Speciale Asterios Polyp: una spettacolare storia commovente

di Charles Hatfield

traduzione di Alberto Choukhadarian

La quinta parte del nostro speciale su Asterios Polyp presenta una recensione di Charles Hatfield, già tradotto sulle nostre pagine, pubblicata originariamente sul numero 300 della rivista The Comics Journal.

Da David Mazzucchelli ci si aspettavano grandi cose. Asterios Polyp è una grande cosa. Uno dei pochi graphic novel meritevoli di fregiarsi di questa definizione.

AP ha grandi ambizioni. Qualunque sia il significato attribuito al concetto di romanzo dai lettori di romanzi – un immaginario microcosmo, una profonda evocazione di coscienza, una serie di incontri straordinari con l’ordinario, un genere fluido in grado di combinare voci multiforme e prospettive inedite – Asterios Polyp mira a raggiungerlo. Riuscendo nel contempo ad abbagliare con una splendente costellazione di eventi spettacolari e, forse persino più importante, costruendo una storia commovente. Con la forza della sua ricchezza e con la sua vasta portata, questo libro conferma che David Mazzucchelli ha affrontato seriamente la sfida postagli dal graphic novel esattamente come aveva fatto con i comic books ormai più di venti anni fa.
L’ultimo lavoro di grande respiro di Mazzucchelli, l’adattamento (in collaborazione con Paul Karasik) del libro di Paul Auster ‘Città di vetro’, è ormai diventato un classico ristampato più volte e largamente usato in tesi e studi critici universitari. Da allora il lavoro di Mazzucchelli è stato utilizzato in innumerevoli antologie con l’unica sorprendente costante rappresentata dalla capacità di ogni singola storia, per quanto breve, di trasformarsi in un nuovo punto di partenza e un notevole passo in avanti nella sua ricerca personale. Mazzucchelli non è stato inattivo in tutti questi anni: la sua è una sfida artistica affrontata con cautela, maestria e un’inarrestabile evoluzione stilistica (testimoniata dalla recente mostra curata da Dan Nadel per il Museum of Comic and Cartoon Art di New York). Asterios Polyp è semplicemente il frutto di tanti – Mazzucchelli si sarà stufato di dover definire quanti, rispondendo ai suoi intervistatori – anni di studio, la giusta messe che deriva da un’accurata semina.

Romanzo sulla ricerca intellettuale, AP è al contempo narrativa realistica (con qualche incursione nel magico) e dimostrazione di quanto sia futile e vano il realismo inteso come norma cruciale nel fumetto. La sua orbita è quella della narrativa letteraria contemporanea – a riguardo, l’attenzione all’osservazione delle minuzie quotidiane è impressionante – ma la sua resa grafica è eccessiva, sontuosa, ai confini del fantastico.
Studio del personaggio nella sua più profonda essenza, AP (titolo apparentemente tutt’altro che commerciale) celebra l’ampolloso protagonista, titolare di una cattedra d’architettura presso una non meglio precisata università ricalcata sullo stile della Cornell. Autore di libri come ‘Il modernismo dal volto umano’, celebre soprattutto per essere un architetto teorico (nessuno dei suoi progetti è stato mai realizzato), AP attraversa una delicata fase di atarassia: scontento, distante da tutto e da tutti, anomico. Separato e alla deriva, solo e sperduto. Terreno sin troppo familiare per quel genere di romanzetti popolati quasi unicamente da Laputani infelici e sull’orlo della rovina. Non è lì che Mazzucchelli vuole andare a parare, fortunatamente. Al contrario, inizia invece sradicando il suo personaggio dal malessere esistenziale che lo attanaglia: nel giorno esatto del suo cinquantesimo compleanno, durante le pagine di apertura, l’appartamento di AP è colpito (e conseguentemente ridotto in cenere) da un violentissimo fulmine. Asterios fugge con i soli vestiti che indossa, un portafoglio traboccante di denaro e una manciata di (significativi, lo si scoprirà procedendo con la lettura) oggetti salvati dalle fiamme. Sale a bordo del primo, casuale Greyhound sino a giungere nella cittadina di Apogee, per poi proporsi come aiuto meccanico del titolare dell’officina locale Stiffly (Stiff) Major ed entrare infine in contatto con i comici membri della cerchia di amici e parenti di quest’ultimo, tra i quali spiccano la boteriana moglie Ursula (una sorta di ciclopica dea della terra) e il figlioletto Jackson.

Apogee diventa lo scenario su cui si sviluppa la narrazione (al tempo) presente: queste parti del libro hanno un’allegra imprevedibilità che riporta alla mente l’opera di Jaime Hernandez. Mazzucchelli le alterna con quelle che descrivono, tramite flashback narrativi, il percorso di AP sin qui, in particolare il suo matrimonio (e altresì la susseguente competizione intellettuale) con la scultrice cino-tedesco-americana Hana Sonnenschein, l’amore della vita. Hana è il personaggio che con la sua presenza-assenza (a tratti così acutamente sofferta da Asterios) completa il romanzo.

In effetti l’intera vita di Polyp sembra essersi strutturata attorno ad un assenza, quella del gemello, nato morto (esattamente come accadde ad Elvis Presley). Da qui l’ossessione di Asterios per gli appaimenti, le duplicazioni e le infuocate dialettiche di ogni genere. La sua mente è sistematica, infaticabile costruttrice di sistemi, anche i più improbabili. Con una curiosa e inaspettata sterzata barocca, Mazzucchelli decide di affidare parte della narrazione a Ignazio (il fratello) o più probabilmente allo stesso Asterios in terza persona, in una sorta di distaccato e distanziato stato mentale. Se il pensiero del gemello mai incontrato (se non nei suoi incubi) perseguita il protagonista, è l’unione di Asterios e Hana a dare forma all’intera opera. In un’infinita rincorsa, un gemellaggio si sovrappone e supera l’altro e Asterios ne risulta trasformato in un Uomo Nuovo.

Dovrebbe risultare evidente, ora, che il romanzo, nonostante gli sforzi realistici, ha un’anima comica – talora perfino maliziosamente satirica – arricchita da simbolismi sin troppo evidenti. Elegante meccanismo ad orologeria, intelligentemente giocoso benché lezioso e ponderato, danza in un garbato e aggraziato ballo con il formalismo – lucido, risoluto, metodico – quasi a voler formare una sorta di sistema in sé. Vignetta dopo vignetta, una sequenza dopo? l’altra, Mazzucchelli utilizza cautamente uno straordinario e inventivo vocabolario grafico-simbolico, fitto ma non ermetico, accessibile a tutti, agilmente decifrabile, ma mai banale e ovvio.
Leggere ‘Asterios Polyp’ da cima a fondo significa imparare e far proprio quel sistema – come nei migliori libri a fumetti, Mazzucchelli congegna un linguaggio grafico a sé stante, e poi ci invita a utilizzarlo come si conviene. Le scelte di colorazione, lettering, tratteggio (o la sua assenza), prospettiva, impaginazione e design sono intrecciate in uno schema di iterazioni e variazioni tali da rendere il libro un perfetto e complesso mondo grafico, un meraviglioso moderno ecosistema. Prima di ‘AP’ non avevo mai visto un fumetto, breve o lungo, con una disposizione di elementi formali così accurata e significativa. Ogni personaggio si esprime con il suo font, ma l’effetto non è opprimente. Ogni capitolo completa ed espande l’ambizioso schema di colore del libro, ma la coerenza interna scelta da Mazzucchelli non ne risulta compromessa. Rigore formale e lievità di segno non hanno mai camminato a braccetto così bene come in questo caso.

Nonostante la sua meticolosità, dunque, ‘Asterios Polyp’ non si traduce in un vano esercizio di stile. Mazzucchelli compie scelte coraggiose atte a liberare il lettore dalla soffocante stretta del formalismo, non ultima quella di lavorare con una tavola a schema libero, non più vittima passiva della rigidità degli schemi tradizionali, che abbraccia con entusiasmo gli spazi bianchi, qui utilizzati a fini unicamente poetici. Il layout del libro è cangiante, proteiforme, flessibile, incessantemente gradevole, mai soffocante. Molte delle sue pagine hanno una composizione aperta: vignette e figure fluttuano libere nell’ampia pagina bianca, quasi respirassero più profondamente. Le vignette sono separate – in sostanza disaccoppiate – anziché sostenersi a vicenda adiacenti l’una all’altra come nella consueta struttura a griglia. Un approccio in netto contrasto con i più noti lavori precedenti: l’implacabile griglia di Città di vetro, la pienezza (che quasi strabocca oltre i margini!) delle pagine di Rubber Blanket, il nero raggrumato dei tenebrosi Batman e Daredevil.

Eccezion fatta per poche, brevi storie, sin dal 1996, la densità della tavola è stata la regola per Mazzucchelli; Asterios Polyp, quasi a porsi in netto contrasto, è una dolce, fuggevole brezza.

Ma ciò che davvero libera questo graphic novel dall’occludente severità del formalismo è il modo canzonatorio e dirompente con cui Mazzucchelli affronta la questione dei sistemi e delle astrazioni (di ogni tipo). Innanzitutto ‘Asterios Polyp’ è la tollerante storia di un essere umano non priva di una salutare diffidenza verso gli assolutismi formali. Sebbene tratti di una mente – di un uomo – dedita/o alla spasmodica ricerca di una pura logica, un uomo per cui le astrazioni surclassano l’esperienza di vita diretta, fortunatamente il libro non cede alla tentazione di rifugiarsi in un oscuro ermetismo. In effetti il romanzo è una satira perfettamente elaborata di un certo tipo di pensiero: dialettico, lineare, polarizzante, sistematizzante, architettonico, acutamente estraniato ed incorporeo. Asterios, ci viene detto, ha una incontenibile fascinazione per le astrazioni, in particolare per gli equilibri, i contrappesi, la dialettica e l’analisi lineare dello spazio. Ha altresì, come sappiamo, una personalissima ossessione per i doppi che dà forma alle ricerche intellettuali del suo pensiero cosciente.

Il libro, dialettico sin dal suo concepimento, condivide per certi versi questa stessa ossessione senza però tralasciare di parodiarla, sebbene lo stesso Mazzucchelli indulga talora nelle sue proprie astrazioni, mettendo a nudo le limitazioni di una mente astratta. Si diverte molto con i limiti della visione del protagonista e con le sue preoccupazioni formali. Per rincarare la dose, inoltre, contrappone la sensibilità di Asterios con quella di Hana e degli altri personaggi principali, facendo scontrare, in un vivificante contatto la sua presuntuosa creatura con persone provviste di un atteggiamento nei riguardi della vita diametralmente opposto.
Sferzate parodistiche sul ragionare dicotomico echeggiano per tutto il libro quasi con canzonatorio accanimento sulla fissazione di Asterios per i gemellaggi. Gradualmente Mazzucchelli rilascia un delicato sciame di dualismi che spartendosi il palcoscenico, si rinforzano a vicenda: Asterios/Hana, maschile/femminile, blu/rosso, astratto/concreto, ideale/reale, architettura teorica/scultura creata, linea/forma, liquido/solido, empatico/egocentrico, astrazione logica/acuta attenzione per le cose del mondo.

Quando Asterios vede due forme – mattoncini affiancati l’uno all’altro, straziante riferimento alle torri del World Trade Center – Hana ne vede tre, includendo nel numero lo spazio vuoto che le unisce e separa al contempo. Quando Asterios si parla addosso ‘diventa’ uno sbilenco e frammentato manichino architettonico descritto da una rigida linea blu mentre Hana si trasforma in uno spazio rotondo definito da un reticolato alveare tratteggiato in rosso magenta. Ma esempi come il succitato abbondano in ‘Asterios Polyp’. Analizzato ulteriormente, il libro alterna dicotomicamente i tempi della narrazione tra presente e passato, nonché i luoghi, separandoli tra rurale e urbano attraverso l’evocazione di una gamma di colori contrastanti, con blu e magenta per raccontare la storia di Asterios e Hana (il passato) e il giallo per descrivere quanto capita al protagonista dopo l’incendio della sua abitazione nelle pagine iniziali (il presente); in questo modo Mazzucchelli introduce una tensione dialettica anche nella struttura stessa del romanzo.
Ed è così che ‘Asterios Polyp’ si trasforma altresì in un’abile auto riflessiva meditazione artistica sull’arte. Il mero dato di fatto che poi riesca a essere anche molto altro è semplicemente una delle sue tante, innumerevoli ricchezze.

La dialettica interna al libro è suggerita già a partire dal suo aspetto esteriore. Sul fronte della copertina un impeccabile, professorale Asterios volge lo sguardo a sinistra, in direzione della costola; sul retro, invece, lo stesso personaggio, stavolta in abiti borghesi (i medesimi con i quali si presenta ad Apogee, prima meta del suo viaggio) guarda alla sua destra, quasi a specchiarsi. Questa apparente eccessiva attenzione al tema dello sdoppiamento, peraltro cardine di tutta l’opera, appare letteralmente incisa sulla copertina interna ed è ripresa sulla sovraccoperta con la fondamentale aggiunta del colore: blu e magenta a fronte, a riflettere la vita accademica di Asterios – richiamando implicitamente la sua relazione con Hana – e un contrastante giallo sul retro.

Le acute forme geometriche della sovraccoperta rimandano al ruolo di architetto teorico di Asterios. In effetti il nome del protagonista – che è poi anche quello del libro – è composto da figure blu e magenta, sovrapposte esattamente come se si trattasse di un modello disegnato da un vero architetto. Solo grazie alla combinazione dei due colori il titolo risulta leggibile. All’interno del libro risvolti, terza e quarta di copertina riassumono lo schema dell’alternanza dei colori. La concezione del tomo e della sovraccoperta sono frutto dell’ingegno di Mazzucchelli e si traducono in un trionfale esempio di design narrativo.

E’ certo che l’aspetto esteriore e l’intrinseca elevata qualità del libro come oggetto amplificano e arricchiscono la portata della storia.

(Storia vera: ho preso ‘Astrios Polyp’ al Mocca Festival del 2009, passando gran parte del tempo nel viaggio di ritorno in aereo verso Los Angeles leggendolo e rileggendolo e iniziando proprio allora ad abbozzare questa recensione. Una passeggera seduta nella fila dietro la mia, notando il libro da una certa distanza, pareva non riuscire a distoglierne lo sguardo rapita, presumo, dalla cura posta nel suo design. Quando finalmente osò chiedermi cosa stessi leggendo ne scaturì una conversazione prolungatasi poi per la restante mezz’ora o poco più del nostro viaggio comune. Venne fuori che era una grafica, illustratrice, insegnante e direttrice del Book Arts Institute of the International Printing Museum di ritorno dalla Hybrid Book Conference svoltasi a Philadelphia. Si annotò tutte le informazioni del caso sul libro di Mazzucchelli e chiacchierammo ancora un po’ di una svariata serie di altri argomenti. Fu quindi l’occasione per imparare qualcosa di nuovo, fare una nuova preziosa conoscenza arricchendo di conseguenza la mia vita. Quello che voglio sottolineare è che ‘Asterios Polyp’ si tradurrà in un magnete per chiunque abbia un occhio da designer. Questo libro è la prova evidente dell’assioma secondo il quale i fumetti possono rappresentare design grafico volto a finalità narrative.)

Nonostante la sua natura di strepitoso oggetto di design e l’evidente ossessione per gli accoppiamenti e le opposizioni, ‘Asterios Polyp’ prorompe dal suo schema ripetitivo in una maniera tanto più sorprendente quanto, a posteriori, perfettamente plausibile. Pur prendendo parte attiva nella mania del suo protagonista per le forme simmetriche e il loro diametralmente opposto, Mazzucchelli contesta e infine cerca di ribaltare la tendenza. Hegelianamente anela e raggiunge una nuova sintesi, al contempo grafica, tematica e incentrata sui personaggi. Sebbene il romanzo sottenda una severa attenzione per il suo formalismo interiore, in seguito riesce a trascenderlo sulla lunga distanza grazie al sapiente uso di un magnifico sottile umorismo, di un avvincente pathos e infine, una credibilissima tenerezza. L’agrodolce finale, splendida apertura al nuovo e confortevole ritorno al felice passato, ne rappresenta una prova evidente.

Libro straordinariamente brillante, ‘Asterios Polyp’ riesce nell’impresa di superare sé stesso. Per certi versi ha a che fare con il problema più generale della creazione: come possono idee astratte essere rese in una forma graficamente comprensibile e accattivante? Una tale bravura, che comporta un’incessante corsa a ostacoli in un susseguirsi di sfide grafiche e la capacità di risolvere i conseguenti problemi, rende il lavoro di Mazzucchelli impressionante. L’autore indugia e si compiace in un’infinita teoria di prodezze e trovate stilistiche consentendoci nello stesso tempo di condividere e dubitare sulla visione del mondo del suo eroe eponimo.

Le metafore grafiche abbondano, richiamando ‘Città di vetro’ (che, a distanza di anni, sembra aver permeato l’intero percorso artistico di David). E ancora il libro muta pelle un’altra volta mentre si avvia alla conclusione, lasciando spazio a un elegante naturalismo che ricorda più da vicino il Mazzucchelli di certe storie brevi come ‘Rates of exchange’ (cfr. ‘Phobia’ – Coconino Press, 2003 ntd). In definitiva il libro si schiude come un magnifico fiore (non a caso l’esatto significato del nome Hana in giapponese) e Mazzucchelli si dimostra saggio al punto da non farsi intrappolare dalla sua stessa, notevole, intelligenza.
Complessivamente questo è un libro azzeccatissimo che allenta le sue tensioni e scarica tutto il potenziale di cui dispone attraverso l’uso sapiente di una giocosa interazione di contrasti. E’ per questo che risulta abilmente umoristico – si veda a esempio il buffo confronto tra Asterios e i corpulenti componenti della famiglia Major, così pieni di vita con le loro simpatiche e morbide forme tonde – anziché sovraccarico e alienante.

Nella sua imperturbabile e contagiosa gioia il romanzo sembra altresì porsi come risposta alla gelida severità della scuola formalistica dei comics successiva all’avvento del peraltro imprescindibile Chris Ware. Nel contempo vuole rifiutare la stereotipata estetica eccessivamente nostalgica, feticistica venerazione degli oggetti e quasi autistica reclusione sociale, così tipica di un notevole numero di fumetti della scena artistica contemporanea indipendente. E’ pur vero che la trama si avvia con un Asterios in preda a uno stato di evidente alienazione, intento a rivivere il suo recente passato con l’ausilio di una videocassetta (apprendiamo infatti nel corso della narrazione che il protagonista ha, ormai da svariati anni, l’abitudine di registrare, tramite un impianto di videocamere a circuito chiuso, tutto quanto avviene nel suo appartamento.
Come sin troppo ovvio, l’ampia libreria che contiene la copiosa messe di videocassette sarà tra le prime cose a bruciare nella deflagrazione iniziale scaturita dal fatidico fulmine), ma il suo autore decide di scaraventarlo subito lontano dalla sue vane certezze quasi purificandolo con il catartico fuoco del primo capitolo. In altri termini questo è, tra le altre cose, un libro che intende rompere il circolo vizioso costituito dall’immobilistico cul-de-sac in cui sembrano impantanarsi sin troppi fumetti dell’odierna editoria non legata al circuito principale delle majors.
Quindi, nonostante il suo aspetto di oggetto di studio artistico ossessivamente concepito e altrettanto abilmente realizzato, ‘Asterios Polyp’ si rivela essere una fresca commedia sociale, brulicante di leggiadre figure tratteggiate con delicatezza (vedasi l’ennesima dicotomia Hana/Ursula). Danza dolcemente attorno alla nostalgia, afferra con vigore gli aspetti più divertenti della vita e, sebbene non sia privo di una raffinata aria altera ed elegante, trabocca di allegro brio e gaudiosa vivacità.

Nel complesso si tratta di un libro non solo gradevole ma immensamente piacevole. Il fatto che il graphic novel abbondi di delizie grafiche è di notevole aiuto: si osservi l’eleganza del tratto, la sensualità delle forme, l’altalenante irrequietezza della disposizione formale nelle singole tavole. ‘Asterios Polyp’ è uno spettacolo delizioso, la proverbiale festa per gli occhi. Ogni pagina rappresenta e mette in scena un assemblaggio eccezionale di immagini, alcune disposte in modo assolutamente inedito. Inoltre un’intera personalissima genealogia di fumetti viene richiamata nella sua strepitosa resa visuale con ammiccamenti grafici e tematici a Chester Gould (cfr. la Gould Tavern) e ai fratelli Gilbert, Jaime & Mario Hernandez; una sottostruttura che poggia le basi sul minimalismo di Alex Toth e, ovviamente, sul profondo formalismo di Kurtzman, Spiegelman, Karasik e dei loro pupilli; tributi indiretti a Bushmiller e Kirby; intere sequenze di voluttuose pennellate degne di Baudoin o Blutch; onnivori rimandi alle più note tendenze artistiche e di design, in particolare riferimenti elegantissimi alle visioni moderne: dall’arredamento in stile Eames a Jim Steranko; senza dimenticare la forte attrazione per le strutture ellittiche e la poesia visuale che rimandano a Seiichi Hayashi e al nouveau manga. Una scena che si sviluppa in un tetro sotterraneo, ripetuto e sentito omaggio al mito di Orfeo ed Euridice, mi ha riportato alla mente i grandi artisti europei del pennello e le fiabe mute di Eric Drooker, pur non essendo in alcun modo una stanca ripetizione di nessuna delle due.

Un libro che inonda il lettore di grandi disegni con la stessa maestosità e potenza di una diga crepata incapace di trattenere ancora la furia delle sue acque travolgenti.

In conclusione, ‘Asterios Polyp’ è un libro benevolo e profondamente romantico. Il protagonista apprende, cresce (attraverso il suo viaggio lungo tutto l’arco del romanzo) e trova infine la sua strada verso qualcosa di caldo e umano.
Hana e Asterios si ritrovano in modo e luogo sorprendenti e inattesi. Asterios si trasforma in una persona migliore. Nonostante perda la sua visione binoculare – nel corso di un accadimento che non menzionerò – acquista una maggiore consapevolezza, metafora che richiama uno dei primi lavori di Mazzucchelli nella sua carriera post-supereroistica, ‘Blind date’. Il bizzarro e stolido investimento nel suo ego, la sua visione della vita, lasciano spazio a una maggiore considerazione del mondo e dei suoi abitanti. L’intero romanzo, in fondo, è una dissertazione sulle persone e sulle loro relazioni interpersonali. E arriva persino a sostenere che una persona è il completamento di un’altra. Che delizioso approccio d’altri tempi!

Al di là della dialettica e degli ossessivi dualismi, l’amore e la perdita dello stesso, insieme agli imprevisti eventi casuali, sono i temi ricorrenti di Mazzucchelli. Il finale concepito per ‘Asterios Polyp’, sottolineando l’esigenza di un atteggiamento sempre volto al ‘carpe diem’, è compassionevole e al tempo stesso doloroso. Francamente, l’ho trovato ingiusto. Mi sono sentito confuso di fronte a una situazione che mi ha fatto soffrire. Mazzucchelli, va detto, sa come guadagnarsi la fiducia del lettore, non importa quanto lo ferisca. Subito dopo ho ricominciato a leggere il libro una seconda volta.

A conti fatti, ‘Asterios Polyp’ è davvero quella grande cosa che ci si aspettava: un caritatevole, sincero, graficamente irresistibile capolavoro.

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