12 Settembre, l’America dopo

di Andrea Queirolo

La natura umana non cambierà. Non può cambiare. Ed è la natura umana che ci ha portato fin qui: la nostra avidità, la nostra crudeltà, la paura del prossimo e il materialismo sfrenato. E’ l’istinto di morte collettivo della nostra specie.

Dalla prefazione di Russell Banks.

Un libro strano questo, un’ibrido fra fumetto, giornalismo e letteratura, nel ricordo della tragedia dell’11/09/2001. Lontano, a dieci anni dal crollo delle torri, a tre anni dall’elezione di Obama, a pochi mesi dal (presunto) assassinio di Osama Bin Laden, ma vicino alla memoria, alle vittime, alla paura e alla messa in discussione del sogno americano. Un sogno che sembra finito, che sembra essersi trasformato in un incubo.

In dieci anni l’America ha faticato a mantenere la propria identità e come sottolinea Jea-Luc Hees in uno scambio di lettere con Roger Cohen all’interno del libro: <<le prove (che voi americani) dovete affrontare sono proporzionate alla vostra posizione, influenza, al vostro ruolo e alla vostra importanza>>. Perché è l’America che in questi dieci anni si è chiusa a riccio nella sua potenza, è il <<rovescio della medaglia della leadership>> che ha messo in crisi con le debite proporzioni quell’immaginario mix di realtà e leggenda a cui tutto il mondo guarda. Un’immaginario a cui tutti noi, paradossalmente, guardiamo oggi più che mai, perché le tragedie uniscono e rendono più forti.

Mattotti, illustrazione a corredo dell’intervista a Spiegelman

Ma è il mondo che è cambiato continuando a perdere coscienza, è l’uomo stesso che si risveglia mettendo fine a quel sogno che un tempo lo illudeva e dice bene Art Spiegelman nella sua intervista illustrata da Mattotti: <<I ricchi, oggi, sono ancora più ricchi, ormai è una cosa grottesca. La classe media è stata così bistrattata che la maggioranza delle persone è finita nella classe sociale inferiore. La prospettiva di un lavoro sicuro si è volatilizzata>> e ancora: <<è un’America molto più simile a quella della Grande Depressione che a quella del dopoguerra>>.

E’ la fine della libertà, immortalata dal testo di Jerome Charyn e dal disegno fotografico di Miles Hyman, dove il terrore si è insinuato nelle menti e nei comportamenti degli americani grazie a una guerra condotta nel modo sbagliato che, nel giro di vite dell’economia, sta soggiogando l’intero sistema di un paese.

E’ la fine della democrazia, o il suo tragico mutamento teso a soggiogare i più poveri, che prende vita dalla matita di un ispirato Joe Sacco nella visione di un futuro apocalittico. Storia che va in tandem con quella scritta da un sottile Carlos Sampayo e disegnata dalla linea stranamente fragile di Muñoz, dove la ricerca dell’identità americana di due immigrati prende strade diverse dopo l’incontro con un sosia di Lincoln, il vecchio Abe, prorio dove tutto è cominciato.

Muñoz, tavola dalla storia presente nel volume.

L’America da sempre divisa e scompigliata, oggi più che mai somigliante a quella Liberty City non molto immaginaria di Grand Theft Auto IV, ma un paese che da sempre combatte e non dimentica. Un “nuovo mondo giovane” misto di culture, tenuto in piedi da un sogno che non esiste più, ma in cui la gente crede ancora.

Forse sarà il ricordo di quel giorno a permettere agli U.S.A. di non mollare e di continuare a cercare la vittoria. Saranno quelle cifre, 09/11/2001, marchiate perfino sulla complessa superfice  asfaltata dell’Arthur Ashe Stadium, che ha consacrato tanti campioni anche quando non ci credevano più, a mantenere viva la fiamma di una coscienza ora un po’ smorzata.

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