caso dei Beatles, la moda giovanile più grande di sempre.

Qual è stato il tuo obiettivo: descrivere la cronaca di quegli anni ad Amburgo (che è la tua città), scrivere un pezzo di Storia dei Beatles, o semplicemente raccontare una storia d’amore?

Ai Beatles succede di essere nella storia, come qualcosa che definisce il tempo e come quella parte della cultura giovanile che si scontra con il mondo di Astrid. Puoi leggere il libro come una cronaca dei due anni prima che i Beatles cambiassero per sempre l’industria musicale e la cultura pop, ma questo è solo lo sfondo per una storia d’amore tragica. La relazione tra Astrid e Stuart era come una favola. Questo è quello che rende la morte improvvisa di Stuart così inquietante e priva di senso. Questo è il vero aspetto esistenzialista, assurdo (per come la intendeva Albert Camus) della storia: la vita non è come in un romanzo o un film, dove tutto ha un senso all’interno della storia. Volevo raccontarlo in un modo moderno, molto letterario, da metà del secolo (esistenzialista), e Astrid è stata subito d’accordo con questa visione. Non c’è un eroe, non un antagonista, tranne il proprio destino. La vita è senza senso, l’amore può dare un senso e tutto sembra a posto. La vita di Stuart, il suo talento promettente e il rapporto perfetto con Astrid vengono spezzati proprio in un momento in cui tutto il resto intorno a lui punta verso un futuro di successo.

Pensi che fumetto sia una buona scelta per raccontare fatti realmente accaduti (Storia, biografie)?

Beh, i fumetti possono raccontare tutto, naturalmente. Io non credo che funzionino bene come documentari, a patto che si lavori con le immagini disegnate, con personaggi in senso narrativo. C’è un approccio molto personale nei disegni, che rende il fumetto il mezzo perfetto per le autobiografie. Ma io non sono interessato a raccontare storie “vere”. Come ho detto, ho solo trovato questa storia per caso e ho pensato che calzava l’idea che avevo già di quello che volevo raccontare.

Questa storia non ha un lieto fine … Ti piacciono le storie malinconiche?

Sì, si potrebbe metterecosì. D’altra parte – a chi piace davvero il lieto fine?

Sulla Lingua
Nella versione originale,” Baby’s in black” è scritto in tedesco e in inglese, le due lingue parlate dai personaggi. Era necessario per ricreare un clima realistico di quegli anni ad Amburgo?

Ho scelto di mantenere le lingue “originali” perché sono una parte importante della storia. La barriera linguistica rende la storia d’amore ancora più interessante, è stato un vero “amore a prima vista”. Astrid e Stu si innamorarono l’uno dell’immagine dell’altro, è stata un’attrazione molto fisica, emotiva – si fidanzarono un mese dopo essersi conosciuti senza parlare la stessa lingua. La questione della lingua era importante anche per i Beatles, erano sempre degli stranieri ad Amburgo, e quando parlavano al pubblico, solo pochi potevano capire quello che stavano dicendo. E’ stato tutta una faccenda relativa all’immagine del Rock’n’Roll, la musica e l’atteggiamento.


Sullo stile

Ho visto le tavole originali in mostra. Hai lavorato su piccola dimensione, e in carta ruvida. Puoi dirmi qualcosa di più su come ti sei avvicinato a questo lavoro tecnicamente? E’ molto diverso dal tuo primo lavoro, “Otto, nove dieci”.

Sì e no. Uso ancora linee pulite, un modo di disegnare molto ridotto e minimalistico . E ho sempre lavorato su una piccola dimensione – la differenza è il pastello che ho usato per i livelli di grigio, le ombre ecc. Era qualcosa che usavo per la prima volta, ma aggiunge solo come un contrasto ai i contorni ben inchiostrati e dà alle pagine un aspetto più vivace.

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6 risposte a “Baby’s in black: intervista ad Arne Bellstorf

  1. Il collegamento alla canzone non funziona… è un peccato!
    La rileggerò con la canzone in sottofondo! Ottima intervista comunque!
    Bellissima l’introduzione!

  2. Bravo, bravo!
    Meno male che conversazioni c’è!

  3. Complimenti! Ci piace molto! Grazie per l’intervista, le belle immagini, il video e la grandiosa partecipazione al workshop. Stiamo lavorando sui prossimi eventi legati al fumetto. Vi aspettiamo. A presto 🙂

  4. Complimenti per l’ottimo pezzo! Grazie a Daniela e allo staff tutto! Ottimo lavoro davvero!
    smok! 🙂

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