Qualche opinione sulla critica e lo studio del fumetto (in Italia e in generale)

di Marco Pellitteri

Ho contattato Marco Pellitteri dopo aver letto il suo commento al post che avevo pubblicato qualche giorno fa, per chiedergli informazioni generali sulla critica del fumetto e su come andrebbe affrontata. Marco, che abbiamo già avuto il piacere di ospitare sulle nostre pagine, mi ha risposto in maniera esauriente ed articolata, fornendo delle riflessioni importanti che ho creduto andassero condivise. Il testo che segue è quindi da prendere per quello che è: una email privata e personale che Marco mi ha gentilmente concesso di pubblicare.
– Andrea Queirolo

La critica del fumetto in Italia è un’attività che ancora oggi non è riuscita a raggiungere lo statuto di disciplina perché non si basa su un metodo condiviso e su un generalizzato rigore.

La stessa definizione molto spesso usata, senza nemmeno che si rifletta sul significato delle parole, è “critica fumettistica”, che è un non-senso linguistico, dal momento che “fumettistico” è un attributo di qualità associato in questo caso al termine “critica”: cioè a dire, una critica che possiede le qualità dell’oggetto verso cui si dirige. Il che è un paradosso. Un esempio, peraltro molto bello, di “critica fumettistica” nel senso etimologico, corretto, del termine, è questo: http://www.lospaziobianco.it/28199-marco-ficarra-commenta-gietz-campanella-pasqualini, dove Marco Ficarra commenta a fumetti un altro fumetto. Esempio vero e proprio di critica fumettistica. Cioè di critica a fumetti. In tal senso, la critica fumettistica potrebbe esercitarsi anche su altri media. Un commento a fumetti di un film sarebbe critica fumettistica del cinema (in particolare, di quel film). Da ciò discende che non approvo nemmeno il termine “critica cinematografica”, per simmetria. Ma quel che approvo o non approvo io non ha alcuna importanza, desideravo solo segnalare un costume linguistico che a mio avviso è un po’ confuso, in particolare nel caso della critica del fumetto. Per quel che riguarda la critica delle altre arti, ciascun ambito si è scelto la sua definizione. Nell’ambito del fumetto, c’è ancora l’ampia possibilità di stabilire una corretta terminologia. Proprio come nel caso di termini come “graphic novel” (al maschile e a cui andrebbe preferito di gran lunga “romanzo a fumetti” o, più in generale, “libro a fumetti”, ma è un discorso già affrontato in altra sede, comunque). Quindi, per concludere questo discorso preliminare, si dovrebbe dire “critica del fumetto” o “critica sul fumetto”.

Ora, il punto.

La critica è una disciplina di analisi e valutazione correlata a una forma d’arte. La critica assume come oggetto primario d’attenzione l’opera d’arte e la forma nella quale essa si inscrive. Secondariamente, cerca di capire i legami fra l’opera, la forma in cui essa si inscrive e altri aspetti della storia e della società.

Oltre un certo livello di localismo e complessità, e oltre un certo livello di rigore e articolazione, la critica si trasforma in studio. Anche la critica dev’essere, a rigor di logica, accademica; ma lo studio, poiché aspira a maggiori risultati, confrontabili e meglio documentati, le è superiore.

Nella critica sul fumetto italiana non c’è nulla di tutto ciò, tranne che in rari casi. E questi rari casi di buona critica del fumetto provengono quasi tutti da persone di seria formazione accademica o, al limite, di alto profilo culturale. In particolare, da persone che hanno chiaro cos’è la critica nel sistema delle arti e dunque si comportano di conseguenza.

Aver chiaro cos’è la critica nel sistema delle arti significa anche aver chiaro cos’è il sistema delle arti. Per arrivare a questo risultato (che è la base di partenza per esercitare consapevolmente un’attività critica in campo artistico) occorre leggere opere di teoria dell’arte, di estetica dell’arte e leggere tanta critica accreditata. Se non si è disposti a compiere questo tipo di studio preliminare, ci si improvvisa critici in nome della libertà d’espressione, ma non si potrà pretendere di essere definiti “critici” dal mondo della critica d’arte accademicamente intesa. Questo è quanto accade alla maggior parte dei critici del fumetto italiani, che il più delle volte sono giornalisti o pubblicisti che fanno informazione, divulgazione, pettegolezzo, polemica (non tutti e non contemporaneamente, com’è ovvio…) e a volte accenni di critica, spesso però svolti con molta approssimazione, basandosi più su una presunta sensibilità personale che non su quel metodo di cui sopra.

La critica molto spesso è comunque un’attività intellettuale che si impara sul campo, sbagliando, leggendo altra critica oltre che tanti fumetti. Ma si impara, a livello accademico/professionale, come ho detto sopra, formandosi in modo rigoroso su una letteratura di settore specializzata e di alto livello, nonché, naturalmente, su una letteratura anche più generale. Quella è la base perché la propria sensibilità e la propria cultura personale possano spiccare il volo in modo ragionato e assennato, e non in modo caotico e indisciplinato. Sto dicendo delle ovvietà, ma se le dico forse è perché osservo in giro che non per tutti lo sono.

Vi sono diverse attività che il critico del fumetto può intraprendere per esercitare la sua critica. Esse sono, passando da dimensioni locali a dimensioni generali:

  • la recensione: essa descrive, valuta, indirizza;
  • l’articolo: esso, oltre a fare ciò che fa la precedente, informa e interpreta;
  • il saggio: esso, oltre a fare ciò che fanno i precedenti, riepiloga, spiega, confronta, analizza, ipotizza, trae delle conclusioni generali; se il saggio ha un intento propriamente scientifico, tuttavia, dovrebbe astenersi dalle valutazioni prescrittive;
  • il libro: esso, oltre a fare ciò che fanno i precedenti, sistematizza in senso diacronico e/o sincronico, riassume, estende, elabora, approfondisce, presenta fonti e dati; come nel caso del saggio scientifico, anche il libro, se ha intenti scientifici, dovrebbe astenersi dalle valutazioni prescrittive;

I primi due elementi sono molto più sul versante della critica pura; i secondi due sono più sul versante dello studio e della ricerca. Ma tutti devono basarsi, per poter essere considerati validi, su alcuni parametri:

  • conoscenza approfondita della letteratura primaria;
  • conoscenza delle fonti più accreditate, in varie lingue, della letteratura secondaria sul tema;
  • vissuto dell’autore e condizioni di creazione e pubblicazione dell’opera su cui esercitare la critica;
  • vasta cultura generale e approfondita cultura di settore;
  • capacità scrittoria.

Per quanto riguarda il quarto punto, la vasta cultura generale e l’approfondita cultura di settore, chiunque faccia critica sul fumetto in Italia riterrà oltre ogni ragionevole dubbio di essere estremamente colto sia a livello generale sia a livello di settore. Questo può essere vero in alcuni casi, ma nella maggior parte dei casi non è così, da quanto leggo. Per esercitare un’assennata critica sul fumetto occorre avere letto e conoscere in modo serio almeno i maggiori lavori di varie discipline. È chiaro che si potrà approcciare una critica a un’opera a fumetti privilegiando un’impostazione disciplinare specifica (uno studioso del cinema avrà probabilmente angolazioni di visuale diverse da uno studioso della letteratura contemporanea nel fare critica su un medesimo fumetto) ma il critico del fumetto, data la natura così composita e ricca del linguaggio/medium oggetto del suo lavoro, dovrebbe poter riuscire a gestire competenze diversificate e farlo in modo solido, non approssimativo.

I bravi critici italiani di fumetto a cui riesco a pensare sono forse una ventina. La maggior parte sono accademici di professione o di formazione accademica superiore. Non è che in genere abbiano intelligenza, cultura generale o capacità superiori a quelle degli altri. Ma evidentemente il filtro della formazione accademica fornisce loro un metodo e un rigore nell’approccio alle tematiche che non sono attualmente raggiunti (o quantomeno esibiti) dagli altri, tranne rare eccezioni, per una semplice questione di iato educativo/formativo e di conoscenza di quelle precise regole di metodo che vanno rispettate in una corretta attività di critica d’arte perché tale critica sia riconoscibile come valida dai pari.

Ora si potrà pure trovare falle e punti anche molto opinabili nel mio ragionamento, che probabilmente può essere ritenuto autoritario e gerarchico in termini culturali; ma ritengo che la critica sia un’attività dove non sono solo la passione e la militanza in quanto lettori, e nemmeno una buona cultura generale e una penna sagace, a rendere bravo un critico. Sono il rispetto di determinati canoni di procedimento argomentativo e una conoscenza settoriale multidisciplinare in grado di fargli comprendere i molti aspetti di una data opera a fumetti, inserita giocoforza all’interno di un medium dalle molte sfaccettature comunicative, storiche, linguistiche.

Questa è come la penso io. È uno dei motivi che mi spingono a lavorare come studioso e non come critico. La critica ha una funzione valutativa, lo studio ha una funzione scientifica. La critica giudica, la scienza no.

Non c’è nulla di male nel “giudicare”, cioè, in questo contesto, nel valutare, appunto criticamente, il valore di un’opera rispetto a vari criteri, sia oggettivi sia soggettivi. È appunto uno dei compiti costitutivi della critica. Personalmente, come scienziato sociale e come studioso dei media, mi sono allontanato dalla critica dopo averla frequentata assiduamente e averne fatto parte, non perché non mi piacesse come attività (l’attività critica in generale è parte fondante del pensiero scientifico) ma perché appunto la mia “deformazione professionale” di sociologo mi porta lontano dalla critica in senso stretto, come valutazione giudicante del valore di un’opera. Il mio focus è quello di capire perché un dato fumetto piace o non piace, ha successo o meno, se funziona o no, cosa fanno le persone con quell’opera, qual è il ruolo del fumetto nel sistema delle arti e dei media ecc. Non mi interessa affatto scrivere sul perché quel fumetto piaccia o non piaccia a me (critica soggettiva) o perché dovrebbe piacere o non piacere al resto del mondo (valutazione giudicante presuntamente oggettiva, ma in realtà un’estensione della prima). Lo studio scientifico, insomma, ha una valenza descrittiva ed esplicativa, non prescrittiva.

À suivre…

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12 risposte a “Qualche opinione sulla critica e lo studio del fumetto (in Italia e in generale)

  1. Ciò che qui sopra sostiene Pellitteri, del quale leggo sempre volentieri i libri, i saggi e gli articoli, non è ovvio o scontato; dovrebbe anzi essere letto e meditato da moltissime (troppe) persone che, in Italia soprattutto, si improvvisano appunto “critici fumettisti(ci)”.
    I termini “critica”, “articolo” e anche “recensione”, sono troppo spesso usati a sproposito e anche con una certa – per me fastidiosa – sicumera.
    Certamente è bello metter su un sito, una webzine, un blog e parlare in libertà dei propri fumetti preferiti, ma ciò non ha nulla a che vedere con la critica. E’ un esercizio piacevole e senz’altro (auto)gratificante, questo è innegabile; può anche abituare a una certa disciplina, può aiutare a migliorare la propria scrittura e soprattutto può far fare conoscenze – spesso virtuali – interessanti.
    Ma non stiamo parlando di critica. Venti, quaranta o sessant’anni di appassionate letture di fumetti non danno nessuna “patente” di critico a nessuno.
    Sono consapevole che il discorso di Pellitteri possa essere considerato “autoritario”; in parte e in un certo senso lo è; o forse è semplicemente “autorevole”, come autorevoli sono le posizioni, le idee, le recensioni, gli articoli, i saggi e i libri di chi si impegna a fondo, e con fatica, per acquisire gli strumenti che permetteranno poi di poter affrontare seriamente un discorso critico. Cosa che va contro l’attuale idea dell’avere tutto-e-subito con la minor fatica possibile (e possibilmente apparendo in tv).
    NON sto dicendo che chi scrive i propri commmenti in libertà sui propri fumetti preferiti sia un poveretto o “sbagli” (io lo faccio e mi ci diverto!), basta solo avere coscienza del proprio ruolo e l’onestà di non spacciarsi per quello che non si è.
    Un caro saluto.
    Orlando

  2. Orlando: grazie del commento, rispondi ai tanti perché che mi hanno portato alla pubblicazione di questo intervento di Pellitteri.

  3. Sul blog Comicom – comunicare a fumetti analizziamo la forza del fumetto come strumento di comunicazione efficace al di fuori del mondo chiuso degli appassionati: nella pubblicità, nell’editoria (non a fumetti), nella comunicazione sociale, politica, scientifica, nelle campagne di sensibilizzazione ambientale… Il nostro è un obiettivo investigativo e di sensibilizzazione per chi non è esperto di fumetto; sottolineiamo quanto sia pervasivo e diffuso nell’immaginario collettivo, e per questo ottimale per comunicare (quando utilizzato in modo meditato e mirato).

    Una battuta sulla critica in senso lato. Il grande Claudio Fava, critico cinematografico (e di cinema parlava, ma possiamo estendere) diceva con affettuosa cattiveria: “Devo fare il critico cinematografico o dire cose intelligenti?”

    😉 Cordialissimi saluti e complimenti per queste Conversazioni, sempre piene zeppe di spunti, idee e dialoghi interessanti.

  4. Marco proprone delle argomentazioni interessanti e per niente banali o scontate; è davvero difficile fare critica del fumetto ( concordo con il termine adottato ) in Italia.
    Leggendo tutto l’intervento mi sono sentito piccolo piccolo in questo grosso “calderone” che è la critica del fumetto, in cui anch’io mi sono cimentato negli ultimi venti anni.

    Grazie per averle condivise, abbiamo tanto da imparare.
    mario di fumettomania.net

  5. Marco Pellitteri

    Vorrei solo chiarire una cosina: quando alludo a quei fantomatici venti critici, mi riferisco a quelli che rispondono in modo puntuale ai criteri che personalmente ritengo necessari per fare della critica del fumetto con lo stesso metodo della critica d’arte più istituzionalizzata (la critica d’arte “buona”, non quella inutilmente astrusa o in vario modo claudicante: ci sono pessimi esempi, in un senso o nell’altro, anche “di là”). Ciò non significa che non ci siano esempi anche più numerosi di buoni critici del fumetto, ma in questo caso le maglie dei criteri metodologici e disciplinari devono allargarsi un po’.

    Per il resto, sono lieto che finora i miei pensieri siano stati interpretati in modo benevolo, grazie.

  6. Molto interessante. Vorrei aggiungere, usando le parole di Umberto Eco, che purtroppo nella “critica militante” continua a persistere una certa tendenza a guardare “ogni fumetto come fosse l’Iliade”. Quasi che ciascun recensione/articolo/saggio dovesse servire a confermare al lettore che la sua passione merita la stessa dignità della letteratura, del cinema,etc.
    Che rispetto a un paese come il nostro, dove l’attenzione per il medium è scarsa e pressappochista, è un atteggiamento perfettamente comprensibile. Salvo ricordarsi che non tutto il “fumetto è arte”, come invece cincischiava lo slogan di un editore qualche anno fa. Che non c’è nulla di deteriore a fare intrattenimento e che il fumetto è ancora (per fortuna direi io) un linguaggio popolare.

  7. sono d’accordissimo, la cirtica diventa autorevole col Metodo. A quest punto si apre un altro problema: si può leggere critica per Studio? Si può leggere critica per intrattenimento?

    ovviamente si , ma la scrittura cambia. Si può mantenere rigore autorevole scadendo nell’intrattenimento verbale? non lo so. Per quanto riguarda il cinema ad esempio in questo blog http://www.i400calci.com si parla in maniera scanzonata di cinema, con parolaccie e doppi sensi ma senza rinunciare a un certo rigore analitico. Stà di fatto che io senza questo blog non avrei mai visto molti film.

  8. Pingback: LoSpazioBianco e il valore della critica

  9. Marco Pellitteri

    Nel suo blog “Harry dice…”, Harry sottolinea un elemento interessante, che potrebbe da alcuni essere considerato come un punto di partenza per fare critica del fumetto in senso stretto. Cioè, se ho inteso bene quanto Harry implica nelle sue riflessioni, si tratta del presupposto, che definirei più che altro teoretico-epistemologico, secondo il quale il fumetto debba/possa o meno essere definito arte in senso stretto.

    Al di là del fatto che dovremmo metterci innanzitutto a disquisire sulla definizione di “arte” e di “arte in senso stretto” (cosa che non si può fare qui soprattutto perché s’è già fatta altrove e sempre si farà), io trovo che non ci sia bisogno di rispondere a questa domanda per fare critica del fumetto. Il mio discorso sulla critica d’arte applicata al fumetto, proposto sopra, riguarda soprattutto una questione di metodo (di riflessione, confronto, analisi e valutazione) e di forma (dello stile scrittorio). Non mi pongo il problema se tali metodo e forma della critica siano applicabili solo all’arte in senso stretto; questo perché la definizione di arte è estremamente aleatoria, ci sono molte accezioni del concetto; in ogni modo, per dire la mia al riguardo, il fumetto è sempre e comunque, a mio avviso, arte nella varietà della sua “graduatoria”: artigianato, arte dell’intrattenimento, arte grafica (intesa prima di tutto come mestiere), arte popolare, arte narrativa (anche qui, come mestiere), cultura popolare/di massa (i due concetti sono diversi, ma qui possono essere accostati), arte “alta” (nei casi più pregevoli e solo se si accetta ancora almeno in linea di massima la distinzione fra arte “alta” e tutto il resto; e questo è un altro problema che mi/vi risparmio).

    Rimane il fatto che una critica metodologicamente e formalmente rigorosa può essere esercitata su qualsiasi oggetto, non solo alle opere d’arte. Si può fare della buona critica sulla televisione (come faceva Achille Campanile) e della cattiva critica sulla televisione (vi risparmio i nomi). Di certo si può dire che la televisione, come medium nel suo insieme, non è arte in senso stretto (forse nemmeno in senso largo…).

    In tutti i casi, similmente ad altre forme di arte/mestiere (anche l’arte è in moltissimi casi, naturalmente, un mestiere vero e proprio, con i suoi pro e contra), anche il fumetto è inserito in un sistema complesso in cui vari attori sono impegnati: quelli delle maestranze (tipografie, redazioni, studi degli autori), il pubblico (quello assiduo/competente e quello casuale), la stampa specializzata e generalista, gli inserzionisti pubblicitari, le industrie o settori a contatto (cinema, pubblicità ecc.).

    Questo vuol dire che la critica del fumetto dovrebbe tenere conto, come anche Simone Rastelli su “Lo Spazio Bianco” sottolinea, delle interrelazioni fra questi soggetti. Il che è giustissimo, a mio avviso: lo stesso avviene nel settore della critica d’arte di ambiti come il teatro, la musica, il cinema. I critici (insomma, quelli più bravi e rigorosi) tengono conto sia dell’opera fittiziamente “isolata” come tale (messa in scena, testo, interpretazioni, significati ecc.), sia delle relazioni di tale opera con il resto del sistema: gradimento del pubblico, precedenti dello stesso genere, lettura della società o di un determinato tema da parte dell’opera. È chiaro che, a seconda dell’influenza e della credibilità del critico, nonché della visibilità della sua recensione (prestigio e/o tiratura della testata), l’incidenza della sua recensione ha un valore e un peso specifico diversi.

    Ma dev’essere chiaro un elemento fondamentale circa il ruolo del critico. Anche in un ambito come il fumetto. Non è a mio avviso possibile concepire il “prestigio” di un critico dalle sue recensioni: sarebbe un circolo vizioso e un non sequitur. Le recensioni di un critico hanno un prestigio più o meno elevato perché quel critico ha fatto e fa altro. Perché ha pubblicato libri e/o saggi e/o articoli (fossero anche, al limite, in un sito internet o in un blog, visto che siamo nel xxi secolo) di maggiore respiro e che abbiano mostrato le sue qualità di autore e l’articolazione del suo pensiero.
    È, sempre a mio parere, il ventaglio di attività esterne a quella di recensione, e i risultati qualitativi e il riconoscimento di tali attività esterne a quella di recensione, che danno al critico credibilità in senso stretto, cioè per il rigore della sua analisi e valutazione, per la rispettabilità di ciò che scrive, perché ciò che scrive si baserà su di una riconosciuta capacità analitica, su vaste conoscenze, su obiettività, sul controllo della materia.

    C’è inoltre una grande confusione diffusa, fra gli addetti ai lavori del fumetto, su cosa sia e cosa faccia un critico rispetto ad altre figure che si occupano in vari modi di fumetti. Come spesso accade, quella delle definizioni non è una questione triviale dinnanzi alla quale fare spallucce. I nomi che diamo alle cose sono fondamentali. Si può sorridere pensando a Nanni Moretti; ma è vero, le parole sono importanti. Questo riguarda sia le definizioni che diamo alle figure professionali del fumetto sia al tipo di testi che essi producono o alle attività che svolgono. Matteo Stefanelli è, per esempio, un assegnista di ricerca universitario nel settore degli studi sui media. Fra i suoi interessi preferenziali c’è il fumetto. A mio avviso, egli è definibile come un animatore culturale nel mondo del fumetto, come uno studioso del fumetto e solo in seconda battuta, e occasionalmente, un critico del fumetto. Dico questo a giudicare dal tipo di attività che svolge e di testi che produce.
    Nel suo blog egli alterna (pochi ma buoni, anzi buonissimi) articoli di critica veri e propri a interessanti divagazioni, brevi segnalazioni, divertissement e sintetiche notizie commentate. Per esempio uno dei suoi ultimi post, dedicato alle recenti campagne d’immagine delle Poste italiane e delle Poste francesi, è una divertente e informata disamina delle due strategie estetiche usate da noi e oltralpe. Ma non è affatto un articolo di critica nel senso stretto del termine. Certamente è una notizia corredata di un commento che fa uso di spirito critico. Ma nella critica per come l’ho intesa io nel mio post sovrastante (che, vorrei ricordarlo, era una e-mail privata ad Andrea Queirolo pubblicata per sua gentile richiesta) non basta lo spirito critico per fare un articolo di critica. Ci vuole, come ho cercato di spiegare brevemente, un metodo più rigoroso di quello usato, in modo volutamente libero (e riuscito), da Matteo. Il quale sa perfettamente come si fa critica, ma è lui a decidere le sedi e gli oggetti dei suoi articoli di critica vera e propria: libri, articoli, cataloghi; anche il suo blog, naturalmente quando lo ritiene opportuno. Questo suo articoletto sulla grafica delle Poste in Italia e in Francia, per esempio, lo ha scritto assai probabilmente intorno ai primi di giugno; e siccome, come molti blogger fanno, anche lui scrive i suoi pezzi in genere con un discreto anticipo sulla data di pubblicazione, programmandone l’apparizione con uno scadenzario automatico di messa on-line, è, credo, per questo motivo che il suo pezzo su questo argomento è uscito negli stessi giorni dell’articolo analogo di Andrea Mazzotta su di un altro sito (“Il Faro del Glifo”), senza che nessuno dei due sia arrivato a citare la presenza dell’altro. Sono cose che accadono quando si riporta una notizia fresca: non si può citare qualcun altro che si occupa della stessa notizia nello stesso giorno o negli stessi giorni in cui il fatto notiziabile è avvenuto. Sulle notizie non si ha il copyright, specialmente nel momento in cui accadono. Parlo di questo episodio anche come garbata risposta all’amico Giorgio Messina e lo faccio perché il suo articolo pubblicato di recente nella sua rubrica “Moleskine” sul sito “Fumetto d’Autore” cita anche me a proposito di questa quasi simultaneità nella comparsa degli articoli di Mazzotta e Stefanelli (rispettivamente 5 e 7 giugno, se ricordo bene) senza che il secondo avesse citato il primo.

    Se avanzo quest’osservazione sul metodo di stesura e programmazione digitale della pubblicazione dei post è per due motivi.
    1) Per un verso perché Giorgio nel suo articolo citava proprio questa contemporaneità come claudicante esempio di critica da parte di Stefanelli, quindi come premessa alla mia argomentazione desideravo mettere i lettori a parte di questo meccanismo di programmazione messo in atto dai blogger più attivi (Stefanelli, se non sbaglio, pubblica circa cinque post alla settimana, dal lunedì al venerdì, ma molto tempo fa mi disse che li scrive quasi tutti il sabato e la domenica, programmandoli per la settimana o le settimane successive). Inoltre, il metodo di blogging di Matteo è quanto di più citazionista e “fonte-centrico” mi sia capitato di vedere: Matteo cita e fornisce link a iosa, nell’ottica della reticolarità delle notizie e della tracciabilità delle fonti. Il che è una procedura fortemente accademica e notevolmente “bloggara” (perché iper- e intertestuale). Comunque anche i bravi critici citano le fonti, per carità.
    2) Per l’altro verso, è perché Giorgio, per l’appunto, individua come articolo di critica il pezzo di informazione e commento di Stefanelli, dando forse per scontato che io sia d’accordo con tale attribuzione. Invece, secondo il mio discorso nel mio post sopra e come sto cercando di annotare anche in questo mio commento, quel pezzo di Matteo, così come quello di Mazzotta, non sono articoli di critica secondo la mia definizione “ristretta”. Per capire perché secondo me non lo sono, credo sia sufficiente rileggere il mio post originario qui sopra.
    (Permettetemi la battuta: quando dico definizione “ristretta” intendo non col paraocchi ma delimitata da norme e consuetudini di metodo precise…).

    In questo mio tedioso corollario vorrei ora riprendere e completare uno dei concetti da cui esso era partito, quello secondo il quale il prestigio di un recensore non può a mio parere esser dato, circolarmente e tautologicamente, dalle recensioni stesse di quel recensore. Il prestigio e la credibilità del recensore sono dati primariamente dalle attività esterne a quella di recensore, a meno che le recensioni stesse non siano particolarmente ricche e articolate. Il che nella maggior parte semplicemente non è vero, perché la recensione non è una “review” in senso universitario (un vero e proprio saggio di studio che fa il pelo e contropelo al lavoro di un collega, il che è qualcosa che entro certi limiti di metodo e di atteggiamento è fondamentale per la ricerca accademica; ma questo è un discorso periferico e che ci porterebbe troppo lontano) bensì una segnalazione descrittiva e valutativa. La recensione critica è breve e la sua concisione e intensità sono efficaci in base a un principio del “c’è ma non si vede”: l’efficacia sta in ciò che il recensore è oltre all’essere un recensore. Per fare la summa di “Watchmen” è più facile scrivere un saggio di dieci pagine che una segnalazione di dieci righe. Credo che solo un critico ben allenato e disciplinato, che sappia scrivere e che conosca davvero bene la sua materia, possa comporre una recensione breve e che contenga efficacemente le informazioni e una valutazione assennata e acuta nella sintesi estrema di quelle dieci righe. Per farlo occorre essere molto bravi e racchiudere in quelle dieci righe anni di studio, pratica, frequentazione del settore. Quando quella recensione è semplicemente informativa e va sul’“Espresso” o su “Panorama”, basta un bravo giornalista; quando la recensione dev’essere critica, nelle riviste del settore, è bene che a scriverle sia un bravo critico, cioè uno che oltre a scrivere le recensioni eserciti la sua attività scrittoria in situazioni di maggiore ampiezza e approfondimento. Questo, sottolineo ancora, è solo il mio parere e non pretendo di proclamarlo come una verità rivelata.

    Luca Raffaelli, per esempio, quando scrive una recensione è letto con attenzione un po’ da tutti gli addetti ai lavori, non perché egli sia uno che di mestiere fa il recensore (o l’informatico o l’ingegnere, con tutto il rispetto) ma perché si occupa di fumetto a più livelli e in termini professionali (oltre che professionistici)* e con risultati il cui valore è condiviso in tutto l’ambiente: la direzione artistica di due festival, i suoi libri, le sue interviste, i suoi articoli e le sue introduzioni per i volumi sul fumetto del quotidiano “la Repubblica”. Quando Daniele Barbieri parla di un argomento inerente al fumetto nel suo blog, i suoi lettori sanno che la sua credibilità proviene dalla sua attività di autore affermato di libri, saggi, studi fortemente accreditati non solo nel mondo del fumetto ma anche in altri, come quello degli studi semiotici, letterari e della comunicazione.
    (* Professionalità = attitudine di serietà e padronanza dei mezzi atti a svolgere un’attività; professionismo = il fatto di essere pagati per svolgere un’attività).

    Naturalmente si può essere credibili, accreditati e fortemente rispettati anche qualora la propria sola o maggiore attività nel mondo del fumetto riguardi l’attività di recensione, anche se in questo momento mi vengono in mente pochi esempi e non li cito solo perché non vorrei sbagliare: magari ho in mente un assiduo recensore che io qualifico come operatore del settore solo in quanto recensore, mentre invece potrebbe essere anche un apprezzato autore di libri e articoli di approfondimento che per mia ignoranza non conosco ancora. Sta di fatto che, secondo la mia personalissima prospettiva, anche chi oggi si dedica principalmente alle recensioni (magari anche solo per passione, perché le recensioni non sono pagate se non, a volte, con una copia omaggio e perché tale recensore è, putacaso, in pensione) è credibile quando la sua attività passata lo abbia messo in una posizione di condiviso riconoscimento da parte sia dei pari sia dei più giovani: penso in questo momento al “pensionato” Giulio C. Cuccolini, un luminare della critica e dell’analisi storica ed estetica del fumetto, che è appunto un insegnante in pensione (è stato anche ricercatore universitario) e che nei decenni ha prodotto o contribuito a una quantità notevolissima di volumi, cataloghi, curatele, articoli, saggi, convegni, conferenze. Ma anche un autore molto più giovane, come l’amico Giovanni Marchese (che è anche sceneggiatore di fumetti oltre che critico e che cito perché è uno degli esempi addotti da Rastelli nel suo articolo), quando scrive di fumetto italiano e in particolare di Pratt risulta accreditato grazie a un suo precedente lavoro, un volume proprio su Hugo Pratt, che è stato in genere apprezzato dagli addetti ai lavori e dagli studenti. O a un altro “grande vecchio”, Gianni Brunoro (Gianni mi perdoni per il “vecchio”, spero sia controbilanciato dal “grande”), autore di numerosissimi articoli e libri, anche su Pratt stesso oltre che su molti altri autori e temi.

    Chudo chiarendo che la critica in senso stretto, per come la intendo io, a mio avviso andrebbe affidata a chiunque si sentisse abbastanza volenteroso da applicare a tale attività un metodo rigoroso basato non su una posizione accademica ma su di un pensiero anche disciplinarmente orientato, in cui le proprie analisi potessero essere basate su ragionamenti limpidi, logici, con dell’estro e della creatività, ovviamente (la critica del resto non è una scienza, a suo modo è piuttosto un’“arte”…), ma sostenuti da tutte quelle basi di cui ho già parlato nel mio post originario.

    À ne pas suivre (ho già scritto troppo)…

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