Un discorso su X’ed Out – Tintin negli incubi di Burns Parte 4

di Andrea Queirolo

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Leggi l’intervista inedita a Burns

Che Charles Burns faccia fumetti per passione e che nella maggior parte dei casi non ci paghi le bollette è cosa vera. Le sue storie procedono lentamente, in un susseguirsi di stop e ripartenze dettate dal bisogno di dar la precedenza a tutti quei lavori commissionati che gli permettono di mantenere la famiglia. Un bene per il suo modus operandi, minuzioso, perfezionista e sempre alla ricerca del giusto spunto. Un po’ meno bene per i lettori, avidi di sue storie e sempre, perennemente in attesa.
Ora Burns, grazie al formato scelto per la sua ultima opera, ha finalmente trovato il giusto compromesso fra tempo impiegato e aspettativa del pubblico.
Rifacendosi alla miglior tradizione francese, la scelta felice che Burns ha fatto è stata quella di trascendere la nuova tendenza che vede il graphic novel pensato come un volume unico di trecento pagine.
Burns adotta un metodo che vuole albi pubblicati a distanza di un anno o due.
Così facendo mette le mani avanti sulle sue scadenze e si ritaglia il tempo per completare l’annunciata trilogia.
L’autore conosce bene il mercato europeo, ci ha lavorato, conosce i generi, li ha assimilati e propone un volume che spiazza il lettore americano: cartonato di grosso formato, 56 pagine con griglia fissa, colore piatto e disegni lineari.
Leggere Charles Burns vuol dire entrare nel suo mondo.
Leggere X’ed Out vuol dire entrare nella vita dell’autore stesso.
Ci entri uscendo da un buco, un buco simile a quello di Black Hole che invece ti imprigionava.

Sembra proprio essere questo uno dei temi principali dell’opera: la costante ricerca di una via di fuga dalla prigionia, dalla dipendenza, dallo stato di oppressione nel quale è rilegato il protagonista. Doug, un ragazzo che cerca di disintossicarsi e che smarca dal calendario i giorni che mancano alla fine della cura; li cancella come un carcerato tiene il conto dei giorni passati in prigione.

“X’ed out” che vuol dire, appunto, cancellato.

Sono i sogni e le allucinazioni di Doug a formare la storia che si divide in due parti, una popolata da personaggi grottescamente irreali, che fa il verso al mondo narrativo di Hergè e l’altra ambientata nell’America del punk, in quel periodo dei tardi anni ’70, che è tanto caro all’autore.
In realtà Burns avrebbe voluto creare un racconto basato sugli anni passati al college, ma questo si sarebbe poi rivelato troppo banale e stucchevole. Allora eccolo ricorrere al cut-up, eccolo pescare a piene mani dalle sue visioni, dalle sue tradizioni e dalle sue passioni: Tintin, che ha impegnato le sue giornate ancora prima di saper leggere; William Burroughs, che da sempre gli indica la retta via; Lucas Samaras, del quale tentava sempre di imitare le fotografie. Queste sono le tre fonti principali che scorrono sotto la pelle del libro e che si manifestano all’occhio del lettore.
Tintin diventa Nitnit, personaggio di un fumetto del quale Doug è un accanito lettore, e anche quello che in sogno diventa il suo alter ego. Nitnit capovolge il mondo di Tintin pur mantendone inalterate certe peculiarità: anche lui ha un fido compare, il gatto Inky e anche lui viene affiancato da un avventuriero, uno strano asiatico che può prendere il posto del capitano Haddock. Inoltre è curioso notare come Burns giochi in parallelo con l’identità dei due personaggi, infatti Nitnit non si ricorda chi è, non sa da dove viene e quale sia il suo scopo, proprio come di Tintin non si conoscono né il passato né l’età.

Nel gioco dei rimandi, Burroughs e Samaras non solo evidenziano il tono autobiografico che Burns riversa in Doug, ma vengono anche menzionati direttamente nella storia.
Nel racconto che occupa tutta la parte centrale del libro, Doug si sveglia con una medicazione alla testa e in preda ad attacchi d’ansia cerca di ripercorre gli avvenimenti passati. La sua scarsa lucidità gli preclude alcuni ricordi e i flashback mischiano le sue memorie.
E’ qua che Burns sfilaccia la logica e contorce la narrazione grazie all’uso estremo di quel cut-up che lo fece innamorare di Burroughs.
Il risultato è notevole, si introduce una spirale di pensieri e parole dettate dai deliri del protagonista. Il lettore viene catapultato da Doug nell’angosciosa composizione di un puzzle mnemonico.

Un quadro via via sempre più inquietante, incentrato ancora una volta sulle manie di Burns: il gusto del macabro, la fotografia, la letteratura, il punk, il fumetto.

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8 risposte a “Un discorso su X’ed Out – Tintin negli incubi di Burns Parte 4

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