Sullo Yeti di Tota

di Andrea Queirolo

Finalmente ho letto Yeti di Alessandro Tota, e avrei dovuto farlo molto tempo prima, soprattutto perché l’ho comprato appena pubblicato, ma per diversi motivi sono davvero così poche le cose che leggo appena uscite.

In Francia Yeti è uscito con un altro titolo, Terre d’accueil, che grazie al mio pessimo francese posso tradurre come Terra d’accoglienza, un titolo che aiuta molto più di Yeti a comprendere la volontà di quest’opera.
Infatti lo Yeti di Tota è solamente un pretesto distaccato per narrare alcune vicende: potrebbe essere il personaggio di una favola inserito nella vita reale; potrebbe essere un immigrato qualunque a Parigi; potrebbe essere una specie di disadattato sociale e via dicendo.

Lo Yeti di Tota vorrebbe anche essere il protagonista di questa storia, e lo è, ma solo in apparenza. I veri protagonisti sono le situazioni che si creano attorno a lui, sono le relazioni, il lavoro, gli amici e Parigi stessa (rappresentata in modo molto fedele). Infatti è certo che questo libro prende spunto dalla biografia dell’autore, che lasciando indietro le esperienze dei diari, e devo dire con una certa intelligenza, sfrutta le sue vicissitudini autobiografiche per spiegare dall’esterno cosa si prova a essere soli fuori dal proprio mondo.

Tota affianca allo Yeti dei personaggi reali, cioè che esistono davvero: Caterina, Volker e lo stesso Alessandro Tota. Fortunatamente quando entra in scena il personaggio di Alessandro, si capisce subito come queste figure non siano altro che attori nelle mani del fumettista e come della loro controparte reale l’autore prenda in prestito solo l’aspetto fisico (anche perché non mi spiegherei la stronza saccenteria del personaggio di Alessandro).

In questo racconto si scopre come Tota sia debitore del cinema italiano, e non intendo nelle sequenze o nei tagli delle vignette, e neanche nel ritmo; non parlo neppure delle pagine introduttive, che evidentemente sono una scelta stilistica. Parlo dell’impostazione della storia, dei dialoghi e dell’uso del cast che mi riportano indietro agli anni magici di certi film di Scola, Risi e Monicelli.
Nei personaggi di Tota rivedo la naturalezza recitativa non forzata di certi attori che oggi non ci sono più.

Un’altro fattore importante è la leggerezza con cui l’autore affronta il tema.
Oggi, infatti, troviamo sempre più storie a fumetti che tirano in ballo le esperienze personali, i rapporti di coppia, le relazioni difficili e i contatti occasionali. La maggior parte di questi racconti mira ad essere il più realistico possibile, senza lasciare spazio all’immaginazione del lettore, riducendo tutto ad una raccolta di eventi, spesso tragici o depressivi e spogli di sfumature.
La storia di Tota invece, pur avendo un suo tono greve e malinconico, è pervasa da una vena che oserei definire comica. Un particolare che ritrovo spesso nei fumetti dell’autore, che si distinguono dalla massa grazie proprio ad una genuinità che ad altri manca.

Ora a Tota non resta che mettere da parte lo Yeti, prendere i suoi attori e far partire la macchina da presa.

2 risposte a “Sullo Yeti di Tota

  1. Bellissimo fumetto.
    Solo mi fa strano come nessuno abbia notato che, in poche parole, è il corrispettivo di quanto hanno fatto gli inglesi con i supereroi, solo con Barbapapà.
    Si scherza.

  2. Molto delicato, mi è piaciuto molto il finale, non scontato.
    E’ bello vedere che sono sempre di più gli autori italiani con idee e con un modo personale di narrare.