Intervista a Naoki Urasawa Parte 2

traduzione di Alberto Choukhadarian

Seconda parte dell’intervista a Naoki Urasawa apparsa sulle pagine della rivista Quick Japan #81 del 2008, successivamente tradotta in inglese sul blog gottsu-iiyan dal quale abbiamo attinto. -AQ

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Ripensando a ’20th Century Boys’ possiamo dire che, sostanzialmente, gli anni ottanta e novanta sono omessi dalla narrazione. Ed è ovvio che quello sia l’intento della storia, ma ho la sensazione che ci sia anche un significato profondo tanto negli anni che citi quanto in quelli di cui non ti occupi, incluso il fatto che il terzo anno di scuole medie inferiori e gli inizi delle superiori sono completamente lasciati fuori dal racconto.

Sì, è probabilmente vero. Credo tu abbia posto l’accento su un punto importante.

A proposito di quanto hai appena detto, il problema era forse che non ti riusciva di raccontare con la stessa intensità del resto gli aspetti grafici degli anni delle scuole in questione?

Hmmm…, sì. Potrebbe essere proprio così. In effetti, l’episodio del cucchiaino piegato era spostato all’indietro di un pochetto. Fu un grosso evento quando io ero alle medie, ma ho forzato un arretramento all’epoca delle elementari. Se fosse stato al tempo delle medie non l’avrei sopportato. Ecco perché ho appositamente collocato l’episodio a un tempo precedente a quando successe in Giappone, per evitare quella fastidiosa sensazione.

Risistemando gli elementi che caratterizzarono quegli anni alla tua maniera, invece di allinearli temporalmente (con la corretta cronologia di quando successero), quella che sarebbe stata una semplice falsità diventa qualcosa di diverso; sei riuscito a creare una trappola. La scaltrezza con cui la assembli penso sia uno dei capisaldi del tuo lavoro.

Per dirlo nella maniera più chiara possibile e insieme più vicina alla verità, penso ci sia un momento oltrepassato il quale i ragazzi iniziano ad essere coscienti di sé stessi. Se avessi iniziato la mia storia con i protagonisti alle medie sarebbero saltati fuori quegli sconvenienti aspetti delle prime pulsioni sessuali. Direi che si tratta di un argomento con cui non vado molto d’accordo.

Ad esempio, sempre riferendoci a manga con protagonisti liceali, ci sono autori, tipo Mitsuru Adachi, che eliminano gli elementi sessuali più prominenti. Peraltro, tralasciare certi aspetti da un ritratto può servire ad accentuarne altri, enfatizzando quello che sembra mancare ad un personaggio. Al contrario in ‘Happy!’, che ha una studentessa liceale come protagonista, disegni cose che attengono alla sfera sessuale; e inoltre c’è la reazione del ragazzino delle elementari di fronte al poster di ‘Heibon Punch’ (magazine giapponese simile a Playboy, NTD) nel precedente ’20th Century Boys’. La linea di confine che stabilisci come autore finisce per risaltare davvero tanto.

Facendo una citazione: ‘Le cose sono più belle se ci si può ridere sopra.’ Infatti sono sempre cosciente del punto giusto in cui iniziare a tracciare la linea di cui sopra per ogni singola opera. Ovviamente, se volessi, potrei disegnare immagini sconce per usare un eufemismo, ma così facendo finirei con tutta probabilità per limitare il mio pubblico. E poi ci sono cose che non ho un interesse particolare a mostrare. Se mi spingessi oltre il mio lavoro cesserebbe di essere adatto alle famiglie. Voglio invece che arrivi diretto al mio pubblico. Ecco perché, nei casi in cui ho la sensazione che ci sia qualcosa che considero un segnale di allarme, qualcosa che rivela troppo, talvolta sterzo drasticamente e prendo un’altra direzione. Lo faccio se continuare per la strada precedente mi sembra rivelarsi limitante per la storia.

Da dove viene l’idea delle cose che dovrebbero ‘arrivare direttamente al tuo pubblico?’

Bé, ho sempre apprezzato molto il magistrale artigiano di Hollywood, Billy Wilder, e potrebbe essere semplicemente la mia reazione al fatto che ha prodotto tante cose magnifiche di cui ci si dimentica troppo facilmente. Le cose belle e interessanti dovrebbero arrivare direttamente al pubblico, sempre. Penso che anche Koki Mitani sia dello stesso mio avviso (Koki Mitani ha avuto l’onore di intervistare un ormai 94enne Billy Wilder NTD). Qualunque cosa faccia, voglio mantenere sempre il principio per cui il mio lavoro deve ricevere l’approvazione del mio pubblico.

Ritornando a Billy Wilder, quando ho letto ‘Billy Bat’ mi ha rinnovato la convinzione che sei un autore che ha davvero assorbito e fatto propria la cultura americana.

Bé, è perché ne sono stato largamente influenzato. Amo Disney e lo show business. Quando ho avuto la fortuna di recarmi a Broadway per vedere un musical è stato per me la realizzazione di un sogno. Fino a qualche tempo fa, immaginavo che crescendo sarei andato a vivere in America, avrei girato sul sedile posteriore di una Cadillac la notte, a New York, e poi mi sarei abilmente scansato e nascosto nel bel mezzo di una sparatoria tra gangsters…(risate).

Questa è un’americanizzazione bella e buona. Si potrebbe perfino definire ‘vulnerabilità’.

Quando ne parlai con Kentaro Takekuma, mi disse in sostanza che la vulnerabilità che provo nei confronti dell’America si trascina con sé una sensazione di disagio. Mi era stato detto che per gli ‘otaku di prima generazione’ come Takekuma il pilastro spirituale fondamentale è che Disney è il nemico e l’animazione giapponese gli è superiore. Lui invece mi disse che quella sorta di anti-americanismo si poteva spiegare meglio come reazione ai capelluti chitarristi che cercavano di impressionare le ragazze. I tipi come me, insomma (risate). Ecco perché gli otaku considerano ’20th Century Boys’ senza mordente. Perché manca quella critica dell’America per loro fondamentale. Interessante, vero?

Ma non è che questa è semplicemente e solo l’opinione di Takekuma? (risate)

Può fartelo pensare, ma dice sul serio. Scommetto sarebbe stato felice di vedere l’arrivo trionfante dell’America a salvare il mondo e invece poi soccombere di fronte alla potenza dell’ Amico e dell”Esercito per la difesa della Terra’ (risate). Io invece non ho quella sorta di rabbia o disprezzo per l’America e quindi la storia non ha preso quella direzione.

Si può dire che in ’20th Century Boys’ gli Stati Uniti esistano realmente in maniera concreta?

U: Capisco cosa vuoi dire…Ma c’è il frammento della luna all’Expo di Osaka, e poi c’è ‘Bob’ in Bob Lennon, quindi, per quanto mi riguarda c’è un forte senso dall’esistenza dell’America lì dentro.


Questo non ha nulla a che fare con quanto stavamo dicendo a proposito di Takekuma ma come hai affrontato le valutazioni degli altri sin qui?

Questione piuttosto difficile. Quando entrai nel settore con il mio ‘Yawara‘ ci fu un lungo periodo durante il quale critici e recensori storsero il naso. Penso che inizialmente avevo la loro stessa intenzionalità. E mi dicevo: ‘devo assolutamente fare qualcosa di grosso per sfondare!’ Lavorai più duramente possibile per produrre un successo, ma fu completamente ignorato dalle persone le cui valutazioni mi interessavano di più. A quell’epoca fingevo molto bene che non m’importasse poi molto, ma mi sentivo tristissimo (risate). Non appena concluso ‘Yawara’ pensai che avrei dovuto creare qualcosa di più vicino alla mia originale intenzionalità. In ogni caso, a causa del successo travolgente ricevuto da ‘Yawara’, il pubblico voleva  che producessi ancora qualcosa di simile. Ovviamente avrei anche potuto ignorare le loro richieste, ma è anche vero che all’epoca pensavo: ‘Va bene, ho ancora un sacco di tempo davanti nella mia vita di mangaka per fare altre cose diverse’. C’è da essergliene (alle persone che si aspettano da te lavori all’altezza di quelli che hanno apprezzato in passato) riconoscenti, davvero. Nel mio fumetto successivo, ‘Happy!’, che aveva ancora il tennis come soggetto principale, intendevo di nuovo mettermi alla prova con una formula espressiva inedita…
E poi, iniziai finalmente ‘Monster’. Dopo i primi dieci anni di lavoro come mangaka cominciai a creare il fumetto che avevo in mente da sempre. Il critico Fusanosuke Natsume disse una cosa del tipo: ‘Rimane un mistero come abbia fatto Naoki Urasawa a pazientare 10 anni per fare la storia che voleva.’

E come avevi fatto, dunque?

Forse è per via del tempo che ho passato in quel club T&F, dove ho imparato a tollerare il compito, peraltro totalmente privo di interesse, di correre tutto il tempo senza sosta (risate).

Adesso capisco molte cose (risate).

Si potrebbe perfino dire che, per me, tutto comincia con ‘Monster’. Comunque sia, Natsume mi rivelò che, mentre leggeva in sequenza ‘Monster’, ’20th Century Boys’ e ‘Pluto’ si rese conto di qualcosa e rileggendo ‘Yawara’ ne concluse che: ‘Urasawa ha sempre fatto la stessa cosa. Sin dal principio!’. Dovette così riconsiderare e rivalutare il mio lavoro complessivo.

Documentandomi per l’intervista, ho provato a dare un’occhiata in giro e ho scoperto, con sorpresa, non esserci poi molti scritti critici sulla tua opera. Intorno al momento in cui stavi per fare il tuo debutto, ad inizio anni ottanta, il movimento ‘neo-accademico’* composto da studenti, pendolari e intellettuali si stava sviluppando e sincronizzando con la cultura pop, creando un trend che avrebbe avuto un notevole impatto anche nel campo della critica letteraria sui manga.
Per essere un mangaka che poteva vantarsi di vendite eccellenti, penso che il tuo caso sia piuttosto anomalo. Peraltro si potrebbe considerare un argomento di conversazione praticamente inesauribile ed estremamente raro, quindi credo abbia giocato anche un ruolo nella prosecuzione della tua carriera di mangaka sino a oggi.

Sì, può essere andata così. Anche perché, in quel periodo, ricordo di aver visto i cosiddetti intellettuali andarsene in giro usando paroloni che non avevo mai sentito prima e sproloquiare su qualsiasi argomento complicato, confermandomi la sensazione che Takeshi Kitano avesse ragione. A questo punto, a ben guardare, ci sono pochi dubbi sul fatto che Takeshi avesse completamente ragione**.

Stavamo parlando di Katsuhiro Otomo prima, e pensavo fosse stato recensito in maniera esaustiva, in questo senso. Il problema con lui è che si tratta di un mangaka il cui lavoro è stato più discusso che letto.

E’ possibile che sia successo esattamente quello, sì…Ma non credo che Otomo si sia mai considerato solo un mangaka, quindi potrebbe anche essere che sia rimasto semplicemente incastrato in quella definizione senza volerlo.

Mi sembra che tu abbia ancora una fortissima volontà a mantenere la distanza, magari anche più di quello che capitava in passato, da tutto il mondo consumistico degli intellettuali, esattamente come ti capitava di volerti distanziare dalla scena New Wave all’epoca.

Bé, stanno succedendo tante cose (risate). Comunque, riguardo al Neo-Accademismo e alla cultura Otaku che ne è seguita, dal punto di vista di uno che ha fatto intenso allenamento fisico correndo a perdifiato nel track club e facendo ripetute flessioni tutti i giorni, è vero che ho sempre pensato che quel tipo di cultura da poltrona, nella quale non usi il corpo e non ti confronti con il tuo sudore, non fosse proprio adatta a me. E oggi ne sono sempre più convinto.

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*: ‘Neo-accademico’ si riferisce ad una scienza sociale e movimento culturale di studenti ed intellettuali attivo in Giappone a partire dai primi anni ottanta.
**: Non sono sicurissimo di aver capito esattamente a cosa si stia riferendo qui Urasawa, ma è certo che Takeshi ebbe un grosso successo, sul finire degli anni settanta e all’inizio degli ottanta, con le sue grintose e crude commedie popolari. Naoki sembra volerlo chiamare in causa per contrapporlo al supponente movimento intellettuale di cui sopra. ‘Beat’ Takeshi Kitano è ancora oggi un gigante dell’industria dell’intrattenimento, sempre molto rispettato e amato, ospite fisso della televisione giapponese (senza dire che deve aver fatto qualcosa di molto giusto e importante, all’epoca).