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Spiaggia magica

di Crockett Johnson, orecchio acerbo editore,  64 pagine pagine, € 16,00

copertina spiaggia magico

Ci sono alcune recensioni che scaturiscono dall’indignazione – indignazione derivante dall’attenzione eccessiva dedicata ad un’opera mediocre, dalla sua natura tronfia o spocchiosa, dalla furberia o dalla disonestà intellettuale che la contraddistingue etc.- e queste possono assumere a volte il tono di una scrittura violenta, livorosa, difficile da controllare. Una scrittura che dovrebbe contare fino a dieci, prendere fiato e se, dopo ciò non sfiata, esplodere in tutta la sua giustificata rabbia.

Altre volte, lo spunto che dà il La, è quello, spesso egocentrico, del recensore, il quale si affeziona più alla propria idea dell’opera che all’opera in sé e che quindi si esprimerà attraverso la capacità, rocambolesca e funambolica di imporre il proprio punto di vista a quella che diventerà solo un pretesto per esporre la propria capacità di ragionare, di argomentare, di citare, di creare connessioni e rimandi che, se riescono a non essere pretestuosi, avvolgono il fumetto, il disco, il film, il libro o quello che volete, in una ragnatela che connette l’oggetto dell’analisi al mondo, al passato e al presente, descrivendolo come parte di un tutto, con lo svantaggio di nasconderlo e con il vantaggio di non mostrarlo come un qualcosa al di fuori del tempo.

Poi ci sono altri tipi di recensioni, di analisi, che sono un’onesta chiacchierata intorno all’oggetto in questione, un parlare dell’opera e con l’opera, con l’intenzione di consigliarla e di sconsigliarla.

Infine ci sono gli atti di amore. Ecco, questo mio articolo su Spiaggia magica vuole essere, appunto, un atto d’amore.

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Manuele Fior e le buone notizie per il fumetto italiano

Manuele Fior, particolare da L’intervista

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Dash Shaw & i Sigur Rós

Dash Shaw, autore del voluminoso Bottomless Bellybutton - ancora inspiegabilmente non tradotto in Italia – e di Bodyworld, ha diretto il video di Seraph, brano della band islandese Sigur Rós.

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La Fantagraphics ristamperà il Topolino di Floyd Gottfredson

Dal San Diego Comic-on, via Twitter, la Fantagraphics annuncia:

Ci associamo con la Disney per pubblicare le strisce complete del Topolino di Gottfredson a partire dal maggio 2011.

Una notizia eccezionale per il pubblico americano, dato che negli U.S.A. non esiste un’edizione integrale di questo materiale.
In Italia l’opera è pubblicata proprio questi mesi in volumi allegati al Corriere della Sera e alla Gazzetta dello Sport.

Il capo della Fantagraphics, Gary Groth, in un’intervista dichiara che la ristampa sarà cronologica e presenterà le storie come erano state concepite dall’autore: senza censure e soprattutto in bianco e nero.

Ricordando le tante polemiche che ci sono state per la pesante colorazione degli albi italiani (di cui riportiamo i commenti di Luigi Siviero e lo scambio di battute sul forum di Comicus), quest’edizione americana si preannuncia imperdibile per gustarsi appieno l’opera di Gottfredson, per giunta in lingua originale.

Paul Hornschemeier – Intervista Parte 2 / Interview Part 2

English version at the end of the page.

Seconda parte dell’intervista a Paul Hornschemeier, creatore di Mamma, torna a casa (Tenué) e I tre paradossi (Comma 22). Qua la prima parte.

-Tu sei sempre molto attento alla cura editoriale dei tuoi lavori, te ne occupi di persona? Quanta importanza dai all’aspetto finale del libro?

Cerco di curare tutte le edizioni dei miei lavori, cosa che risulta però più difficile con le edizioni straniere. Il design del libro, incluso il tipo di carta, la stampa, la rilegatura, sono tutti fattori relativi all’esperienza della lettura perciò mi piace pensare a questo e scegliere consapevolmente. La storia è l’elemento più importante, ma come il lettore percepisce quella storia può essere influenzato da piccoli dettagli relativi al contenitore. Se non considerassi tutti questi piccoli dettagli finirei per sentirmi pigro.

-Quali strumenti e che tecniche utilizzi per comporre una tavola? E come lavori con il colore?

Molte delle mie tavole sono create ordinatamente. Solitamente inizio con un paio di righe di testo, che poi trasformo in un soggetto. Dopodiché faccio uno sketch preparatorio su uno sketchbook o ai margini del blocco Bristol che uso per le tavole finali. Quindi inizio a comporre la tavola definitiva disegnando i bordi a righello e definendo quanto spazio ogni vignetta debba occupare. Infine completo i disegni, decido il testo finale ed inchiostro il tutto. Per i colori prima riempio con i grigi e poi inizio scegliendo i colori di cui sono già sicuro. Scegliere il colore del muro o del cielo, o comunque dello sfondo dominante è la cosa che mi impegna per più tempo, poiché sarà quello ad influenzare maggiormente la scena.

-Come è stato, dunque, colorare Omega the unknown ?

E’ stata un’esperienza interessante ma dubito che lo rifarei. Lavorare con Jonathan Lethem (che è stato una delle mie letture preferite per molto) e Farel Darlymple (di cui sono amico da molti anni) è stata una opportunità unica. Anche se sono felice dell’esperienza, è stata una quantità mostruosa di lavoro che mi ha fatto capire come sarebbe stato difficile lavorarci senza questo team. E ho scordato Gary Panter: aver messo Gary Panter nell’impresa è stato un buon incentivo.

-Per la Marvel hai scritto una storia con Nightcrawler e Molecular Man. Perché hai scelto questi personaggi?

Per me scrivere supereroi è come scrivere fantascienza. Inizio con un problema filosofico. Da un certo punto di vista ho scelto poi Nightcrawler perchè mi piace visivamente, ma non avevo ancora una storia in mente. Così ho iniziato a sfogliare vecchie copie di Marvel Universe (o comunque si chiami… Guida al Marvel Universe o cose così) e ho trovato Molecule Man. E’ stato una scoperta eccellente: ecco un personaggio che non ho mai sentito nominare – che ho immaginato poco conosciuto anche dai lettori – con praticamente i poteri di un dio. Così ho pensato a quanto noiosa potesse essere la vita per questo personaggio, quanto poco gratificante, se avesse potuto controllarlo davvero. Gli strani poteri di teletrasporto di Nightcrawler mi è sembrata un’ottima combinazione con l’onnipotenza di Molecule Man, così ho iniziato a scrivere qualcosa con loro per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Il risultato è ciò che potete leggere su Strange Tales.

-Leggi ancora fumetti? Quali autori segui e di quali subisci l’influenza?

Sì, leggo ancora fumetti anche se non vado spesso in fumetteria come facevo prima. Più che altro leggo gli articoli delle riviste o romanzi di prosa. Ecco i fumettisti che seguo ancora: Daniel Clowes, Charles Burns, Michael Kupperman, Anders Nilsen, Kevin Huizenga, Studio Elvis, Eamon Espey, John Pham. In più un paio dei miei artisti preferiti – che appartengono di più al mondo del design (anche se il loro lavoro è molto cartoonesco) – sono Jesse LeDoux e James Jarvis.

-Puoi rivelarci qualcosa dei tuoi progetti futuri?

Proprio adesso sto lavorando su un paio di screenplay e ad un paio di libri di prosa, ma il principale progetto riguardo i fumetti è la prima uscita per il rilancio di Forlon Funnies. Uscirà a novembre negli USA per la Fantagraphics. Saranno due numeri ogni anno, di circa 48 pagine ciascuno, con short stories di vario genere e lavori più lunghi a puntate.

La mia prossima graphic novel (che ho finalmente terminato qualche mese fa) Life with Mr. Dangerous uscirà negli USA per l’estate del 2011. Abbiamo da poco anche firmato per i diritti italiani, anche se non so con preciso quando uscirà da voi.

English version:

Second part of the interview. First Part here.

-You are very careful with all of your books editions, do you edit all personally? do you give very importance to the book’s appearance?

I try to edit every presentation of my work, though that’s less of a possibility with some of the foreign editions. The book design, including the paper stock, the printing, the binding, all of that informs the experience of reading the book, so I like to think about that and make conscious choices about it. The story is what matters the most, but how the reader experiences that story can be influenced by some of the smallest details of the container holding the story. If I didn’t consider all of those smaller details, I would end up feeling lazy.

-What type of tools and techniques do you use to compose a page? And what about the colors?

Most of my pages build up organically. I usually start with a line of text, then build that into a solid script. Then I draw extremely scratchy thumbnail layouts in a sketchbook or in the margin of the actual Bristol Board that I’ll use for the final page. Then I just do a really fast rendering of that thumbnail on the Bristol Board, where I start using a straightedge to rule out the panels and figure out exactly how much space each moment should receive. From there I draw in the final drawings, decide on the final text, and eventually ink it.

For colors, I fill everything in with grays first and then just start picking colors I feel pretty sure about. Choosing the wall colors or the sky, or whatever the dominant background is usually takes me the longest, since that’s what goes the farthest towards influencing the feeling of the scene.

-So how was it to colour Omega the Unknown?

It was interesting experience, but one I doubt I could ever repeat. Working with Jonathan Lethem (who has been one of my favorite writers for some time) and Farel Dalrymple (with whom I’ve been friends for many years) was a unique opportunity. While I’m glad I did it, it was a mountain of work and it let me know that without that creative team it would have been too arduous. I forgot to mention Gary Panter: throwing Gary Panter into the deal isn’t a bad incentive either.

-For Marvel you put to the test a story with NightCrawler and Molecule Man, Why did you choose this two characters?

For me, writing a superhero story is like writing science fiction: I start with some sort of philosophical problem. To some degree I picked Nightcrawler just because I liked him visually, but I didn’t really have a story there. So for this story I was looking through old copies of Marvel Universe (or whatever it’s called… Guide to the Marvel Universe or something like that) and came across Molecule Man. He was such a golden find: here was a character that I had never heard of, that I assumed would be relatively unknown or unfamiliar to readers, but who had essentially the powers of God. And I thought of how boring life must be for this character, how unsatisfying life would be if it could truly be controlled. The odd physics of Nightcraler’s teleportation seemed like a great combination with Moelecule Man’s omnipotence, so I started throwing them together to see what would happen. The result is what ended up in Strange Tales.

-Do you still read comics today? Which authors do you follow now and which are influenced you?

I read some comics, though I don’t get to comic shops like I used to. Most of the time I’m reading articles in magazines, or prose novels. But as far as the cartoonists I stil read: Daniel Clowes, Charles Burns, Michael Kupperman, Anders Nilsen, Kevin Huizenga, Studio Elvis, Eamon Espey, John Pham. A couple of my favorite artists these days who come more from the design world than the comics world (though their work is very “cartoon-ish”) are Jesse LeDoux and James Jarvis.

-Can you reveal something about your future projects?

I’m working on a couple different screenplays right now, as well as some prose books, but the main comics project is the first issue of the re-launched Forlorn Funnies. That will be coming out in the States in November from Fantagraphics. There will be two issues per year, around 48 pages each, with a variety of stand alone shorter pieces as well as serializing longer stories.

My next graphic novel (which was finished a few months ago, finally), Life with Mr. Dangerous, will be coming out in the States in the summer of 2011. We’ve just recently signed the Italian rights off for that book, though I’m not sure when it will be coming out there.

thank you Paul!

traduzione a cura di Marco Sanfilippo.

Paul Hornschemeier – Intervista / Interview

English version at the end of the page.

Paul Hornschemeier è il creatore di Mamma, torna a casa (Tenué. Editori dell’immaginario) e I tre paradossi (Comma 22).

Questa intervista esclusiva è stata possibile grazie ad un intenso scambio di e-mail.

-Quando è nata la tua passione per il fumetto e cosa ti ha spinto a lavorare in questo mondo?

Sono appassionato di cartoons e comics da quando ero un bambino. Ho iniziato facendo disegni tipo Batman & Robin a tre\quattro anni; ma ho sempre avuto poche occasioni di leggere fumetti, eccezione per quelli che trovavo nei negozietti o alle fiere di paese. Mia madre aveva vari lavori di Edward Gorey, ed io amavo i cartoons del New Yorker e i libri di Maurice Sendak anche se non avevo molte possibilità per recuperarne. Detto questo, ho iniziato a lavorare a fumetti miei quando avevo circa 4, decidendo di svolgerla come carriera già a 14\15 anni.

-Nei tuoi lavori c’è una forte componente filosofica. Quando è nata questa passione?

Entrambi i miei genitori sono laureati in Filosofia ed io sono stato sempre un ragazzino solitario, credo quindi che passare molto tempo a riflettere mi apparve naturale, nel bene e nel male (probabilmente nel male). Pensare e ripensare alle cose è un atteggiamento di cui non mi sarei mai potuto liberare quindi ho deciso di conseguirne una laurea.

-La psicologia dei personaggi è un’altra parte importante del tuo lavoro. Come riesci ad esplorare così nel profondo le relazioni tra i personaggi?

Diciamo che non mi pare di esplorare così profondamente i miei personaggi, piuttosto mi appaiono come persone reali (il che probabilmente la dice lunga sulla mia salute mentale) cosicchè scrivo di quello che capita attorno o dentro di loro. E’ un luogo comune ma completamente vero che dopo aver creato nella tua mente un personaggio questi inizierà poi a scriversi da sè; lavorare su un personaggio ben caratterizzato è più seguire le direttive dello stesso piuttosto che scriverlo. Ti dirà lui stesso cosa deve fare o dire. Chiaramente, tutti i personaggi sono parti dell’autore e in pratica e come parlare da soli. Ecco ancora un minore forma di pazzia, fortunatamente socialmente accettabile.

-Molti dei tuoi libri parlano della relazione genitori\figli; Mother, come home è puramente drammatico mentre I tre paradossi è molto ironico e con diverse soluzioni per la storia. Sentivi la necessità di cambiare stile o semplicemente volevi sperimentare qualcosa di nuovo?

Anche se I tre paradossi e Mother, come home parlano principamente di famiglia sono fondamentalmente due storie diverse, quindi ho immaginato soluzioni diverse. Questa è una cosa che non capisco di molti autori: tendono ad utilizzare le stesse soluzioni sempre, anche di fronte a due soggetti o stilemi narrativi totalmente differenti. L’estetica, i dialoghi, il ritmo, tutto deve essere funzionale alla storia, o almeno è così che io la vedo. Usare la stessa equazione per ogni problema scientifico sarebbe pessima scienza ed io credo che sia praticamente lo stesso per l’arte e la letteratura.

-Leggendo I tre paradossi sono rimasto colpito dallo stile cartoon alla Dell utilizzato nell’episodio di Zenone. Sei molto legato a questi vecchi comics? Hai qualche aneddoto da condividere con noi?

I fumetti della Dell erano tra quei pochi fumetti che potevo trovare da ragazzino, ed era il tipo di fumetti che aveva mio padre quando era giovane (alcuni dei quali adesso ho io) ma eccezione fatta per questo non ho alcun legame particolare con essi. Sono più legato alla cover originale da cui ho preso spunto per quella di Zeno: un vecchio numero di Rocky & Bullwinkle. I fumetti di Jay Ward e il suo character design hanno avuto grande influenza su di me e quando immagino una qualche rappresentazione fumettistica dell’Antica Grecia è al suo lavoro che penso immediatamente.
Creare quella parte del libro- molto pesante e davvero troppo filosofica per essere letta scorrevolmente- in uno stile molto cartoonesco, penso abbia aiutato ad alleggerire il soggetto ed a renderlo più assimilabile. Più i concetti sono complessi, più le linee e lo stile del disegno sono semplici: immagino sia una buona regola da seguire.

-In Mother, come home c’è un forte utilizzo di simbolismi e metafore, davvero interessante! Puoi per favore spiegarci meglio questa scelta e, in particolare, la funzione della maschera-leone indossata dal ragazzino?

Non voglio annoiare nessuno disaminando ogni simbolo e metafora che ho inserito, specialmente perchè non mi aspetto che tutto sia comprensibile. A volte metto qualcosa semplicemente per me, senza la presunzione che qualcuno la colga. Detto questo, sì, c’è un forte utilizzo di simboli, metafore ed oggetti impregnati di significato perchè volevo che un’importante parte del libro riguardasse la realtà, le emozioni\ricordi ed il modo in cui interagiscono tra loro. Perciò ho voluto che cose come un sandwich raggiungessero significati molto importanti mentre un luogo significativo lo diventa sempre meno. Ci sono molti mutamenti di significati e dei ricordi. Thomas non è completamente sicuro di ciò che ricorda perchè è un periodo tumultuoso della sua vita ed aveva solo 7 anni. In quest’ottica la maschera del leone prende diversi significati: è simbolo dell’amore di sua madre, uno scudo contro le esperienze dolorose, è uno strumento di potere, un giocattolo, un metodo per difendere suo padre dalle sue stesse emozioni.

-Quando scrivi una storia cosa cerchi di trasmettere a chi ti legge? La prima sensazione che io ho provato leggendo due tuoi lavori è stata di evasione, di fuga dal mondo che ci circonda. C’è anche questo in ciò che vuoi trasmettere?

Credo che innanzitutto io voglia far provare al lettore quello che prova il personaggio nella scena e fare percepire a chi legge la logica della narrazione. Quando ti è chiaro ciò che qualcuno prova è molto più semplice capire perchè agisce in un determinato modo anche se magari non è una reazione che avresti tu normalemnte. Oltre ciò, non so bene cosa voglia trasmettere al lettore. Di sicuro la sensazione di fuga dalla realtà che hai provato in I tre paradossi e in Mother, come home è un tema molto vasto e presente in entrambi; ed è uno dei sentimenti che mi auguravo di trasmettere.

Fine prima parte.


English version:

Paul Hornschemeier is the creator of the Harvey, Eisner, and Ignatz nominated series Forlorn Funnies, as well as Mother, Come Home, The Collected Sequential, and The Three Paradoxes. Paul lives and works in Chicago.

-When did your passion for cartoons started and what made you start producing?

I’ve been interested in comics and cartoons since I was a child. I started drawing things like Batman and Robin when I was three or four years old. But I had very little exposure to comics, other than ones I would find at small markets or fairs. My mother had some collections of Edward Gorey, and I loved the cartoons of the New Yorker and the books of Maurice Sendak, but I didn’t have much exposure to comic books themselves. That said, I started drawing and making my own books when I was about four years old and got really serious about making comics when I was around 14 or 15 years old.

-In Your works there is a big dose of philosophy. When did you get this passion?

Both of my parents have degrees in Philosophy, and I’ve always been sort of a lonely kid, so I think spending lots of time thinking about things just came naturally to me as a child, for better or worse (probably for worse). Over-thinking things was something I could never get rid of, so I decided to go ahead and get a Bachelor’s Degree in it.

-The psychology of the characters is another important part of your books. What makes you explore so deeply in the relationship of the characters?

To some degree I don’t feel like I am exploring anything very deeply with my characters, I guess for more it’s just that they feel like real people to me (this is probably saying something unfortunate about the state of my mental health) and I’m writing down what’s happening to them or in them. It’s trite to say but completely true that once you’ve worked a character out in your head they write themselves; writing a well-formed character is less about writing and more about taking dictation from the character. They will tell you what they need to say or do. Of course, all of these characters are just splinters of the author, so it’s ultimately just you talking to yourself. Again, this is all just a lesser form of insanity and one that I’m glad is socially acceptable.

-Many of your books talk about the relationship between parents and their children; but Mother Come Home is purely dramatic, and The Three Paradoxes is full of irony and different solutions for the story. Did you feel the necessity to change your style or did you just want to experimenting different solution?

The Three Paradoxes and Mother, Come Home, while they both deal with families as their core subject, are very different stories, so I thought the solutions should be different. This is something I don’t understand with some authors: they tend to use the same solutions all the time, even in the face of radically different subjects or narratives. The aesthetic, the dialogue, the pacing, everything needs to fit the story, or at least that’s how I see it. Using the same equation for every science problem would be bad science, and I feel basically the same way about art and literature.

-Reading The Three Paradoxes I’ve been really hit by the Dell’s old cartoons style that you used in he episode with Zenone. Are you bond to this old comics or do you have any anecdote to tell us about?

Dell Comics were one of the few comics I could find when I was a kid, and these were the sorts of comics my Dad had when he was younger (some of which I have now), but beyond that, I don’t have any specific attachment to Dell. I have more of an attachment to what that specific cover (the Zeno cover) was lifted from: an old Dell issue of “Rocky and Bullwinkle.” Jay Ward’s cartoons and character designs were a big influence on me, and when I think of any sort of Ancient Greece cartoon representation, I immediately think of his work. And having that portion of the book – which could come across as very heavy and too philosophical to read very well – in a very cartoony style like that, I think that helped to lighten the subject and make it more palatable. If that had been drawn in a style closer to realism I think it would have felt very clunky. The heavier the ideas, the lighter the line and drawing style, I suppose that’s a good rule to go by.

-In Mother Come Home I notice a big use of symbol and metaphors, really impressing! Please can you explain more for us about this use and in particular the function of the lion-mask that the little boy wore?

I don’t want to bore anyone by dissecting every metaphor or symbol I put in the book, mostly because I wouldn’t expect someone to catch everything I put in there. Sometimes I’m just inserting things for myself, with no hope that anyone will notice them.
That said, there was a more overt use of symbols, metaphor, and objects loaded with meaning in that book because I wanted a large portion of the book to be about reality and emotion/memory and how those interact. So I wanted things like a sandwich to come to mean very heavy things, while a grave site becomes less and less meaningful. There is a lot of mutation of significance throughout the book like that, and a lot of mutation of memory. Thomas isn’t really sure if what’s he’s remembering is the way things actually happened because it was such an emotionally driven time in his life and he was only seven years old. In that vein, the lion mask takes on different meanings: it is a symbol of his mother’s love, it is a shield from harsh experiences, it is a method of empowerment, it is a toy, it is a way to shield his father from his own emotions.

-When you write a story what do you try to transmit to your readers? The first sensation that I felt reading your two books was the feeling of evasion, escaping from this world that surrounds us. Was this something you tries to transmit?

I think that first and foremost I want to make the reader feel whatever the character is feeling in the scene, and I feel that the reader then begins to “feel” the logic of the narrative. When you understand how someone feels, it’s far easier to understand why they would do this or that, even if “this or that” isn’t something you yourself would normally do. Beyond that, I don’t know what I’m trying to get across to the reader. I think your feeling that evading the world around us is a huge theme in both The Three Paradoxes and Mother, Come Home is completely valid. That was certainly one of the feelings I hoped to get across.

End first part.

traduzione a cura di Marco Sanfilippo.