Attilio Micheluzzi: le tecniche operative

Il seguente articolo è un breve stralcio di un’intervista ad Attilio Micheluzzi apparsa nel volume monografico L’autore e il Fumetto n° 10 – Attilio Micheluzzi, a cura di Mauro Paganelli e Vincenzo Mollica, pubblicato nel 1986 da Editori del Grifo.

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Bab-El-Mandeb
Intervista (1982)

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Sul come nasce la storia c’è solo da dire quel che tutti sanno. L’occasione che genera l’idea può essere del tutto accidentale. E’ il caso di Marcel Labrume. Sfogliando un Life del maggio 1940 con uno splendido fotoservizio sul Levante Francese, pubblicato a sostegno di un lungo articolo di George F. Eliot sul generale Weygand. Era il numero 21 del 20 maggio. Tutti sanno cosa stava succedendo in francia in quei giorni. Fui letteralmente sedotto da quel che le foto in bianco/nero mostravano e da quel che sopratutto significavano filtrate attraverso la spirale ottica dei quarant’anni trascorsi nel frattempo. Tutto ciò però non sarebbe bastato, se alla base non ci fosse stato un mio speciale interesse per la cultura francese e per la Francia in generale. Un’interesse che mi coinvolge nel senso molto lato della parola. La fase immediatamente successiva è quella di metter su una storia che stia non solo in piedi, ma che sia decentemente attrezzata per stimolare attenzione e curiosità nel lettore.

Organizzata la scaletta, passo alla sceneggiatura, del tipo cinematografico, dettagliatissima e completa. L’operazione è assai lunga e dolorosa. Ogni pagina alla fine sarà stata scritta cinque o sei volte.
Taglio, limo, cambio. Ripetizioni, ridondanze, suoni che stanno male vicino a certi altri. La lettura deve scorrere veloce e gradevole. Funzionale all’immagine, certo, la nostra lingua è sufficientemente ricca per permettermi ampia scelta. Tutto ciò richiede molto impegno e molta lettura. Se decido di scrivere una storia sulla rivolta dei Boxers, dovrò prima sapere tutto e poi ancora tutto su questi distinti gentiluomini dal lungo codino, sulle divise, le armi, l’architettura, le facce, le navi della Pekino inizio secolo. Ne consegue che la mia biblioteca personale è notevolmente guarnita.
Il passo successivo è quello dell’immagine. Disegno l’intera storia a matita, in modo estremamente curato, tanto che la si potrebbe pubblicare prima dell’inchiostrazione. Quella che potrebbe parere una perdita di tempo iniziale, non è tale in verità. Passare a china una tavola già definita nei dettagli permette una velocità di esecuzione incredibile. Non ci sono pentimenti e indecisioni, si tira dritto. (Alla base della scelta c’è anche un appassionato amore per il disegno a matita. Una specie di piacere sensuale. Ma non bisogna dirlo a nessuno. E’ un piccolo segreto che mi appartiene).

Una tavola da “Afghanistan”, da cui si evince la precisione della matita.

Non amo molto l’immagine di Stakanov, ma esiste effettivamente una mia gara personale con la “norma” di produzione. Ci sono serie che pretendono un certo tipo di grafismo. Voglio dire che il disegno di Capitan Erik sarà per una somma di motivi più semplice, immediato e quindi più velocemente realizzabile che non quello di Petra Chérie. M’è capitato spesso di completare una storia di dodici pagine di Capitan Erik in tre giorni di lavoro. Matita e inchiostrazione. Senza cadute di qualità, tengo a dirlo. Perché è un po’ la storia di come sono. Non mi piace la cosa fatta male. Preferisco disertare il tavolo da disegno, se c’è qualcosa che non marcia per il verso giusto. Ma dopo dodici anni di lavoro posso ben dire di non aver mai “tirato via” una sola volta. Anche se nella vignetta c’è un grosso sbammm, va sicuro Mollica, che è uno sbammm funzionale alla storia.
L’episodio di quarantasei pagine, che è lo sviluppo standard, mi prende, sceneggiatura compresa, un mese e mezzo di lavoro. Quando sento di gente che impiega un anno per disegnare cento pagine, un lieve senso di vertigine mi rende meno sicura la corretta posizione verticale.

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– Bab-El-Mandeb
– Intervista (1982)

5 risposte a “Attilio Micheluzzi: le tecniche operative

  1. Autore molto originale, morto prematuramente …aimè 😦

  2. Quando torno con gli occhi a Petra Cherìe, penso sempre a come possa sentirsi piccolo piccolo chi fa questo mestiere. Un Grande Maestro che per quanto mi riguarda continua ad essere sottovalutato. Anche solo per via del fatto che in Italia non c’è ancora nessuno che abbia pensato di pubblicarne tutti i lavori filologicamente o quanto meno in modo appropriato. A parte l’edizione economica della Lizard che, a quanto mi risulta, è comunque incompleta.

    Vabbè. Si spera sempre per il futuro.

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