Speciale Asterios Polyp

di Andrea Queirolo


In questi giorni esce in libreria, pubblicato da Coconino, l’ultimo lavoro di David Mazzucchelli: Asterios Polyp.
Un volume che ha avuto una gestazione decennale, salutato come l’ennesima grande prova di un autore che, pur producendo poco, ha saputo seguire, capire, plasmare e rivoluzionare il fumetto americano dagli anni ’80 a oggi come nessun altro.

A partire da lunedi prossimo presenteremo una decina di articoli su quest’opera, con traduzioni di scritti dei migliori critici americani, un’approfondimento dei particolari pagina per pagina e una della rare interviste all’autore, l’unica su Aterios.

Un grosso lavoro, il primo così articolato che dedichiamo a una singola opera, uno sforzo che ho voluto fortemente non solo perché credo che questo libro e il suo autore lo meritino, ma sopratutto perché spero che il nostro contributo possa avvicinare nuovi lettori al mondo di uno dei più grandi fumettisti in circolazione e contemporaneamente mostrare lati nuovi anche ai fruitori più esperti.

Ringrazio tutti i ragazzi e le ragazze del blog che hanno reso concrete le righe che leggerete nei prossimi giorni e oltre.

Leggi lo speciale.

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38 risposte a “Speciale Asterios Polyp

  1. Asterios Polyp non è fumetto, è uso indebito del fumetto.
    Come disse Paz: Aria buona, vino buono, due palle a questo modo.

  2. nel senso che ne fa un uso illecito o che è derivativo?

  3. No, va be’, si fa per ridere, ma con un fondo di serietà.
    Quando parlo di “uso indebito” punto a dire che in AP il fumetto non è un fine, ma un mezzo. Si usa la forma fumetto per fare altro.
    È la deriva più recente dei romanzi grafici. Che, come giustamente sottolinea Umberto Eco su il manifesto del 28 aprile scorso, in generale stanno diventando pippe mentali.

    “Ormai il fumetto è diventato una forma di cultura alta, perfino difficile da leggere. Certo i bambini leggono ancora Topolino che resta, più o meno, come una volta. Ma tutte le nuove forme… il fumetto cartonato che si vende nelle librerie, certe volte faccio fatica a leggerlo tanto è raffinato”.

  4. si ho letto quell’intervista e sinceramente quello che dice eco è condivisibile ma allo stesso tempo poco sensato.
    cioè, il fumetto avrebbe dovuto fermarsi a topolino, a steve canyon , ai peanuts, a tex? dipende cosa una cerca in un fumetto.
    trovo incredibilmente bello il fatto che nelle librerie (e il termine librerie già di persè è importante) si possa trovare una vasta varietà di proposte fumettistiche.
    se una parte del fumetto è diventata raffinata (ma non era – ingenuamente – raffinato anche krazy kat)? vuol dire che si è evoluto, ha trovato nuove strade e un nuovo pubblico e a me non sembra un male.

    E’ vero che Mazzucchelli in asterios usa il fumetto per fare altro, ma non è solo un mezzo e lo usa ANCHE per fare altro.
    E paradossalmente Asterios Polyp è, guardacaso come succede per tutti i grandi autori contemporanei, una bellissima elaborazione degli insegnamenti dei primogenitori del fumetto.

    Leggere asterios polyp è meno difficile di quanto possa sembrare, anzi, direi che è proprio molto facile, in quanto il fine primo di mazzucchelli è quello di raccontare la storia (odissea) di un uomo e per farlo ha deciso di usare il mezzo fumetto (oserei dire nella sua forma più basilare: segni, simboli e colori).

    Poi potremmo conversarne piacevolmente per ore, e il solo fatto che questo racconto possa tirare in ballo così tante prospettive di discorso mi sembra già di persè una cosa non da poco.

  5. viva l’alto, viva il raffinato. Si fa sempre a tempo a scendere.
    E sono provocatoria ovviamente, ma attenzione a questa che è ormai diventata una moda del pop a tutti i costi. C’è bisogno di spostamenti di senso anche fuori dall’immediatezza di comprensione. Poi si può anche sbagliare bersaglio certo.

  6. si usa sempre il fumetto per fare altro…

  7. @ MicGin: io parlavo di forma fumetto, non di fumetto.
    Anche Pratt Toppi e la Satrapi “facevano altro”, ma sempre all’interno di un tacito patto di condivisione con il lettore. Qui, e in altri casi, l’impressione è che questo patto non valga più, che la radice popolare del fumetto venga artatamente rimossa. Quello che rimane sono solo nuvolette e didascalie. Che per fare un fumetto non bastano.

  8. Tanto è vero che hanno dovuto inventarsi una etichetta apposita: quella di Graphic Novel.

  9. scusa andrea, anche io non sono daccordo con l’etichetta graphic novel, però senza addentrarsi nel solito discorso, cosa si deve fare? non leggere asterios polyp perchè è stato definito come graphic novel? non ritenerlo un volume importante?

    e poi mi sfugge il discorso del patto col lettore, non lo capisco, davvero.
    a me poi sembra che asterios sia molto popolare alla radice, certo nei riguardi del fumetto americano in particolare. forse non è cosi apparente in superfice, ma l’ossatura è quella. si tratta di un grande lavoro di rielaborazione personale della materia.

    che poi la storia possa non piacere è più che lecito, ma da li a definirlo “solo nuvolette e didascalie” mi sembra un po’ forzato.

  10. @Voglino
    “Tanto è vero che hanno dovuto inventarsi una etichetta apposita: quella di Graphic Novel.”

    Ma chi l’ha dovuta inventare?
    Quando c’è di mezzo un “Loro” impersonale, i ragionamenti diventano fragili. Provo sempre un po’ questa sensazione di “uomini in nero”, che tramano oscuri interessi dietro alle definizioni merceologiche dei giornaletti.
    La “radice popolare del fumetto” poi, può essere artatamente rimossa, così come può essere artatamente attribuita. La radice popolare del fumetto è un opinione come un’altra. La stessa definizione di “popolare” è così labile da permettere una miriade di interpretazioni.

    La citazione di Eco è un appoggio altrettanto fragile:
    Cosa sono i cartonati che si vendono in libreria? Asterix? Il fatto che Eco faccia fatica a leggere questa fumosa categoria che può andare da Watchmen alla raccolta di The Spirit, cosa comporta? Cosa vuol dire raffinato? Cos’è la cultura Alta?
    Decisamente l’autorità indiscutibile di Eco non basta a rendere degna di nota questa sua dichiarazione superficiale.

    Leggo un bisogno di certezze, dell’appassionato, che si ritrova a dire “questo fumetto non mi è piaciuto, quindi non è un fumetto”.
    Esattamente lo stesso meccanismo viene usato anche al contrario, da chi non ama i fumetti: “questo fumetto mi è piaciuto, quindi non è un fumetto”.
    Questa pseudo-speciazione è irrazionale, arbitraria e ha origini probabilmente affettive, che poco hanno a che fare con i fumetti in quanto tali.
    La pseudo-speciazione tende incontrollabilmente verso la stesura di Indici. troverei questo fenomeno pericoloso, se non fosse che delle logiche Popolare/Autoriale, la Cultura se ne frega da migliaia di anni, continuando imperterrita a rinnovarsi conservandosi, producendo capolavori e stronzate senza sosta.

    Aspetto con ansia di leggere Astrios, comunque, qualunque cosa sia.

  11. …e davvero, chissà cos’è Astrios…

  12. Due cose, anzi tre. E senza prenderci troppo sul serio, magari, che stiamo sempre parlando di fumetti, non di neutrini (di questi tempi, poi)…

    Al di là di ogni considerazione “filologica” sul chi abbia inventato il termine Graphic Novel, condivido il punto di vista di Alan Moore: è roba da ufficio marketing. Ed è un termine nato per fornire una patina di autorevolezza e maturità ai primi fumetti non super-eroistici prodotti negli States. Per distinguerli, insomma, dalla subletteratura di largo consumo imperante.

    Da qui, la fondamentale ansia da prestazione che ha pesato su tanti fumetti rigorosamente “Made in Usa”. Un’ansia che noi europei non avevamo mai sperimentato perché Herge, Pratt o Crepax, solo per fare qualche esempio, realizzavano (celestiali) romanzi grafici da ben prima che qualcuno inventasse la definizione. Un’ansia che ha portato al consapevole scardinamento delle coordinate della narrativa a fumetti, dando la stura a un profluvio di opere, diciamo, un tantino ostiche. Penso ad “Arkham Asylum” di Gaiman/McKean o a “Jimmy Corrigan” di Ware, per dire.

    Bei fumetti? Brutti fumetti? Al di là delle indiscutibili capacità tecniche degli autori, la risposta sta nei gusti di chi legge.Resta però una questione innegabile: nella foga di differenziarsi dal “mainstream”, molti autori sono partiti per la tangente, realizzando opere che parlano più con se stesse che con il pubblico cui vorrebbero rivolgersi. E AP rientra a pieno diritto in questa categoria.

    Un motivo a caso? A chi gli chiedeva come mai avesse optato per una sovraccoperta “sotto taglia” rispetto al volume, ideale per autodistruggersi con l’uso nel minor tempo possibile, Mazzucchelli ha risposto “È la soluzione più frustrante che mi è vanuta in mente”.

    Frustrare il pubblico. E fin dalla copertina. that’s the spirit.

    Ecco perché penso ad AP come a una pippa mentale, non a un raffinato esercizio di stile. Ed ecco perché finché campo continuerò a preferire ai sedicenti fumetti “per lettori maturi” fumetti-fumetti senza ariette di superiorità o ambizioni Joyciane. Calvin & Hobbes forever!

  13. ma non ci stiamo prendendo troppo sul serio andrea, stiamo converssando e a me fa piacere.

    insomma alla fine è un fatto di vedute e di gusti.
    bisogna solo saper scegliere cosa leggere, e se posso essere d’accordo con te sul fatto che in giro ci sono diverse “pippe mentali”, voglio spiegare che ci sono fumetti come asterios che a me sembrano davvero importanti.
    poco mi importa se li chiamano graphic novel o fumetti per un pubblico maturo, per me son fumetti come calvin e hobbes o come tex: non ho problemi a leggerli. posso leggere di tutto adoperando scelte e cercando quello che mi piace.

    se mazzucchelli mi vuol frustrare e a me piace, probabilmente ho scoperto di essere masochista! 😀

    comunque spero leggerai gli articoli che proporremmo!

  14. mazzucchelli è cattivooooooooooooooo, mi vuole frustrigare! brutta grafic novel brutta appapà è meglio la copertina bella che non si rovinaaaaaaaaaaaaaaa brutti brutti viva me

  15. Andrea, ammetterai però che si tratta più che altro di un tuo personalissimo problema con l’approccio di Mazzucchelli piuttosto che mettere in campo opinabili canoni cui il mezzo dovrebbe sottostare (radice popolare in primis). Come dici tu, la risposta è nei gusti di chi legge ma penso pure che un autore sia liberissimo di adottare l’approccio che preferisce o che “sente” maggiormente. Ritenere che determinati autori (Ware, Mazzucchelli ecc.) realizzino fumetti a questo modo unicamente perchè presi dall’ansia di differenziarsi dal mainstream rivela, secondo me, non pochi pregiudizi. Poi, fosse per me, la volontà di differenziarsi dal mainstream, specie in un contesto bollito come quello USA (in cui spesso il massimo dell’innovazione consiste in un reboot con conseguente cambio di costumino), sarebbe di per sè una motivazione più che valida.

    Altrettanto opinabile è sostenere, in maniera così lapidaria, che si tratti di opere che non parlano al lettore. Jimmy Corrigan, per esempio, a me ha detto molto anche (o soprattutto) al di là della rigorosa struttura formale. Perchè Jimmy Corrigan è essenzialmente un bel fumetto che racconta una bella storia. La struttura può apparire ostica ma di fatto rappresenta la specificità del racconto.

    Lo stesso discorso si può fare, a maggior ragione, con ‘Asterios Polyp’ il cui valore aggiunto sta proprio nel dialogo serrato tra la parte formale e la storia raccontata. E si tratta, per quanto mi riguarda, di un intreccio perfettamente riuscito tanto che forma e contenuto si rafforzano e arricchiscono a vicenda. Il risultato finale, per farla breve, va al di là della semplice somma delle parti.
    Il fatto che si tratti di un esercizio consapevole e coscientemente perseguito non riduce il tutto a semplice pippa mentale, soprattutto perchè non vi è, al fondo, alcuna pretestuosità. L’architettura formale va a sostenere e a rivestire di ulteriori significati una storia già solida di per sè; una storia che è bella e interessante anche per come è raccontata, ovvio, ma che non è assolutamente asservita alle invenzioni grafiche.
    In ‘Asterios Polyp’ Mazzucchelli esibisce una raffinata cura formale unita ad una profonda conoscenza del mezzo, ma non si tratta mai di formalismi sterili e fini a se stessi.

    Ah, la questione della sovracoperta e le dichiarazioni di Mazzucchelli andrebbero meglio contestualizzate. Per quanto mi è parso di capire il riferimento alla frustrazione del lettore era una frecciata ironica diretta al pubblico presente, tanto che in una delle trascrizioni dell’intervista in questione si legge:

    “It was “the most frustrating package I could come up with,” said DM, to much laughter.”

    A quanto pare, assai più semplicemente, Mazzucchelli voleva che il libro avesse un aspetto più rozzo, meno pulito se vogliamo:

    “He wanted the final product to have a rawness to it.”

    Poi la cosa non è ulteriormente motivata, ma tant’è.

    Per concludere, a me pare necessario e vitale tentare nuove strade e approcci differenti, anche quando i risultati non sono esaltanti (ma non è assolutamente questo il caso) si aggiunge qualcosa alla conoscenza del mezzo, alla consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi punti di forza. Ed è una cosa che fa bene al fumetto tutto, anche a quello mainstream.

  16. A me piacerebbe che si circoscrivessero i “fumetti di pippe mentali”. Titoli, autori, stilemi, perché da come vengono citati sembrano un genere ben preciso, ma ho paura che ognuno metta in questa categoria i fumetti che ritiene noiosi e pretestuosi.
    Invito a scrivere titoli “pippa mentale”, inizio io.
    Per me non c’è niente di più “pippa mentale” della roba tipo “Civil War”, la saga de’ tutine e mazzate.

  17. Ottime e condivisibili argomentazioni da parte di tutti, soprattutto rispetto alla sacralità della creative freedom. Mi resta qualche dubbio sull’ironia di certe trovate studiate ad hoc per épater le bourgeoise, insieme con la sensaz. di autoreferenzialità di varie opere recenti, non solo Made in Usa. E soprattutto il ragionevole dubbio che a differenza dei fumetti “alti” di ieri, in generale i fumetti “alti” di oggi si preoccupino molto più di darsi un tono che di raccontarsi ai lettori.

  18. Io credo che questa cosa delle “radici popolari” del fumetto andrebbe estirpata una votla per tutte.

    Detto ciò: per quanto concordi sullì’autoreferenzialità di tante graphic novel americane (una fra tante “Portami Via” di Nate Powell), non sono assolutamente d’accordo nell’inserire AP nella cerchia dei fumetti ampollosi e incomprensibili. Anzi, trovo che AP sia sorprendente soprattutto perchè rifugge l’incomprensibilità e si rende il più possibile scorrevole e comprensibile a tutti. Prova ne è il fatto che molti dei riferimenti e delle chiavi di lettura sono esplicitamente inseriti nel racconto. Ci sono, si, alcuni inside joke, alcuni “enigmi”, ma alla seconda lettura risultano comprensibili.

    Anche lo stile di disegno è studiatissimo e ricercato, ma “in superficie” è leggibilissimo, al contrario, ad esempio, del citato McKean, studiatissimo e ricercato e incomprensibile (ma bello per altri motivi).

    Davvero, una delle cose che mi hanno sorpreso di AP è la sua estrema accessibilità, e non capisco come si possa giudicarlo pretenzioso, o accusarlo di “darsi un tono”.

  19. Mi trovo in una posizione a metà strada in quanto, pur essendo un estimatore dell’evoluzione artistica di Mazzucchelli, non posso fare a meno di cogliere e condividere alcuni degli interessanti spunti (leggermente provocatori) di Voglino.

    Non mi sono ancora procurato A.P. (shame on me), ma riesco comunque a cogliere tutti i limiti che la deriva “graphic novel” sta avendo globalmente sul mercato fumettistico e che sembra quasi imporre un auto-attribuzione di una qualche valenza “alta” e “adulta” a priori, che rischia di confondere il mezzo col messaggio, proprio secondo la lezione di McLuhan.

    Se si volesse fare una sommaria analisi di genere, il G.N. non è più solo contenitore ma contenuto commerciale esso stesso, a prescindere dal tema che propone. Il marketing è stato abbastanza abile in questo, poiché esiste attualmente tutta una genìa di lettori che legge G.N. e schifa i fumetti (sputandoci sopra, spesso), e che probabilmente si strapperebbe i capelli e sbatterebbe la testa nel muro scoprendo che anno uno o watchmen (per dire) sono state pubblicate in volgari floppies e non come “libro”. Comunque da un’artista con la storia e le influenze di Mazzucchelli non mi aspetto il solito atteggiamento del “piccolo indie con la puzza sotto il naso”, dunque leggerò tutti i contributi degli altri collaboratori di CsF con grande interesse e poi il volume, quando possibile.

    Mi permetto (col sorriso sulle labbra, ovvio) una piccola nota polemica e cioè che non mi aspettavo di leggere sparate a zero contro il fumetto mainstream americano, che è davvero ben altro rispetto ai “reboot coi cambi di costumino” e “le robe tipo civil war”. Nell’attuale reboot DC peraltro ci sono cose davvero egregie (e magari CsF ne parlerà) così come in Marvel (Daredevil su tutte), per non parlare della meraviglie che propone mensilmente la Image. Segnalo che utilizzare fastidiosi vezzeggiativi come “costumino” e “tutine” può apparire davvero superficiale (se non dispregiativo in toto) nei confronti di tutti i lettori di questi generi, che meritano senz’altro rispetto.

    Mi viene da pensare che tutto questo bisogno di G.N. sia forse dovuto anche all’ancestrale vergogna nel sentirsi definire “lettori di giornalini” e al costante bisogno che i fumetti riformulino forzatamente i loro contenuti in chiave sempre più “adulta”, perché ormai cristallizzati nell’immaginario in una generazione.

  20. @AndreaP: capisco il tuo punto di vista, alcune cose le condivido anche, non capisco invece perchè l’ironia (legittima e sacrosanta) rivolta verso un certo modo di fare fumetto debba essere automaticamente letta come un insulto ai lettori di quel tipo di fumetti.

    L’ironia è diretta verso i limiti, i bassi espedienti, e le soluzioni ripetitive di alcune operazioni editoriali cui si assiste periodicamente. Che poi per alcuni il tutto possa essere godibile o divertente è più che legittimo e rispettabile. Un po’ come è legittimo per me pensare che due volte su tre si tratti di minchiate eh. Però non è che penso che chi gode della lettura dei prodotti di cui sopra sia un cretino, penso semplicemente che abbia gusti diversi dai miei.

    A scanso di equivoci, la battuta nel mio caso era decisamente circostanziata al reboot DC (che per quanto ho avuto modo di leggere mi è sembrato oscillare dal penoso al ridicolo); lungi da me generalizzare, il fumetto mainstream ha prodotto e continua a produrre opere notevoli (un po’ meno che in passato forse, almeno per i miei gusti).

    Per il resto, non sento bisogno di legittimazioni culturali di sorta. Mi limito a distinguere storie belle e storie brutte a prescindere da presunte collocazioni o nomenclature.

    Nel fatto che alcuni autori sentano il bisogno di veicolare contenuti un minimo più articolati e/o complessi (adulti, per dirla con te), infine, non ci vedo nulla di male.
    Fortunatamente quando la complessità diviene un semplice pretesto per mascherare mancanze altre la cosa si nota (e il fumetto generalmente fa schifo).

    Ciao 🙂

  21. Oh, raga, ci avete sgamati. I volumi di 300 pagine che ci mettiamo dieci anni a disegnare, li facciamo solo per darci un tono. E per dare fastidio ad Andrea Voglino. Era il nostro piano fin dall’inizio. Ma adesso basta sciocchezze. Ritorneremo i vostri disegnatori di pupazzetti preferiti, promesso! Griglia fissa a 6 vignette ovviamente.

    con il capo cosparso di cenere,
    Chris & David

  22. @ Giulio: scorrevole, sì. Comprensibile, molto meno, se rapportato a opere comunque piuttosto dense e molto distanti come stile e atmosfera come, che so, “La ballata del mare salato”, “Watchmen” o “La Perdida”.
    Comics godibili al 100% sia per chi sia in grado di orientarsi nel mare magnum delle reference, delle citazioni e delle metafore sia per chi cerchi una lettura (non necessariamente) “facile”.
    Diverso è il caso di AP, abbastanza lineare nella forma-racconto, esplicito nella morale, curatissimo nel lay-out delle tavole, ma apertamente Joyciano nelle ambizioni e difficilmente digeribile senza un bagaglio culturale sterminato che presuppone la conoscenza di Frank Gehry, Mies Van Der Rohe, Nietzsche, C.J. Jung, Chester Gould, Will Eisner, Hokusai, Aristofane, Hesse, Calvino, Balanchine, etc. O senza un robusto apparato critico (solo il pezzo qui sopra consta di sette cartelle e passa, e siamo solo all’inizio). Il tutto, senza entrare nel dettaglio di singole pagine/sequenze degne di un commento esegetico a parte: penso al catalogo delle conquiste di Asterios, al primo incontro fra Asterios e Hana, all’uso del colore o del lettering o alle continue digressioni fra filosofia, architettura e fisica – non proprio pietanze per tutti i palati, direi.
    Sempre a proposito di superpippe Made in Usa, due parole anche @ AndreaP e Flavio sui continui reboot degli universi Marvel e DC. Da amante del personaggio, prendo a esempio quanto fatto da Grant Morrison con Batman nel tentativo di sintetizzare settant’anni di storia del Pipistrello in storyline “tutto si tiene” come “R.I.P:” e “Il ritorno di Bruce Wayne”, frullando insieme 70 anni di continuity, dal vigilante di Bob Kane ai Batmen alternativi degli Anni 60 al Dark Knight di Miller e così via: una saga (mentale) ermetica e pressoché illeggibile, e un altro caso in cui l’autore non si è messo al servizio del lettore, ma all’inseguimento di un ideale ambizioso e stratificato fino al parossismo. Con risultati deleteri per i “casual reader”. Non voglio dire che siano trovate come queste che provocano disamore nel pubblico, visto che il trucchetto stantio della “morte di…”, almeno nel breve periodo, funziona. Ma nel lungo periodo, un calo di attenzione è fisiologico.
    È a questioni di lana caprina come quelle appena accennate che mi riferisco quando tiro in ballo il “tacito patto di condivisione con il pubblico” di cui sopra. Detto ciò, vive la difference, e pure la sperimentazione: ma se si ha la bontà di riconoscerne i meriti, si abbia anche quella di riconoscere limiti e oggettive difficoltà. Altrimenti, il rischio è di cacciare il famoso nuovo lettore corteggiato da noi criticonzoli nella stessa situazione di Alberto Sordi al concerto di musica contemporanea di “le vacanze intelligenti” (per chi se lo fosse perso: http://www.youtube.com/watch?v=PD8-fnyOj3o)
    @ Chris & David: lo diceva Indiana Jones. Non contano gli anni, ma i km. Paz, Tamburini e molti altri lo dimostrano. Per lo shampoo, mai provato quello ai neuroni? Pare che ai troll faccia meraviglie.

  23. @Andrea: perchè, ti pare che Chris Ware e Mazzucchelli di km ne abbiano fatti pochi? Non volevo certo trollare ma quando sento certe affermazioni (e le sento spesso) mi scaldo. Questi sono autori che portano avanti una loro ricerca. Cosa devono fare, guardarsi indietro e dire “oè, aspettiamo gli altri che son rimasti indietro”? Picasso l’ha fatto? Van Gogh? Mazzucchelli ha anche rinunciato a una ben solida carriera mainstream per inseguire la sua idea di fumetto. Non ho niente contro i fumetti “popolari”, li leggo anch’io, ma perchè appena qualcuno fa fare al fumetto “qualcos’altro” (qualcosa che, in ogni caso, è proprio insito nelle caratteristiche specifiche del mezzo, molto più che la scansione di vignette tipo regia cinematografica che oggi viene considerata la norma – soluzioni tra l’altro che già i pionieri del fumetto usavano all’inizio del secolo) deve essere per forza pretenzioso, o voglioso di fare il figo o il difficile? Che non sia il tuo genere di lettura è accettabile. Ma per parlare di limiti oggettivi… Io sono pronto a scommettere che un non lettore di fumetti trova molto più accessibili le tavole di Mazzucchelli che quelle di tex o di superman. Perchè come ripete da anni Boris Battaglia i fumetti, prima di leggerli, si guardano. E non ci vuole tutta la cultura che hai citato tu per guardare un’immagine e lasciarsene trasportare. Che c’è da capire? Poi: Asterios Polyp non è la Bibbia e avrà pure i suoi limiti (come Watchmen, Pratt e qualsiasi altra cosa) ma se cominciamo a parlare di “graphic novel” non se ne esce più.
    Rispettosi (nonostante l’anonimato) saluti

  24. Su Asterios Polyp continuo a non concordare, Andrea. Più che altro perchè, sempre nell’ambito dei livelli di lettura, non vedo differenze così marcate tra un fumetto come Watchmen e AP.
    Almeno per quella che è la mia percezione, si tratta di due ottime storie che hanno un primo livello di lettura/interepretazione abbastanza chiaro arricchite poi da rimandi interni più complessi. I riferimenti di Mazzucchelli e Moore sono differenti ma ci sta in entrambi i casi che possano non essere chiari per tutti, fa parte del gioco.

    Poi magari per te la cosa funziona meglio in Watchmen che in Asterios Polyp, ma dipende anche dalla formazione personale e dalla percezione soggettiva.

    Mantenendo lo stesso esempio e sempre riferendoci ad un ipotetico “casual reader” io non sono proprio certissimo che Watchmen sia in toto più accessibile di AP nei rimandi interni. Il concetto di destrutturazione del supereroe che sta alla base dell’opera di Moore necessita, ovviamente, della conoscenza del mondo supereroistico nella sua accezione classica e non è una cosa così scontata per il casual reader di cui sopra. Anzi, per molti versi, mi pare più probabile che un lettore che si avvicini al fumetto per la prima volta conosca – almeno un minimo- Gehry, Aristofane, Nietzsche o Calvino, fosse anche solo per formazione scolastica o cultura generale.

    Allo stesso modo di pagine che richiederebbero analisi esegetiche a parte ce ne sono tanto in Watchmen quanto in Asterios.

    Poi, vabbè, forse Moore non è l’esempio migliore visto che pure lui ne ha fatte di fumetti non proprio reader friendly (qualcuno ha detto From Hell? :P).

    Sul Batman della saga di Morrison non ti so dire invece. Pur amando molto il personaggio, non ho letto R.I.P. In generale poi conosco poco l’opera di Morrison (a proposito, se qualcuno volesse consigliarmi qualcosa ne sarei felice).

    Per il resto sono d’accordissimo, i limiti vanno analizzati e discussi sia per quanto riguarda il fumetto mainstream sia per quanto riguarda quello sperimentale. Le tifoserie non mi piacciono per nulla. Semplicemente nel libro di Mazzucchelli di limiti ne vedo pochi, e ho già argomentato abbastanza a riguardo.

    Comunque ne è venuta fuori una bella discussione (trollate a parte).

  25. @Flavio Zaurino:
    direi che siamo d’accordo. è bello dirlo ogni tanto.

    @Andrea Voglino:
    Mi facci più esempi! che anche io quella cosa di batman non l’ho letta. Ma vedì che al dilà della cultura alta/bassa (concetto nel quale personalmente non credo) potremmo anche ritrovarci concordi sui “fumetti pippa”.

    @AndreaP:
    Io non intendevo prendermela con tutto il fumetto mainstream americano (anche perché non so cosa comprende).
    Con “Civil War” intendevo stigmatizzare un fumetto di supereroi che pretende di dare letture più o meno metaforiche di attualità (come crisi politiche, sociali, repressioni) e fondamentalmente si risolve in una parata di modelli più o meno anabolizzati, con vestitini attillati e sgargianti, che se corcano de’ mazzate. Io l’ho trovato un fumetto de’menà molto freddo, molto superficiale.

  26. @ Bob Bazzecola: Lungi da me l’idea di tarpare le ali alla ricerca artistica. Il problema sta in una generale deriva art-house che personalmente comincio a trovare molto calcolata, e in una benevolenza critica “a prescindere” che spesso porta a sorvolare sui limiti espressivi di un certo discorso estetico. Per usare una metafora: Damien Hirst ti può anche piacere, ma se ti faccio notare che uno squalo bianco di 3 m tagliato in tranci non è il “conversation piece” ideale per il tinello medio, non mi pare il caso di scaldarsi.

    @ Flavio e Gio: Raccontare “R.I.P.” e “Il ritorno di BW” in sintesi proprio non se po’ fa’. Basti sapere che il Pipistrellone è al centro di un complotto satanico ordito dal diavolo in persona (Pseudonimo: Dr. Hurt, ah, ah, ah) all’alba dei tempi per amareggiare la gente per bene usando come tramite la famiglia Wayne, e già che ci siamo pure i lettori, bisognosi di tre-quattro pagine di note esplicative a fascicolo per penetrare i sacri misteri del cazzo. Il confronto con Denny O’Neill, che alla sua veneranda età era riuscito a creare una backstory credibile e genuinamente epica anche a personaggi loffietti come Azrael, con le belle storie pulp di Alan Grant o con lo humour sardonico di Judd Winick è stridente.
    Però Grant ha arricchito la rogue gallery di Batman con un nuovo villain: Mister Pyg. Un ciccione che se ne va in giro con una maschera da porcello, giuro.

  27. @Andrea Voglino : vabbè dai, la mia era solo una battuta, mi sembra neanche offensiva. poi la sintesi di un commento su un blog può sembrare rudezza. ma insisto: Asteryos Polyp non è così inaccessibile come dici. Poi a ognuno la sua tazza di tè, ovviamente.

  28. @ Bob: Tranquillo, non si offende nessuno, come dicevo si fa tutto per passione e cazzeggio.

  29. scusa Voglino, spiegato male io, intendevo altri esempi di titoli “pippa mentale”, per poter parlare di qualcosa che abbiamo letto entrambi.

    Comunque, a volte gli autori si disperdono nei rivoli della loro creatività dando luogo a libri solipsistici, spaccapalle, incomprensibili. Io credo che, a prescindere dal risultato, sia fondamentale riuscire a capire quanto l’autore sia stato onesto nella composizione dell’opera. Per me è l’onestà il discrimine tra un libro che abbandono dopo 4 pagine e uno che finisco, magari trovandolo non riuscito, ma sincero.

  30. @Flavio e Gio: grazie per aver chiarito il vostro punto di vista sul discorso supereroistico. Continuo a non essere d’accordo proprio per un fatto di terminologia: quando si parla di “letteratura di genere” (e quindi anche di fumetto di supereroi) si definiscono temi ricorrenti e caratteristiche proprie, quindi anche i costumi (per esempio) ne fanno parte. Si può discutere se la tal storia sia bella o brutta e i motivi per cui è così, ma trovo che già parlare di “tutine” sia una specie di pregiudiziale, che giudica il genere in toto e non la singola implementazione. Peraltro una tendenza di successo è quella delle iniezioni di generi, creando di fatto ibridi (per esempio il noir in Daredevil, o la spy-story in Cap. America) e attualmente è sempre più arduo trovare comic book supereroistici “puri”. Segnalo a titolo informativo che sto traducendo un’interessante analisi sui “generi supereroistici” da pubblicare qui; ci sarà tempo per riparlarne, volendo.

    Certamente “Civil War” è davvero poco riuscita anche mio parere e, se ho capito bene il discorso “pippe mentali”, aggiungerei senz’altro (oltre al RIP già gitato) Final Crisis sempre di Morrison, nonché Infinite Crisis e Legion of 3 Worlds di Johns: le cito tutte insieme perché mi sembrano lavori che fanno attenzione esclusivamente all’impalcatura della continuity e alla sua architettura, pregiudicando la narrazione e la fruizione della storia. In parole povere, due palle 🙂

    Tornando a bomba sull’argomento, ho avuto modo di leggere A.P. un paio di volte: l’ho trovata un bellissimo esempio di narrazione sul tema del doppio e della completezza di sé, in alcune parti però davvero “lunga”. Soprattutto nei momenti in cui è il testo a dominare rispetto alla soluzione grafica (ad esempio nella sezione Off-broadway) si nota un affaticamento… Mi colpisce che alcuni di voi l’abbiano definita un’opera “accessibile”. E’ davvero possibile leggerla compiutamente senza conoscere Steinberg, i miti greci, Nietzsche, Jung etc.? Onestamente non saprei dare una risposta.

  31. AndreaP, il riferimento a tutine/costumini era inserito in un contesto volutamente ironico, in risposta all’analoga ironia rivolta al fumetto d’autore. Le analisi più serie poi si son fatte da entrambi i lati e con una terminologia più adeguata mi pare. Poi, come dice andrea Voglino, è sempre meglio non prendersi troppo sul serio.

    Per quanto riguarda l’accessibilità di Asterios Polyp probabilmente conta molto anche il background personale. Ma a prescindere, il discorso è sempre lo stesso: i livelli di lettura sono molteplici, il primo- generalmente quello più accessibile e “superficiale”- dovrebbe consentire anche a chi è meno addentro al sistema di rimandi interni concepito dall’autore di apprezzare l’opera nella sua interezza. In AP mi sembra che questo primo livello sia pienamente accessibile e che consenta a chiunque di godere della storia (l’intreccio, per altro, è assai lineare). Ovviamente il tutto si arricchisce di ulteriori significati e sfumature se si è in grado di cogliere i vari riferimenti, ma questo fa parte del gioco.

    Insomma, non mi sembra un fumetto così ermetico da essere accessibile solo ad una ristretta cerchia di iniziati.

    @Andrea Voglino: mi sa proprio che R.I.P. non lo leggerò. 😛

    @gio: condivido il discorso sull’onestà e aggiungo che Mazzucchelli mi è sembrato assolutamente onesto in AP.

  32. Sì, appunto… Mi interessava infatti il sentire comune relativo proprio a questo primo livello, se appare compiuto e autosufficiente o meno, per esempio nel lungo capitolo muto su Orfeo ed Euridice. Tra l’altro mi ha ricordato molto l’omologa conclusione del Sandman Special disegnato da Bryan Talbot. Anche in quel caso c’è una scansione in quattro vignette verticali col personaggio femminile che si allontana progressivamente.

    Comunque il capitolo precedente a questo (quello della “vescica al piede”, per intenderci) è una delle cose più belle che io abbia letto in questi ultimi anni. Ci tenevo a dirlo 🙂

  33. Beh, non so se posso in qualche modo esprimere il sentire comune…anzi, non credo.
    Però, proprio a proposito del capitolo su Orfeo ed Euridice, ti posso dire che per me si tratta di un riferimento neanche troppo elevato visto che il mito, pur in forma semplificata e banalizzata, lo conosco da quando ero piccolo. Poi l’ho studiato e approfondito in altri contesti ma rimane una delle mie prime memorie culturali (un po’ come Dedalo e Icaro). Per altri magari è diverso ma questo lo rende, per me, un riferimento decisamente accessibile anche ad un primo e superficiale livello di lettura.

    Su altre parti e relativi livelli di lettura ora non ti so dire con precisione, dovrei rileggere il libro. Mi sa proprio che approfitterò dell’edizione coconino, anche perchè son curioso di vedere comne l’hanno tradotto.

  34. Per Andrea Voglino

    In linea di massima sono d’accordo con te, certamente un’opera autoreferenziale di un autore che si fa le pippe è una brutta opera, però bisogna definirle queste pippe, perchè dire che i riferimenti di AP sono “non proprio pietanze per tutti i palati” significa ritenere che un opera per essere buona deve essere accessibile a tutti. Io credo che non sia così, credo che l’Ulisse, che per certi versi si può anche definire quasi illeggibile, non sia un’opera poco valida perchè non accessibile. Essere al servizio del lettore…ma quale lettore? Perchè chi scrive non lo fa per lo stesso lettore, ognuno si rivolge a un lettore diverso, a volte addirittura creano il loro lettore. E’ una delle cose belle della letteratura…è bello essere lettori diversi per ognuno dei libri che si leggono. Trovi spocchioso Mazzucchelli? Forse, però io non direi in reazione dicendo che bisogna fare opere accessibili, perchè dal mio punto di vista c’è anche un’ossessione dell’accessibilità, come ad esempio nel cinema americano, che è insopportabile come se non più della deriva postmoderna (che è in ritardo di 30 anni almeno sulla letteratura, questo per esempio è un argomento a favore del tuo discorso).

  35. AndreaP: ora ho capito cosa intendevi, e non posso che darti ragione. Non ha senso prendersela con le tutine, se uno legge un fumetto di super eroi sa che sono parte degli stilemi. Devo dire che però ci sono casi in cui ho letto fumetti di super eroi e non sono stato così tanto infastidito dai vestiti. Ne ho letti pochi in effetti, e quasi sempre casi limite… Però non so, forse è solo che sento la mancanza di autoironia, in “Civil War”. Autoironia che mi servirebbe a tollerare quei vestiti da pattinatori artistici… (ci sono ricaduto 🙂
    e poi sono così tanti, hai l’impressione che debbano inventare nuovi colori per poterli differenziare tra loro… ecco, l’impressione è che siano solo il costume, non c’è un personaggio dentro, è qualcuno che indossa un costume… detto così mi sembra quasi affascinante… ora magari lo rileggo in un ottica di infinita commedia delle maschere e mi piace!

    Giorgio Trinchero

    (mi firmo almeno se ci vediamo a Lucca non devo presentarmi con i nickname che è sempre una roba brutta:
    -“Ah, ma noi ci conosciamo sul web! Sono Mutante Aitante, piacere!”)

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