Archivi tag: daniele barbieri

Gianni De Luca: continuità del tempo e vignette implicite

di Daniele Barbieri 

La nostra settimana dedicata a De Luca si impreziosisce di un articolo di Daniele Barbieri, ancora una volta ospite sulle nostre pagine. Qua il suo blog dove, fra l’altro, Barbieri ha appena pubblicato una serie di interessanti post sul gruppo Valvoline.

image

Continua a leggere

Del Barbieri che mi ero perso

Continua a leggere

I mille nomi di Dio

di Tonio Troiani

Continua a leggere

Barbieri sugli inchiostri di Micheluzzi

di Andrea Queirolo


Ringrazio Daniele Barbieri che ne parla sul suo blog
dopo una mia richiesta. La tavola da cui è tratta l’immagine è dalla prima storia di Jonny Focus e mi fa molto piacere leggere le riflessioni di Barbieri, sempre importanti, sulla pennellata di Micheluzzi.

Della critica fumettistica, un contributo alla conversazione

di Daniele Barbieri

Proseguiamo la nostra discussione sulla critica fumettistica (o del fumetto) con un intervento di Daniele Barbieri, che ringrazio per aver accettato di partecipare a questa importante conversazione.
-Andrea Queirolo 

Continua a leggere

Barbieri, Breccia e Eisner

Gli scritti di Daniele Barbieri sul fumetto e sul suo mondo, sono sempre stati molto preziosi e ricchi di spunti intelligenti. Per questo, andando a ricercare e a rileggere alcuni suoi vecchi articoli, ho avuto la necessità di contattarlo per chiedergli il permesso di ripubblicarli, qua. La risposta di Daniele è stata positiva e lo ringrazio sentitamente di questa opportunità.

Studioso di semiotica e teoria della comunicazione, progettista multimediale e docente, Daniele Barbieri è anche, tra le altre cose, un esperto del fumetto e del suo linguaggio. L’ultimo libro sul fumetto di Barbieri è: Il pensiero disegnato, saggi sulla letteratura a fumetti europea (Coniglio Editore, 2010). Il suo sito web è: www.danielebarbieri.it e dall’inizio dell’anno ha anche aperto due nuovi blog: Guardare e leggere e Ancora un altro me.

L’articolo che segue è tratto da: golemindispensabile.it datato 01/12/2002

Breccia e Eisner
di Daniele Barbieri

Ho conosciuto Alberto Breccia nell’autunno del 1991, a Bologna. Aveva 72 anni. Gli feci da interprete in un incontro con il pubblico; una situazione in cui mi sentivo abbastanza ridicolo, perché il suo spagnolo era sufficientemente chiaro per essere compreso dagli italiani anche senza il mio aiuto, e del resto lui capiva quasi tutto quello che veniva detto. Ma stavo facendo qualcosa che consideravo comunque per me un grande onore: ritenevo Alberto Breccia il più importante autore di fumetti al mondo. Tutti i settori più innovativi del fumetto italiano gli dovevano moltissimo: una leggenda vivente. E in quel momento la sua capacità di comprendere quello che gli veniva detto in italiano doveva dipendeva da me – anche se, in realtà, ne dipese pochissimo.

Alberto Breccia

Tornai a incrociarlo un anno e mezzo dopo, a Lucca, nell’affollato palazzetto del Salone dei Comics. Non mi presentai, mi sembrava di disturbare. Circa mezz’ora dopo l’incontro un amico comune mi disse che Breccia mi stava cercando. Sussultai. Alla mia visibile incredulità venne risposto che Breccia desiderava una copia del mio libro sui fumetti. Mi misi alla sua ricerca, ma nel frattempo se ne era andato – e non lo incontrai più. Il giorno dopo, a casa, lo scrivere una dedica su una copia del mio libro da spedirgli in Argentina mi sembrava una cosa del tutto irreale: ero io quello che doveva aspirare a un libro con dedica da parte del maestro!
Contavo di rifarmi del mio stupido imbarazzo in un prossimo incontro, nell’autunno o nella primavera successiva, poiché Breccia sarebbe stato sicuramente invitato da qualche parte. Ma Alberto Breccia morì pochi mesi dopo, nel novembre del 1993.
A quanto ne so, stava ancora disegnando. Quando l’avevo conosciuto, per aspetto e per saggezza, mi aveva dato l’idea di una persona anziana. Ma il suo atteggiamento era ancora quello di chi crea con grande entusiasmo. Ricordo bene che, al tavolino di un caffè, mi diceva che quando lavorava non sentiva né fame né sonno, ed era capace di andare avanti per giorni senza smettere. Non sembrava manifestare meno interesse ed entusiasmo per quello che stava facendo di quanto non ne manifestassero i suoi colleghi trentenni. Ma, a differenza di loro, lui pareva del tutto rilassato nel suo rapporto con il proprio lavoro; e soprattutto aveva l’aria di sapere perfettamente quanto spazio questo lavoro dovesse occupare nella vita se messo di fronte agli altri interessi che normalmente gli fanno concorrenza: vita familiare e affettiva, incombenze d’altro genere, impegni sociali o politici… Ci raccontava di come aveva realizzato fumetti sotto la dittatura militare, riempiendoli di messaggi non perseguibili dalla polizia, ma chiaramente antigovernativi, almeno per i lettori che lo conoscevano. E di come, comunque, bisognasse poi distribuirli praticamente a mano…

Autoritratto di Alberto Breccia

Questa padronanza dei propri mezzi, evidente persino nel movimento della matita sul foglio di carta, si riconosce facilmente nei fumetti pubblicati nei suoi ultimi anni. Alberto Breccia è sempre stato uno sperimentatore. Lo era già nel 1963, quando disegnava Mort Cinder, che doveva essere una serie commerciale, in uno stile graficamente complesso e oscuro, inventandosi le tecniche di disegno e quelle del racconto. La differenza, nei suoi lavori degli ultimi anni, è che si ha continuamente la percezione, in queste opere spesso ancora fortemente innovative, che l’autore sappia perfettamente, in ogni momento, dove vuole arrivare e sino a che punto può spingere l’invenzione formale senza perdere il contatto con il proprio pubblico.

La stessa impressione, anche se nei confronti di uno stile grafico e narrativo del tutto diverso, producono le opere recenti di Will Eisner. Eisner, classe 1917, era già un mito editoriale nel 1940, quando il suo fumetto The Spirit sconvolgeva per intelligenza e raffinatezza il mondo non esattamente ricercato del comic book americano. Poi, intorno al 1950, la fortuna dell’azienda pubblicitaria da lui creata proprio sulla base del suo successo fumettistico lo portò a fare altro. All’epoca in cui io leggevo la traduzione italiana di The Spirit su “Eureka”, verso la fine degli anni Sessanta, pensavo che il suo autore fosse ormai vecchio o defunto, visto che da tanto tempo non produceva più nulla.

Will Eisner

E invece, nel 1978, a sessantun’anni, Will Eisner ricominciò a scrivere e disegnare storie a fumetti. Convinto, come era sempre stato, che il fumetto meritasse un nome e un supporto editoriale più autorevoli di quelli assegnatigli dalla tradizione, inventò un formato che non esisteva: la graphic novel, ovvero il fumetto come un romanzo, interessante e complesso, pubblicato in volume. Il concetto di graphic novel ha attecchito in seguito nella cultura fumettistica americana al punto che ormai la connotazione di qualità che gli aveva dato Eisner si è persa del tutto, ed è rimasto solo il formato a libro.
Ma a lui è giustamente rimasto il riconoscimento di aver creato il formato editoriale che ha sancito la rinascita del fumetto americano degli anni Ottanta (il formato di Maus di Art Spiegelman, e di The Dark Knight di Frank Miller). Anche perché da quell’anno Eisner ha continuato a produrre graphic novel senza interruzione – e così come era per me un’emozione, molti anni fa, scoprire una storia di Spirit che non avevo letto, lo è oggi venire a sapere che sta per uscire un nuovo romanzo a fumetti di Will Eisner.
Il mio incontro con lui è stato molto più recente e meno memorabile di quello con Breccia, ma solo perché le implicazioni personali sono state di gran lunga minori. Questo cortese signore ultraottantenne, invitato a tenere una conferenza a Bologna, ci ha fatto ridere tutti per un’ora prima di affrontare gli studenti dell’Accademia di Belle Arti – di fronte ai quali sembrava a volte quello con più voglia di inventare cose nuove. Con la differenza, rispetto a loro, di sapere benissimo quali leve tirare per ottenere i propri effetti. Come quelle di Breccia, le storie del tardo Eisner mostrano un’essenzialità narrativa che le sue creazioni giovanili, non meno inventive ed esuberanti, comunque non avevano. Evidentemente quando la vecchiaia non toglie l’entusiasmo di produrre, si raggiunge la consapevolezza del superfluo e solo l’essenziale resta. Forse quel di più che qui scompare è anche l’inevitabile residuo di una sperimentazione le cui strade non vengono più percorse. Ma l’esperienza accumulata permette, evidentemente, di percorrerne altre, e non meno inconsuete.
Non senza rischio, comunque. Non ho conosciuto di persona Hugo Pratt, ma leggendo le sue storie ho avuto la netta impressione che da un certo momento in poi l’essenzialità sia andata a scapito della qualità, e ho continuato a lungo e sino alla fine a cercare nei suoi prodotti tardi i segni di un entusiasmo che invece mi pareva proprio mancare.