Il fallimento nei Comics: Paperino e Charlie Brown

di Lisetta Zongaro

La speranza non ha limiti, e la vera disperazione è più o meno inammissibile nei fumetti.

David Manning White, Robert. H. Abel[1]

Prima di inoltrarmi a capofitto nella complessa e originale opera di Carl Barks, nessun autore e nessun personaggio aveva mai minato il posto d’onore che nella mia scala di preferenze personali occupano Charles M. Schulz e i suoi impareggiabili “Peanuts”, uno degli esempi più brillanti della così detta “letteratura disegnata”, per dirla con Hugo Pratt. Il senso del raffronto che propongo, quello tra il Donald Duck di Carl Barks e il malinconico Charlie Brown  di Charles M. Schulz, ci dà la possibilità di mettere in luce le caratteristiche comuni dei due antieroi più celebri dei comics del dopoguerra: entrambi i personaggi sono nati negli Stati Uniti, coetanei dunque di numerosi supereroi con superpoteri, e tra il loro rispettivo esordio vi è solo una quindicina d’anni di differenza, frame sufficiente tuttavia a delineare due differenti cornici sociologiche nel segno di una continuità storica e socio-culturale. L’intento di questa riflessione è anche di fornire un raffronto utile non tanto a rilevare la piena somiglianza dei due personaggi, cosa peraltro assai dubbia a ben guardare, quanto per cercare di descrivere il ruolo di antieroe post bellico, e il successo presso il pubblico di questa inversione di rotta all’interno degli “anni d’oro” della storia del fumetto americano. Scriveva Strazzulla nel 1970: “Quando il New Deal si chiuse e sorse la società dei consumi, iniziò la decadenza del personaggio disneyano. Nel dopoguerra l’americano medio, uscito dal microcosmo domestico per spaziare nel macrocosmo della società di massa, si guardò intorno alla ricerca di qualcuno che meglio di Topolino, diventato ormai un personaggio anacronistico, potesse riflettere i suoi nuovi dubbi e problemi, i suoi nuovi squilibri: lo trovò, quasi subito, nel bizzoso e nevrotico Paperino e, successivamente, in uno straordinario ragazzino complessato, con un testone rotondo, chiamato Charlie Brown.”[2]

Il celeberrimo pennuto e il bambino dalla testa rotonda sono accomunati dall’essere fondamentalmente due individui insoddisfatti delle loro esistenze e tuttavia impotenti di fronte al proprio destino. La sostanziale differenza tra i due risiede nel fatto che il papero, travolto dalla crisi del ’29 e gli anni della Grande Depressione prima e l’ingresso degli Usa nel secondo conflitto mondiale dopo, è poco o per nulla cosciente delle cause dei suoi perenni fallimenti; Charlie Brown, figlio della generazione successiva, eredita da essa, volente o nolente, l’accettazione dell’habitus piccolo-borghese e l’obbedienza al sistema di valori implicito nelle sue ambizioni, compresa l’accumulazione in ogni sua forma.[3] L’incoscienza, la rabbia e la frustrazione sono i tratti salienti della caratterizzazione psicologica del Paperino di Barks: se è vero che dobbiamo all’originalissima matita di Al Taliaferro i contesti urbani e moderni della quotidianità di Donald Duck, è invece al talento e all’instancabilità del cartoonist di Merril che dobbiamo attribuire la paternità e la contestualizzazione di moltissimi personaggi di Paperopoli, in primis Paperone, il vecchio zio avaro e tiranno, simile allo Scrooge dickensiano ma molto più patologico nell’attaccamento e nella dipendenza dal denaro, fonte e soluzione di tutti i suoi mali, oggetto feticistico di una libido mai risolta, negata e soppressa.

Per poi continuare con Amelia, Archimede Pitagorico, la Banda Bassotti, Gastone, Cuordipietra Famedoro e molti altri.

La saga dei paperi e la tagliente satira che da essa deriva si coniugano con le vicende dei Peanuts in una chiave di continuità storica e culturale del dopoguerra americano. Il successo folgorante di Donald Duck è determinato dall’immediata identificazione dagli anni ’40 non solo dei fruitori più giovani, ma anche e soprattutto del pubblico adulto, perché i diversi livelli di lettura delle narrazioni barksiane, come d’altra parte quelle di Schulz, ci mettono di fronte da una parte ad una critica feroce della modernità e delle sue conseguenze sui rapporti sociali; dall’altra, le peregrinazioni di Donald ci chiedono anche di riflettere su ciò che andiamo perdendo, sul rapporto tra natura e cultura, sulla conformazione degli stili di vita, delle aspirazioni e dei valori schiavi dell’impero costruito dalla e sulla società dei consumi.

Il Donald Duck di Carl Barks è l’americano medio degli anni ’40, ‘rebel without a cause’, come James Dean, iracondo, furioso, in gabbia, senza sapere bene perché. E votato al fallimento continuo. L’incoscienza disegna i tratti essenziali del suo carattere.

Charlie Brown vive l’incertezza e la paura nell’epoca della guerra fredda e della febbre dei consumi: non più arrabbiato, ma afflitto e malinconico, insicuro e umiliato, nevrotico tanto quanto consapevole del suo inevitabile insuccesso. La sconfitta è certa per entrambi, ed è un’angosciosa prospettiva intergenerazionale, oltre che un leit motiv narrativo: Paperino starnazza con rabbia, Charlie Brown rimugina di continuo sulla sua impopolarità, se ne rammarica e cerca invano una spiegazione.

Nell’introduzione al primo numero dell’edizione italiana della collana “Peanuts”, edita da Baldini e Castoldi, ciò che Eco scrive a proposito di Charlie Brown è ravvisabile anche nei connotati di Donald Duck, qualche anno prima: Schulz come Barks sono stati in grado di “individuare caratteri tipici in situazioni tipiche” come di “far scaturire da eventi di ogni giorno, che siamo abituati a identificare con la superficie delle cose, una rivelazione che delle cose ci fa toccare il fondo” e di “portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza”. Sostiene ancora Eco a proposito dei Peanuts: “Questi bambini ci toccano da vicino perché in un certo senso sono dei mostri: sono le mostruose riduzioni infantili di tutte le nevrosi di un moderno cittadino della civiltà industriale. Essi ci toccano da vicino perché ci accorgiamo che se sono mostri è perché noi, gli adulti, li abbiamo resi tali. In essi ritroviamo tutto, Freud, la massificazione, la cultura assorbita attraverso le varie ‘selezioni’, la lotta frustrata per il successo, la ricerca di simpatia, la solitudine, la reazione proterva, l’acquiescenza passiva e la protesta nevrotica.”[4]

Come Schulz, Barks coi suoi paperi ci strappa dalla banalità del consumo e ci offre numerosi spunti di meditazione, tutti avvolti nella sua personalissima satira dell’America dei suoi giorni. C’è, com’è ovvio, un decisivo mutamento contestuale, che rende i due antieroi diversi per l’America che hanno di fronte e per gli insuccessi che affrontano, ma a mio avviso la cosa che consente un raffronto tra Donald e Charlie Brown è il loro comune ‘ruolo’ all’interno del contesto entro il quale si muovono le loro esistenze: essi sarebbero irriconoscibili senza la loro personalità nevrotica, senza la loro perenne etichetta di sconfitti, eppure così tenaci da non arrendersi a questa condizione: la peculiarità che li accomuna, in questo senso, è il fallimento. D’altra parte, c’è da dire che Donald non rifiuterà mai a priori una sfida col cugino Gladstone, né mai rinuncerà a una delle mille avventure che lo vedono protagonista nei cinque angoli del pianeta, così come Charlie Brown non si assenterà mai da una partita di baseball e non passerà San Valentino senza che egli abbia pronto il bigliettino destinato alla ragazzina dai capelli rossi.

Noi che seguiamo le vicende dei nostri eroi, siamo certi che Donald non troverà  mai un lavoro appagante e sarà sempre tiranneggiato vuoi da Uncle Scrooge, vuoi dalla sorte avversa, così come sappiamo che Charlie Brown non vincerà nessuna delle sue battaglie con l’aquilone, né diventerà popolare per i suoi coetanei. Il loro insuccesso è una costante di cui noi siamo certi ancor prima di aprire i loro albi. Sostiene Martin Jezer: “Lo spirito dei Peanuts…ha una dimensione che trascende l’ovvio livello della trovata comica: e ciò avviene perché i personaggi dei Peanuts sono immagini speculari di noi stessi, e noi siamo più comici di quanto può essere un personaggio finto. Ma, ridendo dei Peanuts, noi ridiamo di noi stessi e della nostra stupidità. Siamo, per così dire, parte integrante del fumetto. […] Charlie vorrebbe, una volta almeno, averla vinta sugli altri ma, come vuole il Destino (e Schulz), è un perdente nato. Di conseguenza, noi non ridiamo di ciò che Charlie fa, ma del perché lo fa (o, più spesso, non fa). Charlie sarebbe una figura patetica, se non avvertissimo, in lui, la presenza dell’uomo della strada. Quel che più conta, egli è grande per la capacità di sacrificare se stesso sulla croce dell’umana vanità: vedere Charlie che, per l’ennesima volta, tocca una sconfitta, ci rammenta che non siamo soli nei nostri fallimenti e, più ancora, che le situazioni imbarazzanti di cui ci vergogniamo sono, in realtà, quanto mai comiche.”[5] L’insuccesso, l’impopolarità, la ricerca di personale affermazione nonostante il perenne non adattamento alla propria condizione: sono questi i connotati comuni ai due.

Certo, nella storia del fumetto americano c’erano già esempi di personaggi nevrotici e fallimentari prima di Donald Duck e poi di Charlie Brown, basti pensare a ‘Mutt and Jeff’, ma gli eroi di Barks e Schulz hanno la caratteristica di aver rappresentato per decenni la frustrazione della classe madia americana con un’originalità straordinaria, per la quale molte volte si riconosce un indiscusso posto d’onore nella letteratura americana del Novecento (Gori 1994, Eco 2002, Andrae 2006). Nei loro insuccessi vi è la fonte del nostro riconoscerci:  questo è uno dei motivi che hanno fatto delle loro vicissitudini un fenomeno mediatico e culturale di portata internazionale ed inossidabile nel tempo. Va anche aggiunto che sia Charlie Brown, sia Donald Duck, nonostante l’immutabilità delle loro sorti, non scadono in comportamenti e riflessioni banali. Il Paperino di Barks è capace di eroiche imprese, è un papero appassionato ed appassionante, con una miriade di bizzarri interessi, singolari talenti e vulcanici slanci creativi. Allo stesso modo, Charlie Brown è un bambino-adulto immerso in meditazioni quasi metafisiche, impegnato in cervellotiche discussioni con Linus e in tortuosi dibattiti psicanalitici, anche se a senso unico, con l’iraconda Lucy.

Non ridiamo dei nostri fallimentari beniamini perché sono dei comici zimbelli, bensì perché leggiamo nelle loro azioni, nei loro coraggiosi tentativi ad oltranza e nelle nuvolette dei loro dialoghi e dei loro pensieri quelle stesse esperienze che in qualche modo abbiamo già vissuto o pensato che ci suonano immediatamente familiari: è a questo che dobbiamo la popolarità dei nostri due antieroi. Nota Barcus però, a fronte di un’interessante indagine empirica sui fruitori di fumetti: “Gli eroi si affidano all’operosità e intelligenza personali e al fascino personale per conseguire gli scopi. Quando tutti gli altri mezzi falliscono, l’eroe consegue i suoi scopi con l’aiuto della semplice fortuna o del destino. La sorte, tuttavia, non interviene mai nell’esistenza del cattivo, a meno che non si tratti di sfortuna.”[6] In base a ciò, Donald Duck e Charlie Brown non rispecchiano il modello di ‘eroe classico’; essi si configurano come eroi atipici, poiché rappresentano il contrario di quel che viene definito in queste prime osservazioni. Non dubitiamo dell’intelligenza e delle capacità di Donald e Charlie Brown, però è chiaro, per come li conosciamo, che essi sono irrimediabilmente votati a fallire e che il destino è ciò che di più distante ci sia nelle loro esistenze da un mezzo di riscatto. D’altro canto, l’eroe è colui che sa lottare con eccezionale coraggio e generosità, fino al cosciente sacrificio di sé.

Donald e Charlie Brown sono coraggiosi nonostante tutto, ed entrambi con la particolarità delle loro complesse personalità. Arthur Asa Berger ci ricorda che: “L’americano medio fa il tifo per chi è più sfavorito”[7] e, illustrando le valenze cultural-popolari della famosa comic strip ‘Mutt & Jeff’, continua: “Il destino e la volontà di potenza sono forse necessari, ma non sono sufficienti a garantire il successo. Per chi riflette un po’, il vero argomento di ‘Mutt & Jeff’ è il fallimento […] In verità, il fumetto non è troppo lontano dal teatro dell’assurdo, del quale personaggi di questo genere e relazioni analoghe sono molto caratteristici. Tanto ‘Mutt & Jeff’ quanto il teatro dell’assurdo sono pervasi da un profondo senso di pessimismo, che compenetra la commedia, con tutta la sua inanità.”[8] L’autore ci suggerisce con chiarezza come questo genere di personaggi abbiano a che fare da un lato con il fallimento verso la corsa al successo e con una sorta di soffocata disperazione, dall’altro con la messa in discussione del mito americano per eccellenza, quello del ‘self made man’.

Per entrambi i nostri antieroi, la dimensione del conflitto è più che evidente, nonostante essa sia disegnata in maniera diversa; la rabbia di Donald Duck costituisce ciò che Charlie Brown e compagni ereditano dalla generazione dei loro genitori: un’eredità fatta da un lato di insicurezze e repressioni al limite dell’isteria, dall’altro dall’impossibilità di esprimere qualsiasi valore autentico: “In questo modo ogni gesto è spogliato del suo significato storico e diventa puro e semplice tentativo di identificarsi non con un ideale di vita riconosciuto come superiore, o più gratificante, bensì col suo simulacro.”[9]


[1]           D. Manning White e R. H. Abel, “Sociologia del Fumetto Americano”, Bompiani 1966 Milano, pag. 39.

[2]           G. Strazzulla, “I Fumetti”, Sansoni, Firenze 1970, pag. 35-36.

[3]           Si veda P. Bourdieu, “La distinzione – critica sociale del gusto”, Il Mulino, Bologna 1983.

[4]           U. Eco, “Il Mondo di Charlie Brown”, in “Arriva Charlie Brown”, Baldini e Castoldi, 2002.

[5]           D. Manning White e R. H. Abel, op.cit., pag. 202-204.

[6]           F. Barcus, “The world of sunday comics” in D. Manning White e R. H. Abel, op. cit. pag. 258.

[7]           A. A. Berger, “L’Americano a fumetti”, Milano Libri, 1976, Milano, pag. 42.

[8]           A. A. Berger, op. cit., pag. 44.

[9]           Si veda R: Giammanco, “Gulp! Il sortilegio a fumetti”, Mondadori, 1965, pag.380.

8 risposte a “Il fallimento nei Comics: Paperino e Charlie Brown

  1. robertolaforgia

    Bellissimo articolo, complimenti.

  2. Complimenti anche da parte mia, davvero un bellissimo articolo.

  3. Grazie 1000, a prestissimo! 😉

  4. Angelo Libranti

    Interessante e profondo saggio su due personaggi mitici, figli della società americana del secolo scorso.
    Però una differenza fra due c’è: Charlie è meditativo e riflessivo, Paperino impulsivo ed estroverso. Charlie è rassegnato ed accetta il suo destino passivamente, Paperino invece cerca il riscatto, non lo trova ed impreca, salvo a provarci un’altra volta.
    Tra i due, Charlie è culturalmente elevato, mentre Paperino è più terra terra e poi è alle prese con quelle tre “lenze” dei nipotini e di quel tiranno di zio, senza contare l’invidia per il cugino Gastone.
    Due anime uguali in due diverse situazioni epocali e sociali.

  5. Gianfranco Sherwood

    Complimenti. Un bellissimo articolo, colto, ben scritto, esaustivo e su un argomento interessante e affrontato da un’angolazione originale. Spero di leggerne altri di questa studiosa.

  6. lisetta sta lavorando per voi, stay tuned!

  7. Come gli altri, anch’io ho gradito moltissimo l’articolo e attendo i prossimi 🙂

  8. Pingback: 200 post | Conversazioni sul Fumetto