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Il nuovo libro di Manuele Fior, un’anteprima

In attesa dell’uscita del nuovo fumetto di Manuele Fior, che si intitolerà L’intervista, ecco un’esclusiva anteprima di immagini corredata da una breve intervista all’autore.

ENTREVUE-PREFLASH

Copertina dell’edizione francese

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Manuele Fior e le buone notizie per il fumetto italiano

Manuele Fior, particolare da L’intervista

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Eddie Campbell, l’impressionista

di Manuele Fior

E’ con grande piacere che pubblichiamo questo articolo di Manuele Fior (che non ringrazierò mai abbastanza) su Eddie Campbell e in particolare sul suo fumetto Alec. -AQ

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Intervista a Manuele Fior

di Manuela Capelli

Oggi vi proponiamo un’intervista a Manuele Fior ad opera della nostra collaboratice Manuela Capelli. L’articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 15/2011 della rivista “Satura” e in seguito sul blog dell’autrice.

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Best of 2010

di Andrea Queirolo

Breve resoconto delle letture più soddisfacenti del 2010. Pur non essendo riuscito a leggere tutto quello che avrei voluto (ho un paio di pile con fumetti selezionati) oramai è giunta l’ora di tirare le somme di un annata felice sotto molto punti di vista.

Quaderni Ucraini di Igort è assolutamente un lavoro generoso tanto quanto il suo autore. Non è comic journalism, ma “letteratura di viaggio” (“fumetto di viaggio”?), un quaderno di storia, di storie e sopratutto di preservazione della memoria.

Cinquemila Chilometri Al Secondo di Manuele Fior, premiato come Miglior Autore Unico a Lucca 2010 e per il Miglior Fumetto ad Angouleme 2011, è la riconferma della conferma.

Le Ragazze Nello Studio Di Munari di Alessandro Baronciani sta li a sottolineare il grande talento di Baronciani e le capacità del fumetto.

Nessuno Mi Farà Del Male di Giacomo Monti è un libro che aspettavo pur avendo tutti i numeri della rivista Canicola (il volume presenta comunque qualche inedito). Di queste storie, così vere da essere a tratti disturbanti (in alcune mi ci son anche ritrovato), ne vorrei leggere di più.

Le Strisce Del Post di Giacomo Nanni sono l’esempio più fulgido di quello che si può fare col fumetto.

I Quattro Fiumi di Fred Vargas & Edmond Baudoin arriva in Italia con dieci anni di ritardo, sicuramente grazie più al nome della Vargas che a quello di Baudoin (purtroppo). Quest’ultimo è un autore immenso che meriterebbe più attenzione qua da noi. Ed è il suo inchiostro a creare una perfetta armonia fra testo e disegno, un libro dall’espressività imponente.

Wilson di Daniel Clowes è un volume a cui posso trovare un solo difetto: è perfetto. Nel suo sottrarre, nel suo gioco di stili, nella sua storia avulsa Clowes non sbaglia mai e forse chiudendo il libro ho provato un po di irritazione.

L’Olmo e Altri Racconti di Jiro Taniguchi è, fra i volumi di ristampe dedicate all’autore da Panini, il libro che merita di più e quello che riesce a fotografare al meglio un’intero paese e un’intera cultura.

Cerebus - Alta Società di Dave Sim è stata la pubblicazione italiana più agognata di sempre, ma finalmente è arrivata: grosso, spaventoso e difficile, un volume che vi impegnerà per un mesetto buono.

Happy di Naoki Urasawa è spiazzante per il distaccamento dalle storie dell’autore che noi tutti conosciamo (Monster, 20th Century Boys, Pluto). Eppure Urasawa si dimostra ancora al top con questa storia che, camuffata da manga sportivo, si rivela una commedia brillante dal tono dolce-amaro. L’ennesima prova di poliedricità.

Mumin & I Briganti di Tove Jansson, finalmente in Italia grazie a Black Velvet, questo libro è il primo in assoluto a presentarci le storie di Tove Jansson in una collana completa e ragionata. Un must have del fumetto europeo.

Maledetti Fumetti! di David Hajdu è il saggio imprescindibile sulla storia del fumetto in america. Steso con grande perizia, ricco di fonti e citazioni, scritto in modo semplice e scorrevole, è una lettura storicamente appagante.

Dante’s Divine Comedy di Seymour Chwast è la Divina Commedia in stile noir. Una sapiente rivisitazione disegnata in maniera scarna e personale da uno dei principali grafici e illustratori viventi.

The Wrong Place di Brecht Evens, ammetto di aver avuto qualche difficoltà a leggerlo: lo stile dell’autore è claustrofobico, le pagine sono spesso disegnate in maniera confusionale, si fa fatica a leggere i dialoghi e i personaggi si confondono. Eppure, pian piano la storia ti assorbe e ti ritrovi ad assecondare i meccanismi di questo giovane autore che sul finale riesce anche a emozionarti. Evens sarà ospite a Bilbolbul, non mancatelo.

X’ed Out di Charles Burns è il nuovo fumetto di Charles Burns e uscirà in Italia quest’anno per Lizard. Non c’è altro da aggiungere.

Acme Novelty Library #20 di Chris Ware narra la vita di Jordan Lint, dalla nascita alla morte. E’ l’ennesima prova di sapienza da parte di quello che reputo il miglior fumettista al mondo (e non fatemene una croce).

Palookaville #20 di Seth è forse il fumetto più importante di quest’anno. Lo è per diverse ragioni che trascendono le storie contenute in esso, ma l’argomento ha un certo peso e ho deciso di dedicargli un post prossimamente.

Alec: The Years Have Pants di Eddie Campbell raccoglie tutte le storie autobiografiche dell’autore. E’ ostico, complesso a tratti illeggibile, ma è genuino, schietto e diretto, pieno di intuizioni importanti e significativo per una parte di storia del fumetto. Mi riesce davvero difficile non chiamarlo capolavoro.

The Zabime Sisters di Aristophane Boulon di cui ho già parlato, è un’opera potentissima, di quelle che ti rimane impresse e ti ritorna in mente nel dormiveglia.

Black Blizzard di Yoshihiro Tatsumi è il manuale di un linguaggio e, se non vi piace questa parola, di un metodo. L’esplosiva potenzialità di un giovane autore che si sprigiona in scelte ancora acerbe ma innovative.

Wednesday Comics di A.V. è un cartonato gigantesco che raccoglie le pubblicazioni a mo’ di quotidiano che la DC aveva sperimento un annetto prima. Una lettura “diversa” con spunti interessanti e grossi autori.

Captain Easy, Soldeir of Fortune: The Complete Sunday Newspaper Strips 1933-1935 (Vol.1) di Roy Crane. Grazie Fantagraphics che ci ridai alcune fra le pagine domenicali più belle di sempre, nonché uno degli autori più influenti del panorama americano.

Nipper 1963-1964 di Doug Wright (editata da Seth) è il clamoroso ripescaggio delle strisce del Maestro canadese Doug Wright. La striscia è incentrata su una famiglia borghese ed in particolare sui figli. Semplice ed ironica, mostra una grandissima capacità di sintesi sia narrativa che grafica.

The Complete Milt Gross Comics Stories di Milt Gross (editata da Craig Yoe). Questo volume ha alcune incongruenze, ma sopratutto ha una pretesa che non può essere accettabile. Infatti sulla copertina campeggia la scritta “Complete”, ma il libro non raccoglie che la minima parte della produzione di Milt Gross. Però a Yoe gli si vuol bene lo stesso, perché queste storie sono fra le più belle e le più ispirate che abbia mai letto.

AX (Vol 1): a collection of alternative manga di A.V. è un’antologia di racconti apparsi su AX, celebre rivista giapponese che propone storie sperimentali di grandi autori nipponici contemporanei. Nomi come Yoshihiro Tatsumi (A Drifting Life), Imiri Sakabashira (The Box Man), Kazuichi Hanawa (In Prigione) dovrebbero bastare per convincervi.

Daniel Clowes: Conversation di Ken Parille & Isaac Cates è un testo che raccoglie diverse interviste rare ed inedite a Dan Clowes, ripercorrendone la carriera. Ovviamente interessante.

Lucky di Gabrielle Bell è stato il web-comic che ho letto con più piacere. Gabrielle è molto brava nel ritrarre se stessa e la sua vita in maniera disincantata e autoironica. Da seguire.

Pensieri su 5000 Chilometri al Secondo

di Andrea Queirolo

Se Manuele Fior sa raccontare così bene è innanzitutto perché ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Cinquemila Chilometri al Secondo è, infatti, un’opera di esperienze personali. Ciò non vuol dire che sia autobiografica o che i fatti siano accaduti realmente; vuol dire che l’autore si è ritrovato nel racconto e che è riuscito a domarlo, trasmettendo su carta paesaggi, situazioni e sentimenti veri.

Il viaggio rappresenta uno dei temi dell’opera e l’autore ci porta in due posti particolari e agli antipodi, due paesi in cui lui stesso ha vissuto per qualche tempo: la Norvegia e l’Egitto. Nella necessità di lavorare di getto, senza uno storyboard e partendo dal colore Fior impone al suo lavoro una spontaneità genuina. Questa necessità è data dal catturare nel tempo le sensazioni lasciando percepire ed elaborare al lettore il mondo creato dall’autore.
E’ l’occhio di Fior a guidare la mano e i suoi ricordi si fermano sulla carta.
Così la storia colpisce di netto e trascina la lettura che passa velocemente da un momento all’altro, da un paesaggio all’altro, da una situazione all’altra.

E’ la storia di una vita, un parallelo fra Lucy e Piero che da giovani si amano e le cui strade si dividono per rincontrarsi tempo dopo, in una mezz’età che non ammette ripensamenti.
E’ un libro basato sulla causa e l’effetto, sulle decisioni dei personaggi.
Un racconto di scelte e di errori, tutti decisivi.
E’ un racconto sulla lontananza dalla propria terra, sulla malinconia e sul ricordo, il quale allo stesso tempo è segnato dalla consapevolezza dell’essere cambiati.

Il fumetto, che si regge sul gioco della progressione temporale, è suddiviso in capitoli e ognuno inizia con delle gocce di pioggia, che aumentano man mano che i personaggi diventano adulti e che alla fine sfociano in un temporale. La pioggia che nasce, cresce e finisce può esser vista come una similitudine della vita, la quale ha un inizio e una fine.
Dopo il nubifragio ecco che la pagina dell’ultimo capitolo è bianca, tutto è finito, torna il sole e la storia ricomincia.

Nessun dei due protagonisti, alla fine è contento della sua situazione attuale, ed è l’imprevisto a mettergli pressione, portandoli in un futuro che per loro rimane incerto. E’ Nicola, l’amico di Piero, a segnare il finale, con la sua maglietta che sfoggia la scritta “No Future”, come a sottolineare l’incertezza dell’età adulta che verrà.

E’ la vita che scorre veloce, che va a 5000 chilometri al secondo, che ti trascina via e non ti lascia il tempo di riflettere. Poi, quando ti volti e guardi indietro, è ormai troppo tardi.

Per approfondire l’argomento potete leggere l’importante conversazione fra Giacomo Nanni e Manuele Fior: parte 1 / parte 2.

Nanni Skypes Fior Parte 2

“La vera storia di Lara Canepa” vignetta dal prossimo libro di Giacomo Nanni

Seconda parte della conversazione fra Giacomo Nanni e Manuele Fior.

Leggi la prima parte.

Nanni Skypes Fior Parte 2
di Giacomo Nanni

Giacomo Nanni: Quando pensi ad una tavola, pensi in termini di masse e di colore? Realizzi acquerelli più dettagliati prima di arrivare a quella sintesi? In Cinquemila chilometri c’è una forte caratterizzazione dei capitoli della storia anche in termini di colore. E’ una cosa che hai calcolato nei dettagli prima di cominciare ogni capitolo? Il capitolo riguardante l’Egitto per esempio, si capisce molto bene che tratti di un luogo soggettivo, tuo, personale, ma non gli manca nulla, soprattutto per la descrizione dei caratteri dei personaggi secondari. Anche quegli episodi lì, li hai improvvisati mano a mano che andavi avanti?

Manuele Fior: Penso a un colore principale, in genere non faccio prove prima, perché se una prova mi viene bene di sicuro la tavola verrà peggio. Tanto vale attaccare direttamente il definitivo. Lavoro in genere su tutte le vignette contemporaneamente, perché quando per esempio hai trovato un buon colore per la pelle è un casino ritrovarlo, per cui lo metto su tutti i volti della tavola. Lo stesso vale anche per gli altri colori. Quando tutto è più o meno al suo posto, disegno gli occhietti le manine e tutto il resto.

Il capitolo dell’Egitto in cui si racconta il viaggio in treno dal Cairo ad Aswan è improvvisato, ma sapevo esattamente dove andare. Invece il sogno del protagonista è stato molto meditato, perché per metà doveva essere un vero sogno e per metà avere la funzione di svelare alcuni rapporti tra i personaggi. Ce se sono tre versioni.

GN: Ce ne sono due inedite quindi? Non le hai buttate nel cestino.

MF: Alcune tavole si’, ma altre sono sopravvissute.

GN: In effetti però il sogno non svela i rapporti reali fra i personaggi, o meglio non sai che sono reali fino alla fine, sembra solo una paura di Piero. Quest’ultima risposta, la parte sul colore della pelle e il resto, è proprio quel che cercavo di tirarti fuori.

MF: E’ il mio cavallo di battaglia.

GN: Ieri parlavo di forme, ma si capisce benissimo che sono subordinate rispetto al colore. E’ dall’espressività del colore che dipende la scelta di forme così stilizzate quindi?

MF: Non lo so. Ho cercato di disegnare più veloce possibile. Le tavole migliori sono quando ne ho fatte 3 al giorno.

GN: Quindi le forme sono subordinate al colore, che è subordinato alla storia, che è subordinata all’istintività dell’esecuzione? Si potrebbe dire così?

MF: Ostia, non lo so, non è che ci sia proprio sta gerarchia.

GN: Credo anche io che non si possano schematizzare le cose.

MF: L’istintività è importante si’.

GN: Sì, anche per me, anche se sono piuttosto combattuto.

MF: Poi ci sono anche altre cose che sono più scelte razionali. Un colpo al cerchio e uno alla botte.

GN: Ti capita di sorprenderti di certe reazioni dei tuoi lettori? Magari vedono cose che non avevi previsto.

MF: Sì, certo. Mi sorprende sempre quando a qualcuno piace un mio libro. Poi mi sorprende che a qualcuno piacciano delle cose che io giudico degli errori. Se guardo alle cose che ho fatto fino ad ora, vedo errori disseminati dappertutto e spero sempre che i lettori non li notino.

GN: Pensi che ci sia una difficoltà oggettiva del disegnatore medio italiano nel disegnare la donna senza fare appello a stereotipi sessisti? Te lo chiedo perché è evidente, al contrario, la tua sensibilità peculiare in questo senso. O non vuoi parlare male dei disegnatori italiani?

MF: Penso che ci sia un difficoltà in generale. Non soltanto a disegnare la donna, ma pure l’uomo. La sessualità in generale mi sembra un tabù fumettistico. Il fatto che sconfini sempre nel genere fumetto erotico o porno è deprimente. L’ultimo che ha cantato la donna, l’amore fisico e lo stravolgimento sessuale è per me Crepax. Ci sono alcune cose di Mattotti, Pazienza, Bacilieri che sono profonde. Ma è preistoria (scusa Paolo). Il resto, non lo dico per provocare, è una distesa di tette da sogno, culi extra-sodi e cazzi dritti. I fumettisti si sono autocastrati. Menomale che ora arrivano Tota e Cattani.

GN: Pensi che rifletta una mentalità diffusa o è un limite anche tecnico?

MF: Non ha niente a che vedere con i limiti tecnici, che non sono importanti. Il sesso nella stragrande maggioranza dei casi resta la trombata alla Dylan Dog: un’espediente narrativo. Un passaggio obbligato da sbrigare in qualche vignetta. E che funziona in genere (il sesso) alla perfezione.

GN: La trombata alla Dylan Dog forse è anche più retrograda, quasi un retaggio anni ’50. Non so se hai presente come era intesa la partecipazione della donna nel fumetto di avventura, così come nel cinema: un’incapace di intendere e volere che crea solo problemi. Secondo me non è neanche tanto una questione di erotismo. L’impressione è proprio quella di una difficoltà oggettiva nel disegno che riflette una mentalità molto radicata. Lo dico perché io stesso me lo ricordo, da adolescente, come uno scoglio molto forte da affrontare, quello del disegno della donna. Tu l’hai messa addirittura al centro dei tuoi ultimi due libri. C’è un motivo?

Terzo giorno [18/09/10]

MF: Il motivo è che mi affascinano le donne. Sono incuriosito. Raccontando storie di donne mi sembra d’immergermi in una realtà parallela a quella dell’uomo, di cui una parte mi sarà sempre preclusa, anche per questioni biologiche. Ho un’adorazione per il corpo femminile, bello o brutto che sia. Ma anche per i suoi vestiti, che sono sempre nuovi, pieni di sfumature; nell’uomo non trovo questa ricchezza.

GN: Ma c’è stato anche per te un momento in cui hai sentito di superare uno scoglio, nel disegnare donne?

MF: Mi sembra di no.

GN: In ogni caso nel leggere le tue storie l’impressione è quella di un interesse per la persona nel complesso, non solo per l’aspetto esteriore. Lo scrivo perché da come parli l’aspetto erotico sembra continuare ad emergere, “il corpo…i vestiti…”. C’è tratteggiato in poche pagine un rapporto fra moglie e suocera molto bello nel libro. L’una si specchia nell’altra.

MF: Ah si’, quello è una specie di rapporto a cui gli uomini in genere non possono partecipare. Un misto tra pettegolezzo e fare comunella. Il corpo pero’ esprime tanto della persona. Quello che non dici nel balloon lo dici nel corpo.

GN: E’ vero. E’ vero questo fatto. Molto più nel fumetto che nel cinema. Ed è un altro aspetto che non c’entra nulla con l’illustrazione. Non credi?

MF: in che senso?

GN: mi spiego meglio. Credo che sia molto importante il fatto che i personaggi dei fumetti esprimano una loro completezza iconica, non saprei come definirla altrimenti, che nell’illustrazione è assente. Il carachter design è una disciplina che il fumetto ha anticipato di decenni.

MF: Ah, ora ho capito. Sì non centra niente con l’illustrazione. Ok, allora ti chiedo qualcosa io. Posso?

GN: Ok. Cattivo però.

MF: Cominciamo piano. Al contrario di me, mi sembra che tu stia definendo sempre di più uno stile nei minimi dettagli, sottraendo ed arrivando a una sintesi cristallina, quasi classica. Certe vignette di “Cronachette” sembrano senza tempo. Allo stesso tempo c’è qualcosa che sfrigola sempre nel tuo disegno, o in generale nei tuoi esperimenti concettuali. Che strada prenderai?

GN: E’ difficile dire che strada prenderò, non lo so. Ma cosa intendi per sfrigola?

MF: Voglio dire potresti arrivare a uno stile che ti permette di creare dei personaggi consolidati, come quelli delle strip, e portare avanti una cosa nel tempo tipo i già citati Calvin e Hobbes o Peanuts, perché non lo fai?

GN: Sì, il problema è che non c’è l’opportunità editoriale per farlo. Si può dire opportunità editoriale?

MF: Non è vero dai…

GN: Insomma, Coconino non pubblica giornali quotidiani.

MF: Internet.

GN: Sì. Le nuove cose che sto disegnando per il Post sono la cosa che si avvicina di più ad una strip, anche se non ci sono personaggi fissi: c’è la cadenza quotidiana.

MF: Mi sembra che della generazione dei graphic novellisti tu sia l’unico (eccetto Gipi) che gradualmente è passato alla storia di una pagina, e poi alla strip vera e propria, genere che io amo molto. Come si lavora a una strip? Quali differenze ci sono col romanzo grafico? Come si fa a donare l’impressione che in quattro vignette ci sia racchiuso il mondo intero?

GN: Eh, si comincia con il rinunciare a racchiudere il mondo intero in una storia. E’ bella questa domanda. Cioè: quando disegni un libro, una storia, crei una sorta di microcosmo un mondo a parte, il che è anche un’idea utopica. L’idea di riproporre la stessa cosa in solo sei vignette è utopica al quadrato. Non mi pongo il problema di dare un quadro completo di una situazione, ma al contrario, inserisco il minimo indispensabile necessario per far sì che il lettore individui una storia con un suo svolgimento.

MF: Ci pensi tanto al lettore mentre disegni? Riesci a portare avanti una cosa in cui tu credi, ma che giudichi indigeribile a un lettore?

GN: Penso in continuazione al lettore, anche perché il lettore sono anche io. Ci sono tavole che rileggo talmente tante volte di seguito da risultarmi poi incomprensibili. Faccio una pausa e ci ritorno sopra e cos’altro sono se non un lettore. Tu come giudichi il tuo lavoro quando ti rileggi?

MF: Lo rileggo in continuazione finché diventa incomprensibile. Quando sfiora l’incomprensibile è un buon segno, quando arrivi a un punto in cui ti chiedi se va bene o no, in genere non va bene. Rileggendo una cosa tua sei portato a non soffermarti più sui picchi emotivi, ma sui nodi al pettine, quelli in cui inceppi.

GN: Con il prossimo libro sei passato al bianco e nero. Com’è?

MF: Meno emotivo, più ragionato. Ho l’impressione di avere più calma per limare i passaggi, meno paura di sbagliare. Forse mi da più spazio per ragionare su quello che sto facendo.

GN: Ti puoi concentrare più facilmente sull’intreccio forse? senza la preoccupazione di delineare un’atmosfera con il colore?

MF: Il colore succhia un sacco di energia, è molto legato all’attimo in cui lo butti sul foglio. Il bianco e nero é esclusivamente legato al disegno, c’è una parte più riflessiva ma anche meno l’impressione di levarsi nel vuoto. In Cinquemila ogni tanto avevo l’impressione di staccarmi da terra e planare per un po’. Dipende dal libro, quest’ultimo è diverso.

GN: Sai già il titolo?

MF: No…

GN: Ah già. Lo stavi cercando!

MF: Non ne ho idea, spero che mi venga sotto la doccia.

Fine.

Illustrazione di Manuele Fior

Nanni Skypes Fior Parte 1

Copertina del libro di Manuele Fior

Grazie a Giacomo Nanni che si è offerto d’intrattenere ed editare, per noi, una lunga conversazione con Manuele Fior.
Presentiamo di seguito la prima parte di questa notevole e interessante discussione fra i due autori:

Nanni Skypes Fior Parte I
di Giacomo Nanni

Ho letto questa estate Cinquemila chilometri al secondo di Manuele Fior (Coconino Press). Quando mi si è presentata l’occasione di pubblicare qualcosa in Conversazioni sul Fumetto è stato il primo a cui ho pensato per una chiacchierata sul suo lavoro. E’ una chiacchierata via Skype che si è svolta nell’arco di tre giorni. Parliamo del suo ultimo libro, di graphic novel, di fumetto in generale. Buona lettura.

Primo giorno [16/09/10]

Manuele Fior: Da dove si parte?

Giacomo Nanni: Bisogna concentrarsi.

MF: Mi sto concentrando.

GN: Partiamo da una cosa. C’è una cosa interessante che avevo letto in una tua intervista. Parlavi della differenza fra fumetto e illustrazione, dicevi che nel fumetto c’è il movimento. Mi piacerebbe approfondire questo aspetto.

MF: Ti riferisci a una domanda che mi era stata fatta, e cioè se anche per me l’illustrazione fosse una specie di tappabuchi per il lavoro di fumettista.

GN: Ma al di là della questione “lavoro”…

MF: Ok, non parliamo di soldi. Diciamo che quando penso al fumetto penso a una dinamica, a un’interazione tra parole e disegno che si può declinare in molti modi. L’illustrazione a cui lavoro generalmente è quella che accompagna un testo, per cui il modo d’interazione è più o meno sempre lo stesso. Se prendiamo per esempio due libri illustrati da me o da te magari vediamo la differenza di disegno, ma dal punto di vista del concetto sono la stessa cosa. Se invece prendiamo due nostri fumetti, ci troviamo la differenza grafica e di concetto, perché facciamo fumetti concettualmente molto diversi.

GN: Vuoi dire che concettualmente l’illustrazione ha una funzione specifica che è indipendente dal disegnatore mentre l’approccio di due diversi disegnatori, anche alla stessa storia, può dare risultati differenti, se si tratta di fumetto, anche dal punto di vista del concetto, perché nel fumetto il disegno influenza la storia, a differenza che nell’illustrazione?

MF: Si’, esattamente. Il disegno modifica la storia, e la storia richiede un certo disegno.

GN: Per esempio i personaggi recitano. Quale margine di improvvisazione ti lasci nel fare recitare i personaggi? Correggi molto il primo storyboard?

MF: Se tu avessi letto tutte le mie interviste sapresti che io non faccio uno storyboard.

GN: Esatto, infatti. Spiegami come fai senza storyboard, ce la fai?

MF: Lavorare senza storyboard non vuol dire che non sai dove andare a parare. Sai più o meno il tema che ti interessa e hai ritagliato dei personaggi con alcune note di carattere che interagiranno tra loro. Non faccio lo storyboard perché non riesco a pensare a una fase di studio della trama separata da una fase di realizzazione grafica. Leggevo in un’intervista che Tardi fa tutta una documentazione folle sulle sue storie e poi arriva la fase “d’esecuzione”, cioè dove ridisegna il tutto. Per me invece il disegno è la fucina delle idee e nei momenti migliori non pianifico neanche cosa succederà nella vignetta dopo. Non lo so, ma guardando le tue cose mi sembra che tu lavori alla stessa maniera, sbaglio?

GN: Sì, in parte, nel senso che lavoro direttamente nel formato della tavola definitiva, ma mi capita di ragionare molto su determinati passaggi e di ridisegnare, anche di cancellare molto. Per questo te lo chiedevo, cioè, disegni direttamente sulla carta da acquarello?

MF: Si, butto via un sacco di roba.

GN: Quindi se devi ridisegnare rifai la singola vignetta o tutta la tavola?

MF: No, per la vignetta attacco una bella pezza e la sostituisco. Ma ogni tanto ho l’impressione che tutta la tavola faccia cagare per cui butto via tutto.

GN: Capisco perfettamente. Io spesso mi limito a correzioni digitali. Ridisegno dei particolari su foglietti che poi perdo, anche su post-it. Scansiono foglietti di 5 centimetri. Per te credo abbia più valore la tavola originale. Cerchi di mantenerla il più integra possibile?

MF: Non sono un fanatico degli originali belli, ma mi piace pensare che la battaglia si combatta sul foglio e non sullo schermo.

GN: Sì, è vero che nel momento in cui ridisegni tutto il risultato finale dimostra più sicurezza. Personalmente ci ho rinunciato.

MF: Ahahahah!

GN: Io mi sono reso conto che anche cose che ritenevo “minori” potevano comunicare qualcosa, per esempio certe tavole in cui non succedeva quasi nulla, che mi sono trovato a disegnare spesso e che mi venivano proprio dal cuore, ma cui non avevo mai dato importanza, cercavo di raccontare cose drammatiche, all’inizio.

MF: Per quelle ci sono io.

GN: Per fortuna. Però tornerei alla questione del disegno: nel tuo stile io ci vedo molto del gusto illustrativo anni 50. Certe spigolosità mi rimandano a quell’epoca, ma ho anche l’impressione che possa essere una sorta di effetto collaterale del tuo utilizzo di forme geometriche semplici e lineari. Così come all’epoca era probabilmente il cubismo ad avere influenzato l’estetica anche popolare si potrebbe dire che sei arrivato a questo risultato non per scimmiottare uno stile vagamente vintage, ma perché hai assimilato un utilizzo di forme le più essenziali possibili. Me lo chiedo. Guardi alle forme o allo stile? Mi riferisco soprattutto a “Cinquemila chilometri al secondo”.

MF: Non lo so, non m’interessa molto il lavoro degli illustratori, mi interessa di più la pittura. Forse perché non ho mai dipinto e mi sarebbe sempre piaciuto che qualcuno me la insegnasse. Per “Cinquemila…” mi ero prefissato di lavorare col colore, lasciare che parlasse sul serio e non usarlo come una decorazione. Se parti dal colore molte cose nel disegno saltano, prima di tutti i contorni. Poi per questioni narrative sei obbligato a semplificare e anche questo modifica il disegno.

Riconosco anch’io che ogni tanto ricordi un tipo d’illustrazione vintage, forse perché all’epoca gli illustratori venivano da una formazione pittorica e la mettevano nell’illustrazione.

GN: Quindi non è intenzionale l’estetica vintage, me lo confermi?

MF: Mi sento di confermartelo.

GN: Anche nella Signorina Else il riferimento è alla pittura, ma in modo anche più diretto.

MF: Oh, ma solo di disegni si parla qua?

GN: Eh, ma ci vuole tempo per parlare delle cose

MF: Va bene.

GN: Prima accennavo alla recitazione dei personaggi, per te è una cosa del tutto istintiva? Voglio dire, tutti noi ci siamo formati fondamentalmente leggendo super eroi, oppure quando andava bene Corto Maltese, oppure, ancora meglio per esempio, Mattotti. Quello che noto leggendoti, è che i tuoi personaggi escono dalla pagina, sono psicologicamente tridimensionali, per il modo in cui si muovono in un modo che non ha nulla a che fare né con il fumetto tradizionale “di genere”, né con la staticità di Pratt, ma nemmeno con l’espressionismo di Mattotti. Pensi che dipenda da letture tue particolari francesi che hai fatto? Roba che magari non conosco?

MF: Mi piace guardare i miei personaggi ad altezza d’uomo, dritti negli occhi. Alla pari. Non li sento come le marionette nel teatrino, visti dall’alto. Ognuno contiene una parte di me, per analogia o contrasto. Uno per esempio fa cose che io non avrei coraggio di fare. L’altro invece mi assomiglia, ma è una donna, quindi reagisce diversamente alle cose. Una volta intuito chi sono, come si muovono (e anche qui molto passa dal disegno), li lascio liberi, soprattutto di farsi male a vicenda.

Forse la cosa che più mi ha influenzato in questo non è tanto il fumetto, ma i film di Truffaut, dove i personaggi hanno quella spigliatezza cosi’ reale, che anche se non fanno niente di particolare ti tocca.

I tuoi personaggi invece sono tu e il gatto e Lara Canepa. Al gatto non puoi fargli niente perché è morto, devi fare del male a te stesso o a Lara Canepa.

GN: E’ possibile.

MF: A Lara gliene fai di tutte i colori. Perde il lavoro, la casa, meno male che c’ha l’angelo custode. Lo vorrei anch’io.

GN: Sì, nelle tavole che ho iniziato a pubblicare sul blog ho dato sfogo a certe “fantasie punitive”, se si possono chiamare così.

Secondo giorno [17/09/10]

GN: Vorrei parlare di quanto la tua esperienza sia stata filtrata in “Cinquemila chilometri al secondo”. Parliamo dell’Egitto.

MF: Dal punto di vista dell’esperienza, in “Cinquemila chilometri al secondo” ho vissuto di rendita. Il libro è ambientato in due dei posti cui ho vissuto negli ultimi anni, la Norvegia e (a singhiozzo) l’Egitto. Sono state delle esperienze molto forti. Chiedevano di venire alla luce. Le vicende sono del tutto inventate, ma gli scenari sono fedeli. Soprattutto in Egitto sentivo di dover fermare sulla carta dei posti o delle situazioni troppo belle per essere dimenticate. L’aver fatto tanti lavori e aver viaggio e vissuto nei posti più disparati ha costituito un tesoro prezioso.

Ora mi sto abituando a lavorare diversamente, perché faccio il fumettista come lavoro (ho paura nello scriverlo) e di fatto sto attaccato al tavolo la maggior parte del tempo. Devo trovare nuovi pretesti per sguinzagliare una storia.

GN: Quindi pensi che potrebbe venire a mancarti della materia prima, nel proseguire con il lavoro di disegnatore? O è solo una paura dovuta forse all’inesperienza? Pensi che si possa raccontare di cose che non si sono conosciute approfonditamente? E’ una domanda semplice, ma non è detto che si sappia rispondere.

MF: No, è una domanda difficile. Devo dirti la verità che la paura c’è. Mi ronza spesso in testa quel consiglio di Hemingway a un aspirante scrittore: “cerca ti impiccarti su un albero, se sopravviverai avrai qualcosa da raccontare”. Ho paura di non aver cose da dire, si’. Poi, pure vivendo in maniera stanziale uno comincia a fare le sue osservazioni sulla realtà, e la vita stessa cambia, per cui questo diventa già un nuovo tema da esplorare. Ma la paura c’è. Reinold Messner alla domanda: “dopo tante sfide sulle montagne più pericolose, che cosa le fa più paura?” rispose: “la vita borghese”.

GN: Non conoscevo la massima di Hemingway, ma so che a Dostoevskji era successa veramente una cosa simile, essendogli stata risparmiata l’impiccagione all’ultimo momento durante la prigionia in Siberia. Ecco, siamo alla terza citazione in poche righe. Non credi che un autore di fumetti abbia ambizioni tutto sommato superiori alla media degli autori di qualunque altra disciplina artistica, se oltre a disegnare gli è richiesto di saperne di scrittura e probabilmente anche di cinema? Credi che le aspettative siano adeguate alla realtà della situazione?

MF: Oddio, non lo so. Quello che mi sembra è che il fumetto di oggi prenda bene il polso della situazione. Ci sono stati momenti tipo gli anni 60-70 in cui la musica popolare era legata a doppio filo con i cambiamenti sociali, insomma era una buona testimone dell’epoca. Ora invece per quanto vedo, la musica ha perso questa affinità, è diventata autoreferenziale. Per la pittura non ti saprei citare un pittore contemporaneo influente perché non lo conosco. Pure il cinema italiano non mi sembra che faccia molto. Il fumetto invece si’, soltanto che non lo legge quasi nessuno (in Italia).

Mi sembra strano che tu mi dica così’. Sinceramente penso che quello che fai tu sia fumetto allo stato puro, senza complessi di inferiorità verso la letteratura o il cinema.

GN: Te lo chiedo, perché credo che ci sia il rischio di affrontare superficialmente le cose. Voglio dire che se fai lo scrittore sei tenuto ad interessarti di letteratura, se fai cinema di cinema e così via, mentre per chi fa fumetto interessarsi di fumetto non è sufficiente. Questo perché se devo servirmi del linguaggio di Disney per raccontare degli stati d’animo, per esempio, sono destinato a fallire, è ovvio, ma non mi è nemmeno sufficiente il linguaggio di Mattotti, per fare un esempio. Questo perché il linguaggio di Mattotti è specifico di un mondo che lui ha creato. Nel quale vivono quei personaggi lì, le cui emozioni sono espresse in quel modo lì, che non puoi fare a meno di riferire a lui, al suo stile. Quindi suppongo che un autore di fumetti sia destinato ad inventare di sana pianta un proprio linguaggio, senza potere fare affidamento ad una tradizione specifica. Quindi deve per forza interessarsi degli elementi (disegno e scrittura) che hanno formato a loro volta il fumetto nel corso del tempo. Voglio dire che è ibrido, l’ho già detto?

MF: Pur non essendo un lettore appassionato di fumetti, sono un lettore appassionatissimo di alcuni fumetti. Se leggo Paperino di Barks mi sembra che non gli manchi niente, e magari lui non ne sapeva un tubo di letteratura. O Calvin e Hobbes, o i Peanuts, sono mondi a parte, non dipendono da niente, sono già perfetti cosi’. Perché bisogna sempre cercare di dare rispettabilità al fumetto facendolo dipendere dalle “arti maestre” ? detto questo mi sa che stiamo un po’ divagando…

GN: Dici che stiamo divagando? Per esempio, tornando al tuo libro, hai utilizzato una serie di espedienti per descrivere l’Egitto che non funzionerebbero nella pittura, o nella letteratura, ma solo nell’ambito del tuo libro a fumetti, perché ad esempio non ci sono dettagli tanto precisi del luogo, ma c’è la suggestione delle inquadrature e dello stato d’animo del protagonista.

MF: l’Egitto che ho disegnato é un Egitto ricordato, come faccio sempre, non copiato dalle foto. E’ trasfigurato dalla memoria, dai sentimenti, l’opposto del fumetto giornalistico. Lo so che è un mio limite, ma ancora non sono riuscito a fare altrimenti.

Fine prima parte.
Leggi la seconda parte.

Illustrazione di Manuele Fior