Altre opinioni sulla critica e sullo studio del fumetto

di Marco Pellitteri

Questo post è in realtà un commento di Marco Pellitteri al suo articolo precedente ma, data la notevole estensione del pezzo, abbiamo deciso di comune accordo per una ripubblicazione “a sé stante”. 
-Andrea Queirolo.

Nel suo blog “Harry dice…”, Harry sottolinea un elemento interessante, che potrebbe da alcuni essere considerato come un punto di partenza per fare critica del fumetto in senso stretto. Cioè, se ho inteso bene quanto Harry implica nelle sue riflessioni, si tratta del presupposto, che definirei più che altro teoretico-epistemologico, secondo il quale il fumetto debba/possa o meno essere definito arte in senso stretto.

Al di là del fatto che dovremmo metterci innanzitutto a disquisire sulla definizione di “arte” e di “arte in senso stretto” (cosa che non si può fare qui soprattutto perché s’è già fatta altrove e sempre si farà), io trovo che non ci sia bisogno di rispondere a questa domanda per fare critica del fumetto. Il mio discorso sulla critica d’arte applicata al fumetto, proposto sopra, riguarda soprattutto una questione di metodo (di riflessione, confronto, analisi e valutazione) e di forma (dello stile scrittorio). Non mi pongo il problema se tali metodo e forma della critica siano applicabili solo all’arte in senso stretto; questo perché la definizione di arte è estremamente aleatoria, ci sono molte accezioni del concetto; in ogni modo, per dire la mia al riguardo, il fumetto è sempre e comunque, a mio avviso, arte nella varietà della sua “graduatoria”: artigianato, arte dell’intrattenimento, arte grafica (intesa prima di tutto come mestiere), arte popolare, arte narrativa (anche qui, come mestiere), cultura popolare/di massa (i due concetti sono diversi, ma qui possono essere accostati), arte “alta” (nei casi più pregevoli e solo se si accetta ancora almeno in linea di massima la distinzione fra arte “alta” e tutto il resto; e questo è un altro problema che mi/vi risparmio).

Rimane il fatto che una critica metodologicamente e formalmente rigorosa può essere esercitata su qualsiasi oggetto, non solo alle opere d’arte. Si può fare della buona critica sulla televisione (come faceva Achille Campanile) e della cattiva critica sulla televisione (vi risparmio i nomi). Di certo si può dire che la televisione, come medium nel suo insieme, non è arte in senso stretto (forse nemmeno in senso largo…).

In tutti i casi, similmente ad altre forme di arte/mestiere (anche l’arte è in moltissimi casi, naturalmente, un mestiere vero e proprio, con i suoi pro e contra), anche il fumetto è inserito in un sistema complesso in cui vari attori sono impegnati: quelli delle maestranze (tipografie, redazioni, studi degli autori), il pubblico (quello assiduo/competente e quello casuale), la stampa specializzata e generalista, gli inserzionisti pubblicitari, le industrie o settori a contatto (cinema, pubblicità ecc.).

Questo vuol dire che la critica del fumetto dovrebbe tenere conto, come anche Simone Rastelli su “Lo Spazio Bianco” sottolinea, delle interrelazioni fra questi soggetti. Il che è giustissimo, a mio avviso: lo stesso avviene nel settore della critica d’arte di ambiti come il teatro, la musica, il cinema. I critici (insomma, quelli più bravi e rigorosi) tengono conto sia dell’opera fittiziamente “isolata” come tale (messa in scena, testo, interpretazioni, significati ecc.), sia delle relazioni di tale opera con il resto del sistema: gradimento del pubblico, precedenti dello stesso genere, lettura della società o di un determinato tema da parte dell’opera. È chiaro che, a seconda dell’influenza e della credibilità del critico, nonché della visibilità della sua recensione (prestigio e/o tiratura della testata), l’incidenza della sua recensione ha un valore e un peso specifico diversi.

Ma dev’essere chiaro un elemento fondamentale circa il ruolo del critico. Anche in un ambito come il fumetto. Non è a mio avviso possibile concepire il “prestigio” di un critico dalle sue recensioni: sarebbe un circolo vizioso e un non sequitur. Le recensioni di un critico hanno un prestigio più o meno elevato perché quel critico ha fatto e fa altro. Perché ha pubblicato libri e/o saggi e/o articoli (fossero anche, al limite, in un sito internet o in un blog, visto che siamo nel xxi secolo) di maggiore respiro e che abbiano mostrato le sue qualità di autore e l’articolazione del suo pensiero.
È, sempre a mio parere, il ventaglio di attività esterne a quella di recensione, e i risultati qualitativi e il riconoscimento di tali attività esterne a quella di recensione, che danno al critico credibilità in senso stretto, cioè per il rigore della sua analisi e valutazione, per la rispettabilità di ciò che scrive, perché ciò che scrive si baserà su di una riconosciuta capacità analitica, su vaste conoscenze, su obiettività, sul controllo della materia.

C’è inoltre una grande confusione diffusa, fra gli addetti ai lavori del fumetto, su cosa sia e cosa faccia un critico rispetto ad altre figure che si occupano in vari modi di fumetti. Come spesso accade, quella delle definizioni non è una questione triviale dinnanzi alla quale fare spallucce. I nomi che diamo alle cose sono fondamentali. Si può sorridere pensando a Nanni Moretti; ma è vero, le parole sono importanti. Questo riguarda sia le definizioni che diamo alle figure professionali del fumetto sia al tipo di testi che essi producono o alle attività che svolgono. Matteo Stefanelli è, per esempio, un assegnista di ricerca universitario nel settore degli studi sui media. Fra i suoi interessi preferenziali c’è il fumetto. A mio avviso, egli è definibile come un animatore culturale nel mondo del fumetto, come uno studioso del fumetto e solo in seconda battuta, e occasionalmente, un critico del fumetto. Dico questo a giudicare dal tipo di attività che svolge e di testi che produce.
Nel suo blog egli alterna (pochi ma buoni, anzi buonissimi) articoli di critica veri e propri a interessanti divagazioni, brevi segnalazioni, divertissement e sintetiche notizie commentate. Per esempio uno dei suoi ultimi post, dedicato alle recenti campagne d’immagine delle Poste italiane e delle Poste francesi, è una divertente e informata disamina delle due strategie estetiche usate da noi e oltralpe. Ma non è affatto un articolo di critica nel senso stretto del termine. Certamente è una notizia corredata di un commento che fa uso di spirito critico. Ma nella critica per come l’ho intesa io nel mio post sovrastante (che, vorrei ricordarlo, era una e-mail privata ad Andrea Queirolo pubblicata per sua gentile richiesta) non basta lo spirito critico per fare un articolo di critica. Ci vuole, come ho cercato di spiegare brevemente, un metodo più rigoroso di quello usato, in modo volutamente libero (e riuscito), da Matteo. Il quale sa perfettamente come si fa critica, ma è lui a decidere le sedi e gli oggetti dei suoi articoli di critica vera e propria: libri, articoli, cataloghi; anche il suo blog, naturalmente quando lo ritiene opportuno. Questo suo articoletto sulla grafica delle Poste in Italia e in Francia, per esempio, lo ha scritto assai probabilmente intorno ai primi di giugno; e siccome, come molti blogger fanno, anche lui scrive i suoi pezzi in genere con un discreto anticipo sulla data di pubblicazione, programmandone l’apparizione con uno scadenzario automatico di messa on-line, è, credo, per questo motivo che il suo pezzo su questo argomento è uscito negli stessi giorni dell’articolo analogo di Andrea Mazzotta su di un altro sito (“Il Faro del Glifo”), senza che nessuno dei due sia arrivato a citare la presenza dell’altro. Sono cose che accadono quando si riporta una notizia fresca: non si può citare qualcun altro che si occupa della stessa notizia nello stesso giorno o negli stessi giorni in cui il fatto notiziabile è avvenuto. Sulle notizie non si ha il copyright, specialmente nel momento in cui accadono. Parlo di questo episodio anche come garbata risposta all’amico Giorgio Messina e lo faccio perché il suo articolo pubblicato di recente nella sua rubrica “Moleskine” sul sito “Fumetto d’Autore” cita anche me a proposito di questa quasi simultaneità nella comparsa degli articoli di Mazzotta e Stefanelli (rispettivamente 5 e 7 giugno, se ricordo bene) senza che il secondo avesse citato il primo.

Se avanzo quest’osservazione sul metodo di stesura e programmazione digitale della pubblicazione dei post è per due motivi.
1) Per un verso perché Giorgio nel suo articolo citava proprio questa contemporaneità come claudicante esempio di critica da parte di Stefanelli, quindi come premessa alla mia argomentazione desideravo mettere i lettori a parte di questo meccanismo di programmazione messo in atto dai blogger più attivi (Stefanelli, se non sbaglio, pubblica circa cinque post alla settimana, dal lunedì al venerdì, ma molto tempo fa mi disse che li scrive quasi tutti il sabato e la domenica, programmandoli per la settimana o le settimane successive). Inoltre, il metodo di blogging di Matteo è quanto di più citazionista e “fonte-centrico” mi sia capitato di vedere: Matteo cita e fornisce link a iosa, nell’ottica della reticolarità delle notizie e della tracciabilità delle fonti. Il che è una procedura fortemente accademica e notevolmente “bloggara” (perché iper- e intertestuale). Comunque anche i bravi critici citano le fonti, per carità.
2) Per l’altro verso, è perché Giorgio, per l’appunto, individua come articolo di critica il pezzo di informazione e commento di Stefanelli, dando forse per scontato che io sia d’accordo con tale attribuzione. Invece, secondo il mio discorso nel mio post sopra e come sto cercando di annotare anche in questo mio commento, quel pezzo di Matteo, così come quello di Mazzotta, non sono articoli di critica secondo la mia definizione “ristretta”. Per capire perché secondo me non lo sono, credo sia sufficiente rileggere il mio post originario qui sopra.
(Permettetemi la battuta: quando dico definizione “ristretta” intendo non col paraocchi ma delimitata da norme e consuetudini di metodo precise…).

In questo mio tedioso corollario vorrei ora riprendere e completare uno dei concetti da cui esso era partito, quello secondo il quale il prestigio di un recensore non può a mio parere esser dato, circolarmente e tautologicamente, dalle recensioni stesse di quel recensore. Il prestigio e la credibilità del recensore sono dati primariamente dalle attività esterne a quella di recensore, a meno che le recensioni stesse non siano particolarmente ricche e articolate. Il che nella maggior parte semplicemente non è vero, perché la recensione non è una “review” in senso universitario (un vero e proprio saggio di studio che fa il pelo e contropelo al lavoro di un collega, il che è qualcosa che entro certi limiti di metodo e di atteggiamento è fondamentale per la ricerca accademica; ma questo è un discorso periferico e che ci porterebbe troppo lontano) bensì una segnalazione descrittiva e valutativa. La recensione critica è breve e la sua concisione e intensità sono efficaci in base a un principio del “c’è ma non si vede”: l’efficacia sta in ciò che il recensore è oltre all’essere un recensore. Per fare la summa di “Watchmen” è più facile scrivere un saggio di dieci pagine che una segnalazione di dieci righe. Credo che solo un critico ben allenato e disciplinato, che sappia scrivere e che conosca davvero bene la sua materia, possa comporre una recensione breve e che contenga efficacemente le informazioni e una valutazione assennata e acuta nella sintesi estrema di quelle dieci righe. Per farlo occorre essere molto bravi e racchiudere in quelle dieci righe anni di studio, pratica, frequentazione del settore. Quando quella recensione è semplicemente informativa e va sul’“Espresso” o su “Panorama”, basta un bravo giornalista; quando la recensione dev’essere critica, nelle riviste del settore, è bene che a scriverle sia un bravo critico, cioè uno che oltre a scrivere le recensioni eserciti la sua attività scrittoria in situazioni di maggiore ampiezza e approfondimento. Questo, sottolineo ancora, è solo il mio parere e non pretendo di proclamarlo come una verità rivelata.

Luca Raffaelli, per esempio, quando scrive una recensione è letto con attenzione un po’ da tutti gli addetti ai lavori, non perché egli sia uno che di mestiere fa il recensore (o l’informatico o l’ingegnere, con tutto il rispetto) ma perché si occupa di fumetto a più livelli e in termini professionali (oltre che professionistici)* e con risultati il cui valore è condiviso in tutto l’ambiente: la direzione artistica di due festival, i suoi libri, le sue interviste, i suoi articoli e le sue introduzioni per i volumi sul fumetto del quotidiano “la Repubblica”. Quando Daniele Barbieri parla di un argomento inerente al fumetto nel suo blog, i suoi lettori sanno che la sua credibilità proviene dalla sua attività di autore affermato di libri, saggi, studi fortemente accreditati non solo nel mondo del fumetto ma anche in altri, come quello degli studi semiotici, letterari e della comunicazione.
(* Professionalità = attitudine di serietà e padronanza dei mezzi atti a svolgere un’attività; professionismo = il fatto di essere pagati per svolgere un’attività).

Naturalmente si può essere credibili, accreditati e fortemente rispettati anche qualora la propria sola o maggiore attività nel mondo del fumetto riguardi l’attività di recensione, anche se in questo momento mi vengono in mente pochi esempi e non li cito solo perché non vorrei sbagliare: magari ho in mente un assiduo recensore che io qualifico come operatore del settore solo in quanto recensore, mentre invece potrebbe essere anche un apprezzato autore di libri e articoli di approfondimento che per mia ignoranza non conosco ancora. Sta di fatto che, secondo la mia personalissima prospettiva, anche chi oggi si dedica principalmente alle recensioni (magari anche solo per passione, perché le recensioni non sono pagate se non, a volte, con una copia omaggio e perché tale recensore è, putacaso, in pensione) è credibile quando la sua attività passata lo abbia messo in una posizione di condiviso riconoscimento da parte sia dei pari sia dei più giovani: penso in questo momento al “pensionato” Giulio C. Cuccolini, un luminare della critica e dell’analisi storica ed estetica del fumetto, che è appunto un insegnante in pensione (è stato anche ricercatore universitario) e che nei decenni ha prodotto o contribuito a una quantità notevolissima di volumi, cataloghi, curatele, articoli, saggi, convegni, conferenze. Ma anche un autore molto più giovane, come l’amico Giovanni Marchese (che è anche sceneggiatore di fumetti oltre che critico e che cito perché è uno degli esempi addotti da Rastelli nel suo articolo), quando scrive di fumetto italiano e in particolare di Pratt risulta accreditato grazie a un suo precedente lavoro, un volume proprio su Hugo Pratt, che è stato in genere apprezzato dagli addetti ai lavori e dagli studenti. O a un altro “grande vecchio”, Gianni Brunoro (Gianni mi perdoni per il “vecchio”, spero sia controbilanciato dal “grande”), autore di numerosissimi articoli e libri, anche su Pratt stesso oltre che su molti altri autori e temi.

Chiudo chiarendo che la critica in senso stretto, per come la intendo io, a mio avviso andrebbe affidata a chiunque si sentisse abbastanza volonteroso da applicare a tale attività un metodo rigoroso basato non su una posizione accademica ma su di un pensiero anche disciplinarmente orientato, in cui le proprie analisi potessero essere basate su ragionamenti limpidi, logici, con dell’estro e della creatività, ovviamente (la critica del resto non è una scienza, a suo modo è piuttosto un’“arte”…), ma sostenuti da tutte quelle basi di cui ho già parlato nel mio post originario.

À ne pas suivre (ho già scritto troppo)…

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5 risposte a “Altre opinioni sulla critica e sullo studio del fumetto

  1. nassimo galletti

    ok, solo per dire che concettualmente sono abbastanza d’accordo con Marco (ma non puoi aprire una parentesi così grossa sulla parola arte senza entrarci perchè lì sul come e sul quando ti qualifichi..), che a chi non accademico capita di scrivere è “necessario” un metodo un pò accademico e soprattutto ampio. Ma anche che a molti accademici , per quel che il fumetto “E'”, serve essere stati “ragazzi di strada” (o bambine di cortile). E per essere credibili serve esercitarsi in recensioni, se no i saggi non bastano. (e è lì che qualcuno cade, ma di nomi parlo a Marco solo tra noi, se vuole.

  2. ciao marco.
    grazie per la tua analisi. in buona parte condivisibile. soprattutto ben argomentata e ragionevole.

    però ti correggo. a cercare, nel cercare, ecco, la mia “impossibile critica” non parte dal presupposto che per fare critica sul fumetto si debba prima parlare di arte. no.
    in effetti, se leggi in sequenza i diversi interventi credo emerga il tentativo di di ragionare per sottrazione, o per differenza, esasperando concetti limiti che da tempo rimangono non-detti e dati per scontati nella pratica del fare critica sul fumetto:
    1. il fumetto non-è-arte – la critica è impossibile perché è come parlare di carne in scatola
    2. il fumetto deve-essere-arte – la critica è impossibile perché non comprende
    3. il fumetto come-gadget – la critica è impossibile perché è solo induzione all’acquisto

    (segue)

    forse sono solo sciocchezze. ma gli spunti non mancano. ultimo-non ultimo l’intervista di rosenzweig su fda che offre un’ottima idea di come alcuni autori concepiscono la critica.
    http://www.fumettodautore.com/magazine/autori-e-anteprime/2647-lastro-nascente-di-zigo-stella-intervista-a-maurizio-rosenzweig

    ciao
    h.

  3. svariati grazie a marco, perché:
    1- condivido: il mio post citato non è un intervento di critica
    2- condivido: la storia di quel post (per i 2 lettori cui può interessare) è come hai descritto. Volendo, anche più frammentaria: abbozzato in autunno 2010 (dopo avere visto la campagna adv italiana); integrato a primavera (saputo del caso francese da vattelapesca: sito di lewis, bodoi, the ephemerist?); scritto tra il 2 e 3 giugno sull’onda dell’incazzatura per i disservizi di PI (ero in ferie, e ho fatto 1 ora di coda x nulla: ho subito ripescato quel post abbozzato per chiuderlo); postato boh (il 3? il 4…dopo avere visto su questo stesso blog che erano andati online pure dei video? e chisseloricorda…).
    3- nel team dei logorroici siamo in formazione titolare, ma la fascia di capitano è tua
    4- il tema della credibilità è importante, ma anche questo naturalmente è parziale. Anche perché esitono credibilità differenti, a seconda dei luoghi, dei gruppi sociali, del prestigio (che è altro dalla credibilità), eccetera

    Al solito: dibattito mega. Ma per svolgerlo per benino, serve che l’ospite formuli domande precise. Non solo “la critica: duepunti, svolgimento”. Forza, andrea: solleva questioni strategiche, e noi qui si va avanti con una continuity che nemmeno Chris Claremont.

  4. questi due post possono essere una piccola svolta… però servono anche altri spazi. la rete è preziosa ma è molto dispersiva…

  5. Professore Stefanelli, ti sbagli, il tuo post sulle poste italiane lo hai scritto nel 10.500 a.c., era in appendice al progetto delle piramidi a Giza. I testi di archeologia eretica ti inchiodano inequivocabilmente…

    Il Conte di Cagliostro

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