Speciale Asterios Polyp: divertirsi disegnando

di Sean T. Collins

traduzione di Alberto Choukhadarian

Continuiamo il nostro speciale su Asterios Polyp con una riflessione personale di Sean T. Collins, il quale scrive professionalmente di fumetto e cultura popolare dal 2001. Ha collaborato con riviste e siti come Comic Book Resources, Stuff, Wizard, A&F Quarterly, Giant, ToyFare, The Onion, The Comics Reporter, Marvel Comics, DC Comics e altri.
Attualmente scrive regolarmente di fumetto su Robot 6, The Comics Journal, e Maxim. Il suo sito internet è: seantcollins.com.


Asterios Polyp è un libro estremamente facile da leggere, ma allo stesso tempo trovo davvero difficile parlarne. Lo ammetto: mi sembra di essere fuori dal mio abituale campo d’indagine. Ad esempio, so che David Mazzucchelli ha una notevole produzione precedente fatta di fumetti autoriali in stile europeo e confesso di averne solo sfogliati alcuni nelle librerie o averli avuti in prestito dal mio amico Josiah, ma gli unici libri di Mazzucchelli che ho letto interamente, prima di questo, sono i suoi Batman Year One, Daredevil: Born Again (entrambi in collaborazione con Frank Miller) e quella storia breve con la boccetta di inchiostro versata che ha realizzato per The Comics Journal Special Edition: Cartoonists on Cartooning. Ma, insomma, d’accordo, posso sempre fare finta di niente e piazzare Asterios Polyp nella grande tradizione dei fumetti alternativi. Per esempio, usa il colore e, per certi versi, un character design simile a quello di un webcomic di Dash Shaw o di una storia pubblicata sull’antologico della Fantagraphics, MOME; combina immagini e voce narrante esterna come un libro di Chris Ware, sebbene lo faccia con infiniti ordini di grandezza superiore dello spazio necessario al respiro della pagina. Una sorta di Ware alla moviola, ecco. Fino a lì, ci arrivo.

Quello che trovo davvero difficile da comprendere, quanto mi sembra sinceramente fuori dalla mia portata, è provare a definire il contenuto della storia narrata nel libro. Asterios Polyp è un ‘architetto teorico’ (ossia un celebre professionista che crea dei progetti mirabili per quanto mai realizzati) molto noto e considerato dalla critica, vincitore di numerosi premi, che divide il suo tempo tra la casa di Manhattan e l’università di Ithaca, NY dove insegna. Lo incontriamo ad inizio libro, intento a fruire quello che dal sonoro pare essere un film porno (?), mentre un improvviso incendio (causato da un fulmine nel corso di un violento temporale) devasta il suo sgangherato e disordinatissimo appartamento da scapolo. Asterios fugge a rotta di collo, afferrando il più in fretta possibile solo il suo portafoglio e una manciata di oggetti (scopriremo più avanti quanto siano importanti e simbolici), fermandosi solo un istante a osservare l’intervento dei pompieri prima di infilarsi nella metropolitana e da lì raggiungere Port Authority, da dove prende un autobus a caso e, assieme a un alloggio di fortuna, il primo lavoro che può trovare (come meccanico d’auto). Da qui verremo rimbalzati avanti e indietro fra gli eventi rivelatori del tempo presente e i momenti chiave della vita che lo hanno portato fin qua, la gran parte dei quali hanno a che fare col fallimento della relazione con la talentuosa ma alquanto riservata scultrice con la quale una volta era sposato.


In altri termini, molto Woody Allen, molto Philip Roth, molto New Yorker. Un sofisticato esteta urbano bilancia senza successo la vita della sua mente con quella del suo sesso e poi si chiede dove sia stato l’errore; la sua vita è contrastata da quella della vivace giovane donna che non può avere del tutto e dall’arroganza e dall’eccentricità di altri vari sofisticati esteti di cui si lamenta senza rendersi conto di essere anche lui così. Ed ecco emergere il mio problema: conosco bene quel mondo per identificarne il modello, ma non abbastanza per capire se si spinge oltre o ne è una mera ricostruzione. Il massimo che posso dire è: ‘Bene, questo mi ricorda Crimini e misfatti di Woody Allen e Alan Alda’. Ma non sono abbastanza ferrato per andare oltre a questo. Chiedetemi di parlare con autorità del prossimo film di Neil Marshall e probabilmente riuscirei a farlo, ma questo? No. Non hai nessun punto di riferimento Donnie (citazione da Il grande Lebowski NTD).

Quanto posso affermare con certezza è che ho ricavato un immenso piacere dalla lettura di questa storia. In gran parte proprio perché non siamo di fronte a un film di Woody Allen o a un romanzo di Philip Roth. Questo è un fumetto, baby. Non c’è verso di sbagliarsi. E’ vero che la storia poteva essere raccontata in altri modi e con strumenti espressivi diversi, ma se avevate bisogno di una conferma al detto che recita: basta un’occhiata per capire se ci troviamo di fronte ad un fumetto, un trailer cinematografico o un racconto, qui la abbiamo. Alla grande. David si è evidentemente divertito un sacco disegnando questo libro geniale.


Le mie graphic novel preferite più recenti, nel loro approccio visivo, sono anche piuttosto maniacalmente ricche di informazioni – sto parlando di lavori come Capacity di Theo Ellsworth e di Skyscrapers of the Midwest di Josh Cotter – ma anche Bottomless Belly Button di Dash Shaw si rivela essere un denso e claustrofobico esempio, specie se paragonato ai suoi ultimi lavori, anche per la mancanza di colore. Asterios Polyp, al contrario, è leggero e lieve dall’inizio alla fine, quasi come se desiderasse dare agli occhi del lettore una boccata d’aria fresca. Ci sono tutte le scelte possibili d’impostazione della tavola, dalle splash-page alle immagini a sé stanti, che balzano fuori dall’accecante candore delle pagine bianche, mentre i colori base della quadricromia sono semplicemente un grande e gratificante piacere visivo.

Nello stesso tempo, è quasi inspiegabilmente intelligente. Mazzucchelli assegna ad ogni personaggio e ambientazione uno schema di colore distinto e diverso, come risulta evidente sin dall’inizio del libro. Ad esempio Asterios è reso con un blu brillante mentre sua moglie Hana con un rosa luminoso. Ma la varietà di modi e situazione in cui usa questo espediente è incredibile. Quando Asterios e Hana incontrano sua madre e suo padre, sofferente del morbo di Alzheimer, lui veste una giacca rosa quadrettata e lei indossa una camicetta azzurra. In una sequenza volta ad evidenziare come i nostri ricordi tendano a perfezionare le originarie esperienze passate – “perché ogni ricordo è una ricreazione e non una riproduzione” – Hana nella memoria di Asterios cambia abbigliamento passando da una camicetta rosa su sfondo bianco, ad una blu su sfondo blu. E più avanti nel libro, in una scena di cui non rivelerò troppo, quando i due amanti si incontrano nuovamente molto tempo dopo il loro divorzio e le numerose trasformazioni susseguenti, i colori di riferimento sono ancora una volta diversi: variano dall’arancione al verde. Ma, nel corso della lettura, troviamo  anche ‘zone neutrali’, sia nelle sequenze di sogno come in quelle della vita reale, decorate con giallo e viola. Ma vi assicuro che questa è solo la punta dell’iceberg.


Poi ci sono le infinite citazioni e i frequenti rimandi alla storia del fumetto e dell’arte del cartooning in genere. Data la professione del protagonista e le sue meticolose meditazioni, troviamo perfino dei mini-saggi su architettura, filosofia, design e musica…disegnati e letterati come se fossero usciti or ora da Understanding Comics di Scott McCloud. Una cuoca latina abbatte le mosche posatesi sul soffitto e sembra sia sbarcata ieri pomeriggio dal volo diretto in arrivo da Palomar mentre il batterista della rock band del suo fidanzato ostenta uno splendido adesivo con la scritta “Los Bros” sulla grancassa. L’elegante ed azzimato padre del protagonista sembra invece un personaggio dei fumetti di Seth. I Majors, Stiff e la formosa moglie Ursula – si sarà ormai capito che Mazzucchelli non rinuncia, sulla scia del miglior Kurt Vonnegut, a divertirsi e divertire con i nomi – potrebbero apparire domattina sul grande schermo in una produzione Disney/Pixar. Per Hana, non saprei dire con certezza, ma il suo aspetto rimanda all’immaginario delle illustrazioni degli anni ’50 e ’60, con qualcosa che sembra provenire da Charles Addams. Asterios stesso, ritratto di profilo con in mano una sigaretta, assume la stessa posa che rese celebre Eustace Tilley, nella versione di Rea Irvin, sulla prima copertina del prestigioso The New Yorker. La sua carriera accademica sembra invece Art School Confidential visto dal punto di vista dell’insegnante. (Studente: ‘Sto pensando di aggiungere del finestrato a questa superficie planare’. Asterios: ‘Perché invece non metti un paio di finestre in quel muro?’).

Tutto questo importerebbe ben poco, se il libro non fosse soprattutto un incredibile concentrato di scene emozionanti, virate narrative improvvise ed impreviste, vette sublimi e deflagranti sorprese visive, come si rivela ben presto essere. Le sequenze oniriche sono compatte e fortemente evocative, come quella ambientata nella stazione della metropolitana allagata, resa con massicce dosi di viola e con un tratteggio ruvido mai usato prima nel libro – che sembra quasi di essere lì, in mezzo al fragoroso sciabordio dell’acqua nei tunnel. La particolare conformazione della testa di Asterios, sempre così graniticamente riconoscibile (come ho fatto a non menzionarla sino a ora?), obbliga quasi a disegnarlo di profilo di modo che, le rare volte che lo si vede ‘girato’ verso noi lettori (ancora in una sequenza onirica, peraltro!), siamo indotti ad osservarlo con estrema attenzione. In una scena magistralmente virtuosistica poi, il vero pezzo di bravura del libro (ne sentirete parlare a lungo), l’intera vita di coppia di Hana ed Asterios è condensata attraverso una serie di istantanee dal montaggio frenetico e frammentato, dove Mazzucchelli si sofferma senza pudore sui più intimi momenti, secrezioni corporali comprese, della giovane sposina; una trovata talmente indimenticabile da produrre in me, per quanto io sia avvezzo all’uso di una simile tecnica, nient’altro che la più convinta ammirazione per una realizzazione a dir poco perfetta. Cosa dire del finale…penso semplicemente che susciterà notevoli discussioni. Di mio posso solo aggiungere che mi ha emozionato molto.


Tuttavia, per me, la sequenza più significativa è arrivata durante la vivacissima discussione fra i due personaggi, di centrale importanza nel libro, che storie come questa inevitabilmente includono. Quella terribile tempesta che monta per anni e poi alla fine esplode con un forza improvvisa, quasi come se sbucasse dal nulla, e lascia la convinzione che niente sarà più come prima. Impieghi un sacco di tempo per notare che c’è qualcosa che non quadra, qualcosa che riguarda come Hana è disegnata, qualcosa nel senso che sembra stiano succedendo due o tre cose nello stesso tempo nelle interazioni tra Hana, Asterios e gli altri personaggi (incluso quell’indimenticabile piccolo folletto denominato, non a caso, Willy Ilium (“grosso cazzone” in slang NTD), una sorta di Clare Quilty). Una volta che tutto inizia a muoversi, quando i colori rosa e blu cominciano a mutare in modo conformemente appropriato, quando il segno e la colorazione di David diventano sintetici e nervosi, non si può non iniziare a fare un tifo sfrenato per Hana, sperando che la protesta interiore accumulata sin a quel momento stando dalla sua parte arrivi finalmente ad ottenere l’apocalittica legittimazione che merita. E poi…e poi…BAM! La frase che non ti aspetti, che rende tutto ancora più devastante, anche perché, in fin dei conti non se la aspettava nemmeno Asterios. E’ possibile che l’acceso scambio di vedute tra marito e moglie cui mi riferisco, possa esporre il lavoro di Mazzuchelli a critiche riguardo una dose eccessiva di maschilismo, lo stesso che peraltro viene continuamente stigmatizzato nel protagonista e nei personaggi di contorno nel corso di tutta l’opera, ma a mio avviso quello che emerge con forza è l’umanità degli attori di questo dramma, non tanto le loro dispute di genere. Aggiungo solo che, mentre leggevo questa scena, in treno, non ho potuto fare a meno di prorompere in un sonoro ‘Mio Dio!’ (dovete assolutamente leggere Asterios Polyp per capire di cosa sto parlando. Dunque, fatemi un favore: sottolineate quanto ho scritto e riparliamone più avanti, dopo la vostra lettura, giusto per vedere se mi date ragione, ok?).

Forse non so cosa sto dicendo, ma di sicuro so cosa mi piace. E Asterios Polyp mi piace. Un sacco. E’ certamente un libro da assaporare. Sospetto sia un libro di cui fare tesoro. In definitiva, non era poi così difficile parlarne.


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2 risposte a “Speciale Asterios Polyp: divertirsi disegnando

  1. Pingback: Speciale Asterios Polyp: Fine | Conversazioni sul Fumetto

  2. A inizio storia non si tratta di un porno..! la conversazione è identica a quella che ha con Hana la prima volta che la invita a cena. Dopo che il suo mondo è crollato, si arrende e visiona quelle videocassette che aveva prima (dopo?) affermato di non voler guardare mai.

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