Intervista a Naoki Urasawa Parte 3

traduzione di Alberto Choukhadarian

Terza e ultima parte dell’intervista a Naoki Urasawa apparsa sulle pagine della rivista Quick Japan #81 del 2008, successivamente tradotta in inglese sul blog gottsu-iiyan dal quale abbiamo attinto. -AQ

Leggi la parte 1.
Leggi la parte 2.

Volevo chiederti di Osamu Tezuka. Hai ammesso pubblicamente la tua totale adorazione per la sua opera più volte, vero?

Ho imparato così tanto da lui. E non solo io. Non c’è un singolo mangaka che non abbia subito la sua influenza.

Si dice spesso che con l’introduzione del Gekiga Tezuka perse l’orientamento. Io non penso sia andata così. Al contrario, proprio per via della crescita di quella corrente, il suo lavoro poteva diventare, ammesso ce ne fosse bisogno, ancora più evidentemente riconoscibile. Senza considerare che, se avesse voluto disegnare esattamente come gli altri, lo avrebbe potuto fare in tutta scioltezza. Ascoltando quello che stavi dicendo a proposito di Tezuka, pensavo che forse da lui hai ereditato quel senso di ‘una forza che può a tratti essere contrastata, ma non si sconfigge mai’.

Per dirla con le mie parole, penso che sia un ‘buon senso di cattiveria’. Ma è un concetto difficile da esprimere.

Credo di avere compreso appieno la ragione profonda per cui hai dovuto creare ‘Pluto’. Si tratta del remake della famosa storia dentro la storia di un ciclo di ‘Astro Boy’, ‘Il più grande robot della Terra’, vero? Credo sarebbe stato impossibile da fare se tu non fossi stato preparato a pensare: ‘Non mi interessa se questa sarà la fine della mia carriera’.

Non avevo quel tipo di risolutezza, in realtà. Bé, è iniziato tutto perché una volta mi è scappato un: ‘Voglio proprio vedere chi avrà il coraggio di fare un remake come si deve de ‘Il più grande robot della Terra”. A quel punto mi sono accorto che tutti mi guardavano e sembrava dicessero: ‘Tocca a te!’, e io: ‘Non ci pensate nemmeno! Non posso!’. Poi abbiamo iniziato a discuterne con il signor Nagasaki e la conversazione si è fatta così interessante che ho deciso che non volevo lo facesse nessun altro eccetto me (risate). In seguito ho sentito l’urgenza di farlo perché era il modo giusto per dare una testimonianza della ‘luce’ che Osamu Tezuka ha rappresentato per tutti noi, e se non preserviamo quel ricordo e lo tramandiamo in qualche modo, c’è il rischio che le nuove generazioni non possano mai capire. Non ho ancora completato ‘Pluto’ per cui non so che tipo di lavoro finirà per essere. Le persone in genere non capiscono il significato di quello che fanno sino a che non hanno finito di farlo. Comunque, ora, quando disegno una scena con Astro Boy volante, per qualche motivo, lo trovo straziante. Ma non so perché mi succeda. Forse è perché nonostante abbiamo superato il fittizio anno di nascita di Astro Boy, il 2003, il sogno di costruire un robot come quello ancora non si è tramutato in realtà. Se si fosse trattato di Tetsujin #28, l’arma estrema dell’esercito giapponese completata nei giorni seguenti la guerra, avremmo una cronologia specifica. Ma con Astro Boy si trattava di una visione degli anni cinquanta di un ipotetico tempo nel futuro di almeno mezzo secolo dopo, quindi qualcosa di completamente differente. A una prima occhiata sommaria Tetsujin #28 potrebbe sembrare una storia più romantica, ma il grado di speranza e disperazione che c’è in ‘Astro Boy’ è senza dubbio superiore.

E’ vero che la faccia del tuo Astro Boy sembra avere una vena di tristezza in più rispetto all’originale. Sta anche piovendo nella prima scena in cui appare…

Credo che quella prima scena sia tutto sommato simbolica. E, in ogni caso, nemmeno io mi spiego esattamente cosa ci sia dietro quella tristezza. Ne parlo molto spesso ai miei assistenti, chiedendogli: ‘Perché è tutto così triste quando questo personaggio entra in scena?’. Conosci quella canzone dei Beach Boys tratta da ‘Pet Sounds’ che si intitola ‘I just wasn’t made for these times’? Penso di poter descrivere quello stato d’animo come qualcosa di simile a quello. La canzone allude in qualche modo all’album ‘Smile’ che era previsto come seguito di ‘Pet Sounds’ ma in realtà non fu mai realizzato. Forse è la tristezza di qualcosa che è destinato a non nascere mai che mi ferisce ogni volta che disegno Astro Boy. E’ come se il personaggio di Tezuka dovesse portare il peso di tutte le contraddittorie sensazioni di speranza e disperazione per i cinquant’anni che hanno seguito la sua nascita su carta…

‘Pluto’ era stato forse pensato sin dall’inizio per avere personaggi con un aspetto differente dallo stile con cui li realizzava Tezuka?

Sì. Ho delle note di produzione, preparate per il primo incontro in assoluto, che avevo consegnato a Makoto Tezuka e che pensavo peraltro di rendere pubbliche con il prossimo episodio. Quello che avevo disegnato su quelle note era un Astro Boy immediatamente riconoscibile. E inoltre avevo preparato anche un esempio di Astro Boy e la scena con la pioggia. La ragione per cui avevo concepito quella scena risiede nella scelta di nascondere le sue proverbiali corna con un cappuccio. Di modo che quando
Gesicht gli avrebbe domandato: ‘Sei Astro Boy?’, lui potesse rispondere: ‘Sì’, togliersi il cappuccio e rendere visibili per il lettore le corna. Al che Makoto Tezuka mi aveva apostrofato così: “Non voglio che tu copi mio padre. Voglio vederlo disegnato con il tuo stile”. Indubbiamente questo servì ad aumentare la pressione su di me (risate). Ma penso di essere riuscito a creare qualcosa di completamente mio.

Quest’anno segna i tuoi primi 25 anni di carriera come autore di fumetti, mentre come musicista hai appena pubblicato il tuo primo album. Cosa ne pensi ora che lo hai ultimato?

Se l’avessi composto da giovane probabilmente il pubblico avrebbe pensato che ero un presuntuoso pieno di sé (risate). Quindi diciamo che sono lieto di aver aspettato sino ad oggi per farlo. Ho sgobbato duro per almeno un decennio per diventare un autore di fumetti affermato, ma almeno un paio di decenni in più per essere un musicista (risate). Ancora non mi riesce di tenere sotto controllo tutti gli aspetti, ma ho avuto l’aiuto e il supporto di un alcuni grandi artisti, quindi tutto sommato penso di aver fatto piuttosto bene per essere un principiante (risate). Ho scritto ‘Bob Lennon’ la notte dell’11 settembre e penso di aver fatto un buon lavoro nel controllare le mie emozioni e mantenere su un livello di pura astrazione il contenuto delle canzoni.

‘Bob Lennon’ ha dei passaggi molto divertenti, come ‘Sulla terra, arriva la mattina…’, una parodia degli Akireta Boys. (risate).

Aaah, un sacco di gente non l’ha capito. Ci ho anche messo dentro ‘Guutara Suudara’ pensando l’avrebbero capito di sicuro. Penso che lo humour sia un aspetto molto importante per la musica rock. Inoltre, qualcosa che è tipico della mia generazione è l’ampia scelta alla portata di tutti che cera nel campo musicale. Almeno, quando ero ragazzo io e guardavo i programmi televisivi musicali per sentire i gruppi che mi piacevano, riuscivo a vederne anche altri come Mahina Stars o Los Primos. Adesso è possibile registrare gli show e guardare solo quello cui si è interessati, ma non credo che questa cultura della scelta sia una cosa del tutto positiva. A volte bisognerebbe consumare anche quello che non ci piace.

Dire che bisognerebbe porsi con un atteggiamento positivo anche nei confronti di qualcosa che non ci piace è molto stoico, da parte tua.

Bé, facendolo la tua percezione delle cose potrebbe cambiare, sai? La cosa importante è avere quell’opportunità. Non si tratta di farsi piacere ostinatamente cose che detestiamo. E’ piuttosto l’importante, invece, analizzare quello che non ci piace perché potrebbe servirci per capire cose che non conoscevamo abbastanza bene. Ecco perché più odio qualcosa più penso che dovrei studiarla in maniera approfondita (risate). Facendolo, magari domani scoprirò che mi inizia a piacere una band J-pop che sino a poco prima detestavo, oppure che potrei perfino per apprezzare i Deep Purple (risate).

Perché, non ti piacciono?

Per via della sensazione che mi danno di provare duramente a infilare nel loro suono tutta una serie di cose differenti, un atteggiamento che non trovo troppo figo. In ogni caso, è una ricerca costante. E’ una cosa del tipo: mi piacciono i Led Zeppelin perché fondano le loro basi nella black music, e non mi piacciono i Deep Purple perché le loro origini sono classiche.

Copi mai?

Sì. Ma qualcosa che ho in comune con il produttore Koji Wakui è che nessuno di noi è in grado di fare ‘shredding‘ come si deve (risate).

Quindi hai deciso di suonare rock americano perché non sai fare lo ‘shred’…tipico di una band di ragazzini (risate). Ma devo dire che quando ti ho visto dal vivo, mi ha impressionato con quanta maestria stessi suonando e quanto ti divertivi con la tua chitarra.

Io non me sono accorto, ma Koji dice che ho un sound che ricorda un po’ Neil Young.

Penso di essermene reso conto vedendo Kenji suonare la Gibson Les Paul nera durante il rock festival che conclude ’20th Century Boys.

Ah, è vero. E’ che pensavo che quegli humbuckers ad alto potenziale fossero prefetti per quel tipo di concerto (risate). Inoltre la band di Kenji è un power-trio e quindi il suono della Les Paul è particolarmente adatto. Ma probabilmente mi sto soffermando su dettagli non esattamente di interesse generale, eh? (risate).


Cosa prevedi per il tuo futuro da qui in avanti?

Se ci sarà la giusta risposta dai miei lettori, credo che ‘Billy Bat’ sarà un lavoro in grande stile. Comunque, creare fumetti richiede molta più energia mentale e fisica di quanto possa pensare la persona comune, quindi vedremo come andrà. I miei predecessori avevano la tendenza a morire intorno alla sessantina e io pure sto raggiungendo il punto in cui non posso più fare nulla di folle. Ma peraltro, fare qualcosa di ‘realistico’ e prendermela comoda potrebbe non portare a nulla che i lettori apprezzerebbero, no? La gente vuole leggere capolavori.

Qual è il processo creativo che segui attualmente per realizzare i tuoi fumetti?

Innanzitutto mi incontro con il mio co-sceneggiatore Nagasaki, ma quando lo faccio cerco di disattivare l’autore di fumetti che è in me e diventare unicamente Urasawa il produttore in modo da non avere problemi nel fare affermazioni che ogni autore detesterebbe. Il produttore che è in me fa quello che più gli si addice e dice tutte le cose che deve dire senza considerazione alcuna per il triste fardello che grava sul creatore (risate). Dopo questo meeting, torno al mio studio, controllo i miei appuntamenti per la giornata, e l’autore di fumetti dentro di me sbraita: ‘Uffa, che scocciatura!’ (risate). In ogni caso, gli incontri creativi si sviluppano così. Qualche tempo fa stavo guardando il serial ‘The Professional‘ che va in onda sulla rete NHK e mi è venuto in mente quando Hayao Miyazaki stava realizzando Ponyo e diceva: ‘Che sofferenza. Che sofferenza’ ripetendolo per tutto il tempo. Mi capitava di pensare: ‘Conosco quella sensazione’ (risate).

Quando si tratta di disegnare, ci sono cose che preferisci lasciare ai tuoi assistenti, vero?

Hmmm…mi piacerebbe farlo, ma per soddisfarmi completamente disegno delle bozze davvero complete, inclusi gli sfondi. A volte mi sembra di essere quasi come un artigiano dell’era Edo, nel senso che voglio rispettare le mie scadenze e mantenere elevata la qualità del mio lavoro a tutti i costi. Ebbene sì, mi piacciono gli artigiani. Sviluppano il loro interesse profondo per fare le cose con un certo standard, creano un prodotto che si attiene strettamente a quello stesso standard, e poi, con estrema noncuranza lo mostrano al mondo intero. D’altro canto, le stesse persone, sono allo stesso tempo molto severe con i loro assistenti apostrofandoli con parole come: ‘Tu, sciocco insipiente, come hai potuto permettere che mostrassi al nostro pubblico una cosa così?’. Ecco, il nostro studio è sorprendentemente simile a quello.

(risate). Per inciso, qual è il tuo metodo di catarsi preferito?

Sarebbe…scusa? (risate). Perlustrare tra gli scaffali dei negozi di dischi. Tra l’altro, di recente, ho ascoltato l’ultimo album di Lindsey Buckingham, l’ex-chitarrista dei Fleetwood Mac, e mi piacciono molto anche i nuovi dischi di Dylan e Neil Diamond. Ma adoro anche ascoltare gente giovane. Mi piace ascoltare nuovi dischi di artisti che già ammiro e scegliere vecchi vinili nei negozi di dischi usati, aspettare che tutti siano andati a letto e metterli sul piatto, a tarda notte. Mentre ascolto quella musica penso: ‘La vita è bella!’.

Tu però non dovresti nemmeno dover perdere tempo cercando dischi. Potresti comprare quello che vuoi…

No, non sarebbe divertente. Devi poter pensare se acquistandolo sarebbe una aggiunta interessante alla collezione oppure no, giusto? L’altro giorno ho trovato una copia dell’album ‘ Hakujitsumu’ di Yoko Hatanaka, quello con il poster di nudo all’interno e la bandella tutto attorno (risate). L’ho visto e pensato sarebbe stato un pezzo interessante da aggiungere sul mio scaffale, ma poi ho riflettuto bene sul fatto che non avrei gradito lo vedessero i ragazzi. Penso sia importante fare questo genere di considerazioni. Andava tutto bene? Forse no. Considerare tutti questi aspetti può diventare molto utile per un creativo. In ogni caso, penso sempre molto approfonditamente se una cosa mi conviene o no. E’ come se la soppesassi per valutarla…

Hai parlato di un equilibrio nel passato; l’equilibrio tra quello che va bene e quello che non va quando crei. Cos’è che stai soppesando?

Bé, non che sia così importante. Se poi lo dico semplicemente a parole risulterebbe perfino sin troppo semplice e banale, quindi credo sia più interessante se non lo dico, e perciò non lo dico (risate).

Che si tratti di musica o fumetti, quali sono i tuoi pensieri sulla ‘espressione’?

La verità è che sia che si canti in pubblico, si disegnino fumetti o si realizzino film, l’atto stesso di esprimersi ha in sé qualcosa di imbarazzante. La situazione più figa in cui puoi essere è: non avere da trasmettere nulla. Te ne stai là, appoggiato al muro, inclinato da un lato, le mani in tasca, lasciandoti scappare una lamentela ogni tanto, in fondo si tratta della cosa più semplice da fare (risate). Ma non ne viene fuori niente di buono o di elevazione culturale, quindi, se ti senti timido o in imbarazzo, fai qualcosa. Creare qualcosa che trascenda la tua timidezza, pensandoci intensamente e senza tregua, superando gli infiniti ostacoli che si presentano, realizzando infine qualcosa che raggiunga un ampio pubblico è quello che faccio ogni volta. L’atto stesso di sollevare e imbracciare una chitarra è qualcosa di davvero imbarazzante per me (risate) e non migliora le cose se la gente mi guarda con tenero affetto e mi coccola per tutto il corso della serata. Quando un ragazzino dice una cosa tipo: ‘Voglio diventare un fumettista!’ i suoi genitori lo devono fermare in tempo, o almeno provarci (risate). Ovviamente lo stesso vale per chi volesse essere un musicista di strada. Però non bisogna preoccuparsi di essere fermati. Nonostante i tuoi genitori siano contro la tua scelta, se hai deciso di disegnare fumetti devi farlo. Partire con quel tipo di atteggiamento di solito porta i suoi frutti. E un altro aspetto importantissimo, forse quello principale, è che devi essere il tuo primo, severissimo acquirente. La verità è che Naoki Urasawa è l’acquirente più feroce di tutti (risate).

Una risposta a “Intervista a Naoki Urasawa Parte 3

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