Speciale Asterios Polyp: può succedere solo in un fumetto

di Rob Clough

traduzione di Manuela Capelli

Ecco il primo articolo dello speciale su Asterios Polyp a opera di Rob Clough, che da anni recensisce assiduamente fumetti sul suo blog High-Low. Appassionato e specializzato nell’analisi dei mini-comics, Rob è diventato un collaboratore fisso del nuovo percorso editoriale del Comics Journal.

In termini di evento editoriale, la pubblicazione di un massiccio graphic novel, originale in modo audace, a firma di David Mazzucchelli ricorda le occasionali riapparizioni di Thomas Pynchon. David è una figura insolita nel mondo del fumetto: un background di belle arti, sale alla ribalta come disegnatore di supereroi, grazie ai disegni per Daredevil: Born Again e Batman: Year One entrambi su testi di Frank Miller. Poi, prende un’altra direzione: partecipa all’adattamento di Città di Vetro di Paul Auster con Paul Karasik e inizia la sua innovativa antologia, RUBBER BLANKET. Dopo il terzo numero della serie, Mazzucchelli riduce alquanto la concentrazione e si mette a scrivere quello che sarebbe dovuto diventare il quarto numero della serie e che invece cresce in dimensioni e ambizione.

Il risultato è ASTERIOS POLYP, un libro ambizioso nella forma, estremamente ingegnoso, dai contenuti meno semplici di quanto possa sembrare. Mazzucchelli, infatti, è da sempre interessato a esplorare non soltanto gli aspetti formali dei fumetti, in termini di come una pagina viene composta e disegnata, ma piuttosto il loro vero e proprio processo di produzione e stampa. Il risultato è una iper-consapevolezza del modo in cui il colore, in particolare, appare e interagisce con gli altri elementi della pagina. Sono molto pochi i cartoonist che pensano realmente al colore come allo strumento principale con cui trasmettere informazioni al lettore, e non lo impiegano solo come mero omaggio al suo impiego nel passato. In questo campo, Chris Ware ha davvero aperto la strada; molto del contenuto emotivo delle sue storie è modulato non tanto dalla linea o dal dialogo quanto dalla scelta e dalla giustapposizione dei colori. Oggi, Dash Shaw lo sta portando verso mete audaci e originali, e, in opposizione al timore reverenziale che prova nei confronti degli altri cartoonist, si è reso conto che innovare con il colore è di fatto più facile, visto che per tanti, e per tanto tempo, ha costituito solo una riflessione successiva.

In ASTERIOS POLYP, la linea di Mazzucchelli è estremamente semplice e chiara. Il disegno è stilizzato al punto da telegrafare, a partire già dall’introduzione, gli obiettivi di ognuno dei personaggi della storia. Temporalità, stati d’animo e interazione dei personaggi sono interamente dettati dall’utilizzo dei colori fondamentali. Tornando alla stampa, nel libro prevalgono i colori fondamentali CMYK, così come alcune delle più elementari combinazioni di ciano, magenta, e giallo – ma mai il nero. Il nero, caposaldo abituale della maggior parte dei fumetti, è del tutto assente nel prodotto finito. Non credo si tratti di un caso se sono tre i colori che dominano il libro; la tacita importanza del tre rispetto al due (in questo caso, “colore” contro “bianco e nero”) si ripete per l’intero volume come sorta di revisione cosmica per il protagonista.

In questo libro Mazzucchelli calpesta con molta prudenza la linea tra innovazione e appeal per il lettore. C’è una logica nel fatto che spieghi in modo ridondante certi aspetti del suo pensiero con l’utilizzo occasionale di un narratore: il suo archetipico utilizzo dei personaggi li appiattisce emotivamente, al punto che alcuni diventano caricature. Nel modo in cui costruisce la pagina e impiega il colore, anche quelle ad alto contenuto di drammaticità, c’è qualcosa di estremamente freddo e imparziale. A differenza di Ware o Carol Tyler (un altra artista con un background di belle arti), che allo stesso tempo distanziano il lettore con la loro linea e lo avvicinano con la spontanea, organica natura del loro storytelling, in ASTERIOS POLYP c’è poco di organico.

Un’osservazione che non vuole essere dispregiativa: altre interpretazioni, infatti, sembrano indicare che ASTERIOS POLYP si ispira più che altro alle tragedie greche, che costituiscono una fonte perenne di archetipi per molti personaggi moderni e temi narrativi. Mazzucchelli vi attinge tanto apertamente quanto velatamente: i casi più ovvi sono la discesa greca del personaggio, il modo in cui la tragedia di Orfeo letteralmente crea lo screzio che allontana sua moglie da lui attraverso il di lei coinvolgimento in una produzione off-Broadway, il modo in cui la tragedia appare come una sequenza onirica con protagonista Asterios e il riferimento ad Aristofane nel Simposio di Platone. In ogni caso, il tema non dichiarato ma dominante nel libro è l’arroganza del suo protagonista, Asterios Polyp, e il modo con cui gli dei scelgono di punirlo.


La trama è semplice: incontriamo Asterios nel suo lurido appartamento di Manhattan che, colpito da un fulmine, sta bruciando. Lui lascia di corsa l’appartamento, portando con sé solo tre cose: il suo orologio, un accendino e un coltellino svizzero. Sale sulla metropolitana e prende un autobus fino al capolinea, che opportunamente lo deposita in una città chiamata Apogee. Asterios trova lavoro come meccanico con un gentile quanto inopportuno operaio mattacchione di nome Stiffly Major, sposato con una rubensiana “divinità” new age di nome Ursula. Con il procedere del libro, al lettore vengono date tre diverse prospettive: lo schietto rendiconto delle giornate di Asterios ad Apogee, una serie di flashback sul suo passato (in particolare, sul modo in cui la relazione con la moglie è finita in briciole) e alcune digressioni narrate dal suo defunto gemello Ignazio.

Se il reato di Asterios (l’offesa agli dei) è l’arroganza, qual è la natura del suo orgoglio e della sua vanità? Il modo in cui intende la struttura e il disegno e li utilizza per piegare l’universo alla sua volontà. In qualità di famoso professore di architettura, questo ha un profondo impatto sui suoi studenti. E il modo in cui tratta sua moglie lo rende imperdonabile agli occhi degli dei (anche quando lei stessa alla fine lo perdona). La struttura di cui è così infatuato è di semplice dualismo: qualsiasi cosa può essere compresa in opposizione ad altri concetti. Tale concezione binaria ha il suo utilizzo nella vita di tutti i giorni, ma Mazzucchelli la vede come si vedrebbe il disegno di un quadrato: bidimensionale, piatto. Come i disegni di Polyp, esistono solo sulla carta (è un famoso “paper architect”, di cui nessun progetto viene mai realizzato). Aggiungere una terza dimensione (dal quadrato al cubo) non solo aumenta la complessità, eliminando alcune conclusioni troppo semplicistiche, ma permette anche di dar vita a tutta una serie di concetti. Non è un caso che la moglie di Asterios, Hana, sia una scultrice e disegnatrice che ha sempre lavorato sulle tre dimensioni.


Il problema sostanziale con questo punto di vista dualistico, in cui si categorizza tutto come anche/o, è che la sua proiezione finale è la definitiva determinazione delle categorie giusto/sbagliato; che è ciò che succede ad Asterios, quando abbandona osservazione e razionalità e stabilisce come regola ferrea la sua cognizione del mondo per cui lui ha sempre ragione e chiunque non sia d’accordo con lui ha sempre torto. E gli elementi della relazione con la moglie che lui pensava essere perfettamente complementari si rivelano ostacoli proprio al di lei senso di identità e di autostima. Tappezzeria naturale con scarsa considerazione di sé, le ci vogliono le lusinghe di un coreografo pallone gonfiato per farle prendere atto di ciò che non sta ricevendo da suo marito.

Per Asterios, il fatto che la moglie lo lasci è un colpo al modo in cui si è costruito la sua personale versione della realtà tanto quanto lo è la perdita di lei come persona. Essendo il fratello morto subito dopo la nascita, infatti, la sensazione di essere spaccato a metà e l’alienazione che ne deriva sono proprio quello che lui più teme nella vita. Non capisce però che i suoi tentativi di riappropriarsi di un certo senso di completezza sono invece una terribile specie di raffazzonata operazione chirurgica che porta al trauma della sua altra metà, qualcosa cui si allude quando Asterios si chiede se non ha in qualche modo ucciso lui stesso il suo gemello. La rottura con la moglie distrugge il suo dualismo così attentamente costruito e le barriere tra lui e lo spettro del suo gemello: e questo avviene quando Asterios guarda un video del suo primo appuntamento con l’ex-moglie Hana, parte di un set creato per dar vita a un fantasma o a una versione parallela della sua vita. Le scelte che compiono i gemelli sono spesso stranamente simili (anche se separate dal tempo e dalla distanza), e Asterios pensa, per così dire, di poter offrire al fratello una vita speculare. Oltrepassare la linea e guardare il video è sia un indizio di quello che sa di aver perso sia del tentativo di placare quel senso di spaccatura che prova in modo così acuto.


Le esperienze di Asterios ad Apogee si sviluppano tanto come prolungato alternarsi di penitenza e tolleranza quanto come serie inaspettata di lezioni destinate a espandere ed esplodere il suo antico ordine di stati stazionari, cognitivi ed emozionali: la scena più eclatante in questo senso è sul finale, durante una discussione su cosa tiene unite le relazioni. Asterios interviene subito con un altro sistema binario, ma un’amica lo interrompe portando un modello tanto semplice quanto brillante: prende tre cartellini e li nomina fiducia, rispetto e amore. Appoggiati uno contro l’altro stanno in piedi liberamente, ma la rimozione di uno qualsiasi degli elementi causerebbe il collasso della struttura. Ancora una volta, viene fuori il tema del tre contro due e, ancora una volta, viene presentato come una complessa struttura tridimensionale in opposizione a una concezione più semplicistica.

Dal punto di vista visivo il libro è estremamente piacevole. La pagina in cui Asterios incontra Hana, e il lettore comprende quanto si completano l’un l’altro dal modo in cui i colori e il disegno di entrambi iniziano a fondersi, è semplicemente fantastica e spiega quanto sta succedendo meglio di quanto non potrebbero mai fare le parole; è uno dei molti momenti del libro che possono succedere “solo in un fumetto”. Il fatto che non li rivediamo ricongiungersi in quel modo fino alla fine è significativo. Quando Asterios si riconcilia con Hana, infatti, il risultato è quasi impercettibile: non vediamo l’eloquente struttura formale recingere i personaggi, come Mazzucchelli fa in tutto il libro. Invece, l’intero ambiente esplode di colori finora mai visti – verde, pesca, arancio, marrone e altri – perché riflette il fatto che Asterios non sta più imponendo esternamente la sua visione della realtà nel modo in cui aveva fatto prima ed è pronto a vedere le cose con occhi nuovi. Dato che il colore di base di Asterios è il blu e quello di Hana il rosso, ha anche senso che il viola sia il colore predominante nel libro e che venga utilizzato per tracciare la linea, determinare gli scopi e anche per il lettering.


Un certo numero di incisi filosofici è piuttosto ingegnoso, anche se mi sono chiesto se non ce ne fossero di più. Ho particolarmente apprezzato quello sulla memoria e la temporalità, in cui si fa vedere che i due sono incompatibili: la memoria è una costruzione atemporale della mente che tuttavia offre l’illusione del “playback”. Questo è particolarmente vero per Asterios, che possiede il raro dono di una memoria eidetica, una capacità che, indipendentemente da quali dettagli si possano ricordare, produce solo l’immagine di un’esperienza – non l’esperienza stessa come se fosse stata vissuta. Questa digressione crea un contesto interessante per i ricordi che Asterios sceglie di rivivere, specialmente la bellissima serie di immagini spezzate di Hana come essere umano viscerale (che rutta, starnutisce, si taglia le unghie dei piedi, ecc.): forse la sola volta in cui lui la accetta e la ama esattamente per quello che è (invece che quello che lui vuole che lei sia), che è l’unica cosa che lei abbia mai voluto da lui.

Alcune delle immagini del libro sono un po’ troppo costruite, come il modo in cui Asterios alla fine riesce ad amare la natura dopo aver costruito una casa sull’albero, la sequenza del sogno di Orfeo e, soprattutto, il grottesco buffone Willy Ilium. Quest’ultimo nasce sia come riflesso distorto di Asterios sia come suo superiore, nel senso che Willy ha una visione del mondo meno ristretta di quella di Asterios —specialmente nelle attenzioni che prodiga a Hana. Benché comprendessi il suo scopo ai fini della trama, era un personaggio talmente volgare che la sua stessa presenza sulla pagina mi allontanava dalla storia. Era come se Mazzucchelli si stesse prendendo, sulla carta, una piccola vendetta su qualcuno che lo aveva molto infastidito, attribuendogli pomposità e una sfilza di pessime abitudini. Ovviamente, il personaggio è disegnato per essere irritante, ma come lettore la sua presenza in un libro in cui Mazzucchelli è stato comprensivo con un’ampia gamma di tipologie di personaggi mi ha infastidito.

In definitiva, il libro verte sul disegno in tutti i sensi: il disegno fisico (la vera e propria realizzazione grafica) della pagina del fumetto; i disegni di Asterios e il modo in cui non raggiunge lo scopo della sua vita; il disegno inteso come piano o intenzione. Mazzucchelli è allo stesso tempo interessato a come sovrapporre tavole di differenti colori, giocare con le parole e i pensieri nei balloon per renderli più iconici e integrarli più direttamente sulla pagina, creare un tono emozionale attraverso l’utilizzo del colore, quanto lo è all’esplorazione delle vite dei suoi personaggi. Il libro verte  anche sul punto di vista: molti dei colpi inaspettati che Asterios riceve nell’arco della sua vita, infatti, avrebbero potuto essere gestiti meglio se solo li avesse guardati in modo diverso. Se solo avesse lasciato che sua moglie condividesse le luci della ribalta; se solo avesse capito cosa lei voleva e avesse cercato di darglielo invece di trattarla come una cara appendice e non come una vera compagna… alla fine, dal momento che trovano la morte in una “calamità naturale” piuttosto spettacolare, diventa troppo tardi per entrambi. Una chiusura che rappresenta una specie di battuta finale e bizzarro deus-ex-machina, solo che in questo caso l’azione divina compie la tragedia invece che evitarla.

Quando un domani questo libro verrà studiato (e sono piuttosto sicuro che lo sarà), quello che gli studenti acquisiranno sarà il modo con cui Mazzucchelli crea il suo proprio set di regole visive e, contemporaneamente, critica l’inorganica sovrapposizione di regole, schemi e strutture sugli altri, nell’arte e nella vita. La tensione centrale del libro, in fondo, è l’utilizzo di un rigido e audace formalismo per criticare proprio la rigidità del formalismo. Utilizza le caricature nel momento stesso in cui critica la riduzione degli altri a caricature. I personaggi non vogliono altro che avere modo di esprimersi e ricevere un riscontro e un feedback e Mazzucchelli distrugge i desideri individuali dietro questa necessità di espressione, rendendo indistinguibili la forma e il contenuto. È un mix inebriante, anche se Mazzucchelli si trattiene a volte un po’ più del necessario, tanto che questo, più che come  lavoro coerente, si percepisce come una mappa del futuro di Mazzucchelli come artista. Mi emozionerà vedere come svilupperà questo nuovo linguaggio visivo avendone gettato le basi nelle pagine di ASTERIOS POLYP.

Link al post originale.

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2 risposte a “Speciale Asterios Polyp: può succedere solo in un fumetto

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