Apollo’s Song di Osamu Tezuka: un’introduzione simbolico-analitica

di Andrea Pachetti

1. Premessa

Da un certo punto di vista, si può ritenere un errore di metodo condurre un’analisi su uno dei manga di Osamu Tezuka ancora non tradotti in italiano, ma Apollo’s Song (Aporo no Uta) può essere senz’altro considerata una delle opere ideali per avvicinarsi alla produzione artistica di questo grande mangaka; il presente testo è da vedersi quindi anche come auspicio per una futura pubblicazione nel nostro paese. Ogni citazione sarà dunque riferita per il momento all’edizione in lingua inglese, pubblicata dalla Vertical nel 2007.

Un’opera ideale, certo, poiché contiene molti dei temi chiave sviluppati da Tezuka nel corso della sua carriera e che vanno a comporre una parte sostanziale della sua poetica: lo sguardo attento verso il lato emozionale delle vicende, le affinità e i contrasti tra esseri viventi, l’eternità dell’amore, la ciclicità e il fine ultimo della vita sono elementi cardine di Apollo’s Song, che diviene l’efficace sintesi di tutte queste visioni.

2. Una storia “psicologica”

Inizialmente serializzata nel 1970 sulla rivista Shukan Shōnen Kingu, si riferisce a una fase ormai avanzata nell’evoluzione artistica di Tezuka e condivide con Alabaster (in corso di pubblicazione per i tipi di Free Books) l’attenzione verso il lato oscuro della realtà e il tema dell’odio verso ogni rappresentazione della bellezza e della vita.

Il protagonista della vicenda, Shogo Chikaishi è un giovane con gravi problemi psicologici, che lo portano ad avere tendenze sadiche e violente soprattutto verso gli animali. Nella clinica in cui viene condotto dopo essere stato arrestato, è sottoposto a un elettroshock che darà origine a un evento psichico: si trova al cospetto della dea Atena[1] che fa riaffiorare il suo passato infantile, col padre inesistente e la madre lasciva e violenta. Sarà la prima di una serie di visioni, indotte da traumi o da sedute d’ipnosi, in cui l’autore lascia consapevolmente un labile confine tra realtà e fantasia. Il lettore dubiterà dunque se stia seguendo realmente la storia di Shogo oppure se si tratti solo di un parto della sua mente distorta.

Mircea Eliade nel suo saggio Mito e Realtà propone un interessante parallelo tra la psicanalisi e i rituali iniziatici che implicano una reductio ad uterum; è da notare come le prime pagine di Apollo’s Song descrivano (secondo appunto una visione uterina) l’atto della riproduzione sessuale umana. Eliade in particolare afferma che “per la psicanalisi, ad esempio, il vero primordiale è il ‘ primordiale umano ‘, la prima infanzia. Il fanciullo vive in un tempo mitico, paradisiaco”[2]. Tezuka utilizza dunque la vicenda personale di Shogo per costruire una storia ben più ampia, per certi versi “totale”. Uno sguardo che passa cioè dal primordiale umano a quello universale, cogliendo i parallelismi tra micro e macrocosmo. Shogo, così lontano da questa visione paradisiaca dell’infanzia è la perfetta iperbole del giovane giapponese degli anni ’70, tentato dalle svolte nichiliste e violente dei moti di contestazione studentesca.

3. Tempo ciclico e lineare

Vi è quindi l’ambizione di presentare una vera e propria concezione del mondo, una Weltanschauung i cui fondamenti derivano certo dalla concezione del tempo ciclico[3], proprio di ogni civiltà tradizionale antica (si vedano ad esempio le cosmogonie shintoiste e induiste, fino ad arrivare ai miti norreni), controparte asimmetrica dell’intento finalistico tipico dell’occidente giudaico-cristiano.


La realtà dell’autore è “religiosa” nel senso più ampio e sincero, favorendo le basi di quella che potrebbe essere definita una morale didattica naturale: la si evince soprattutto nella già citata introduzione, in cui l’incontro amoroso e sessuale tra lo spermatozoo sopravvissuto e la “regina” ovulo viene definito “il segno dell’amore, della verità e della sincerità tra uomo e donna, maschio e femmina”[4]. Shogo dovrà compiere un viaggio iniziatico (purtroppo per lui, infinito) al fine di ritrovare l’armonia con l’universo, perduta durante la difficile infanzia.

Il ragazzo quindi pare costretto da un’autorità divina superiore, ma forse in realtà genera autonomamente quelle utili fantasie dell’inconscio descritte in modo mirabile da Jung, il quale afferma: “Chi ha anche solo una vaga nozione di mitologia non potra ignorare i soprendenti parallelismi tra le fantasie inconsce messe in luce dalla scuola psicoanalitica e le rappresentazioni mitologiche”.[5]

4. Le storie nella storia, o sottocicli

Accanto alla trama principale, vi sono tre momenti o parentesi che conducono Shogo a questa lenta maturazione, sia interiore che fisica. Viene condannato dalla divinità femminile a perpetuare la sofferenza eterna dell’amore e dell’abbandono, ideale contrappasso verso un giovane che uccideva gli animali solo perché li vedeva felici e in coppia.

In seguito a una serie di eventi traumatici (l’elettroshock, l’ipnosi, la caduta) Shogo diviene l’archetipo maschile di alcune storie cicliche autoconclusive e perfettamente compiute, che lo condurranno sempre a un finale tragico: vi è la costante di un oggetto d’amore che in qualche modo sarà sempre perduto. Le tre vicende corrispondono ad altrettante ambientazioni care a Tezuka ed è interessante vederne anche la progressione temporale, situate rispettivamente in un immaginario passato, presente e futuro:

a) Nella parte ambientata durante la seconda guerra mondiale, Shogo recita il ruolo di un soldato nazista e la sua amata diviene una deportata ebrea. Si noti il chiaro parallelo con La storia dei Tre Adolf.

b) La seconda storia si svolge in gran parte su un isola deserta, presentando il tema chiave del rapporto con la natura, l’ecosistema e l’ambientalismo. Si colgono senz’altro gli echi di Kimba, il leone bianco (Jungle Taitei).

c) La parentesi quantitativamente più sostanziosa riguarda invece una visione fantascientifico-apocalittica, una distopia in cui nel Giappone del futuro esseri sintetici si sono affiancati agli uomini, dominandoli e creando una società perfetta nella sua asetticità. Il ribelle Shogo sarà dunque destinato a far crollare questo regime uccidendone la regina, da cui viene invece conquistato. Nello stesso modo ella dipenderà da lui, per scoprire finalmente il vero senso dell’affettività attraverso la scoperta della sessualità. Uno sguardo adulto sui labili confini tra mondo umano e artificiale, propri di Astro Boy (Tetsuwan Atom).


5. Hiromi, l’eterno femminile

Tra una visione e l’altra Shogo conosce Hiromi Watari, l’iterazione corrente dell’eterno femminile che dovrà amare e perdere fino alla fine dei tempi e che assumerà per lui a poco a poco la figura del mentore nella trama principale. Hiromi ricorda non a caso così tanto Melmo[6], personaggio assai importante nella poetica di Tezuka per quanto riguarda la didattica della sessualità e la scoperta del corpo.

Anche questa vicenda si concluderà nella tragedia più completa, sebbene il continuo dolore del sacrificio porterà Shogo a una nuova consapevolezza, alla comprensione del senso del vero amore. Il ragazzo perverso che uccideva gli animali innocenti, colpevoli secondo lui di amarsi e riprodursi, è dunque finalmente diventato un uomo, capace di trovare la propria collocazione nell’universo seguendone le leggi eterne. Capace di amare in senso proprio, interpretandolo come dono di sé all’altra e non semplice bisogno egoistico.

Di fronte al corpo ormai senza vita di Hiromi e nell’atto di porre fine anche alla sua mediante un fuoco purificatore, afferma: “Avrei voluto così tanto che lei rimanesse in vita, che le avrei permesso di prendersi la mia. Quando ami qualcuno, ti poni al di sopra della vita e della morte”. Lo psichiatra Enoki che assiste a questo monologo non può fare a meno di chiudere laconicamente con “sei guarito”.[7]

6. Apollo e Dafne

Gli echi del mito di Apollo e Dafne entrano prepotentemente nella vicenda, quando questo viene utilizzato dal Dottor Enoki per convincere Hiromi a non frequentare più Shogo, notando il suo ormai totale coinvolgimento emotivo. Lei dovrebbe cioè diventare “alloro”, affinché l’infatuazione egoistica e possessiva del ragazzo si evolva in vero amore, così come il dio beatificò eternamente la pianta, simbolo del suo sentimento ormai perduto. Si tratta ancora una volta di una crescita attraverso la perdita. Anche nell’antico mondo greco vi sono ovviamente molteplici riferimenti al tempo ciclico citato in precedenza e a cui Shogo deve sottostare: su tutti è da citare almeno la palingenesi, propria dei filosofi stoici.

7. Una conclusione di carattere estetico

Uno dei momenti graficamente più significativi e appaganti dell’intero manga è probabilmente quello reperible nella parte relativa all’avventura sull’isola deserta[8]: i due giovani si trovano in una caverna e sono improvvisamente attirati dalla luce del sole, che erompe sulla destra. Sono poi due tenui silhouette scure, di fronte al disco solare che si tuffa in un tramonto marino.

Dice Shogo negli unici balloon presenti, come parole che esprimono il silenzio: “Il tramonto. Non c’è niente qui, se non la gloria della natura. E’ meraviglioso” e poi una doppia splash-page nella quale i due diventano ancora più piccoli, sospesi tra la montagna (la terra) e il cielo. “Anche i riti matrimoniali hanno un modello divino, e il matrimonio umano riproduce la ierogamia, più precisamente l’unione tra cielo e terra”, afferma Eliade.[9]

Infine ormai minuscoli, sovrastati dalla bellezza della notte stellata; guardano silenziosamente il cielo, per poi abbassare lentamente lo sguardo e chiudere gli occhi. La tavola si conclude in un bacio timido, dai contorni sfumati. Scrive Guénon: “è quasi superfluo ricordare che l’assimilazione del sole e del cuore, in quanto aventi entrambi un significato ‘ centrale ‘, è comune a tutte le dottrine tradizionali, in Occidente come in Oriente”.[10] Dunque è il cuore, col sole uscito di scena, a dover dotare l’ambiente del calore necessario. L’amore è ancora una volta inteso come centro e motore unico del mondo.


* * *

[1] Atena certamente è scelta come giudice per offrire un parallelo col mito di Apollo e Dafne, utilizzato più tardi nell’opera. Sarebbe interessante analizzare l’uso simbolico di questa divinità, confrontandolo ad esempio con Saint Seiya di Masami Kurumada.

[2] M. Eliade, “Mito e realtà”, Borla, pag. 105.

[3] L’opera di Tezuka in cui il tema del tempo ciclico è più evidente è senz’altro la Fenice, in corso di pubblicazione per i tipi di Hazard Edizioni.

[4] O. Tezuka, “Apollo’s Song”, Vertical, pag. 14

[5] C.G. Jung. “Le fantasie dell’inconscio” in “l’analisi dei sogni”, Bollati Boringhieri, pag. 73.

[6] Melmo (Merumo) è meglio conosciuta in italia come Lilly, protagonista dell’anime “I bon bon magici di Lilly” (Fushigi na Merumo)

[7] O. Tezuka, op. cit., pag. 530

[8] O. Tezuka, op. cit., pagg. 149-153

[9] M. Eliade, “Il mito dell’eterno ritorno”, Borla, pag. 41.

[10] R. Guénon, “Simboli della Scienza sacra”, Adelphi, pag. 355.

2 risposte a “Apollo’s Song di Osamu Tezuka: un’introduzione simbolico-analitica

  1. comprato qualche anno fa su bookdepository. mi ha ifatto venir voglia di riaffrontarlo Andrea

  2. Felice di aver suscitato questo tipo di reazione, dato che il mio intendimento principale era proprio quello di far [ri]scoprire una delle opere di Tezuka apparentemente secondarie, ma che in realtà dovrebbe essere citata più spesso e che si presta a molte riletture, notando ogni volta aspetti inediti.

    Un saluto.