Archivi del mese: maggio 2011

Alan Moore parla di Neonomicon

di smoky man

Dal 2008 ad oggi l’impegno in campo fumettistico di Moore pare tutto concentrato solo ed unicamente sulle nuove avventure de La lega degli straordinari gentlemen. L’unico altro fumetto firmato da Moore è Neonomicon (disegni di Jacen Burrows), miniserie edita dalla Avatar, il cui quarto e ultimo numero è stato presentato a Marzo 2011 durante la manifestazione Chicago’s Pop Culture Event. Si tratta probabilmente dell’ultima incursione di Moore nei comics mainstream. In un’intervista del 2010 apparsa sul sito Weaponizer, Moore raccontava:

“Quello che è successo con Neonomicon è che quattro o cinque anni fa avevo appena lasciato la DC a causa delle cose orribili che erano accadute per il film su Watchmen. Avevo deciso che quella gente era davvero feccia, e non lo dico in senso retorico. Lo dico in senso letterale, perché era gente che stava manifestando un comportamento del tutto subumano. Ho conosciuto dei drogati di crack che si comportano in modo migliore di alcune delle persone che lavorano in questi grandi conglomerati dell’industria dell’intrattenimento.

Così avendo preso le distanze da quella gente, io e Kevin O’Neill abbiamo scoperto che sembravano esserci dei problemi nel ricevere i nostri pagamenti per tempo… venivamo puniti, sostanzialmente, per aver osato sbandierare pubblicamente il modo in cui eravamo stati trattati. Io venivo punito e punire Kevin era un modo per arrivare indirettamente a me.

All’improvviso è arrivata una cartella esattoriale da pagare, e non avevo ricevuto ancora i soldi che mi erano stati promessi. Ed ero sotto di qualche migliaio di sterline per sentirmi tranquillo. William Christensen della Avatar mi ha telefonato. E ha accennato al fatto che se avessi voluto fare qualcosa per la sua casa editrice aveva dei soldi da parte proprio per un’eventualità simile. Così gli ho detto: “Beh, a dire il vero, al momento ho bisogno di soldi, che te ne pare se scrivessi una miniserie di quattro numeri per tot dollari? Potresti pagarmi l’intera somma subito e ti consegnerò il tutto entro i prossimi quattro mesi?” Ha risposto che gli andava bene, così ho avuto i soldi per pagare le tasse. Ora, non faccio nulla solo per soldi, è stato un fatto di opportunità, perché avevo bisogno di quella somma, ma non avrei buttato giù una roba inguardabile. Avevo parlato in precedenza con William dicendogli che ero piuttosto contento per l’adattamento che avevano fatto del mio racconto “Il Cortile”. Pensavo che fosse una buona storia e al tempo avevo anche ragionato sul fatto che forse con quei personaggi non avevo del tutto finito. Avevo una vaga idea per un seguito. Così ho proposto che avrei potuto realizzare un sequel a fumetti de “Il Cortile”, una miniserie di quattro albi intitolata “Neonomicon”.

Quando ho iniziato a scrivere, c’erano alcune cose che volevo fare. Volevo creare una storia che modernizzasse Lovecraft, che non dipendesse da quell’atmosfera anni ’30, e che lo modernizzasse con successo, almeno secondo me.

Credo che stessi anche pensando che sarebbe stato interessante inserire un po’ di realismo nell’impossibile, come nella serie televisiva dell’HBO “The Wire”. Perché quella serie era così credibile e realistica che poteva essere un ottimo modo per approcciare qualcosa di intrinsecamente fantastico e incredibile come H.P. Lovecraft.

Questa era una delle idee iniziali, l’altra era di reinserire davvero alcuni degli elementi ripugnanti che lo stesso Lovecraft aveva censurato o che gli autori venuti dopo Lovecraft, che avevano scritto pastiche delle sue opere, avevano deciso di escludere. Come il razzismo, l’anti-semitismo e le fobie sessuali piuttosto evidenti in tutti i mostri lovecraftiani, che sono viscidi, con richiami fallici e vaginali.

Con Lovecraft l’horror è fisico, per questo volevo inserire di nuovo quella componente. E inoltre laddove Lovecraft era delicato di stomaco, dove accennava solo a ‘certi rituali innominabili’, oppure usava eufemismi come ‘riti blasfemi’… era piuttosto evidente, considerando che molte delle sue storie raccontano di una progenie inumana di questi ‘riti blasfemi’, che probabilmente il sesso doveva aver avuto un qualche ruolo. Ma nelle storie di Lovecraft non compare mai, ma è sempre sottotraccia. Così ho pensato, mettiamoci dentro tutta quella sgradevole roba razziale, mettiamoci il sesso. Tiriamo fuori un qualche autentico ‘rituale innominabile’, diamogli un nome. Queste erano le direttive da cui sono partito e ho deciso di seguirle ovunque mi avrebbero portato. È uno dei fumetti più sgradevoli che abbia mai scritto. […] È una delle storie più oscure, più misantropiche che abbia mai fatto. Ero davvero di umore nero. Avevo appena scoperto che c’era della gente che cercava di mettermi pressione facendo pressione sul mio amico, Steve Moore, che al tempo aveva un fratello malato terminale. […] Era un qualcosa che veniva dall’industria dei comics, e si erano spinti troppo oltre. Pensavo che fossero persone capaci di tutto, ma così avevano superato il limite. Per cui ero davvero pieno di rabbia e credo che si sia riversata nella storia. È diventata davvero sgradevole.

Volevo essere risoluto. Pensavo: se sto scrivendo una storia horror, facciamola orribile. Mettiamoci degli elementi che non si trovano nelle storie horror. Perché William Christiansen mi aveva insensatamente detto: ‘Guarda, sai che ti puoi spingere oltre quanto vuoi.’ Me lo sono fatto ripetere e ho replicato: ‘Allora… posso mostrare delle erezioni? Penetrazioni?’ E lui: ‘Certo!’ Non so se pensasse che l’avrei fatto o no ma… sì, l’ho fatto. Non avevo mai scritto sul sesso in quel modo. È piuttosto sgradevole. E ci sono voluti anni prima che vedessi le tavole… perché, Jacen sta facendo un lavoro incredibile sui disegni, ma sinora ho visto solo il primo numero. […] Così mi sono riletto le sceneggiature dei successivi tre albi e ho pensato, ‘Mi sono spinto troppo oltre?’ Ripensandoci, sì, forse mi sono spinto troppo oltre, ma rimane una buona storia.

[…] E credo abbiamo raccontato una storia lovecraftiana moderna e credibile, che non si svolge ad Arkham. Che non si svolge a Innsmouth. È chiaro che quei luoghi esistono solo nelle storie di H.P. Lovecraft. Ma riconoscendolo, ho potuto rendere la storia più credibile, se capisci quello che voglio dire. Riconoscendo che quelli sono elementi della fiction di Lovecraft, ho potuto renderla credibile come qualcosa che accade nel nostro mondo o in uno molto simile, piuttosto che nel tradizionale mondo lovecraftiano.”

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A cura di smoky man. Estratto dall’appendice contenuta nel volume Le straordinarie opere di Alan Moore di prossima uscita per Black Velvet Editrice.

Intervista a Gud

di Daniela Odri Mazza

L’edizione di Napoli Comicon di quest’anno (29 aprile – 1 maggio 2011) è stata dedicata al rapporto tra il fumetto e la musica. Proprio in questa occasione ha fatto la sua prima apparizione pubblica Gaia Blues di Gud (ed. Tunué), una storia delicata scritta al ritmo della terra che gira e del sole che sorge e tramonta, mentre le petroliere affondano al largo, mentre le specie protette si estinguono, mentre i rifiuti tossici s’accumulano al largo, in un punto indefinito dell’Oceano.

Ho chiesto a Daniele “Gud” Bonomo di raccontarmi qualcosa in più su questo nuovo lavoro, sul linguaggio che ha utilizzato, sul suo rapporto con la musica e con la salvaguardia del pianeta:

Ho letto che Gaia Blues è stato definito “una canzone a fumetti”. Come è nato questo approccio musicale nei confronti della storia che volevi raccontare?

La storia è nata pensando ad un’immagine abbastanza triste, quella di un orso alla deriva su un pezzo di ghiaccio che lentamente si scioglie. Da lì quasi in automatico è arrivata la colonna sonora, un blues lento e malinconico che parla dell’Amore che l’Uomo dovrebbe avere nei confronti della Terra. Le immagini scorrono ritmate da vignette sempre dello stesso formato, un ritmo costante interrotto solo alla fine delle strofe. A tenere insieme le strofe un ritornello ritmico con il buon vecchio sole a vegliare sul nostro destino.

Un’altra caratteristica originale di questo libro a fumetti è l’assenza delle parole, del testo scritto. Ti eri già confrontato con la narrazione senza parole? C’è una particolare esigenza comunicativa dietro questa scelta?

Pensando alle vicende raccontate in questa storia e al ritmo che si è data, mi è sembrata obbligata la scelta di raccontare tutto senza le parole. Sia per avvicinare un pubblico più eterogeneo possibile, dai bambini agli anziani, dal Nord al Sud del mondo, sia per rendere ogni lettore il creatore della propria colonna sonora, del suo personalissimo Blues. 

Mi ero già confrontato con la narrazione senza parole, per una storia che si trova nel libro Gentes (Tunué 2007) dal titolo Merde, da cui poi è stato realizzato anche un cortometraggio. Storia nata durante la 24Hic manifestazione in cui gli autori si trovano costretti a creare una storia compiuta di 24 tavole in 24 ore. Raccontare senza parole è divertente.


Il conflitto tra il genere umano e la Terra (Gaia) è purtroppo sempre di stretta attualità. Ma non c’era il rischio di cadere nella retorica parlando di un tema come questo? 

La retorica quando si parla di fumetto con tematiche ambientali rivolto anche ai bambini è la perenne spada di Damocle sulla testa di chi fa questa scelta. Io ho tentato di dare la mia interpretazione della cosa, speriamo di aver reso giustizia alla causa.

Mi ha colpito un dettaglio molto realistico che si ripete nella vicenda: sono i bambini, in ogni parte del mondo, quelli che osservano più acutamente le cose e si accorgono di tutto quello che non funziona, mentre gli adulti sono avvolti da una specie di acuta insensibilità. La speranza di un miglioramento è in mano alle nuove generazioni?

Più che una speranza credo sia una certezza.

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Gaia Blues uscirà nelle librerie a fine luglio. Fino ad allora sarà possibile acquistarlo alle prossime presentazioni e nelle manifestazioni di settore, come ad esempio il prossimo Salone Internazionale del Libro dal 12 al 16 maggio.

 Il libro, vale la pena ricordarlo, è stampato su carta “amica delle Foreste”, certificata FSC.

 

Leggendo il Tex di Tito Faraci

di Andrea Queirolo

Sinceramente ho perso il conto di quanto tempo era che non mettevo mano ad un numero di Tex. Non che avessi problemi a recuperarne uno, visto che probabilmente, grazie a mio padre, in casa ne ho tutte le storie. Ho sempre letto Tex in passato, però ammetto che saranno almeno cinque anni che non ne sfogliavo una pagina. Le motivazioni del mio allontanamento da questo personaggio sono diverse, ma principalmente avevo smesso di leggerlo perché trovavo le ultime storie un po’ stucchevoli, e a volte facevo fatica ad arrivare alla decima pagina.

Ieri spulciavo in uno dei tanti armadi in cui mio padre relega gran parte della produzione bonelliana del secolo scorso e, ora più che mai, di questo (a parte Napoleone, che sta in camera mia per ragioni a me ovvie, ma che magari spiegherò un’altra volta). Mi sorprendo un po’ da solo a cercare fra gli ultimi Tex un nome di un autore di cui mi farebbe piacere guardare i disegni e trovo un numero disegnato da Mastantuono, “Missouri” il 583, che però è la prima parte di una storia di cui non trovo il seguito. Mentre cerco quello che mi manca scopro un racconto di due numeri scritto da Tito Faraci e disegnato dai fratelli Cestaro (Lo sceriffo indiano e La preda umana, rispettivamente num. 581 e 582, marzo/aprile 2009). Ricordo vagamente questo trio all’opera su Nick Raider, ma sinceramente avevo rimosso il fatto che fossero passati a Tex, soprattutto non ricordavo dell’approdo di Faraci su questi lidi (che si sa, su internet si legge tanto e veloce, ma si apprende poco e male).

Insomma comincio la lettura in modo abbastanza scettico – dopo tanti anni lontano da questo personaggio che ricordo aver abbandonato per noia.
Invero, Faraci mi sorprende. Il suo racconto comincia nel pieno dell’azione e non c’è davvero un attimo di pausa: ogni tre, quattro pagine succede qualcosa. Come se non bastasse in ogni singola tavola c’è una novità, un’indizio funzionale alla storia, che ti invoglia a proseguire per saperne di più.
Non c’è tregua per almeno centocinquanta tavole, e si capisce subito che il punto di forza della sceneggiatura di Faraci sta nei dialoghi e nell’azione. Infatti il suo Tex, pur non discostandosi da quello classico dei miei ricordi, risulta dinamico e fresco. Nessuna parola in più e nessuna pagina di troppo, tutto perfettamente incastrato in una narrazione veloce e serrata, fatta di colpi di scena davvero credibili e situazioni molto reali.
Faraci ci mostra un Tex solitario, senza i soliti compagni di avventure, incentrando lo svolgimento della storia su delle comparse create appositamente per l’occasione. Leggo in rete alcune critiche su questa scelta, su come dopo sessant’anni non si possa tirare fuori dal nulla un amico così intimo come questo sceriffo indiano, di come pesi l’assenza di Kit Carson, ecc…Il fatto è che Faraci dà sempre un’ottima visione corale ai suoi testi, e qua, la mancanza degli illustri pards, che può essere vista come un approccio timido al personaggio, mi sembra invece una scelta molto coraggiosa. La storia ha dei personaggi tutti suoi, vive da sola, ma per risolversi ha bisogno di Tex. Infatti questo racconto non è funzionale per Tex, ma è Tex che è funzionale per il racconto. La riuscita di questa sceneggiatura sta nel fatto che Faraci non “gioca” coi lettori, perché tutti sanno che Tex non subirà un graffio e che risolverà il problema. Questa è indubbiamente la difficoltà principale del lavorare su un’icona del genere che ha sulle spalle seicento numeri di avventure. Faraci si concentra sulla storia e sui personaggi secondari, da credibilità a quello che sta costruendo, e sapientemente inserisce Tex nella vicenda. Ed è un Tex classico come non mai, dai modi di fare alle battute che escono dalla sua bocca; un Tex così lo leggerei sempre molto volentieri.

Lo sguardo di Tex, visto dai fratelli Cestaro

Dalla biografia di Will Eisner

traduzione di Miranda Saccaro

Da “Contratto con Dio”

“Essere padre piaceva a Will Eisner. La sua creatività traboccava nella sua vita domestica, quando aggiungeva dei tocchi d’arte alle vite dei suoi figli, come la volta in cui portò a casa una barca a remi e la trasformò in un recinto per la sabbia o quando dipinse scene e personaggi dei cartoni animati sulle pareti delle camerette dei suoi bambini. John era brillante, estroverso, atletico, e sembrava promettente dal punto di vista ar

tistico, tanto che Will si domandava se un giorno avesse potuto unirsi a lui allo studio. Alice, la più introspettiva dei due, condividiva il sottile potere di osservazione del padre e la sua sensibilità verso i meno fortunati. Ann, [la moglie di Will] ricordava una volta in cui Alice stava guardando in TV un programma o una pubblicità sui bambini poveri, e pretese che mandassero una donazione. Will era il pollo, recalcitrante a rimproverare i suoi figli e sempre affascinato da loro, e Ann si trovava spesso nel ruolo di caporale nel crescere i loro figli.

“Ann si ricordava di una volta in cui Alice aveva circa quattordici anni. Voleva un paio di costosi stivali alla moda che Ann riteneva essere un po’ troppo cari. Alice aspettò fino al sabato, quando il padre era a casa per il weekend, e lo convinse a portarla al centro commerciale per prendere gli stivali. Ann non aveva parlato con il marito del suo precedente rifiuto di comprarli ma, a posteriori, era quasi certa che lui fosse a conoscenza della situazione. ‘Will faceva qualsiasi cosa i ragazzi gli chiedessero di fare’, osservò, aggiungendo con una risata: ‘Era un sempliciotto’.

“Questo episodio, tanto insignificante nel grande disegno della vita di una persona, divenne quasi una fotografia – una che Ann e Will Eisner conservarono tra i loro ricordi quando la vita cambiò per tutti loro, un anno più tardi,  quando Alice, allora quindicenne, cominciò a lamentarsi di non sentirsi bene. Ann la portò dal medico di famiglia, e dopo la sfilza di analisi di rito, lei e Will appresero che Alice aveva la leucemia e che non avrebbe vissuto. Ann e Will decisero di non dire alla figlia quanto la sua malattia fosse grave e, nell’anno successivo, affrontarono la sua salute che peggiorava ciascuno a suo modo. Will si seppellì nel lavoro, incapace di affrontare la terribile realtà di star perdendo la figlia; Ann passava quasi tutto il suo tempo con Alice, dentro e fuori dall’ospedale. Quando Alice venne a mancare, all’età di sedici anni, fu nel giorno del compleanno di sua madre.

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Dalla biografia di Michael Schumacher: “Will Eisner: A Dreamer’s Life in Comics” (Bloomsbury, 2010). pagine 156-7

Link al post originale di Craig Fisher.

Un trailer per i sessant’anni di surrealismo a fumetti di Jacovitti

Oggi, venerdì 12 maggio, il saggio della Nicola Pesce, Jacovitti – Sessant’anni di surrealismo a fumetti, esce anche nelle librerie di varia.
Dopo esser stato disponibile solo alle fiere e in fumetteria, finalmente potrete procurarvi e toccare con mano questo volume anche nelle librerie più vicine a voi. Un’altra via per comprare questo libro, che è da considerarsi il più completo e approfondito sull’opera di Jacovitti.
Vi ricordo che sulle nostre pagine è stato pubblicato l’intero primo capitolo, leggibile gratuitamente ai seguenti link: 1 / 2 / 3

I Tre Allegri Ragazzi Morti incontrano Pasolini

di Daniela Odri Mazza

Trailer del documentario

Immagina di essere tra il pubblico di uno spettacolo di disegno dal vivo. Un’azione artistica che si scioglie nell’attimo come il colore dell’acquarello sulla carta. Il disegnatore, Davide Toffolo, è solo sul palco, seduto al tavolo. Usa china, colori, fogli di carta trasparente.
A lato c’è un totem, quel totem rappresenta il poeta, lo scrittore.
Dal proiettore i disegni arrivano sullo schermo. La musica in sottofondo è dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Poi ci sono le parole, che arrivano forte. Le parole sono pronunciate dello scrittore: Pier Paolo Pasolini.

Un lavoro sulla ricerca della parola di Pasolini

La performance descritta sopra si intitola “Pasolini, L’incontro”, ed è in tour (le ultime date nei prossimi 11 e 12 maggio, rispettivamente a Milano e Roma) nei teatri di tutta Italia.
Il tour è stato pensato in corrispondenza con l’uscita della quarta ristampa di Pasolini, il graphic novel di Davide Toffolo, edito da Coconino Press, disponibile da marzo 2011 in edizione limitata (500 copie) con allegato il DVD documentario “Pasolini. L’incontro”, per la regia di Pasqualino Suppa.

Nel corso del tempo “Pasolini” (la prima edizione risale al 2002) ha ricevuto molti apprezzamenti di pubblico e critica. Nel libro le citazioni dell’intellettuale friulano sono inserite in una struttura narrativa originale creata Davide Toffolo, una sorta di mockumentary a fumetti che ricostruisce le principali vicende biografiche di Pasolini in un’intervista sui generis, passando per i luoghi che gli sono indissolubilmente legati.

Nel complesso tutto il lavoro, che comprende lo spettacolo dal vivo e il corto-documentario in DVD, si basa su uno studio ed un utilizzo molto accurato delle parole di Pasolini. Le parole sono la vita e l’opera pasoliniana: “La storia della mia vita è la storia dei miei libri…perché sono uno scrittore” (p.21).

I maestri sono fatti per essere mangiati

Pasolini è un libro che racconta essenzialmente una scelta: la scelta di scrivere, di impegnare la propria vita nella scrittura, nella poesia, nell’arte. Una presa di coscienza che coinvolge la dimensione esistenziale. Dopotutto, quello che rimane di un grande maestro è un metodo: in questo caso è quello di trovare nell’azione artistica un motore di cambiamento della realtà.

Così dice il corvo di Uccellacci e Uccellini (1966): “I maestri sono fatti per essere mangiati. In salsa piccante. Devono essere mangiati e superati, ma se il loro insegnamento ha un valore, ci resterà dentro.”

Il lato (non) rassicurante: intervista a Charles Burns

di Antonio Solinas

Intervista inedita raccolta il 7 marzo 2009 a Bologna, durante il Bilbolbul Festival, dove Burns è stato un ospite della manifestazione.

I tuoi fumetti sono stati pubblicati in Italia, ma il grosso pubblico non ha forse familiarità con le tue storie. Vuoi presentarti?

Sono Charles Burns, vengo dagli Stati Uniti, da Philadelphia e faccio fumetti da… troppo tempo, direi. Sono trent’anni… Divido il mio tempo fra il lavoro di illustrazione, che mi permette di pagare le bollette, e i fumetti, che sono veramente il mio lavoro più personale.

Un tratto peculiare del tuo lavoro fumettistico, ancor di più dell’illustrazione, è la capacità di essere molto disturbanti, soprattutto per il pubblico generalista. Ti dà fastidio essere visto in questo modo o, d’altro canto, quali sono le motivazioni di questa scelta stilistica?

È difficile per me avere delle buone risposte, per spiegare perché io sia attratto da un certo tipo di storytelling. Come ho detto prima, i fumetti rappresentano il mio lavoro più personale e qualcosa di cui mi sento di prendermi la responsabilità completa: l’aspetto grafico, lo stile di scrittura, tutto quanto, e credo, sin dalla tenera età, di essere stato attratto da questo tipo di storia, sia tramite i film, che la televisione, sia tramite la lettura di libri che con i fumetti. Non ho una buona spiegazione per tale fascinazione nei confronti di certi argomenti.

La cosa interessante di alcuni tuoi fumetti è che, in un certo modo, i problemi interiori dei tuoi personaggi sembrano rispecchiarsi nel loro aspetto esterno, con cicatrici e mutazioni che assumono grande importanza (vedi Black Hole, per esempio). È una decisione conscia o ti viene naturale farlo?

Non so quale sia esattamente la fonte di ispirazione nell’uso di queste manifestazioni fisiche per mostrare i disturbi interni, non so da dove venga, specificamente, ma mi piace sempre usare questo tipo di approccio metaforico, questo tipo di simbologia, questo tipo di idea di mostrare una evidenza fisica di conflitti interni. Chiaramente, nella mia storia Black Hole c’è il concetto di “peste giovanile” (teen plague in originale, N.d.T.), una malattia che colpisce solo i teenager, con sintomi non a caso ma dalle mille diverse fenomenologie. Di nuovo, sono più che altro simboliche e metaforiche.

In questo senso, è stato messo in evidenza come Black Hole sia una metafora dell’AIDS, ma io lo vedo anche come una azzeccata metafora dei cambi che la pubertà e l’adolescenza portano. Sei d’accordo? Come è nata l’idea della serie?

Per rispondere alla tua ultima domanda, avevo questa idea della teen plagueche colpiva solo i giovani, come metafora dell’adolescenza, su cui avevo lavorato in un certo numero di storie più brevi a fumetti. Ma mi sono reso conto che era qualcosa di importante per me, e volevo investigarla in maniera molto profonda. E la storia non riguarda tanto la malattia in sé quanto i personaggi e il modo in cui questi lottano contro la malattia, questo era il conflitto.

In realtà, avrei potuto raccontare una storia abbastanza simile a proposito dell’adolescenza e dei teenagers, ma senza l’idea della malattia, ma questo era un modo di renderla più forte, di forzare la storia verso situazioni molto più forti. E poi mi piaceva l’idea di come la malattia si manifestava: per esempio, quando ero a scuola, a quell’età, mi ricordo che mi volevo reinventare in modo da diventare una nuova persona, ricreandomi. E l’idea della ragazza che cambia pelle, in maniera letterale, come un serpente che esce dal proprio involucro: mi piaceva la possibilità di giocare con temi di questo tipo, con queste idee. Un altro personaggio ha una bocca sul collo, che rappresenta quasi la sua voce interna inconscia: anche se ha questa facciata ben definita, con una forte personalità, c’è questa voce onesta che vien fuori da un’altra bocca.

Visto che hai fatto cenno agli adolescenti e a come vogliono cambiarsi, quanto ti è stato facile riprodurre lo stato mentale di quando avevi sedici-diciassette anni?

Probabilmente ciò dice molto sul mio livello di maturità come adulto: è stato difficile, ma è stato qualcosa che ho preso molto seriamente, cercando di immergermi nella parte nella stessa maniera in cui un attore cerca di calarsi nel proprio ruolo con un metodo. In questa storia, inoltre, per la prima volta vi era una protagonista femmina, con una narrazione basata su monologhi interiori di una protagonista di sesso femminile. Mi è venuto tutto naturale: penso che ci siano sentimenti che sono generalmente condivisi e questa è la ragione per cui molti dei temi dell’opera, anche quando è stata pubblicata in altri paesi (e so che verrà pubblicata in Corea e Russia, per dire) hanno avuto un riscontro, essendo l’adolescenza un dato universale, basato sulla lotta di cambiare dall’infanzia all’età adulta e raggiungere un equilibrio per quanto riguarda la propria sessualità e identità in generale. Penso che queste idee saranno sempre universali: è stato difficile, dal punto di vista emotivo, scrivere certe parti della storia, ma volevo veramente essere il più onesto e senza censura possibile.

In quel senso, una delle parti più emozionanti del libro è la storia di Eliza, la ragazza con la coda, che tende a generare quel senso di repulsione/attrazione che è spesso associato ai nostri sentimenti quando da ragazzi scopriamo il sesso. Quanto hai preso dall’esperienza personale e quanto è stato facile trasporla sulla pagina?

Non ho mai incontrato una ragazza con la coda, in realtà (ride). Anche se, a ripensarci, forse vorrei che fosse accaduto… Penso di avere riflettuto sui miei stati d’animo più emotivi che ho passato. Ci sono alcune situazioni del libro che sono molto autobiografiche, tratte proprio da eventi in cui mi sono trovato. Come ho detto prima, ho usato l’idea della teen plague per renderle più forti, quasi come un catalizzatore che spinge i personaggi in situazioni molto più estreme. Per esempio, prendiamo la porzione della storia in cui il protagonista sta andando insieme a degli amici in una casa in cui si può comprare marijuana, e inaspettatamente incontra questa bellissima ragazza che abita lì, Eliza. Mentre è in cammino, il protagonista è depresso perché desidera in maniera romantica e idealizzata una ragazza della scuola, Chris, che lui mette su un piedistallo. Mentre pensa a lei in maniera ingenua e romantica, a un certo punto ha questo incontro inaspettato in cui emerge una forte attrazione sessuale e il protagonista deve fare i conti con essa. Questo tipo di sentimenti è sembrato autentico, mentre scrivevo. Anche se poi la storia è scritta in una vena molto più fantastica, questi sentimenti mi risultavano genuini, e il mio scopo era raggiungere una vena di autenticità.

Per completare Black Hole ti ci è voluto un sacco di tempo. Ci sono stati degli effetti sulla tua scrittura o sul disegno? Hai mutato in alcuna maniera l’idea iniziale o il modo in cui hai trattato certi argomenti?

Quando stavo iniziando a scrivere la storia, ho preso una decisione in maniera conscia: volevo puntare l’attenzione sui personaggi, avere una storia guidata dai personaggi, cosa che non avevo mai realmente fatto prima. Quindi sapevo di volere passare un po’ di tempo a creare una storia in cui al centro ci fossero i personaggi e non le situazioni. All’inizio non era necessariamente un modo di commentare sull’AIDS e neppure, se vuoi, sul periodo a livello di politica etc. Era solo un esercizio di definizione dei personaggi, scavando a fondo. I personaggi erano certamente basati sulle esperienze mie e dei miei amici quando avevamo circa l’età (dei personaggi del libro). Mi ci è quindi voluto un po’ per scrivere la storia: io scrivo con lentezza, ma in questo caso si trattava di sceneggiare il fumetto in maniera un po’ diversa, scavando dentro di me stesso e mettendo a nudo cose che non erano semplicissime per me da mostrare.

Black Hole è stato stampato in molti paesi, come hai detto anche tu, e ha ricevuto un’accoglienza di solito ottima. Come è andata negli Stati Uniti? Hai ricevuto critiche per un fumetto che non è certamente facile o rassicurante?

Sorprendentemente, non mi riesce di ricordare che ci sia stato nessun tipo di critica o tentativi di censura. Nel fumetto ci sono immagini molto forti a livello grafico, per quanto riguarda l’immaginario sessuale e la violenza, ma non ho mai utilizzato queste immagini a scopo gratuito, o per titillare qualcuno. Era solo per fare riflettere su quegli elementi. Per esempio, ci sono una o due situazioni fortemente violente, e volevo che fossero orribili, e che ci fosse la sensazione di un momento veramente violento, e non qualcosa che si vede in televisione o in un fumetto di supereroi. Qualcosa che creasse questo momento veramente orrendo e che facesse pensare a che cosa fosse realmente quella violenza. Lo stesso discorso vale per la sessualità: penso a quelle immagini grafiche che avevano però un valore grafico “confrontazionale”. Dovevano avere un effetto forte a livello di storytelling.

Un altro aspetto interessante, presente sia in Black Hole che in altre tue opere, è il fatto che la tua sensibilità può essere definita pop, ma il lavoro fatto è nella direzione di mutarla e renderla molto più dark e meno consolatoria. Da dove deriva questo interesse per la cultura pop e quando è stato che sei stato esposto per la prima volta al “lato oscuro” del pop?

Le cose su cui rifletto, in realtà, sono le cose con cui sono cresciuto, ovvero la cultura americana. Per esempio, sono nato nel 1955, e quindi nei primi anni ‘60 negli Stati Uniti c’era una moda per cui erano molto popolari le riviste di mostri, c’erano programmi televisivi e film tutti di mostri. Fu una moda passeggera, ma io avevo proprio l’età giusta per apprezzarla. E penso che molte delle mie storie siano una specie di risposta alla cultura popolare americana, o, in un altro senso, di riflessione su essa, ma guardando oltre la facciata commerciale e cercando di concentrarsi sull’esame delle cause alla base. Non necessariamente cercandone il “lato oscuro”, come dici tu, (anche se molto spesso è oscuro) ma esaminando le stranezze del fenomeno.

In questo senso, hai fatto cenno al fatto che i fumetti sono una specie di progetto personale, più che un lavoro “commerciale”. Dato che però lavori anche con editori mainstream, pensi che il tuo approccio alla materia pop cambi, a seconda che si tratti di cose tue o di lavori per un committente?

Non sono sicuro di aver capito bene la domanda…

La domanda è se ti approcci alle illustrazioni nella stessa maniera dei fumetti.

La differenza è che quando faccio qualunque lavoro a livello commerciale, qualcuno sta pagando per le mie capacità e le mie abilità, quindi le idee sono di qualcun altro. Ciò non vuol dire che non ci metta tutto me stesso, nel lavoro grafico, cercando di trovare la migliore soluzione possibile per una illustrazione, ma lo scopo è completamente diverso. Per me c’è la necessità di mantenermi e quindi supportare la mia famiglia o aiutare a supportare la mia famiglia, e per questo motivo accetto lavori di natura commerciale.

Ovviamente non accetterei lavori di natura commerciale per i quali non avessi rispetto, ma c’è quel tipo di divisione per cui non c’è mai stato nessun fumetto che ho scritto o mai voluto scrivere che potesse in alcun modo tollerare ingerenze censorie. Non mi accosterei mai a qualcosa che potesse in alcun modo essere censurato. E, in questo senso, sono stato fortunato che ho avuto editori che rappresentano un canale per lavori nei quali non c’è mai stato niente che ho dovuto cambiare a causa di una qualche tipo di censura. Mi sento fortunato ad avere questo tipo di libertà personale di creare le storie che voglio.

Ti ha mai sorpreso il fatto che qualcosa di così personale sia così acclamato, al di fuori della cerchia ristretta dei tuoi amici?

Come scrittore e disegnatore, lavoro in un medium commerciale, ma non sto pensando a un pubblico in sé. Penso solo a scrivere la migliore storia possibile. Il mio approccio è sempre quello di essere il più chiaro possibile e di fare risultare la mia storia la più chiara possibile, ma non c’è mai l’influenza diretta del pensare ad una audience in sé e per sé. Non penso a chi legge i miei fumetti. Qualche volta mi viene chiesto, nelle interviste, “Chi pensi che sia il tuo pubblico?”, e la mia classica risposta è: “Non lo so”. Se vengo invitato a un qualche evento come questo a Bologna, incontro persone che hanno letto le mie storie e sembrano averle apprezzate (ed è sempre un piacere), ma non riesco a pensare in termini tipo: i miei fumetti sono per ragazze teenager in un’età compresa fra 14 e 22… Non fa proprio parte del mio modo di pensare. Io penso solo a raccontare la storia che mi sento spinto a narrare.

Il modo in cui usi il materiale pop mi fa pensare al fatto che tu sezioni l’immaginario mainstream per creare un cortocircuito pop-autoriale che, in Italia, per esempio, non esiste. Come è la situazione negli Stati Uniti? Ti senti uno che colma le differenze fra due mondi?

Non lo so proprio. Negli Stati Uniti, Black Hole è stato pubblicato dal mio editore Fantagraphics in maniera serializzata, con un formato tipico da comic book americano, che poi in realtà non è più un modo fattibile di lavorare in questo periodo, a causa del considerevole mutamento dell’economia. Ma, nel creare la storia (e dividerla in parti serializzabili), l’intento finale era comunque sempre quello di proporre in una unica graphic novel la storia completa. Ed ho scelto di fare pubblicare la storia come volume dalla Pantheon Books, che è un enorme editore americano, parte di una delle maggiori case editrici americane, perché conoscevo l’art director e gli editor e sapevo che mi avrebbero dato la libertà di creare il libro e farne il design esattamente nella maniera che io volevo. Sapevo che c’era un certo tipo di pubblico nel mondo dei fumetti underground e alternativi, persone che sarebbero andate nelle fumetterie specializzate a cercare il mio lavoro. Ma volevo che questo fumetto, alla fin fine, andasse nelle librerie di varia, in modo che qualcuno potesse prendere un cartonato che sembrava un libro normale e invece… Alla fine ho scoperto che ha avuto lettori anche fra quelli che normalmente non leggono i comics. Qualcuno mi ha avvicinato e mi ha detto che il mio libro è stata la prima graphic novel che aveva mai letto, e che gli era piaciuta molto. Per me, questo è stato molto gratificante, e mi è anche piaciuto che alcuni mi abbiano proprio detto che sembrava un libro normale, finché non lo hanno aperto.

Per prima cosa hanno preso in mano il libro, cosa importante, e ovviamente non aveva l’aspetto di un fumetto di supereroi, per dire. Per cui, il libro è stato preso perché sembrava interessante, e molti lo hanno scoperto in questo modo, cosa che mi ha fatto piacere perché ho raggiunto un pubblico nuovo per il mio libro.

Ma tu, invece, i fumetti li leggi ancora o hai smesso?

Ci sono tantissime persone che ammiro, sia in Europa che negli Stati Uniti. È una piccola percentuale, ma lo stesso penso che valga per la letteratura, il cinema e gli altri media.

C’è in giro della roba interessante e c’è un piccolissimo numero di persone che fanno delle cose eccezionalmente buone. E io sono sempre interessato ai lavori eccezionalmente buoni.

Non ce n’è molto, mi sa…

È una piccola percentuale ma è normale che sia così.

Big Baby è l’ultimo dei tuoi lavori ad essere presentato in Italia. Vuoi parlarcene, brevemente, spiegandoci come si situa nel corpus delle tue opere a livello di tematiche e argomenti?

Direi che praticamente molti dei miei fumetti rappresentano aspetti diversi della mia personalità. Big Baby è questo bambino alieno dall’aspetto strano che vive in quello che, superficialmente, sembra un ambiente suburbano americano molto normale. È un bambino con una immaginazione molto sviluppata, e questo, costantemente, lo porta a ficcarsi nei guai. Le storie diBig Baby sono state realizzate un bel po’ di tempo fa. Sto cercando di ricordarmi: mi sembra che la prima storia sia probabilmente dei primi anni ‘80, per cui si tratta probabilmente di storie che partono dai primi anni ’80 per arrivare all’inizio degli anni ‘90. Molte delle storie riflettono sul tema di un bambino che sta osservando ed esaminando il mondo degli adulti, e cercando di trarre un senso da tale mondo, e arrivando a conclusioni che non sono sempre troppo rassicuranti.

Un’ultima parola per i tuoi fan italiani?

Vediamo: non sono mai bravo a dire l’ultima parola… Non so: fuori c’è il sole e il tempo è bellissimo, dopo una settimana che è piovuto tutti i giorni, quindi sto per uscire e godermi il sole proprio… ora.


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Antonio Solinas, è tra le altre cose uno degli autori del saggio su Grant Morrison: Grant Morrison All Star

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