Chris Ware ricorda Bill Blackbeard

di Andrea Queirolo

Bill Blackbeard (1926-2011)

Saggista, scrittore, editore, fondatore della San Francisco Academy of Comic Art, ma sopratutto uno dei più importanti collezionisti e conoscitori di strisce mai esistiti. Bill Blackbeard è morto il 10 marzo scorso, ma la notizia è stata data solo in questi giorni.
Così se ne va colui che più di tutti ha preservato e fatto arrivare ai giorni nostri tutte quelle storie che solo ora innalziamo sul piedistallo e le classifichiamo come capolavori.
Negli anni ’60 scoprì che le biblioteche stavano mandando al macero i quotidiani dopo averli passati su microfilm e allora capì il pericolo che stavano correndo le strisce: sarebbe finite presto dimenticate.
Alla sua richiesta di poter avere i giornali che venivano buttati via le biblioteche risposero che potevano essere donati solo ad una istituzione.
Fu così che Blackbeard fondò la San Francisco Academy of Comic Art e cominciò quel lavoro di preservazione che portò avanti per più di cinquant’anni.
Ricordato per aver ridato splendore alle strisce con il suo lavoro più famoso, l’antologia  Smithsonian Book of Newspaper Comics (solo una delle centinaia di pubblicazioni cui ha messo mano), Blackbeard ci ha lasciato in eredità un patrimonio che va ancora largamente riscoperto.

Di seguito come lo ricorda Chris Ware:

Da studente universitario e aspirante fumettista, il libro più spesso aperto sul mio tavolo da disegno è stato il pesante Smithsonian Book of Newspaper Comics di Blackbeard and Williams. Per anni sono stato indotto a credere da vari appassionati di fumetto che l’apice del successo del medium fossero stati i libri della EC degli anni 1950, ma dopo aver scoperto l’antologia Smithsonian, è diventato fin troppo chiaro per me come i veri geni originali del mezzo siano stati i disegnatori pre-cinema dei supplenti domenicali usa e getta di mezzo secolo prima. Come un  testo di storia generale, il libro bilancia in parti uguali una necessaria inclusività a tutto tondo con una raffinatezza estetica altrimenti leggermente insistente, come un funambolico atto di cura: riporta tutto, pur consentendo ai grandi di risaltare. Se la scelta di un paio di esempi rappresentativi di Krazy Kat e Little Nemo è già abbastanza difficile, cosa ne dite dell’introdurre Gasoline Alley e Polly and Her Pals ad un pubblico nuovo, per non parlare dello scoprire i lavori sconosciuti di George Luks e Lyonel Feininger? Ancora meglio, le strisce sono state presentate in un formato adeguato, ampio e a colori che al tempo deve essere stato straordinariamente costoso, ma che ha permesso alle loro composizioni complesse ed intricate di essere veramente riapprezzate; le precedenti ristampe miravano a compattare il testo come in un elenco, amputando le singole vignette e congelandole in bianco e nero, come fossero poco più che piccoli souvenirs di un’ingeniutà sorpassata a cavallo del 19 e 20 secolo. (Per inciso, uno dei motivi per cui ho accettato di progettare la serie di “Krazy e Ignatz” è stato che il Sig. Blackbeard era il suo editor, ed essere invitati a contribuire l’ho considerato un onore personale.) Dedicando la sua vita alla conservazione e alla localizzazione di questi supplementi e pagine quasi estinte, Bill Blackbeard ha salvato un’arte americana dal pericolo di certi uomini spazzatura, dai bibliotecari e dalla luce ultravioletta in modo che noi, le generazioni a venire, possiamo apprezzare la loro strepitosa bellezza, poco attraente e senza pretese. La striscia può essere stata usa e getta, ma il contributo della fondazione Bill Blackbeard per la comprensione di essa come arte è stato, e sarà sempre, senza tempo.

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Link al post originale

Una piccola veduta delle 75 tonnellate di quotidiani raccolti negli anni da Blackbeard.

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