Igort – Intervista Parte 3

Terza e ultima parte dell’intervista ad Igort.

Leggi la prima parte.

Leggi la seconda parte.

La ballata di Hambone è una storia scritta da te per un altro disegnatore. Come ti sei trovato nel ruolo esclusivo di scrittore e quali differenze hai trovato nella stesura del lavoro?

La Ballata di Hambone è un ciclo di storie che vogliono affrontare il mito americano da un punto di vista antitetico, per nulla mitico appunto. Hambone è un lavoratore dei campi di cotone, sfruttato dalla american vocalion che gli da pochi spiccioli per fargli registrare le sue composizioni in un alberghetto pulcioso. Lui è nero, ha la sua cultura africana molto viva, che scorre nei suoi ricordi. Biko, era un amico di Jean Luis Floch che incontrai a Parigi, fu lui a dirmi che suo fratello in Africa poteva diventare invisibile a piacimento.

Biko parlava sicuro, dando per scontato queste cose, che sono culturali e non hanno il sapore irreale o fantastico che hanno per noi. Mi interessa molto raccontare le cose che crediamo di conoscere partendo da un assioma, non le conosciamo davvero. E dunque mi metto all’ascolto, a studiare. A osservare. Hambone racconta la grande depressione americana, il punto critico del sogno. Il punto in cui quella società giovane ha creduto che tutto potesse essere avvolta dalla polvere e scomparire per sempre. Il mito della strada, dello spostarsi di continuo, è in atto in quell’epoca, quando milioni americani, senza lavoro dovettero fare del nomadismo una regola di vita. Senza mitologie e sguardi incantati cerco di scolpire delle scene che poi Leila Marzocchi incide a sua volta con il suo bisturi.

E’ un lavoro particolare perché le tavole nascono dal nero, vengono incise con una lama, e sono dunque le luci, le parti chiare a venire fuori per prime, che è l’opposto di quanto accade solitamente in un fumetto qualsiasi. Hambone è un progetto che io amo moltissimo e che spero incontri il favore del pubblico.

-Parliamo del tuo prossimo libro che, correggimi se sbaglio, si chiamerà Quaderni ucraini . Un lavoro che si sviluppa come un reportage. Puoi parlarci della sua genesi?

Ho sempre ammirato i lavori documentaristici di alcuni grandi registi e narratori. Come ho ammirato gli scritti di Garcia Marquez o Hem di taglio giornalistico o cronachistico.ecco quanto ho scritto per presentare alla stampa francese questo ultimo libro:

“Sto facendo da un anno e mezzo questo lavoro di narrazione documentaria, che è nato nella maniera più naturale, da un viaggio che poi si è trasformato in soggiorno e poi un altro viaggio organizzato per capire, nel corso di quasi due anni.

Ho abitato per questo periodo tra Ucraina, Russia e Siberia.Ho cominciato a incontrare persone e registrare racconti di storie vissute. Poi, dato che alcune cose erano coperte da segreto e poco conosciute ho cominciato a studiare, e viaggiare ancora per capire. Parlo, ad esempio, di un genocidio che è ancora mascherato, il cosiddetto Holodomor, che ha sterminato tra 7 e 10 milioni di ucraini nel giro di due anni a partire dal ’32. L’Holodomor, neologismo che significa “morte per fame indotta” fu una carestia artificiale imposta da Stalin per punire le spinte autonomiste dell’Ucraina e costituisce un casus belli tra Russia e Ucraina, tutt’oggi.

Il libro sarà diviso in due volumi, Quaderni ucraini e Quaderni russi. Un’esplorazione sul campo per capire cosa è stato e come è stato vissuto il sogno comunista dalla rivoluzione ai giorni nostri. Mi domandavo cosa fosse rimasto di tutto questo oggi, nel ventennale della caduta del muro. Sono dunque storie vere, frutto di interviste e incontri che ho disegnato con l’aiuto della documentazione e dei filmati realizzati in loco queste storie sono accompagnate dalla voce di chi mi ha raccontato, in text off. A questa si alterna una narrazione parallela che attraversa il libro: è la parte storica, vale a dire i rapporti della polizia segreta, da pochissimo resi pubblici, che ho tradotto e disegnato. Come autore lavoro ormai da trent’anni, e nel corso della mia carriera ho affrontato diversi temi, legati perlopiù alla memoria e al mito. Ho trovato naturale affrontare una narrazione che parte da una visione documentaria. Il documentario disegnato è una possibilità del linguaggio fumetto e io sono un autore curioso. Mi piace esplorare.

Mentre lavoravo mi facevano compagnia alcune cose che ho amato di Gianni Celati (“narratori delle pianure” tra tutti, ma anche il “reportage africano”), Truman capote che va nella scena della tragedia e poi scrive “a sangue freddo”, Pasolini del “l’odore dell’India” e molte altre cose. Mi piace anche il Wenders “non fictional” di “Tokyo-ga” o “Buena vista social club”, per esempio. Herzog di “Estasi dell’intagliatore Steiner”, “Grizzly man” e “Sentieri nel Ghiaccio”; poi anche Michael Moore, Paolini, Celestini. Mi interessava che le storie mi venissero incontro. Stanarle significava, mettersi in viaggio appunto. All’ascolto. Sono venute fuori cronache terribili, incredibilmente intense e piene di dolore, ironia, tragedia e commedia. Ho cercato di disegnarle. Per me era importante portare “en plain air” il lavoro, fuori dallo studio, per trovare una scrittura mia che si misurasse con il tema della “realtà”.”

-Non avendolo letto non posso dire molto, l’unica cosa che mi chiedo è se questo reportage può affiancarsi al cosiddetto graphic journalism..

Davvero non so di preciso. Non mi sono mai posto il problema di entrare in categorie care ad altri autori o critici. Per me un libro è un treno, come dicevo, pieno di cose, sensazioni, racconti, cuore, attenzione, e se possibile intelligenza e sensibilità. Graphic journalism, graphic novel o graphic diary è una lettura, che, se proprio si vuole, verrà definita da chi legge.

-Nei tuoi lavori ho constatato un uso dei retini molto particolare. è una tecnica che viene usata sempre meno nel fumetto occidentale o volte in maniera poco ponderata. Ho notato che non fai grande uso del retino, ma quando lo fai è per uno scopo ben preciso.

I retini sono una componente fondamentale e antica della stampa. Usati molto negli anni 40, sono sempre stati per me fonte di fascino. Ma quando parto per disegnare una storia ogni elemento che userò deve essere strettamente funzionale alle atmosfere e alla narrazione che ho in animo di riprodurre. Negli anni Ottanta i retini creavano campiture quasi astratte, metafisiche, e quelle servivano a restituire il senso del racconto. Ma, ripeto, ogni storia ha una sua forma particolare. A volte occorre molto lavoro per arrivare a capire e definire la grammatica giusta, altre volte è tutto lì. Non ci penso neppure. Per me un fumetto è come un film, ha le sue esigenze specifiche. Nessuno si stupisce se Full Metal Jacket ha uno stile di racconto e un’estetica diversa da Shining o da Clockwork Orange. E io non mi stupisco se una mia storia è diversa da un’altra. Non è una questione di “non mi piace ripetermi” è semplicemente che credo che ogni storia abbia una sua forma precisa.

-Vedremo mai in Italia la traduzione integrale delle opere che hai prodotto per il mercato giapponese?

Non so se vedremo mai la traduzione integrale delle mie opere, per il mercato giapponese ho scritto e disegnato circa 500 pagine, per ora ne abbiamo visto 64, una minima parte. Se ci sarà l’occasione e io mi sentirò in pace con l’idea di pubblicarle allora ci saranno dei libri. Quello che cerco di dire è solo che non c’è bisogno di inondare il mercato, le case di chi ci vuol bene, le loro teste i loro occhi, con qualunque cosa si sia fatto. Credo che la misura sia sempre una buona cosa. Confina con il garbo, che per me è qualcosa di importante.

-Negli ultimi anni stiamo assistendo a diverse ristampe di materiale esaurito. A mio modo di vedere questo è un bene, anche se per certi lavori o autori importanti si procede senza criterio.

E’ quel che dicevo. Il mio lavoro di editore ha a che fare con un Igor che mette in ordine. Mi rammarico di non aver potuto pubblicare i lavori di Andrea Pazienza in maniera ragionata. Mi interessava creare un ideale “meridiano” collocando le singole storie in un contesto che mostrasse come queste furono importanti e raccontando cosa accadeva allora, quando queste storie vedevano la luce. Ma non si può fare tutto, i tempi erano lunghi e la famiglia non ha più acconsentito. Sarà per un altra vita.

-Cosa pensi di questo fenomeno e come vedi, anche da editore, lo sviluppo del mercato fumettistico attuale?

Credo attraversiamo una stagione felice nella quale gli autori e i lettori si interessando di diversi approcci. Il fumetto è un linguaggio ricco di per sé , contiene testi e disegni e soprattutto, per uno che come me lo ama, il montaggio. Dunque potenzialmente è un linguaggio che può affrontare qualunque cosa. Ho la sensazione, magari troppo ottimistica, che il 90% di quello che deve essere fatto non lo abbiamo ancora visto e letto. Dunque sono placidamente in attesa.

-Secondo te dove sta andando il fumetto in Italia, dove deve migliorarsi?

Il fumetto in Italia deve forse mettersi in discussione, percorrere nuove strade, gli autori devono vivere, per avere qualcosa da raccontare, invece molti di noi se ne stanno nelle loro camerette a sognare gli albi della loro infanzia, a riscrivere acriticamente le pagine di eroi che ci hanno fatto compagnia negli anni dell’adolescenza. Ecco, anche solo mettere in discussione l’idea dell’eroe forse aiuterebbe a fare un passo in avanti.

3 risposte a “Igort – Intervista Parte 3

  1. sebastiano vilella

    Ho seguito con interesse negli ultimi anni, le fasi della realizzazione del suo nuovo lavoro documentaristico, “i quaderni Ucraini”. E’ senza dubbio un nuovo vertice della moderna letteratura disegnata.
    Igort è una delle pochissime teste pensanti del fumetto italiano e internazionale. Il suo Amore per le potenzialità del linguaggio a quadretti è straordinario. La sua capacità di creare per se e di organizzare e valorizzare il lavoro di autori capaci e interessanti, è cosa più unica che rara. Soprattutto da noi! Se esistesse un Nobel per il fumetto lui lo meriterebbe!
    Personalmente sono orgoglioso di godere della sua amicizia e della sua stima dai primi anni ottanta del secolo scorso.

  2. Roberto La Forgia

    Grazie per aver fatto questa intervista e grazie a Igort per le risposte.
    Mi date l’idea che potreste andare ancora avanti.

  3. Michele Petrucci

    Bella e ampia intervista!