Jacovitti: sessant’anni di surrealismo a fumetti Parte 1

Oggi Jacovitti compirebbe 88 anni e proprio oggi ringrazio Nicola Pesce Editore, che ci permette di presentare il primo capitolo del libro, da loro edito, sul grande Maestro.
Il volume, Jacovitti: Sessant’anni Di Surrealismo A Fumetti, scritto da alcuni fra i più riconosciuti critici italiani (Franco Bellacci, Luca Boschi, Leonardo Gori e Andrea Sani), si presenta come il saggio definitivo sull’autore. Con più di 350 pagine di ricerca storica, approfondimenti e critica, con una lunga intervista al Maestro e un’estesa bibliografia, il libro deve essere assolutamente in possesso di ogni appassionato di fumetto.
Potete acquistare l’edizione sul sito dell’editore o su ibs.

Leggi la seconda parte.
Leggi la terza parte.

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Dagli esordi al “Vittorioso” Parte 1

Fortunello (Happy Hooligan) di Frederick Burr Opper, pubblicato su “Jumbo” nel 1934.

1.1. Le radici di Jacovitti

1.1.1. Da Termoli a Macerata

Alla fine degli anni Venti del Novecento, a Termoli, gli inverni sono piovosi e tristi. Benito Franco Jacovitti, nato nella cittadina molisana il 9 marzo 1923, non ha ancora dieci anni, non legge i fumetti, non conosce “Topolino”, eppure già disegna delle storie di sua invenzione. Lo fa – armato di carboncino – sui lastroni di pietra bianca delle strade locali: ogni pietra un disegno, una lunga teoria di immagini,che magari ha una piazza per inizio e un cortile per conclusione. Storie più effimere dei già effimeri fumetti stampati, ma che gli consentono di liberare la fertilissima fantasia. Anche a Macerata, dove si trasferisce nel 1930 con la famiglia, Jacovitti è senz’altro fuori da ogni “giro”, grande o piccolo che sia. Quando, dopo il 1934, può finalmente seguire i grandi settimanali a fumetti fiorentini e milanesi, subisce, come tutti quelli della sua generazione, il fascino dei comics americani dei vari Alex Raymond, Phil Davis e Ray Moore, importati dall’editore fiorentino Nerbini e pubblicati sul leggendario settimanale “L’Avventuroso”. I comics gli propongono un mondo nuovo, divertente e avventuroso, aperto a ogni possibile sperimentazione. È proprio questo il periodo d’oro dell’ “avventura” a tutto tondo, del disegno naturalistico che strizza l’occhio a Hollywood: di Cino e Franco, di Gordon, di Phantom e di Mandrake. Ma per chi intende dedicarsi al fumetto umoristico, almeno fino al 1935, in Italia ci sono ben pochi modelli cui ispirarsi. I personaggi Disney sono già imperanti, ma non hanno ancora suscitato gli innumerevoli tentativi di imitazione dei decenni successivi, grazie ai quali tanti autori di valore si “faranno le ossa”, per poi manifestare la propria originalità. Non che in quest’epoca manchino autori umoristici di prim’ordine: proprio su “Topolino”, per esempio, c’è l’anziano ma sempre poetico e tecnicamente ineccepibile Yambo, al secolo Enrico Novelli, con personaggi di straordinaria inventiva come il fantascientifico Robottino e il suo glorioso Ciuffettino. Ma è lo splendido crepuscolo di un’epoca lontana, non certo un fumetto che faccia ‘tendenza’. Sul “Corriere dei Piccoli”, sul “Balilla” e su fogli minori, ci sono altri grandi artisti nel pieno del loro fulgore, da Sergio Tofano a Roberto Sgrilli, a Giovanni Manca. Ma, pur “moderne” per lo stile grafico, le loro opere restano confinate in rigide gabbie di otto vignette, sempre autoconclusive e fondate sul principio umoristico dell’iterazione ossessiva. Gli unici che osano andare oltre quel rigido schema, per costruire delle storie umoristico-avventurose, sono alcuni autori di Nerbini, fra cui Giorgio Scudellari e Angelo Burattini, volenterosi ma irrimediabilmente naïf. Sembrerebbe un panorama limitato e con pochi stimoli, ma proprio nel 1935 si affacciano in Italia alcuni autori americani, che propongono qualcosa di decisamente diverso.

Braccio di Ferro (Popeye) di Elzie C. Segar, pubblicato su “Cine-comico” nel 1935.

1.1.2. Elzie C. Segar e Braccio di Ferro

Forse la Milano degli anni Trenta è davvero quella metropoli già frenetica e piena di fermenti – ma ancora umana e solidale – di cui ci parlano tante appassionate testimonianze. Almeno per quanto riguarda il mondo dei periodici, è probabile che le cose stiano proprio così. Il Fascismo, con il suo gusto strapaesano fra lo stantio e il tetro, per qualche fortunato rappresenta ancora una realtà tutto sommato lontana. A Milano non c’è solo il mondo dorato di Rizzoli e di Mondadori, con i settimanali umoristici, le riviste cinematografiche e le redazioni dei periodici a fumetti, in cui si respira una notevole aria di creatività: ben pochi oggi ricordano le gloriose Edizioni Vecchi, ma sono proprio loro che, nel 1932, con il settimanale“Jumbo”, importano in Italia i fumetti nella veste moderna, di soggetto “avventuroso” e con tanto di balloons. Sul fondamentale “Jumbo” sono pubblicate le tavole finali, ma ancora sapide di un’anarchia di tratto e di spirito, di uno dei Padri Fondatori dei comics, Frederick Burr Opper, classe 1857: sono le vicende di Fortunello (Happy Hooligan), già viste vent’anni prima sul “Corriere dei Piccoli”. Opper non è un cartoonist qualsiasi: è il fondatore di un’autentica “scuola”, con alcuni autori dotati di grande originalità, che non sono finora apparsi nel nostro Paese. Altri due settimanali di Vecchi, “Bombolo” e “Cine-comico”, oggi sono addirittura noti solo ai collezionisti, che li apprezzano soprattutto perché sono fra i più rari giornalini di tutti i tempi. A dire il vero, anche negli anni Trenta, i giornali della SAEV (Società Anonima Editrice Vecchi), per quanto realizzati evidentemente con amore ed entusiasmo, sono ben lontani dalla diffusione di best-seller come “Topolino” o “L’Avventuroso”. Eppure, “Bombolo” e “Cine-comico” hanno ugualmente dei meriti notevoli. Sulle loro pagine appaiono, infatti, in quella metà degli anni Trenta, le prime tavole dell’immortale Popeye di ElzieC. Segar, che è tradotto quasi subito con il nome felice di Braccio di Ferro. Segar appartiene proprio alla “scuola” che ha origine da Opper. Ma, come discepolo, non è il solo: al creatore di Popeye si affianca infatti un altro grande autore, Reuben Goldberg, a cui ancora oggi è intitolato il premio della National Cartoonist Society. Le tavole di Rube Goldberg proseguono anch’esse, in pieni anni Trenta, la lezione del Maestro primigenio Opper, in un percorso parallelo a quello di Segar. Anche il suo Bob Mancatutto (Boob McNutt) è pubblicato sui settimanali SAEV, soprattutto su “Bombolo-Cine Comico”. Anche a un lettore sostanzialmente sprovveduto degli anni Trenta, non possono sfuggire le ampie potenzialità di quello stile di tipo nuovo, e i vantaggi riservati a chi si proponga di adattare meglio alla sensibilità italiana la lezione diquesti “buoni maestri” d’oltreoceano.

Bob Mancatutto (Boob McNutt) di Rube Goldberg, pubblicato su “Bombolo-Cine Comico”.

1.1.3. Walter Faccini

Popeye rappresenta quindi un’alternativa assai valida: il disegno di Segar, sapido e aggressivo, si sposa oltretutto a storie semi-avventurose di notevole lunghezza, che offrono certamente più stimoli alla creatività degli autori. Considerata la scarsa tiratura, è lecito ritenere che anche la distribuzione di“Bombolo-Cine Comico”, nel 1935 e dintorni, non copra proprio tutto il territorio nazionale. È però possibile che qualche copia capiti nelle mani di Walter Faccini, un giovane disegnatore milanese di nascita, ma romano d’adozione, che oltre a far parte integrante del mitico settimanale umoristico illustrato “Marc’Aurelio” (sue le “Ciccione volanti”, su testi di Vittorio Metz), collabora proprio in questo periodo con varie riviste per ragazzi: nelle tavole del suo arcaico Micio Stivale, infatti, pubblicate su “Mondo Fanciullo”, si può già notare una lontana influenza del caratteristico stile di Segar, all’epoca addirittura rivoluzionario. Braccio di Ferro diviene popolarissimo in Italia specialmente dopo il dicembre del 1937, quando Mondadori ne acquista i diritti, pubblicandolo a puntate fin dal primo numero del settimanale “Paperino”. Walter Faccini diviene senz’altro un assiduo lettore del prezioso giornale, perché fra l’altro, fin dal 1939 collabora con Mondadori, realizzando gli “Albi di Walter”, cinque fascicoli “umoristico-avventurosi” con la serie del maldestro investigatore di mezza età Flip e del suo amico Flop, che guarda caso appartengono alla stessa collana che l’editore milanese dedica a Braccio di Ferro. Un altro episodio della serie appare nello stesso anno sull’ “Almanacco Topolino Paperino 1940”. L’influenza di Segar è evidente ancora di più nei lavori di Faccini del 1939-40 per le neonate edizioni Alpe, le stesse che –con la saga di Cucciolo e Beppe, disegnata da Rino Anzi su testi di un Federico Pedrocchi in incognito – contribuiscono a definire i caratteri estetico-narrativi del fumetto umoristico-avventuroso italiano. Si tratta delle avventure di Coriolano e Pantaleo, con un gorilla pugilatore che ha qualche debito di ispirazione con un analogo comprimario del Topolino di Floyd Gottfredson, alle prese nel 1935 col canguro Saltarello, e anche con un simpatico antagonista che appare giusto in quei mesi nelle strisce di Segar pubblicate da Mondadori. Sia gli albi mondadoriani che quelli Alpe differiscono dal formato grande orizzontale, allora imperante: sono fascicoli più economici, di medio formato verticale e quasi identici ai comic books americani, che peraltro, nella loro patria d’origine, non si sono ancora pienamente imposti. La saga di Coriolano e Pantaleo prosegue negli anni di guerra, ma il percorso artistico di Faccini, a questo punto, è ormai parallelo a quello di Jacovitti, già lanciato sul settimanale “il Vittorioso”.

Una pagina da gli “Albi di Walter” di Walter Faccini (1939).

1.1.4. Cocco & c.

Per tutti gli anni Trenta, e fino al 1943, Walter Faccini conosciuto anche come“Walti”, lavora moltissimo in campo editoriale, con vignette satiriche per vari periodici e con pregevoli storie a fumetti. Nel 1942-’43, scrive e disegna anche tre storie di ampio respiro, per il settimanale “Topolino” orbato del suo eroe eponimo a causa della guerra: Caccia Grossa (un titolo “fatale”, che presto ritroveremo), Ciccio alla riscossa e La farfalla filosofale, con le avventure di Cocco, Zuppa e C. In queste storie, pur legato ancora allo stile di Segar, Faccini trova una sua compiuta originalità: il “Topolino” del tempo diguerra – otto pagine di povera carta e malamente stampate – è obbligato a impaginare le tavole di Faccini nei modi più fortunosi, sempre in piccolo formato e spesso addirittura schiacciate fra altri fumetti. La consapevolezza di tale caotica impaginazione induce l’autore a semplificare molto il suo stile già essenziale, che diviene sempre più stilizzato e forse proprio per questo più godibile. Mai ristampate, le tre storie di Faccini per “Topolino” sono un piccolo e dimenticato classico del fumetto italiano. Dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, Walter Faccini sparisce di circolazione e si rifugia in Svizzera, ad Ascona, evitando di seguire il Fascismo fino in fondo al buio tunnel della Repubblica di Salò. In territorio elvetico riprende la carriera di vignettista, mentre in Italia non si sente quasi più parlare di lui. Ma anche a prescindere dal suo personale valore di cartoonist, l’influenza del disegnatore svizzero nel campo del fumetto si rivelerà sorprendentemente incisiva. Lo ritroveremo occasionalmente sul “Vittorioso”, con vignette probabilmente non realizzate appositamente per il settimanale cattolico, al fianco di altri disegni di Carlo Peroni (noto anche come Perogatt) e del suo emulo, ormai da tempo amico di famiglia, Benito Jacovitti.

“La farfalla filosofale” di Walter Faccini (1942) pubblicato su “Topolino”.

1.1.5. “Vite parallele”

Il giovanissimo Jacovitti, negli anni Trenta, è come tutti un fan de “L’Avventuroso”, ma la sua curiosità si sposta ben presto sui fumetti umoristici: le storie pupazzettistico-avventurose di Faccini attirano certamente la sua attenzione, per il segno grafico e per lo spirito beffardo delle vicenduole, ed ha agevolmente modo di confrontarle con i capolavori di Braccio di Ferro, pubblicati, dopo il ’39, sullo stesso “Topolino”. Non è il solo adolescente innamorato di quel modo nuovo di fare fumetti, in cui il disegno umoristico si sposa felicemente ai fremiti avventurosi. Un ancor più giovane Romano Scarpa, a Venezia, inizia a fare esperimenti con la cinepresa a passo ridotto, cercando di imitare i cortometraggi disneyani. Del 1940 è il singolare (e misconosciuto) esperimento “umoristico-avventuroso” di Glauco Coretti, futuro collaboratore dello Studio Pagot, fumettista nello studio romano di Sergio Rosi e infine disegnatore di “Diabolik”. Sull’ “Almanacco Maremonti” di “Topolino” appare in quell’anno una sua storia dal titolo Gufo Nero, fortemente…jacovittesca. I redattori scrivono che il giovane lettore ha portato in redazione ben 59 tavole per oltre 500 vignette complessive. Decidono di pubblicarne una versione estremamente condensata, con lunghe didascalie, ma la vicenda risulta ugualmente viva e di sorprendente modernità. Il quasi coetaneo di Jacovitti, con lo stesso stile a metà strada fra Segar e Faccini, pubblicherà su “Topolino”, nel 1942, un’altra storia“pupazzettistica”, Martino Cavaliere errante; in seguito, certo non a caso, entrerà a far parte del nutrito staff che Anton Gino Domeneghini chiamerà a raccolta per realizzare La rosa di Bagdad, il primo, splendido lungometraggio d’animazione italiano. Quelle di Romano Scarpa, di Glauco Corettie e di Jacovitti sono autentiche “vite parallele”, che si abbeverano a identiche fonti, anche se nei decenni gli esiti saranno alquanto diversi. Il futuro Lisca di Pesce si rende chiaramenteconto che i fumetti di Walter Faccini sono cosa ben diversa da tutti gli altri lavori umoristici italiani che si stampano nella seconda metà deglianni Trenta. È pur vero che, dopo il 1936, in Italia sono pubblicate anche le opere dell’ingiustamente dimenticato Sebastiano Craveri e del sorprendente Enrico De Seta di “Argentovivo”, testata che per molti aspetti anticipa “Il Vittorioso”. Inoltre ci sono le lunghe storie prodotte dai già rammentati Scudellari e Burattini, specie il Pisellino di quest’ultimo, che nel 1939-’40 vive avventure di impianto umoristico. Jacovitti, però, si rende conto che Faccini, rispetto agli autoricitati, oltre a costruire storie con una certa libertà di impianto, ha un tratto più aggressivo, vagamente satirico, che deve molto alla propria ascendenza americana.

“Pisellino” di Antonio Burattini (1939)pubblicato sul settimanale omonimo.

1.1.6. Albert Dubout

Fra gli ispiratori del primo Jacovitti c’è anche un autore tutt’altro che americano, anzi, squisitamente europeo: e nella diversità di tutte queste influenze, non c’è nulla di contraddittorio, ma anzi si annida forse il segreto di un autore tanto eclettico, nei temi affrontati, quanto assolutamente originale. Per sua precisa ammissione, il giovanissimo Benito Jacovitti –che intanto trasloca nella certo più viva Firenze– oltre all’amato Faccini tiene sott’occhio in quegli anni altri modelli grafici, non necessariamente legati al fumetto. Il più importante di questi autori “alieni” è il francese Albert Dubout (nato a Marsiglia nel 1905), illustratore e caricaturista attivo, per decenni, sul settimanale umoristico “Le rire”, per il quale, soprattutto negli anni Trenta e Quaranta, disegna tutto un bestiario umano che rifluirà, direttamente o meno, nelle tavole di Jacovitti. Privo di condizionamenti moralistici, e anzi piuttosto audace, Dubout disegna già nel periodo prebellico donnone esageratamente prosperose che dominano sessualmente minuscoli ometti dall’inconfondibile aspetto “gommoso”. Ma soprattutto Dubout muove questi personaggi in grandi tavole affollatissime, particolarmente elaborate e spesso con audaci soluzioni prospettiche. Queste scene somigliano clamorosamente alle classiche “panoramiche” che Jacovitti elaborerà del 1940 in poi. Il gusto della “panoramica” è evidente anche in un altro aspetto dell’opera di Dubout, ovvero gli splendidi cartelloni cinematografici che l’artista francese disegna intorno alla metà degli anni Trenta. Dal nostro punto di vista, sono interessanti quelli per i film tratti dalle pièces teatrali di Marcel Pagnol, fra cui quello, bellissimo, di Fanny (1932). È più probabile che Jacovitti ammiri l’opera di Dubout più su questi cartelloni che su “Le rire”, che non è distribuito in Italia, anche se molte vignette di autori europei vengono pubblicate, in quegli anni, sui settimanali umoristici e su antologie (“almanacchi”, numeri unici e simili) che affollano le edicole e le librerie.Viste oggi, le grandi vignette di Dubout colpiscono come una rivelazione. Ma ci sono da notare almeno due cose: innanzitutto, anche se dense di colore e gremite di personaggi, le grandi tavole di Albert Dubout restano irrimediabilmente statiche. Non c’è traccia del grande dinamismo di Jacovitti, la cui caratteristica essenziale è, fin dall’inizio, la capacità di infondere movimento a ogni figura. In secondo luogo, lo Jacovitti che somiglia a Dubout è quello più tardo, dagli anni Cinquanta in poi: nell’età formativa, quando maggiormente avrebbe dovuto seguire il suo ispiratore, sembra invece rifarsi a tutt’altri modelli. Un fatto per lo meno singolare, a cui vedremo inseguito di dare una spiegazione. Jacovitti, parlando dei sui ispiratori, nomina anche degli imprecisati “americani”, che riusciva a sbirciare fortunosamente su alcune riviste d’Oltreoceano, ma di cui non si ricorda il nome. Proprio fra il 1935 e il’40, in America appaiono i primi fumetti di Basil Wolverton, il geniale cartoonist dal tratto folle e personalissimo, che indubbiamente ha molti punti di contatto con lo Jacovitti maturo. Si tratta ovviamente di una supposizione indimostrabile e anche molto azzardata, ma non è impossibile che Jac abbia visto, alla vigilia della guerra, proprio i primi disegni del creatore di Spacehawk. Un altro modello – ma siamo sempre nel campo delle supposizioni – potrebbe essere Bill Holman, la cui serie Smokey Stover, in cui appare il gatto Spooky, è molto popolare negli Stati Uniti dopo il 1935, anche se è apparsa in Italia solo occasionalmente. Edita inveceda noi, proprio nel 1935 e sul citato “Bombolo-Cine Comico”, è una serie di tavole domenicali di Milt Gross, che si affianca a Opper, a Segar e a Goldberg nel gruppo dei maestri del pupazzettismo avventuroso anarchico-satirico. È forse proprio Gross, che poi diventerà un animatore della Warner Bros., uno degli “americani” a cui vagamente accenna Jac nelle interviste? Il tipo di umorismo, demenziale e cinetico; la violenza di certe situazioni –quasi da “comica muta”– e lo stile espressionista del disegno, indubbiamente giocano a favore di tale ipotesi. Se nello Jacovitti iniziale si trovano elementi grafici tipici di Segar, di Faccini, di Dubout, anche di Disney (come vedremo), e forse perfino di Wolverton, di Holman e di Gross, è però anche vero che il grande disegnatore termolese ha avuto una delle più complesse e lunghe evoluzioni stilistiche della storia del Fumetto, dagli inizi sommari e quasi infantili del “Vittorioso” del 1940, alle raffinatissime tavole rococò degli anni Settanta. In questo lunghissimo periodo, Jacovitti ha saputo via via accogliere nel proprio stile gli influssi più disparati, senza cristallizzarsi mai in una “maniera” definita e immutabile. Dopo gli autori citati, Jac si ispirerà nel dopoguerra anche ad Al Capp, e in seguito –per sua stessa ammissione– perfino a Walt Kelly: niente di più eterogeneo, quindi, che solo un grande Maestro poteva amalgamare in uno stile unitario e inconfondibile.

Fine della prima parte.
Leggi la seconda parte.
Leggi la terza parte.

Una vignetta di Albert Dubout, con una delle sue “donnone”.

15 risposte a “Jacovitti: sessant’anni di surrealismo a fumetti Parte 1

  1. Grazie molte, Conversazioni!
    Lo segnalo nel mio blog!

    A presto, grazie di tutto…

    Luca

  2. Ciao! Grazie anche da parte mia. E’ una gran bella visibilità!
    Anch’io segnalo, prima possibile, sul mio ben modesto blog.

  3. Grazie Leonardo!

    Finalmente ho capito che Annitrenta è il tuo blog!
    lo metto subito fra i link!

    a presto!

    andrea.

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  5. Caro Leonardo,
    Grazie di aver pubblicato questa parziale biografia su Walter Faccini.
    Immagino sia presa dal libro su Jac.
    Sono una sua parente diretta e sto rintracciando documenti su di lui.
    Questo sta avvenendo solo in questi anni per svariate cinscostanze che sara bello spiegarti e posso confermare che mentre la maggior parte di ció che si dice su questi documenti é piú o meno esatta, alcune inesattezze o mancanze potrebbero essere chiarite e documentate da nuove carte.
    Inoltre essendo i cento anni dalla sua nascita, sarebbe bello poter celebrare il suo compleanno facendolo tornare in scena dignitosamente, visto che é stata una delle vittime totalmente dimenticate del regime fascista e neppure noi della famiglia sapevamo nulla di preciso di lui.
    Ringrazio tutti i collezionisti e appassionati di fumetto se volessero mettersi in contatto con me.
    cordialmente
    Eli McBett

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  9. gianfrancogoria

    Segnalato (anche) oggi su http://www.afNews.info . 🙂

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