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Napoli Comicon 2013: Trent’anni di Valvoline

Dal 25 al 28 aprile 2013 si è svolta l’edizione 2013 del Napoli Comicon, quindicesimo Salone Internazionale del fumetto di Napoli. Tra le mostre in programma  “Trent’anni di Valvoline”, l’antologica che ha visto esposte negli spazi di  Mostra d’Oltremare le tavole originali di  Valvoline Motorcomics, gruppo composto da Igort, Lorenzo Mattotti, Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori e Jerry Kramsky, che ha esordito nel 1983 sulle pagine della rivista Alter Alter. Ve ne presentiamo una selezione.

Napoli Comicon 2013 30 anni di valvoline

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Cartoline dal Napoli Comicon

di Daniela Odri Mazza

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Una conversazione fra Igort e David Mazzucchelli

Questa imperdibile intervista a David Mazzucchelli condotta da Igort è apparsa originariamente sul volume Territori del racconto a fumetti della rivista Mano. Ringrazio Igort per avermi dato la possibilità di pubblicare questo articolo nella sua interezza.
Data la lunghezza del post, ho preferito spezzarlo, quindi per leggerlo cliccate sul link dopo l’immagine.
-Andrea  Queirolo

Mazzucchelli, particolare da “Città di Vetro”

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Best of 2010

di Andrea Queirolo

Breve resoconto delle letture più soddisfacenti del 2010. Pur non essendo riuscito a leggere tutto quello che avrei voluto (ho un paio di pile con fumetti selezionati) oramai è giunta l’ora di tirare le somme di un annata felice sotto molto punti di vista.

Quaderni Ucraini di Igort è assolutamente un lavoro generoso tanto quanto il suo autore. Non è comic journalism, ma “letteratura di viaggio” (“fumetto di viaggio”?), un quaderno di storia, di storie e sopratutto di preservazione della memoria.

Cinquemila Chilometri Al Secondo di Manuele Fior, premiato come Miglior Autore Unico a Lucca 2010 e per il Miglior Fumetto ad Angouleme 2011, è la riconferma della conferma.

Le Ragazze Nello Studio Di Munari di Alessandro Baronciani sta li a sottolineare il grande talento di Baronciani e le capacità del fumetto.

Nessuno Mi Farà Del Male di Giacomo Monti è un libro che aspettavo pur avendo tutti i numeri della rivista Canicola (il volume presenta comunque qualche inedito). Di queste storie, così vere da essere a tratti disturbanti (in alcune mi ci son anche ritrovato), ne vorrei leggere di più.

Le Strisce Del Post di Giacomo Nanni sono l’esempio più fulgido di quello che si può fare col fumetto.

I Quattro Fiumi di Fred Vargas & Edmond Baudoin arriva in Italia con dieci anni di ritardo, sicuramente grazie più al nome della Vargas che a quello di Baudoin (purtroppo). Quest’ultimo è un autore immenso che meriterebbe più attenzione qua da noi. Ed è il suo inchiostro a creare una perfetta armonia fra testo e disegno, un libro dall’espressività imponente.

Wilson di Daniel Clowes è un volume a cui posso trovare un solo difetto: è perfetto. Nel suo sottrarre, nel suo gioco di stili, nella sua storia avulsa Clowes non sbaglia mai e forse chiudendo il libro ho provato un po di irritazione.

L’Olmo e Altri Racconti di Jiro Taniguchi è, fra i volumi di ristampe dedicate all’autore da Panini, il libro che merita di più e quello che riesce a fotografare al meglio un’intero paese e un’intera cultura.

Cerebus - Alta Società di Dave Sim è stata la pubblicazione italiana più agognata di sempre, ma finalmente è arrivata: grosso, spaventoso e difficile, un volume che vi impegnerà per un mesetto buono.

Happy di Naoki Urasawa è spiazzante per il distaccamento dalle storie dell’autore che noi tutti conosciamo (Monster, 20th Century Boys, Pluto). Eppure Urasawa si dimostra ancora al top con questa storia che, camuffata da manga sportivo, si rivela una commedia brillante dal tono dolce-amaro. L’ennesima prova di poliedricità.

Mumin & I Briganti di Tove Jansson, finalmente in Italia grazie a Black Velvet, questo libro è il primo in assoluto a presentarci le storie di Tove Jansson in una collana completa e ragionata. Un must have del fumetto europeo.

Maledetti Fumetti! di David Hajdu è il saggio imprescindibile sulla storia del fumetto in america. Steso con grande perizia, ricco di fonti e citazioni, scritto in modo semplice e scorrevole, è una lettura storicamente appagante.

Dante’s Divine Comedy di Seymour Chwast è la Divina Commedia in stile noir. Una sapiente rivisitazione disegnata in maniera scarna e personale da uno dei principali grafici e illustratori viventi.

The Wrong Place di Brecht Evens, ammetto di aver avuto qualche difficoltà a leggerlo: lo stile dell’autore è claustrofobico, le pagine sono spesso disegnate in maniera confusionale, si fa fatica a leggere i dialoghi e i personaggi si confondono. Eppure, pian piano la storia ti assorbe e ti ritrovi ad assecondare i meccanismi di questo giovane autore che sul finale riesce anche a emozionarti. Evens sarà ospite a Bilbolbul, non mancatelo.

X’ed Out di Charles Burns è il nuovo fumetto di Charles Burns e uscirà in Italia quest’anno per Lizard. Non c’è altro da aggiungere.

Acme Novelty Library #20 di Chris Ware narra la vita di Jordan Lint, dalla nascita alla morte. E’ l’ennesima prova di sapienza da parte di quello che reputo il miglior fumettista al mondo (e non fatemene una croce).

Palookaville #20 di Seth è forse il fumetto più importante di quest’anno. Lo è per diverse ragioni che trascendono le storie contenute in esso, ma l’argomento ha un certo peso e ho deciso di dedicargli un post prossimamente.

Alec: The Years Have Pants di Eddie Campbell raccoglie tutte le storie autobiografiche dell’autore. E’ ostico, complesso a tratti illeggibile, ma è genuino, schietto e diretto, pieno di intuizioni importanti e significativo per una parte di storia del fumetto. Mi riesce davvero difficile non chiamarlo capolavoro.

The Zabime Sisters di Aristophane Boulon di cui ho già parlato, è un’opera potentissima, di quelle che ti rimane impresse e ti ritorna in mente nel dormiveglia.

Black Blizzard di Yoshihiro Tatsumi è il manuale di un linguaggio e, se non vi piace questa parola, di un metodo. L’esplosiva potenzialità di un giovane autore che si sprigiona in scelte ancora acerbe ma innovative.

Wednesday Comics di A.V. è un cartonato gigantesco che raccoglie le pubblicazioni a mo’ di quotidiano che la DC aveva sperimento un annetto prima. Una lettura “diversa” con spunti interessanti e grossi autori.

Captain Easy, Soldeir of Fortune: The Complete Sunday Newspaper Strips 1933-1935 (Vol.1) di Roy Crane. Grazie Fantagraphics che ci ridai alcune fra le pagine domenicali più belle di sempre, nonché uno degli autori più influenti del panorama americano.

Nipper 1963-1964 di Doug Wright (editata da Seth) è il clamoroso ripescaggio delle strisce del Maestro canadese Doug Wright. La striscia è incentrata su una famiglia borghese ed in particolare sui figli. Semplice ed ironica, mostra una grandissima capacità di sintesi sia narrativa che grafica.

The Complete Milt Gross Comics Stories di Milt Gross (editata da Craig Yoe). Questo volume ha alcune incongruenze, ma sopratutto ha una pretesa che non può essere accettabile. Infatti sulla copertina campeggia la scritta “Complete”, ma il libro non raccoglie che la minima parte della produzione di Milt Gross. Però a Yoe gli si vuol bene lo stesso, perché queste storie sono fra le più belle e le più ispirate che abbia mai letto.

AX (Vol 1): a collection of alternative manga di A.V. è un’antologia di racconti apparsi su AX, celebre rivista giapponese che propone storie sperimentali di grandi autori nipponici contemporanei. Nomi come Yoshihiro Tatsumi (A Drifting Life), Imiri Sakabashira (The Box Man), Kazuichi Hanawa (In Prigione) dovrebbero bastare per convincervi.

Daniel Clowes: Conversation di Ken Parille & Isaac Cates è un testo che raccoglie diverse interviste rare ed inedite a Dan Clowes, ripercorrendone la carriera. Ovviamente interessante.

Lucky di Gabrielle Bell è stato il web-comic che ho letto con più piacere. Gabrielle è molto brava nel ritrarre se stessa e la sua vita in maniera disincantata e autoironica. Da seguire.

Igort – Intervista Parte 3

Terza e ultima parte dell’intervista ad Igort.

Leggi la prima parte.

Leggi la seconda parte.

-La ballata di Hambone è una storia scritta da te per un altro disegnatore. Come ti sei trovato nel ruolo esclusivo di scrittore e quali differenze hai trovato nella stesura del lavoro?

La Ballata di Hambone è un ciclo di storie che vogliono affrontare il mito americano da un punto di vista antitetico, per nulla mitico appunto. Hambone è un lavoratore dei campi di cotone, sfruttato dalla american vocalion che gli da pochi spiccioli per fargli registrare le sue composizioni in un alberghetto pulcioso. Lui è nero, ha la sua cultura africana molto viva, che scorre nei suoi ricordi. Biko, era un amico di Jean Luis Floch che incontrai a Parigi, fu lui a dirmi che suo fratello in Africa poteva diventare invisibile a piacimento.

Biko parlava sicuro, dando per scontato queste cose, che sono culturali e non hanno il sapore irreale o fantastico che hanno per noi. Mi interessa molto raccontare le cose che crediamo di conoscere partendo da un assioma, non le conosciamo davvero. E dunque mi metto all’ascolto, a studiare. A osservare. Hambone racconta la grande depressione americana, il punto critico del sogno. Il punto in cui quella società giovane ha creduto che tutto potesse essere avvolta dalla polvere e scomparire per sempre. Il mito della strada, dello spostarsi di continuo, è in atto in quell’epoca, quando milioni americani, senza lavoro dovettero fare del nomadismo una regola di vita. Senza mitologie e sguardi incantati cerco di scolpire delle scene che poi Leila Marzocchi incide a sua volta con il suo bisturi.

E’ un lavoro particolare perché le tavole nascono dal nero, vengono incise con una lama, e sono dunque le luci, le parti chiare a venire fuori per prime, che è l’opposto di quanto accade solitamente in un fumetto qualsiasi. Hambone è un progetto che io amo moltissimo e che spero incontri il favore del pubblico.

-Parliamo del tuo prossimo libro che, correggimi se sbaglio, si chiamerà Quaderni ucraini . Un lavoro che si sviluppa come un reportage. Puoi parlarci della sua genesi?

Ho sempre ammirato i lavori documentaristici di alcuni grandi registi e narratori. Come ho ammirato gli scritti di Garcia Marquez o Hem di taglio giornalistico o cronachistico.ecco quanto ho scritto per presentare alla stampa francese questo ultimo libro:

“Sto facendo da un anno e mezzo questo lavoro di narrazione documentaria, che è nato nella maniera più naturale, da un viaggio che poi si è trasformato in soggiorno e poi un altro viaggio organizzato per capire, nel corso di quasi due anni.

Ho abitato per questo periodo tra Ucraina, Russia e Siberia.Ho cominciato a incontrare persone e registrare racconti di storie vissute. Poi, dato che alcune cose erano coperte da segreto e poco conosciute ho cominciato a studiare, e viaggiare ancora per capire. Parlo, ad esempio, di un genocidio che è ancora mascherato, il cosiddetto Holodomor, che ha sterminato tra 7 e 10 milioni di ucraini nel giro di due anni a partire dal ’32. L’Holodomor, neologismo che significa “morte per fame indotta” fu una carestia artificiale imposta da Stalin per punire le spinte autonomiste dell’Ucraina e costituisce un casus belli tra Russia e Ucraina, tutt’oggi.

Il libro sarà diviso in due volumi, Quaderni ucraini e Quaderni russi. Un’esplorazione sul campo per capire cosa è stato e come è stato vissuto il sogno comunista dalla rivoluzione ai giorni nostri. Mi domandavo cosa fosse rimasto di tutto questo oggi, nel ventennale della caduta del muro. Sono dunque storie vere, frutto di interviste e incontri che ho disegnato con l’aiuto della documentazione e dei filmati realizzati in loco queste storie sono accompagnate dalla voce di chi mi ha raccontato, in text off. A questa si alterna una narrazione parallela che attraversa il libro: è la parte storica, vale a dire i rapporti della polizia segreta, da pochissimo resi pubblici, che ho tradotto e disegnato. Come autore lavoro ormai da trent’anni, e nel corso della mia carriera ho affrontato diversi temi, legati perlopiù alla memoria e al mito. Ho trovato naturale affrontare una narrazione che parte da una visione documentaria. Il documentario disegnato è una possibilità del linguaggio fumetto e io sono un autore curioso. Mi piace esplorare.

Mentre lavoravo mi facevano compagnia alcune cose che ho amato di Gianni Celati (“narratori delle pianure” tra tutti, ma anche il “reportage africano”), Truman capote che va nella scena della tragedia e poi scrive “a sangue freddo”, Pasolini del “l’odore dell’India” e molte altre cose. Mi piace anche il Wenders “non fictional” di “Tokyo-ga” o “Buena vista social club”, per esempio. Herzog di “Estasi dell’intagliatore Steiner”, “Grizzly man” e “Sentieri nel Ghiaccio”; poi anche Michael Moore, Paolini, Celestini. Mi interessava che le storie mi venissero incontro. Stanarle significava, mettersi in viaggio appunto. All’ascolto. Sono venute fuori cronache terribili, incredibilmente intense e piene di dolore, ironia, tragedia e commedia. Ho cercato di disegnarle. Per me era importante portare “en plain air” il lavoro, fuori dallo studio, per trovare una scrittura mia che si misurasse con il tema della “realtà”.”

-Non avendolo letto non posso dire molto, l’unica cosa che mi chiedo è se questo reportage può affiancarsi al cosiddetto graphic journalism..

Davvero non so di preciso. Non mi sono mai posto il problema di entrare in categorie care ad altri autori o critici. Per me un libro è un treno, come dicevo, pieno di cose, sensazioni, racconti, cuore, attenzione, e se possibile intelligenza e sensibilità. Graphic journalism, graphic novel o graphic diary è una lettura, che, se proprio si vuole, verrà definita da chi legge.

-Nei tuoi lavori ho constatato un uso dei retini molto particolare. è una tecnica che viene usata sempre meno nel fumetto occidentale o volte in maniera poco ponderata. Ho notato che non fai grande uso del retino, ma quando lo fai è per uno scopo ben preciso.

I retini sono una componente fondamentale e antica della stampa. Usati molto negli anni 40, sono sempre stati per me fonte di fascino. Ma quando parto per disegnare una storia ogni elemento che userò deve essere strettamente funzionale alle atmosfere e alla narrazione che ho in animo di riprodurre. Negli anni Ottanta i retini creavano campiture quasi astratte, metafisiche, e quelle servivano a restituire il senso del racconto. Ma, ripeto, ogni storia ha una sua forma particolare. A volte occorre molto lavoro per arrivare a capire e definire la grammatica giusta, altre volte è tutto lì. Non ci penso neppure. Per me un fumetto è come un film, ha le sue esigenze specifiche. Nessuno si stupisce se Full Metal Jacket ha uno stile di racconto e un’estetica diversa da Shining o da Clockwork Orange. E io non mi stupisco se una mia storia è diversa da un’altra. Non è una questione di “non mi piace ripetermi” è semplicemente che credo che ogni storia abbia una sua forma precisa.

-Vedremo mai in Italia la traduzione integrale delle opere che hai prodotto per il mercato giapponese?

Non so se vedremo mai la traduzione integrale delle mie opere, per il mercato giapponese ho scritto e disegnato circa 500 pagine, per ora ne abbiamo visto 64, una minima parte. Se ci sarà l’occasione e io mi sentirò in pace con l’idea di pubblicarle allora ci saranno dei libri. Quello che cerco di dire è solo che non c’è bisogno di inondare il mercato, le case di chi ci vuol bene, le loro teste i loro occhi, con qualunque cosa si sia fatto. Credo che la misura sia sempre una buona cosa. Confina con il garbo, che per me è qualcosa di importante.

-Negli ultimi anni stiamo assistendo a diverse ristampe di materiale esaurito. A mio modo di vedere questo è un bene, anche se per certi lavori o autori importanti si procede senza criterio.

E’ quel che dicevo. Il mio lavoro di editore ha a che fare con un Igor che mette in ordine. Mi rammarico di non aver potuto pubblicare i lavori di Andrea Pazienza in maniera ragionata. Mi interessava creare un ideale “meridiano” collocando le singole storie in un contesto che mostrasse come queste furono importanti e raccontando cosa accadeva allora, quando queste storie vedevano la luce. Ma non si può fare tutto, i tempi erano lunghi e la famiglia non ha più acconsentito. Sarà per un altra vita.

-Cosa pensi di questo fenomeno e come vedi, anche da editore, lo sviluppo del mercato fumettistico attuale?

Credo attraversiamo una stagione felice nella quale gli autori e i lettori si interessando di diversi approcci. Il fumetto è un linguaggio ricco di per sé , contiene testi e disegni e soprattutto, per uno che come me lo ama, il montaggio. Dunque potenzialmente è un linguaggio che può affrontare qualunque cosa. Ho la sensazione, magari troppo ottimistica, che il 90% di quello che deve essere fatto non lo abbiamo ancora visto e letto. Dunque sono placidamente in attesa.

-Secondo te dove sta andando il fumetto in Italia, dove deve migliorarsi?

Il fumetto in Italia deve forse mettersi in discussione, percorrere nuove strade, gli autori devono vivere, per avere qualcosa da raccontare, invece molti di noi se ne stanno nelle loro camerette a sognare gli albi della loro infanzia, a riscrivere acriticamente le pagine di eroi che ci hanno fatto compagnia negli anni dell’adolescenza. Ecco, anche solo mettere in discussione l’idea dell’eroe forse aiuterebbe a fare un passo in avanti.

Igort – Intervista Parte 2

Seconda parte dell’intervista a Igort.

Leggi la prima parte.

-Parliamo di 5 è il numero perfetto, una storia drammatica, che però parla di amore, amicizia e riscatto. I personaggi sembrano muoversi sul palco di un teatro e sono per il racconto, più un mezzo che un fine.

I film, diceva Truffaut, sono treni che vanno nella notte. Questa idea di storie come viaggi possibili mi ha sempre interessato. E’ banale dirlo, una storia non è mai solo quel che sembra. Apocalipse now di Coppola è un viaggio nel dolore, nel senso esistenziale del fare, oltre che uno spaccato della guerra del Vietnam.

Per me 5 era la possibilità di affrontare un personaggio sfaccettato. Un vecchio che crede di aver vissuto, in pace con se stesso. E che accetta lo scorrere della vita, con i suoi pieni, i suoi vuoti. Sino al momento in cui un avvenimento tragico lo costringe a tornare in pista.

La cosa che amavo di questa storia: mi piaceva che Peppino Lo Cicero fosse un guappo di seconda categoria, non un boss geniale come Vito Corleone, né un capo nato come Michael Corleone, ma un semplice operaio di morte. Un perdente che crede di aver capito, e che poi, malgrado tutto, si ricrede. In questo 5 è una storia con uno sguardo disilluso, non epico all’americana.La storia poi è lance altro. E’ una rinascita, un ritorno alla vita piccola e alle sue sorprese.Ma è per me difficile parlarne, adesso sto lavorando a un’altra stesura del film e ci sono dentro nuovamente.

Mi piace vedere, se possibile, che le storie invecchiano e tengono.

Purtroppo è una cosa difficile. Ne parlavo qualche mese fa con Taniguchi. Ormai per me non è più importante se un libro va bene o meno. Certo se è amato fa piacere, ma con l’andare degli anni ci si misura sempre di più con la tenuta di un lavoro. Mi chiedo, questo libro tra dieci anni sarà ancora bello, valido? Avrà una sua bellezza compiutezza che sfida il tempo? Sono le domande che arrivano spontanee dopo trent’anni di racconto.

-È curiosa la riflessione che avviene all’interno del volume, quando Ciro spiega a Peppino il concetto del delinquente antieroe mostrandogli un numero di Kriminal.

Se ci pensi, la grande tradizione del fumetto noir italiano ha coltivato una serie di eroi mascherati che erano tutti, indistintamente, criminali. L’esatto contrario della tradizione degli eroi mascherati americani.I villain americani in genere sono solo dei comprimari. Il fumetto italiano di quella stagione meravigliosa era assai più disinibito, e mito meno retorico e moralistico, è questo a fare il fascino di un epoca, per altri versi, bambina.

-Lo stesso fumetto di Catman che fa il verso al primo Batman è emblematico, dato che quel Batman uccideva i malviventi a sangue freddo.

Sì, il primo Batman di Bob Kane, come Dick Tracy d’altronde, utilizzava due componenti che associate erano come acido nitrico e glicerina

Violenza e segno naif. Di per sé la violenza è una costante del fumetto di genere, niente di sorprendente, anzi direi qualcosa di prevedibile, ma sommata a quell’aspetto inedito, a quel segno ingenuo a quelle proporzioni grottesche, ha prodotto qualcosa di davvero devastante.

-E ancora lo stesso Peppino è il lato cattivo di Dick Tracy al quale peraltro assomiglia.

In 5 ho messo una serie di cosette che mi interessavano. C’è anche un aspetto di riflessione sul linguaggio fumetto (Peppino e suo figlio hanno lo stesso profilo e si specchiano uno nell’altro. Sono, in un certo senso, uno il doppio dell’altro, e hanno il profilo molto grafico di Dick Tracy, ma sono due. E’ un gioco per negare l’unicità dell’eroe. Poi ci sono i sogni, per dire. Che sono nello stile dei cartoni animati anni 30. I fumetti sognano a cartoni animati ecc. ecc. ) Questo lavoro a livelli, una sorta di stratificazione di letture possibili mi è stato ispirato, credo, dalla città di Napoli, in cui convivono molte cose diverse, contrastanti.

-In effetti 5 è anche importante perché descrive l’Italia, Napoli in particolare. Difficilmente i fumetti italiani sono ambientati in Italia…

Sì questa cosa è stata molto evidente quando stavo disegnando il libro. Non c’erano riferimenti possibili, se ben ricordo. Uno strano, abbacinante, senso di solitudine, si partiva da zero. Tabula rasa. Ho dovuto pensare a come raffigurare l’Italia , le auto, i vestiti, le luci, le architetture. Non ho trovato nulla che mi potesse aiutare dunque mi son posto l’obiettivo di uno sguardo vergine, un po’ come i registi noir del cinema americano Siodmak, Lang, ecc. che hanno inventato l’idea filmica della metropoli americana, tagliata dalle luci espressioniste, dai bianchi e neri contrastati.

-ho letto che hai ridisegnato diverse parti di 5 per l’edizione integrale in volume. è stata un’esigenza diciamo editoriale o una tua scelta precisa?

La storia fu pubblicata in alcuni albetti editi da Phoenix, e poi riguardando la storia nel complesso, per la versione definitiva, sotto forma di graphic novel, è normale fare un lavoro di montaggio, riscriva un raccordo o modifichi una scena. Banale cucina narrativa. Spesso quella che esce negli albetti costituisce una prima scrittura della storia, poi le cose vengono alla luce naturalmente e il lavoro si pulisce, migliora, chiarisce, mette a punto.

-Parliamo della “poetica della nostalgia”, un tema ricorrente nei tuoi libri. In 5 lo stesso Peppino è uno che pensa molto al passato e graficamente la storia è ricca, ad esempio, di vecchie pubblicità e anche di fumetti. In Baobab è addirittura il piccolo Hiroshi a voler ascoltare i racconti della nonna, e quando questa muore è come se se ne andasse una parte delle sue conoscenze…

La nostalgia è una caratteristica delle mie storie. Il tempo che passa, i ricordi, sono parte di una visione malinconica che mi dice qualcosa sull’esistere. A parte l’Alligatore e i Quaderni Ucraini tutte le mie storie sono ambientate nel passato. E’ lì che sento di dover scavare per capire qualcosa del me stesso di oggi. E’ lì che credo molti di noi ci si possano rispecchiare.A ben vedere anche nella storia de l’Alligatore e nei Quaderni Ucraini il rapporto tra presente e passato è molto vivo.

-La memoria nei tuoi libri è un tema molto importante, che segna profondamente il tuo modo di raccontare…

E’ un’indagine continua, e il tempo a volte mi pare circolare, qualcosa che ti porta a riconsiderare.

-Correggimi se sbaglio, anche il sogno è un elemento ricorrente. Lo possiamo ritrovare in 5 come una premonizione o anche in Baobab come una speranza.

Il sogno ha diverse valenze, in Baobab è un viaggio psichico che una curandera provoca, secondo l’uso sud americano, in 5 è un leit motiv di un mondo invisibile, che come tutti sanno, avvolge la vita quotidiana di Napoli.

Fine seconda parte.

Vai alla terza parte.

Igort – Intervista Parte 1

Prima parte di una lunga conversazione esclusiva assieme ad Igort, che ringraziamo infinitamente per la sua disponibilità.

-Quello che avete fatto con il gruppo Valvoline è stato, fra le altre cose, quello di sperimentare coi segni e di dare molta importanza all’aspetto grafico. Ciò ha portato il vostro lavoro a distaccarsi dal cosiddetto fumetto tradizionale per affrontare nuovi territori narrativi.

Sì, per noi il fumetto era un linguaggio ricco di possibilità, lo ricordo, Valvoline fu un gruppo di autori che diede vita a un supplemento periodico sulle pagine di Alterlinus, completamente autogestito, una vera e propria rivista pubblicata a partire dal 1982. Anche se in realtà, pur senza un nome definito e un manifesto programmatico vero e proprio, il gruppo esisteva da almeno tre anni.

Questo lavoro nasce da un insieme di conversazioni e scambi fecondi tra Lorenzo Mattotti, Giorgio Carpinteri e me; siamo ai primissimi anni Ottanta, e la musica, il cinema e le arti sono in fermento. Noi abbiamo poco più che vent’anni e ci sentiamo parte di questa onda, ascoltiamo la nuova musica e frequentiamo le sale cinematografiche convinti che lo scambio con questi linguaggi, come con la fotografia, il teatro, l’architettura, la letteratura e l’arte non possa che arricchire la grammatica che stiamo elaborando.

In sintesi vista dagli occhi adulti di oggi credo che stessimo mettendo a fuoco il concetto che il raccontare confini strettamente con la mitopoiesi, con la capacità cioè, che il racconto generi mito.

-Questo è dovuto all’esigenza espressiva che ricercavate nel raccontare le vostre storie e a mio modo di vedere è l’insegnamento più grande che avete lasciato. Cos’era che vi ha spinto a questa ricerca?

Ero, ed eravamo convinti fermamente che i confini del raccontabile andassero estesi. Allora non si parlava ancora di graphic novel, ma sentivo chiaro il desiderio di misurarmi con la narrazione a lungo respiro. Tanto che il mio primo lavoro lungo, Goodbye Baobab, fu un lavoro di quasi un centinaio di pagine, che per allora era un vero record.

Erano stati pubblicati dei lavori come Una ballata del mare salato e Ici Meme (il signore di Montetetro) che avevano mostrato alcune possibilità. Ma in America c’era Spiegelman che disegnava Maus e ricordo con emozione quando Loustal, che noi sentivamo vicino, passò da storie brevi o brevisime di 2/4 tavole a un romanzo a fumetti di ben 64 pagine!

Allora fu importantissimo comprendere per me, che la cultura del moderno si poteva organizzare. Non volevo raccontare storie d’avventura canoniche, non mi interessava la figura dell’eroe, c’era stata una rivoluzione grafica, la reinvenzione del genere. Era la cultura pop americana che parlava, Wrightson o Kaluta, Corben o Irons ci avevano fatto sognare. Poe e Lovecraft erano tessiture di immaginario dark su cui i loro talenti visionari avevano inventato approcci nuovi. La cultura cosiddetta pulp, delle riviste a buon mercato che ospitavano storie di crimine o fantascienza, era la base per una nuova grammatica di racconto.

Questo fermento americano aveva contagiato la colta Europa, e in Francia le pagine di Metal Hurlant erano letteralmente esplose… Moebius, Druillet sfidavano le narrazioni convenzionali e le impaginazioni squadrate. Si respirava un’aria di totale libertà creativa. A me, e ai miei amici di Valvoline interessava questa ventata di aria fresca, ma volevamo ribadire l’importanza del racconto. Per questo motivo ci demmo una regola, che era la griglia delle tavole a sei vignette. Questa griglia fissa e geometrica significava che la sperimentazione era aperta, ma che il racconto regnava sovrano. All’epoca non si sentiva neppure nominare la parola manga e il confine tra fumetto popolare e fumetto d’autore era più rigido di oggi.

I lettori reagirono con grande foga, chi ci amava e chi ci detestava.

Oggi il lavoro è molto diverso, le riviste da edicola non esistono quasi più e quello che trenta anni fa era un’ipotesi quasi irrealizzabile, fare dei libri a fumetti, vere e proprie graphic novel, oggi è la norma. Il fumetto ha ripreso il suo respiro, senza la pubblicità delle riviste da edicola e il ritmo di lavoro di un autore somiglia forse più a quello di uno scrittore tout court. Oggi l’autore concepisce storie lunghe e contatta il suo editore quando ha in mano una cosa che poi diventerà un libro. Certo, all’epoca delle riviste ci si sentiva anche più protetti, si poteva crescere, una rivista era come un autobus, c’erano tante persone, più esperte e altre più giovani di te. Tu potevi sbagliare, capire i tuoi errori e poi rimediare con nuove storie. Oggi si cresce magari con la rete, con le riviste autoprodotte. Basta una stampante e in casa puoi farti una rivista da spedire a chi vuoi. Sul finire degli anni settanta, io e altri amici, che sarebbero diventati autori celebri, comprammo una macchina da stampa pur di poter autoprodurci il Pinguino Guadalupa, sul quale pubblicammo le nostre prime storie.

-Quando ti siedi al tavolo da disegno come ti approcci al foglio bianco che trovi davanti a te?

Prima di sedermi al tavolo c’è un lavoro lungo di gestazione, che è continuo e dura anche anni. Sono idee, situazioni, intuizioni che diventano personaggi o dialoghi. Ci sono decine di block notes nei quali gli appunti vengono messi a fuoco. Questo per dire, alla maniera orientale, che il foglio bianco non è che il capolinea di un lungo processo creativo. Idealmente posso fare un paio di tavole al giorno senza grossi problemi. Ma non sarebbe possibile nessuna tavola senza un processo di sedimentazione. Si vive con le storie per anni, anche decenni, i personaggi si crede di conoscerli, è qualcosa di scarsamente illuminato, come processo, di non logico. Somiglia più che altro a una vera gestazione.

-Il ritmo narrativo è una componente chiave dei tuoi lavori. Come riesci a trovare il giusto equilibrio che ti permette di bilanciare sceneggiatura e disegno?

Il ritmo è il tono della voce con cui parlare. E’ la cosa più importante che mi fa capire, quando si palesa, se ho in mano la storia o meno. Molto spesso ci si mette in navigazione, seguendo certe rotte che poi ti portano sulle secche. Allora, se si è onesti, ci si ferma e si riparte da un altro punto. Capita. Ci sono libri che non vedono mai la luce. E a volte lo spunto che li aveva generati pareva ottimo. Eppure…

-A tal proposito ho letto sul tuo blog che hai “qualcosa come undici libri inediti nel cassetto”. Una cifra considerevole dunque e, come ti si chiede nei commenti, cosa ti spinge a pubblicare un libro e a tenere nel cassetto un altro?

Questo quesito è quello cui cerco di rispondere nel libro che sto facendo proprio ora, si chiama Il libro della polvere. E’ una riflessione di diverse centinaia di pagine.

-I tuoi racconti sono molto espressivi e ricchi di sfumature perché spesso frutto di più linguaggi come ad esempio la musica, il cinema e la letteratura. Trovi che diversi fumetti siano poco riusciti perché interagiscono troppo spesso con il fumetto stesso senza cercare stimoli fuori da esso?

Ho smesso, con il tempo, di credere che i racconti meticci, tra diversi linguaggi, siano più fertili. Credo che quel che ci dice la grande letteratura o la grande visione di certo artisti o cineasti sia una lente con cui comprendere il nostro esistere. A me interessa chi ha qualcosa da dire, chi vive esperienze e cerca di trasmetterle attraverso il proprio linguaggio, la propria grammatica. A volte guardo certi fumetti che amo molto e non posso fare a meno di constatare che sono disegnati in maniera semplicissima, a volte elementare. Non è la complessità grafica che fa un grande fumetto, ma la ricchezza esistenziale che questo porta. Questa ricchezza è fatta di sguardo, di attenzione verso quello che Chandler chiamava “onestà”. Essere molto sinceri, al di là delle maniere, degli stilismi.

-Nei tuoi libri hai affrontato diversi generi e tematiche, però il noir è il territorio che hai battuto di più. Cosa ti lega particolarmente a questo modo di raccontare?

Non ti dirò, come molti pensano che il noir è il territorio principe per certe escursioni sociologiche, per capire la nostra società malata e via dicendo. Sono tutte bellissime parole, ma non c’entrano nulla con me. A me piace il noir perché è il genere in cui albergano solitudine, vita metropolitana, una certa ossessione esistenziale e molta malinconia. Io respiro il noir a partire da queste cose. A me interessa raccontare uomini, non personaggi, e ancora di meno eroi. A me interessano i perdenti, ecco. In questo senso Peppino Lo Ciciero o Sinatra, l’italo americano che fa l’elettricista e si mette nei guai, sono paradigmatici.

Qualche anno fa Toni Servillo ha detto che io disegno i “bislacchi” di cechoviana memoria. E’ una cosa che mi ha fatto molto piacere.

-Parliamo di Baobab. Ho letto che lo consideri il tuo lavoro più ambizioso. Ad oggi sono usciti tre volumi, che in effetti ho trovato increscendo, cosa ci aspetta prossimamente?

Baobab è una storia che racconta la nascita del racconto a fumetti. E il nostro rapporto con i sogni, con i desideri. E’ una storia che si intreccerà per ancora diverse centinaia di pagine, E’ il punto sul mio mondo, su certe cose, come il Parador, che esistono nella mia fantasia da decenni oramai.

-Da dove nasce l’idea del Parador, che ricordo sviluppasti già nel tuo libro Goodbye Baobab?

Il Parador è uno staterello immaginario situato in Sud America. E’ la trasposizione dell’isola nella quale sono nato e cresciuto sino alla mia adolescenza, la Sardegna. Con le sue leggende, i suoi modi di fare subtropicali, i suoi venti e le difficoltà del vivere che bussano alla porta di primo mattino. Prima era qualcosa di indistinto, un idea pallida appunto, che poi prese man mano a farsi strada nelle immagini dei fumetti che disegnavo prima dei miei vent’anni.

Fu a Bologna che Stefano Federici, amico e autore che voleva prendersi cura di me e sistematizzare le storie che avevo in mente, portarle diventare qualcosa di definito che mi disse “le tue storie si ambientano in Parador”, io sulle prime trovai meccanico quel nome che ricordava il Paraguay e l’Ecuador, ma poi senza che neppure me ne rendessi conto questo era entrato nelle mie pagine, nei miei disegni, in una parola aveva preso ad esistere.

Fine prima parte.

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