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Da un’intervista a Glyn Dillon

Di seguito un estratto dal blog del nostro caro smoky man, che ha pubblicato una traduzione di un’intervista di Paul Gravett a Glyn Dillon, l’autore di The Nao of Brown, libro del quale abbiamo dato l’annuncio in anteprima della pubblicazione italiana da parte di Bao Publishing (QUI). -AQ

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Il sistema fumetto di Thierry Groensteen Parte 3

Terza e ultima parte dell’introduzione all’imprescindibile saggio di Thierry Groensteen: “Il sistema fumetto”, pubblicato dalla Proglo e ordinabile presso il sito dell’editore per soli 13 euro. Un libro importante finalmente tradotto in italiano. -AQ 

Parte 1
Parte 2


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Il sistema fumetto di Thierry Groensteen Parte 2

Seconda parte dell’introduzione all’imprescindibile saggio di Thierry Groensteen: “Il sistema fumetto”, pubblicato dalla Proglo e ordinabile presso il sito dell’editore per soli 13 euro. Un libro importante finalmente tradotto in italiano. -AQ 

Parte 1
Parte 3

Thierry Groensteen

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Il sistema fumetto di Thierry Groensteen Parte 1

Dopo avervi proposto, un’intero capitolo del libro “Carl Barks, il signore di Paperopoli“, siamo lieti di tornare a collaborare coi ragazzi della ProGlo presentandovi l’intera introduzione dell’imprescindibile saggio di Thierry Groensteen: “Il sistema fumetto”, ordinabile presso il sito dell’editore per soli 13 euro. Un libro importante finalmente tradotto in italiano.
Di seguito la prima parte di tre. -AQ 

Parte 2

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Jeff Jones – La via della gloria

Questo articolo/intervista è originariamente apparso su Linus numero 1 del Gennaio 1977 ed è a opera di Ranieri Carano.
Di Jeff Jones avevamo già parlato qui in occasione, purtroppo, della sua scomparsa. -AQ

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Il lettering nella produzione dei fumetti

Questo testo è una versione, in italiano e un po’ più estesa, della voce Lettering in comics: History, design, functions of giving sound to a silent medium, uno dei contributi scritti dall’autore per l’enciclopedia Graphic Novels, a cura di Bart Beaty (Università di Calgary, Canada) e Stephen Weiner (direttore della Biblioteca pubblica di Maynard, Massachusetts, Usa), Ipswich (Ma, Usa), 2012, in corso di stampa. (Gli altri testi dell’autore richiestigli per tale enciclopedia sono The Dylan Dog Case Files, Astro Boy, Maison Ikkoku e The Airtight Garage of Jerry Cornelius).
Vista la recente attenzione diffusa, nel mondo degli addetti ai lavori, per quell’indispensabile fase di lavorazione che è il lettering, abbiamo pensato di proporre ai lettori di Conversazioni sul fumetto questo intervento propedeutico, scritto in origine per un’enciclopedia statunitense indirizzata principalmente ai bibliotecari e agli educatori, anche a complemento di un altro articolo di Marco Pellitteri pubblicato in questi giorni sul sito Lo Spazio Bianco e uno dei cui punti verte, con ulteriori argomentazioni critiche e con riferimenti alla situazione italiana, sul medesimo argomento.
La voce che segue, commissionata e realizzata come una fonte propedeutica con le informazioni di base sul tema, è scandita in paragrafi il cui titolo e la cui estensione sono stati rigorosamente predisposti dai curatori dell’enciclopedia per ogni singolo lemma, disposizioni alle quali l’autore si è attenuto, con qualche lieve variante in lunghezza.

Il lettering eseguito a mano di Daniel Clowes per la copertina di “Come un guanto di velluto forgiato nel ferro”

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Alan Moore parla di Neonomicon

di smoky man

Dal 2008 ad oggi l’impegno in campo fumettistico di Moore pare tutto concentrato solo ed unicamente sulle nuove avventure de La lega degli straordinari gentlemen. L’unico altro fumetto firmato da Moore è Neonomicon (disegni di Jacen Burrows), miniserie edita dalla Avatar, il cui quarto e ultimo numero è stato presentato a Marzo 2011 durante la manifestazione Chicago’s Pop Culture Event. Si tratta probabilmente dell’ultima incursione di Moore nei comics mainstream. In un’intervista del 2010 apparsa sul sito Weaponizer, Moore raccontava:

“Quello che è successo con Neonomicon è che quattro o cinque anni fa avevo appena lasciato la DC a causa delle cose orribili che erano accadute per il film su Watchmen. Avevo deciso che quella gente era davvero feccia, e non lo dico in senso retorico. Lo dico in senso letterale, perché era gente che stava manifestando un comportamento del tutto subumano. Ho conosciuto dei drogati di crack che si comportano in modo migliore di alcune delle persone che lavorano in questi grandi conglomerati dell’industria dell’intrattenimento.

Così avendo preso le distanze da quella gente, io e Kevin O’Neill abbiamo scoperto che sembravano esserci dei problemi nel ricevere i nostri pagamenti per tempo… venivamo puniti, sostanzialmente, per aver osato sbandierare pubblicamente il modo in cui eravamo stati trattati. Io venivo punito e punire Kevin era un modo per arrivare indirettamente a me.

All’improvviso è arrivata una cartella esattoriale da pagare, e non avevo ricevuto ancora i soldi che mi erano stati promessi. Ed ero sotto di qualche migliaio di sterline per sentirmi tranquillo. William Christensen della Avatar mi ha telefonato. E ha accennato al fatto che se avessi voluto fare qualcosa per la sua casa editrice aveva dei soldi da parte proprio per un’eventualità simile. Così gli ho detto: “Beh, a dire il vero, al momento ho bisogno di soldi, che te ne pare se scrivessi una miniserie di quattro numeri per tot dollari? Potresti pagarmi l’intera somma subito e ti consegnerò il tutto entro i prossimi quattro mesi?” Ha risposto che gli andava bene, così ho avuto i soldi per pagare le tasse. Ora, non faccio nulla solo per soldi, è stato un fatto di opportunità, perché avevo bisogno di quella somma, ma non avrei buttato giù una roba inguardabile. Avevo parlato in precedenza con William dicendogli che ero piuttosto contento per l’adattamento che avevano fatto del mio racconto “Il Cortile”. Pensavo che fosse una buona storia e al tempo avevo anche ragionato sul fatto che forse con quei personaggi non avevo del tutto finito. Avevo una vaga idea per un seguito. Così ho proposto che avrei potuto realizzare un sequel a fumetti de “Il Cortile”, una miniserie di quattro albi intitolata “Neonomicon”.

Quando ho iniziato a scrivere, c’erano alcune cose che volevo fare. Volevo creare una storia che modernizzasse Lovecraft, che non dipendesse da quell’atmosfera anni ’30, e che lo modernizzasse con successo, almeno secondo me.

Credo che stessi anche pensando che sarebbe stato interessante inserire un po’ di realismo nell’impossibile, come nella serie televisiva dell’HBO “The Wire”. Perché quella serie era così credibile e realistica che poteva essere un ottimo modo per approcciare qualcosa di intrinsecamente fantastico e incredibile come H.P. Lovecraft.

Questa era una delle idee iniziali, l’altra era di reinserire davvero alcuni degli elementi ripugnanti che lo stesso Lovecraft aveva censurato o che gli autori venuti dopo Lovecraft, che avevano scritto pastiche delle sue opere, avevano deciso di escludere. Come il razzismo, l’anti-semitismo e le fobie sessuali piuttosto evidenti in tutti i mostri lovecraftiani, che sono viscidi, con richiami fallici e vaginali.

Con Lovecraft l’horror è fisico, per questo volevo inserire di nuovo quella componente. E inoltre laddove Lovecraft era delicato di stomaco, dove accennava solo a ‘certi rituali innominabili’, oppure usava eufemismi come ‘riti blasfemi’… era piuttosto evidente, considerando che molte delle sue storie raccontano di una progenie inumana di questi ‘riti blasfemi’, che probabilmente il sesso doveva aver avuto un qualche ruolo. Ma nelle storie di Lovecraft non compare mai, ma è sempre sottotraccia. Così ho pensato, mettiamoci dentro tutta quella sgradevole roba razziale, mettiamoci il sesso. Tiriamo fuori un qualche autentico ‘rituale innominabile’, diamogli un nome. Queste erano le direttive da cui sono partito e ho deciso di seguirle ovunque mi avrebbero portato. È uno dei fumetti più sgradevoli che abbia mai scritto. […] È una delle storie più oscure, più misantropiche che abbia mai fatto. Ero davvero di umore nero. Avevo appena scoperto che c’era della gente che cercava di mettermi pressione facendo pressione sul mio amico, Steve Moore, che al tempo aveva un fratello malato terminale. […] Era un qualcosa che veniva dall’industria dei comics, e si erano spinti troppo oltre. Pensavo che fossero persone capaci di tutto, ma così avevano superato il limite. Per cui ero davvero pieno di rabbia e credo che si sia riversata nella storia. È diventata davvero sgradevole.

Volevo essere risoluto. Pensavo: se sto scrivendo una storia horror, facciamola orribile. Mettiamoci degli elementi che non si trovano nelle storie horror. Perché William Christiansen mi aveva insensatamente detto: ‘Guarda, sai che ti puoi spingere oltre quanto vuoi.’ Me lo sono fatto ripetere e ho replicato: ‘Allora… posso mostrare delle erezioni? Penetrazioni?’ E lui: ‘Certo!’ Non so se pensasse che l’avrei fatto o no ma… sì, l’ho fatto. Non avevo mai scritto sul sesso in quel modo. È piuttosto sgradevole. E ci sono voluti anni prima che vedessi le tavole… perché, Jacen sta facendo un lavoro incredibile sui disegni, ma sinora ho visto solo il primo numero. […] Così mi sono riletto le sceneggiature dei successivi tre albi e ho pensato, ‘Mi sono spinto troppo oltre?’ Ripensandoci, sì, forse mi sono spinto troppo oltre, ma rimane una buona storia.

[…] E credo abbiamo raccontato una storia lovecraftiana moderna e credibile, che non si svolge ad Arkham. Che non si svolge a Innsmouth. È chiaro che quei luoghi esistono solo nelle storie di H.P. Lovecraft. Ma riconoscendolo, ho potuto rendere la storia più credibile, se capisci quello che voglio dire. Riconoscendo che quelli sono elementi della fiction di Lovecraft, ho potuto renderla credibile come qualcosa che accade nel nostro mondo o in uno molto simile, piuttosto che nel tradizionale mondo lovecraftiano.”

 ***

A cura di smoky man. Estratto dall’appendice contenuta nel volume Le straordinarie opere di Alan Moore di prossima uscita per Black Velvet Editrice.

Dalla biografia di Will Eisner

traduzione di Miranda Saccaro

Da “Contratto con Dio”

“Essere padre piaceva a Will Eisner. La sua creatività traboccava nella sua vita domestica, quando aggiungeva dei tocchi d’arte alle vite dei suoi figli, come la volta in cui portò a casa una barca a remi e la trasformò in un recinto per la sabbia o quando dipinse scene e personaggi dei cartoni animati sulle pareti delle camerette dei suoi bambini. John era brillante, estroverso, atletico, e sembrava promettente dal punto di vista ar

tistico, tanto che Will si domandava se un giorno avesse potuto unirsi a lui allo studio. Alice, la più introspettiva dei due, condividiva il sottile potere di osservazione del padre e la sua sensibilità verso i meno fortunati. Ann, [la moglie di Will] ricordava una volta in cui Alice stava guardando in TV un programma o una pubblicità sui bambini poveri, e pretese che mandassero una donazione. Will era il pollo, recalcitrante a rimproverare i suoi figli e sempre affascinato da loro, e Ann si trovava spesso nel ruolo di caporale nel crescere i loro figli.

“Ann si ricordava di una volta in cui Alice aveva circa quattordici anni. Voleva un paio di costosi stivali alla moda che Ann riteneva essere un po’ troppo cari. Alice aspettò fino al sabato, quando il padre era a casa per il weekend, e lo convinse a portarla al centro commerciale per prendere gli stivali. Ann non aveva parlato con il marito del suo precedente rifiuto di comprarli ma, a posteriori, era quasi certa che lui fosse a conoscenza della situazione. ‘Will faceva qualsiasi cosa i ragazzi gli chiedessero di fare’, osservò, aggiungendo con una risata: ‘Era un sempliciotto’.

“Questo episodio, tanto insignificante nel grande disegno della vita di una persona, divenne quasi una fotografia – una che Ann e Will Eisner conservarono tra i loro ricordi quando la vita cambiò per tutti loro, un anno più tardi,  quando Alice, allora quindicenne, cominciò a lamentarsi di non sentirsi bene. Ann la portò dal medico di famiglia, e dopo la sfilza di analisi di rito, lei e Will appresero che Alice aveva la leucemia e che non avrebbe vissuto. Ann e Will decisero di non dire alla figlia quanto la sua malattia fosse grave e, nell’anno successivo, affrontarono la sua salute che peggiorava ciascuno a suo modo. Will si seppellì nel lavoro, incapace di affrontare la terribile realtà di star perdendo la figlia; Ann passava quasi tutto il suo tempo con Alice, dentro e fuori dall’ospedale. Quando Alice venne a mancare, all’età di sedici anni, fu nel giorno del compleanno di sua madre.

***

Dalla biografia di Michael Schumacher: “Will Eisner: A Dreamer’s Life in Comics” (Bloomsbury, 2010). pagine 156-7

Link al post originale di Craig Fisher.

Jacovitti: sessant’anni di surrealismo a fumetti Parte 3

“Gufo bianco”, uno Jacovitti quasi sconosciuto dal rarissimo “Argentovivo!” terza versione del Dopoguerra (1951)

Terza e ultima parte dell’estratto dal libro su Jacovitti, edito da Nicola Pesce Editore, che ringrazio per averci dato la possibilità di pubblicarlo.
Il volume, Jacovitti: Sessant’anni Di Surrealismo A Fumetti, scritto da alcuni fra i più riconosciuti critici italiani (Franco Bellacci, Luca BoschiLeonardo Gori e Andrea Sani), si presenta come il saggio definitivo sull’autore. Con più di 350 pagine di ricerca storica, approfondimenti e critica, con una lunga intervista al Maestro e un’estesa bibliografia, il libro deve essere assolutamente in possesso di ogni appassionato di fumetto.
Potete acquistare l’edizione sul sito dell’editore o su ibs.

Leggi la prima parte.
Leggi la seconda parte.

Dagli esordi al Vittorioso Parte 3

“Alì Babà e i quaranta ladroni” (1942)

1.3.Tempo di guerra

1.3.1. Vietato fumettare

Le prime storie di Jacovitti, per quanto oggi possano sembrare rozze e immature, riscuotono al loro apparire un immediato successo di pubblico. E in un certo senso hanno persino una notevole fortuna “critica”: le alte gerarchie del “Vittorioso”, infatti, dimostrando di intuire appieno le grandi potenzialità del giovanissimo autore, lo accolgono subito fra le “colonne portanti” del “Sempre + bello”, come ama autodefinirsi il giornale romano. Le lodi per Jacovitti, nei vari redazionali, sono all’ordine del giorno, e il creatore dei “3P” è incaricato anche di disegnare i vari fregide corativi e alcune tavole di riempitivo. Anzi, dall’aprile del 1942, la redazione del “Vittorioso” gli offre un’opportunità straordinaria, mai proposta fino ad allora a un autore esordiente. Oltre a proseguire la consueta serie di Pippo, Pertica e Palla (una mezza tavola, in nero, nelle pagine interne), all’autore termolese viene affidata addirittura la prestigiosa ultima pagina del giornale, tutta a colori.È una decisione sorprendente: la struttura del tipico “giornale” a fumetti, in questo periodo, prevede da otto a sedici grandissime pagine, ognuna appannaggio di un autore. In quelle più prestigiose e a colori sono pubblicati da sempre “cineromanzi” avventurosi di ambientazione fantascientifica o esotica, con un disegno elaborato e pieno, diremmo oggi, di “effetti speciali”. Non sembra proprio, quella del giovanissimo e inesperto Jac, una scelta ideale, da parte della redazione. Ma Jacovitti affronta la sfida con disinvoltura: per la storia d’esordio, invece di insistere coi temi “quotidiani” dei “3P”, sceglie un’ambientazione esotica e una trama di ampio respiro, sfruttando al meglio il formato molto maggiore della tavola e la presenza del colore. La scelta cade su una celebre favola orientale, Alì Babà e i quaranta ladroni, che Jac inizia a trasporre a fumetti in chiave umoristica: almeno all’inizio, il tono è indubbiamente giocoso, ma lo svolgimento e la morale della fiaba originale vengono sostanzialmente rispettati. Il disegno di Jac, per il momento, non cambia affatto. Le vignette sono enormemente dilatate, gli sfondi – con un presumibile, durissimo tour de force – resi “architettonicamente appetibili”, ma resta immutato il segno naïf, che soffre un po’ dell’adattamento forzato all’esotismo spettacolare della favola. La redazione da dunque piena fiducia a Jacovitti: l’intelligenza, la creatività e l’entusiasmo del nostro autore ci sono già; la tecnica grafica arriverà certamente in seguito. Jac non delude la fiducia dei redattori del “Vittorioso”: il super lavoro che si sobbarca lo porta a sperimentare varie tecniche grafiche, e ben presto il non ancora ventenne autore è padrone assoluto della mezza tinta come del tratteggio. Ma Jacovitti si dimostra anche intelligente e pieno di risorse, di fronte alla stretta che tutti i periodici, dopo il primo anno di guerra, devono subire. Proprio nei primissimi mesi del 1942, infatti, tutti i giornali a fumetti italiani devono adeguarsi a un infelice provvedimento del Ministero della Cultura Popolare (il Minculpop di triste memoria), che va a sommarsi ai draconiani decreti già attivi nel 1938, quando, come si è detto, era scattato l’embargo per i comics americani. Lo scopo dichiarato è di scardinare il linguaggio del nuovo mezzo d’espressione, le “storie a quadretti”, considerate, a prescindere dai contenuti, di gusto e mentalità straniere e quindi “anti-italiane”, poco conformi ai principi educativi sui quali si deve edificare l’“Italiano Nuovo” di Mussolini. Ma probabilmente il motivo è anche quello di togliere sempre più ossigeno alla stampa più o meno indipendente per ragazzi: in quest’ottica, “Il Vittorioso”, sostanziale alleato nel 1938, all’epoca in cui si dà il bando a Gordon e Mandrake, nel 1942 è una voce che se non è ancora fuori dal coro, potrebbe prodursi in qualche sgradita stecca. Stessa considerazione, probabilmente, fanno i censori per “Topolino” e per gli ormai formalmente allineati nerbiniani. Il nuovo provvedimento ministeriale impone agli editori di abolire proprio i fumetti, ovvero i balloons contenenti i dialoghi dei personaggi: si tratta di un’invenzione americana (questa la giustificazione ufficiale del provvedimento) e quindi incompatibile con lo stato di guerra contro le “plutocrazie” occidentali. Gli editori cercano in vari modi di aggirare l’ostacolo, che rappresenta un vero e proprio deterrente alla lettura dei giornali e degli albi. A “Topolino” decidono di spostare i dialoghi nella parte bassa delle vignette, abolendo le “pipe”: un modo come un altro per cambiare tutto senza cambiare niente, nella migliore tradizione italiana. Altri, fra cui purtroppo il “Vittorioso”, aderiscono invece alla lettera del provvedimento: in ogni vignetta viene aggiunto un cartiglio, che comprende nonsolo i dialoghi, ma anche una tautologica descrizione della scena, con pause forzate e inutili ripetizioni. Il solo Jacovitti cerca di destreggiarsi come meglio può, evitando di adeguarsi pedissequamente alle indicazioni redazionali.

Jacovitti, in “Forza Pippo”, evita di adeguarsi pedissequamente alle prescrizioni ministeriali ed elabora un originale linguaggio solo visivo.

Nella storia Forza Pippo, in corso di pubblicazione all’epoca in cui entra in vigore il nuovo provvedimento, l’autore rinuncia in pratica ai fumetti, senza sostituirli con le didascalie, ed escogita una via tutta visuale alla narrazione grafica: qualcosa di simile alla tecnica dell’americano Carl Anderson, il cui eroe Henry, quasi sempremuto, è sporadicamente pubblicato anche in Italia, negli anni Trenta. Ma l’espediente jacovittesco non può reggere indefinitamente, e alla lunga i fumetti del Nostro sono quelli che soffrono di più del cambiamento. Fin dai primissimi episodi, come abbiamo detto, le storie di Pippo e soci si fanno apprezzare per il ritmo fulminante dell’azione e dei dialoghi: tutti elementi incompatibili con le pause imposte dalle verbose didascalie. Inoltre, il provvedimento arriva all’improvviso – con decorrenza immediata – quando già l’autore ha disegnato alcuni episodi, in attesa di essere pubblicati. I redattori del “Vittorioso” sono quindi costretti, per questi ultimi, a un lavoro di adattamento – con forbici e colla – che certo non giova alla qualità delle storie. Alla fine, la necessità di adeguarsi alla nuova tecnica determina fatalmente un cambiamento dello stile narrativo di Jacovitti, che diviene, sia pure in modesta misura, più lento e didascalico, com’è evidente già dalla storia Pippo al circo. Nella successiva Pippo trotta, Jacovitti preferisce rifugiarsi nel puro disegno, senz’altro già definibile barocco, e in pratica, ma solo per il momento, rinuncia al racconto per immagini inteso in senso “americano”, ovvero cinematografico. Nonostante tali novità negative, mentre progredisce nella realizzazione di Alì Babà, Jacovitti prende a deviare sempre più dai toni di una garbata parodia, inserendo nella favola, con frequenza crescente, elementi “destabilizzanti”, che forse rappresentano un primo indizio dell’abitudine jacovittesca di costruire le sceneggiature “a braccio”, su un canovaccio di massima. I protagonisti della classica favola, da un certo punto in poi, ne combinano di tutti i colori, improvvisando in ogni pagina delle sequenze demenziali, solo vagamente ispirate al soggetto originale; fral’altro sembrano passare il tempo a picchiarsi di santa ragione, brandendo ombrelli, frecce, forchettoni e matterelli da cucina. Ma qualcosa di nuovo accade anche agli sfondi delle vignette, che fino ad ora sono rimasti abbastanza spogli e convenzionali. Infatti cominciano ad apparire per terra alcuni oggetti incongruenti, almeno per una favola medievale ambientata in Arabia: soprattutto scatole vuote di sigarette e di cerini, barchette di carta e altra “minutaglia” del genere. In una scena, un protagonista viene premiato dal Sultano per i servigi prestati. Ma i regali sono piuttosto strani: un pacchetto di sigarette, un macinacaffè, una forchetta e… un salame, probabilmente il primo di una lunghissima serie. A tutto ciò si aggiungono alcune timide invenzioni grafiche, che oggi appaiono scontate ma che all’epoca della pubblicazione lo sono molto meno: un personaggio, per esempio, per sottolineare la sorpresa, addirittura salta fuori dai suoi calzari. Sono i primi, timidi segni di una vera e propria rivoluzione, che presto assumerà dei ritmi frenetici, quando Jacovitti comincerà ad esasperare tutte (o quasi) le tradizionali convenzioni dei fumetti.

1.3.2. Cucù: la “svolta” di Jacovitti

L’America di Al Capone in “Cucù” (1942).

All’inizio di novembre del 1942, con la sconfitta di El Alamein, gli italo-tedeschi perdono definitivamente il controllo dell’Africa settentrionale. La clamorosa disfatta non determina la minima flessione nei toni eroici e battaglieri del “Vittorioso”, sebbene al giornale non manchino i “tiepidi” (autori e redattori) e anche gli avversari del regime, come testimonia lo stesso Jacovitti. Apparentemente, la convinzione nell’immancabile vittoria finale non subisce incrinature nemmeno il mese successivo, quando inizia in Russia la tragedia del Don: del resto, Papa Pio XII ha appoggiato la “crociata antibolscevica” fin dal giugno dell’anno precedente. Eppure, che la guerra sia praticamente già persa per le potenze dell’“Asse”, è ormai evidente a molti, benché, prima della completa distruzione della potenza tedesca, debbano ancora passare anni di inenarrabili lutti e rovine per l’Europa. Intanto la guerra si fa sentire in tutta la sua barbarie anche sul territorio italiano: gli Alleati, padroni del cielo, scatenano i loro bombardamenti “tattici”, destinati a fiaccare il morale della popolazione. La guerra non è più fatta solo dai soldati al fronte: muoiono vecchi, donne, bambini. Quelli che verranno accolti come liberatori, due anni dopo, scatenano per ora un inferno di bombe sulle città indifese. Uno di questi bombardamenti, nel novembre del 1942, colpisce Torino, e causa gravi danni anche allo stabilimento dove si realizzano gli impianti del “Vittorioso”. Fra l’altro, va perduta un’intera storia di Craveri, e in via eccezionale il giornale deve uscire a due soli colori. La parte ancora non pubblicata della storia di Jacovitti Pippo al circo (realizzata a mezza tinta) evidentemente viene salvata per miracolo, perché per riprodurre le ultime puntate sono utilizzati impianti scadenti, con pessimi risultati grafici finali. Proprio in un momento tanto drammatico, inizia sul “Vittorioso” la pubblicazione di una nuova storia a colori di Jacovitti, Cucù, che per molti aspetti rappresenta una specie di spartiacque nella sua produzione.

La “visualizzazione delle metafore” in “Cucù” (1942): sculacciate…sonore.

Come molti altri autori, anche Jacovitti ha saggiamente deciso da tempo di abbandonare ogni accenno di propaganda bellica, e perfino qualsiasi riferimento, sia pur vago, alla tragica situazione internazionale: del resto, nelle redazioni dei settimanali, sono giunte anche alcune informali “veline” ministeriali, che consigliano un simile mutamento d’indirizzo. Ma invece di proseguire con le favole classiche in chiave comica, Jacovitti decide di imbarcare il piccolo Cucù e suo zio, un inventore pasticcione ma geniale, in un’avventura di viaggio dai toni surreali, con un itinerario che tocca mezzo mondo. È piuttosto curioso che la prima delle loro tappe sia (in piena guerra!) l’America di Al Capone: l’intento dichiarato è denigratorio, un po’ come nel film Harlem (1943) di Carmine Gallone, girato solo pochi mesi dopo e improntato a un ambiguo antiamericanismo. Ad una lettura superficiale, il viaggio di Cucù sembra genuinamente antiamericano: Jac smitizza gli eroi yankee dell’avventura, da Buffalo Bill a Tom Mixe a Tarzan. Incontrati dalla coppia di viaggiatori, questi miti letterari e cinematografici si rivelano meschini, codardi e impostori. Ma il risultato è opposto: gli occhi dei lettori si imbevono di grandi pianure e di brulicanti metropoli, con la caratteristica skyline dei grattacieli. Al di là della satira bonaria, gli elaboratissimi scenari d’Oltreoceano sono disegnati con tale cura e partecipazione da rivelare con tutta evidenza quanto l’autore – come del resto i suoi lettori – sia sensibile al cosiddetto “mito americano”. D’altra parte, nel crescente caos, anche le maglie censorie del regime nei confronti della cultura made in USA devono essersi un po’ allentate, se, in quello stesso ’42, in casa Bompiani, si può pubblicare tranquillamente la celebre antologia letteraria Americana, zeppa di autori statunitensi tradotti da Elio Vittorini. Ma la vera novità di questa storia jacovittesca è nel disegno, che si fa quasi improvvisamente più maturo, con un uso sapiente del tratteggio a pennino. Inoltre l’episodio propone delle spassose assurdità che anticipano quelle tipiche del dopoguerra: un fantolino, per esempio, si diletta a masticare un piede calzato del genitore, il quale, giustamente, lo sculaccia di santa ragione; ma proprio perché gliele sta “suonando”, il padre costringe un altro dei venti figli (“tutti in tenera età”!) a reggergli davanti lo… spartito musicale! Questo è solo l’inizio di una serie di situazioni balzane: allo zio salta letteralmente la testa in aria per la sorpresa; la mamma porta un cartello con su scritto “Ohimè!” (forse un altro rimedio escogitato da Jac alla mancanza di fumetti); con spassosa compunzione scientifica, viene presentato ai lettori l’improbabile “uccello Carburo della specie dei Gondar”; un pirata “fuochista”, quando spara le cannonate, si tappa le orecchie con due mani prensili artificiali, collocate sopra la testa. E anche il dialogo, per quanto sacrificato dalle prolisse didascalie, comincia a uscire dagli standard del genere umoristico, presentando le prime caratteristiche espressioni jacovittesche: “Orsù, parlate o vi pistoleggio!”; “Corebezzolin, corbezzolone!”; “Lo voglio cadaverizzare!”, e così via.

1.3.3. L’emergenza

“Caramba” (1943), appare la prima lisca di pesce.

Terminato Cucù, “Il Vittorioso” inizia a pubblicare un’altra avventura a colori dell’infaticabile Jacovitti. Stavolta si tratta di una vicenda di cappa e spada, Caramba, ambientata della Spagna del XVII secolo. Per la prima volta, il lanciatissimo autore si impegna in un’interminabile serie di divertissement con la lingua spagnola, che poi riutilizzerà, a intervalli quasi regolari, per tutta la sua restante carriera, fino alla saga di Zorry Kid. Nelle sue tavole, preso da una furibonda foga creativa, Jacovitti accumula invenzioni su invenzioni, fra lo stupore – immaginiamo – sia dei lettori che dei redattori del “Vittorioso”. E per il giornale romano è veramente una fortuna, perché (a parte le delicate favole di Sebastiano Craveri e con la possibile eccezione dei discontinui exploit grafici del combattente Caesar), le uniche cose leggibili della rivista, in questo periodo, sono proprio i capolavori di Jac. I duelli di Caramba sono una vera e propria “pietra miliare” nella storia del fumetto umoristico italiano: venticinque anni dopo, sempre in Zorry Kid, rivedremo gli stessi scontri con i personaggi che si staccano i lunghissimi baffoni a punta per servirsene come spade e infilzare l’avversario. Ma Caramba è importante anche perun altro motivo. Nella grande vignetta con il titolo della prima puntata, appare una stilizzata lisca di pesce; un’altra fa la sua comparsa nella vignetta successiva, oggetto delle interessate attenzioni di un gatto. Andando avanti con la storia, troviamo delle lische un po’ dappertutto: dopo qualche puntata, “sconfinano” anche in Pippo trotta, l’episodio parallelo, in bianco e nero, pubblicato nelle pagine interne del giornale. Sta probabilmente nascendo la futura firma di Jacovitti, derivata – come sostiene l’autore – dal nomignolo che gli amici gli avevano affibbiato a causa della sua particolare magrezza. A parte l’aneddotica, il surreale scheletro ittico simboleggia egregiamente il tono e i contenuti sempre più demenziali delle storie del Maestro termolese, incui fanno capolino anche degli spunti vagamente lugubri. In un’altra sequenza della storia salta fuori, forse per caso, un salame tagliato, mentre si fanno vedere per laprima volta dei personaggi “svenuti”, nelle pose più grottesche, anticipatori di quei morti stecchiti con gli occhi sgranati e le membra rigide che diverranno un altro classico marchio di fabbrica di Jacovitti. Oltre che in Cucù e in Caramba, anche negli episodi “minori”, quelli del ciclo di Pippo e quelli pubblicati sugli albi A.V.E., apparsi durante il 1943, abbondano pregevoli trovate, sia verbali che grafiche. Sono veramente spassose, per esempio, le insegne dei negozi che appaiono a ogni piè sospinto nell’albo Pete lo sceriffo: vi troviamo, naturalmente, il consueto “Sceriffo”, e una più jacovittesca “Vaccheria”, ma anche i demenziali “Come”, “Ma sì”, “Ohimè”, “Agosto”, “Bove”, e perfino un incredibile: “Insomma, Filippo, la vuoi smettere?”. Degno di nota è il bacione che il padrone felice dà (sulla bocca!) al proprio cavallo vittorioso in Pippo trotta, una storia lontanamente ispirata, ancora una volta, al classico Topolino di Piedi dolci, cavallo da corsa (1933). Nella stessa avventura, già assai evoluta sul piano grafico e su quello della sceneggiatura, Jacovitti si permette addirittura un accenno satirico all’enfasi della propaganda fascista, sempre pronta a ridicole e quanto mai retoriche esagerazioni: un giudice di gara, infatti, parlando al microfono durante una premiazione, accenna all’ “…epica bellezza delle gare ippiche, apportatrici di benessere e di civiltà”. Uno sproposito che sta a metà strada fra il nordico nonsense e il sarcasmo italico più terragno. Ma la tarda estate del 1943 non è più stagione adatta ai giornali a fumetti. Il 10 luglio, gli Alleati sbarcano in Sicilia, e quindici giorni dopo il Fascismo crolla miseramente, abbattuto dai suoi stessi gerarchi. Durante i successivi giorni del Governo Badoglio – che mette fuorilegge il partito – “Il Vittorioso” non cambia di una virgola la propria impostazione: all’inizio non viene cancellata nemmeno l’indicazione dell’ “Era Fascista”, scritta accanto alla data. Ma in agosto, dopo l’uscita del numero 25 – in cui inizia Pippo e la pesca, una storia di Jacovitti dal tratto elaboratissimo, denso di tratteggio e quasi realistico – il giornale sparisce dalle edicole. Con i continui bombardamenti aerei, non è certo vantaggioso stampare dei giornali che possono finire in cenere in ogni momento. Comunque, due numeri finali, il 25 e il 26 – oggi rarissimi – sono fatti circolare in quantità limitata, l’ultimo numero addirittura alla fine di dicembre: secondo alcuni storici del fumetto, le copie sarebbero spedite solo agli abbonati. Intanto con l’8 settembre, data della capitolazione italiana, inizia la fase più tragica della guerra: lo stato crolla, e il Re e il Governo fuggono a Sud in braccio agli Alleati (che risalgono la penisola con lentezza esasperante, fra combattimenti sanguinosi e distruzioni colossali); al Nord Mussolini, liberato da Hitler, si mette invece a capo dell’illegale e feroce repubblica di Salò, dando inizio a una terribile guerra civile, mentre i nazisti si abbandonano alle loro stragi efferate. Sembra proprio che l’inferno si sia scatenato sull’Italia.

Una tavola da “Peppino il paladino”

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Jacovitti: sessant’anni di surrealismo a fumetti Parte 2

Benito Jacovitti

Ecco la seconda parte del primo capitolo su Jacovitti, edito da Nicola Pesce Editore, che ringrazio per averci dato la possibilità di pubblicarlo.
Il volume, Jacovitti: Sessant’anni Di Surrealismo A Fumetti, scritto da alcuni fra i più riconosciuti critici italiani (Franco Bellacci, Luca BoschiLeonardo Gori e Andrea Sani), si presenta come il saggio definitivo sull’autore. Con più di 350 pagine di ricerca storica, approfondimenti e critica, con una lunga intervista al Maestro e un’estesa bibliografia, il libro deve essere assolutamente in possesso di ogni appassionato di fumetto.
Potete acquistare l’edizione sul sito dell’editore o su ibs.

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Dagli esordi al “Vittorioso” Parte 2

Giove Toppi, tavola “panoramica” pubblicata sul numero di ferragosto dell’anno XVII dell’Era Fascista del “420” di Nerbini (1938)

1.2. Il “Brivido” dell’esordio

1.2.1. Lo Jacovitti fiorentino

Alla fine degli anni Trenta, Firenze mantiene ancora un vago ricordo della capitale culturale che era stata nei primi anni del secolo. Passati i tempi eroici della “Voce” e dei futuristi che schiamazzavano alle Giubbe Rosse, il celebre caffè della centralissima Piazza Vittorio, il sonnolento capoluogo toscano può ancora vantare riviste letterarie di grande prestigio come “Il frontespizio” di Piero Bargellini e il battagliero “Campo di Marte” di Vasco Pratolini, l’autore di Cronache di poveriamanti. Ma si tratta di una vitalità limitata al campo letterario, fatto di riviste per pochi eletti: dietro c’è il vuoto, o quasi. Niente a che vedere, ovviamente, con il fervore dei brillanti rotocalchi milanesi, o con il popolarissimo “Marc’Aurelio” di Roma. L’unica eccezione nel campo dell’editoria popolare è la già citata Casa Editrice Nerbini, fondata nel 1897, che, fra l’altro, come si è visto, riscuote un enorme successo pubblicando i grandi comics americani. Fra le testate di Nerbini c’è anche un settimanale umoristico, il “420”, filofascista e un po’ volgare, ma abbastanza diffuso. Giove Toppi, colonna portante della casa editrice fiorentina, disegna molte copertine per questa testata, come per altre riviste consimili. Per il numero di ferragosto dell’anno XVII dell’Era Fascista (oggi dobbiamo fare un calcolo mentale per chiarire che è il 1938), il notevole cartellonista e autore di fumetti toscano (scomparso nel 1942) disegna una “panoramica” di ambiente balneare: una scena a tutta pagina, affollatissima di personaggi e piena di gag visive e verbali. Non c’è dubbio che anche Giove Toppi si affianchi ai già citati autori, italiani e americani, nell’ispirare Jacovitti nel suo rivoluzionario approccio alla composizione della tavola disegnata. Oltre a Nerbini, vivacchia a Firenze, poco prima della guerra, un sottobosco di editori minori e minimi, legati strettamente alle realtà locali, che pubblicano periodici di impronta tradizionalista e ben radicati nel tessuto sociale della città. Una rivista di questo tipo è “Il brivido”, fondato nel 1925 e sopravvissuto fino al 1951, giornale umoristico strapaesano ma con alcuni collaboratori di tutto rispetto, fra cui il grande illustratore Piero Bernardini. Dal 1927, il simpatico foglio toscano è affiancato da “Il brivido sportivo”, che (pur con lunghe interruzioni) riuscirà a superare addirittura la soglia degli anni Ottanta. Alla fine del 1939 il sedicenne Jacovitti, che non ha ancora le idee chiare sul genere di professione che intende intraprendere, riesce a farsi pubblicare alcune vignette sul “Brivido”. Le primissime, sommerse in una marea di illustrazioni più o meno dilettantistiche, dimostrano decisamente la loro immaturità, e passano probabilmente inosservate. È difficile, ma non impossibile – sfogliando quella che molto probabilmente è l’unica collezione esistente al mondo del giornale – trovare i germi dello Jacovitti di qualche anno dopo. Comunque colpisce già il senso del disegno, la capacità – a sedicianni – di muovere i personaggi con naturalezza e con senso dell’umorismo. Il primo settembre 1939, il tranquillo tran tran provinciale di Firenze (come di quasi tutte le città d’Italia) ha un improvviso sussulto. Con l’invasione della Polonia, Hitler e Stalin danno il via alla più colossale carneficina di tutti i tempi, destinata a cambiare nel profondo non solo la carta geografica e il paesaggio dell’Europae del mondo, ma anche la vita quotidiana della gente comune, fin negli aspetti più intimi. Certo, nell’autunno del ’39 nessuno può minimamente intravederele proporzioni della futura catastrofe, tanto meno Jacovitti e gli altri collaboratori del “Brivido”. Anche gli sciagurati governanti romani pensano che la tempesta sia destinata a durare poco, e studiano il modo per cavarsela alla meglio. L’Italia entrerà nel conflitto solo nella tarda primavera dell’anno successivo: per il momento, nel caso di una necessaria presa di posizione, e malgrado le affermazioni contrarie della propaganda, forse la Germania non è nemmeno una scelta obbligata…Per tutto l’inverno, e fino al maggio del ’40, sul fronte occidentale la guerra incorre in una singolare impasse: le prime linee francesi e tedesche, arroccate sulle rispettive linee Maginot e Sigfrido, si scambiano brevi scaramucce alternate a volantinaggi, saluti e scambi d’opinioni. La stampa internazionale definisce quella strana situazione “la guerra per burla” (“le drôle de guerre”, scrivono i giornali francesi): per poco tempo, agli occhi dei contemporanei, la Seconda Guerra Mondiale ha quest’aspetto ingannevole e mistificante. Al di là di ogni logica, Jacovitti spera, come molti altri, che tutto ciò preluda a una rapida e indolore conclusione del conflitto, e ne trae lo spunto per una grande “panoramica”, che appare sul n.13 del “Brivido” (31-3-1940). È una vignetta gigantesca, gremita di personaggi e di balloons, forse la più grande della carriera di Jac: sotto il titolo “Come ha visto la guerra un ragazzo sul fronte occidentale – le linee Maginot Sigfrido (l’autore di questa composizione ha diciassette anni)”, soldati di entrambe le parti contemplano margherite, si scambiano visite di cortesia e coltivano vezzose aiuole fra le opposte trincee. L’idea della vignetta di grandissimo formato, affollata da una congerie di personaggi occupati in mille gag, gli è forse venuta dopo aver visto una analoga illustrazione di Albert Dubout, En l’an 40. Ma questo non ha, in fondo, molta importanza: da questo momento, le “panoramiche” diventano un marchio di fabbrica di Jacovitti, e attraverseranno indenni non solo la guerra (presto rivelatasi ben diversa dal drôle de guerre del ’39), ma tutte le “fasi” creative di Jacovitti: quella cattolica, quella “laica” del “Giorno dei Ragazzi” e quella erotico-satirica degli ultimi anni. Ovvero, una panoramica per tutte le stagioni.

La grande “panoramica”di Jacovitti, apparsasul n.13 del “Brivido”(31-3-1940)

1.2.2. “Il Vittorioso”

Fin dal suo esordio, nel 1908, il “Corriere dei Piccoli” è espressione del ceto dirigente borghese pre-fascista. Quasi tutti i collaboratori del giornale, disegnatori o letterati, si uniformano volentieri a tale impostazione, facendo propri i principi etici e sociali dei bravi, sani e autoritari padri di famiglia dell’“Italietta”. Volente o nolente, dopo il 1924, il “Corriere dei Piccoli” cade, come tutte le pubblicazioni italiane, nella palude del conformismo fascista. Ma, a differenza di altri giornali, la sua adesione al regime sarà sempre tiepida, tanto che il partito si preoccupa assai per tempo – con “Il Balilla” – di fornire alla gioventù italiana un foglio più in linea con i temi della propaganda littoria. Il Fascismo non è comunque il solo, in Italia, a considerare il “Corrierino” come un pericoloso antagonista. A causa della sua rigorosa laicità, anche la Chiesa cattolica segue il settimanale di via Solferino con una certa preoccupazione, pur senza sentire il bisogno di scatenare una controffensiva confessionale nel mondo dell’editoria periodica per ragazzi. Ma nel 1934-’36, con l’enorme successo de “L’Avventuroso” e dei giornali congeneri, si apre l’era dei periodici ad ampio target (come si direbbe oggi), diretti ai ragazzi ma letti anche dai bambini e da qualche adulto. I temi, i dialoghi, e soprattutto le immagini de “L’Avventuroso” (pensiamo alle “donnine” di Alex Raymond…) impensieriscono seriamente gli educatori cattolici. E quando, poi, nel giro di un anno o due, quasi tutti gli altri periodici a fumetti – “Topolino” compreso – prendono a imitare la formula dello splendido giornalone fiorentino, le alte sfere ecclesiastiche decidono di correre con urgenza ai ripari. Il 28 giugno 1936, il Consiglio Superiore dell’Azione Cattolica, presieduto dal professor Luigi Gedda, delibera la “pubblicazione di un settimanale per ragazzi, intitolato ‘Il Vittorioso’”. È stato promotore dell’iniziativa Don Francesco Regretti, un intelligente sacerdote di larghe vedute e con un passato di antifascista militante: primo direttore responsabile del giornale, se ne allontanerà nella primavera del1939, sembra – appunto – per ragioni politiche. Antonio Cadoni, storico del fumetto ed ex “pilota” del “Vitt”, ha raccontato tutti gli interessanti retroscena di quegli anni lontani in varie riviste specializzate, fra cui il “Notiziario” dell’“Associazione Nazionale Amici del Vittorioso” (n.2 e segg., 1989): rimandiamo quindi ai suoi articoli per un’analisi approfondita dell’argomento. Nonostante che, negli anni precedenti, la G.I.A.C. (Gioventù Italiana Azione Cattolica) sia stata aspramente osteggiata – come una concorrente temibile – dalla fascista G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), nel clima un po’ più tollerante dei tardi anni Trenta i suoi mezzi restano comunque potenti. Già per il Natale di quell’anno, con in copertina la data del 9 gennaio 1937, dopo un intenso battage pubblicitario (soprattutto su “L’aspirante”, un diffuso foglio confessionale), il nuovo giornale appare in tutte le edicole italiane, con una diffusione capillare quanto quella dei settimanali di Nerbini e di Mondadori. Ai giornali fiorentini, in particolare, il Vitt si contrappone ideologicamente in modo netto: “L’uscita del ‘Vittorioso’ – asserisce nel 1959, con scarso rispetto per la verità storica, “Ragazzi Aspiranti” (un altro giornale cattolico) – procura la sparizione dalle edicole de ‘L’Avventuroso’, giornale disonesto” (il corsivo è nostro). Il leggendario settimanale fiorentino, defunto in pratica da vent’anni, suscita ancora l’odio dei suoi nemici! Il primo “Vittorioso” ha otto pagine di grande formato, metà a colori e metà in bianco e nero, con larga prevalenza di fumetti. Malgrado l’inadeguatezza iniziale di una parte dei disegnatori, la formula è indovinata, e in parte anche originale. Ai “cineromanzi” avventurosi, infatti, che intendono proporre vicende simili a quelle dei giornali nerbiniani, ma con contenuti morali edificanti, si affiancano storie umoristiche di pregevole fattura, opera del dimenticato ma bravissimo Sebastiano Craveri. Dopo il 1938, forse per farsi perdonare dal regime l’iniziativa, che peraltro appare oggi in sospetta concomitanza con il violento attacco sferrato dal Ministero della Cultura Popolare ai fumetti d’importazione americana, la redazione del “Vittorioso” prende a insistere oltre il dovuto coi toni fascisti e guerrafondai, ospitando alcune storie in cui i valori cristiani fondamentali quali la carità e la fratellanza sono spesso latitanti, a vantaggio di accesi toni mussoliniani. Allo stesso tempo, comunque, il livello artistico delle storie del “Vittorioso” cresce notevolmente, soprattutto quando si affiancano a Craveri veri Maestri quali Kurt Caesar (con il suo fascistissimo Romano il legionario) e il mite Franco Caprioli (col ciclo di Gino e Piero). Nel 1940, Benito Jacovitti ha solo diciassette anni, e malgrado la sua prolificità sia già proverbiale nel ristretto ambiente fiorentino (le sue “panoramiche”, i suoi pupazzi e tanti altri disegni circolano ampiamente nelle parrocchie, nelle scuole e negli oratori), probabilmente non pensa affatto di farsi strada nel mondo della Grande Editoria. Forse considera la collaborazione al “Brivido” come una specie di divertimento, e malgrado l’atmosfera generale si faccia sempre più cupa (il dieci giugno l’Italia entra in guerra, malauguratamente a fianco della Germania), passa ancora volentieri il suo tempo libero giocando a pallone in un oratorio fiorentino. Proprio durante una partita di calcio, viene a parlargli il professor Bartolo Paschetta, dirigente dell’Azione Cattolica, che gli offre la grande occasione della sua vita. Jacovitti non se la lascia scappare, e accetta su due piedi di scrivere e di disegnare una lunga storia per “Il Vittorioso”. Per un ragazzo alle prime armi, è un salto di qualità strepitoso.

“Romano il legionario” di Kurt Caesar (1940)

1.2.3. I vittoriosi “3P”

Sull’onda emotiva del conflitto appena iniziato, e in linea con le tendenze del “Vittorioso”, per il suo esordio nel campo del fumetto vero e proprio, Jacovitti elabora un ingenuo soggetto di propaganda. E fin dall’inizio crea ben quattro personaggi originali: Pippo, Pertica, Palla e il cane Tom. I tre ragazzini, in bilico fra l’infanzia e l’adolescenza, rappresentano una variante senza dubbio più scanzonata e simpatica dell’ “ideale” gioventù italica rappresentata nei “cineromanzi” del Vittorioso. Per caratterizzare il loro aspetto fisico, Jacovitti mischia abilmente – e forse in modo non del tutto consapevole – un’ampia serie di modelli. Pippo e Pertica sono tutto sommato una variante “umana” dei tipi rappresentati autorevolmente da Topolino e Pippo (ma con lontane ascendenze di Mutt and Jeff, capostipiti fumettistici della coppia comica alto/basso), che in Italia ha già prodotto il duo Cucciolo e Beppe. La faccenda è godibilmente complicata dalla presenza di Palla, che può suggerire una sorta di innesto “spurio”, nel gruppo, di un’altra tipica coppia umoristica, quella Stan Laurel-Oliver Hardy (magro/grasso): in questo modo, il povero allampanato Pertica è costretto al doppio ruolo di Stanlio-Pippo, con tutti gli imprevedibili sviluppi connessi alla situazione. Altri referenti del terzetto di Jacovitti, tutto sommato più probabili, vanno ricercati in una breve ma fortunata serie italiana, quella de La compagnia dei Sette, sceneggiata da Federico Pedrocchi: tre episodi in tutto, il primo dei quali appare nel 1938 e l’ultimo ben dieci anni dopo, superando fortunosamente la guerra. I “Sette”, proprio come i “3P” di Jacovitti, sono i tipici bravi ragazzi italiani dell’anteguerra, simpatici e un po’ straccioni, che con le loro ingenue avventure nella periferia di Milano (disegnate, salvo l’ultimo episodio, da Walter Molino), anticipano un tipo di fumetto caratteristico dell’immediato dopoguerra. Un altro possibile referente, per le atmosfere strapaesane (meglio sarebbe definirle “stracittadine”) è un fumetto ancora di Walter Molino, Saltapasto e Gonfiaspugna, apparso nel 1938 su “L’Intrepido”, settimanale fondatore di una tuttora poco esplorata scuola dell’italico “fumetto plebeo” (detto senza la minima mancanza di rispetto in merito da parte degli autori). La storia di Molino, in modo meno colto rispetto alla Compagnia dei Sette, si mette dal punto di vista “basso” dei ragazzini italiani, quella generazione anni Trenta, coetanea di Jacovitti, destinata a vivere l’orrore dei bombardamenti e del passaggio del fronte nel modo più doloroso e indifeso. Proprio la testimonianza di questa innocenza tradita, in modo niente affatto paradossale, ci offre oggi il profumo di un mondo candido e perduto, un pre-neorealismo senza miseria nera, senza violenza e sopraffazione ma con un’aria irresistibile di verità. In Pippo e gli inglesi, la prima storia di Jacovitti per il “Vittorioso” e forse – come vedremo più avanti – la prima in assoluto del grande autore termolese, i pur simpatici personaggi, che avrebbero affrontato per tutti gli anni Cinquanta una serie di indimenticabili avventure, non hanno ancora una psicologia ben definita, e anche i contenuti evidenziano parecchie incertezze ed esitazioni. Gli stessi temi di propaganda bellica sono affrontati (fortunatamente) con scarsa convinzione: l’adolescente Jacovitti si industria nel riciclare qualche tipico luogo comune sugli inglesi, che i mass media un po’ cialtroneschi di allora (fra cui spicca la radio, regno del famigerato commentatore Appelius, quello del “Dio stramaledica gli inglesi!”) cercano di elevare al rango di argomenti politici. Classico il motivo degli inglesi ingordi, trasposizione in chiave alimentare della loro insaziabilità imperialistica. Il “popolo dei cinque pasti al giorno” viene rappresentato nella macchietta di un signore sofferente di gotta (malattia da abuso alimentare), che abita in un tipico villino britannico. Le anziane signore inglesi, tutte dedite ad accudire in modo maniacale i loro cagnolini, sono rappresentate a loro volta da un’energica nonnetta, che sembra la diretta progenitrice della signora Carlomagno. Jacovitti, ovviamente, non prende sul serio questi luoghi comuni da quattro soldi, anche se le sue gag, pur non avendo davvero nulla di satirico e tanto meno di politico, sono già abbastanza godibili. Certo, le primissime storie di Jacovitti sono valide soprattutto se messe a confronto con gli altri fumetti del “Vittorioso”: ma la Londra di Pippo e gli inglesi è in realtà la periferia di Firenze (o di Bologna, o di Roma), e i muri sono gli stessi (ovviamente con l’intonaco scrostato) degli angoli delle strade in cui il giovanissimo autore giocava a pallone. Per il resto, sorprende che Jacovitti, dopo poco più di un anno trascorso al “Brivido”, disegnando singole vignette, sia già capace di usare con tanta padronanza le convenzioni del fumetto, sebbene il disegno sia ancora alquanto sommario e acerbo. Quel che conta, infatti, è la struttura del racconto. Pippo e gli inglesi è un fumetto in piena regola: non sembri questa un’ovvietà, perché ben poche opere italiane di narrativa disegnata, in questi anni, rispettano in pieno le convenzioni e sfruttano le opportunità offerte dalla nuova forma d’arte. Le primissime storie di Jacovitti ci sono tramandate mediante le ristampe degli anni di guerra. Come vedremo, le vessatorie proibizioni del Minculpop, dopo il 1941, minano al cuore illinguaggio del Fumetto, proibendo prima l’uso delle “nuvolette” (i balloons) e poi anche la riquadratura delle vignette. Pippo e gli inglesi, ridotto nelle ristampe a una serie di tavole mute con didascalie, perde più della metà del suo fascino e della sua verve. Nella versione originale, invece, mai riproposta fino ad un recente volume edito da Stampa Alternativa, la storia è dotata di un ritmo straordinario e di una comunicativa, che non risentono affatto di tutto il tempo trascorso. E questo vale anche per gli episodi immediatamente successivi. I temi “politici” sono presenti anche nella seconda storia del terzetto, Pippo e il mistero dei “Lupino” : certe caratterizzazioni, come quella di un commerciante ebreo, sono tratteggiate secondo i più vieti stereotipi in voga. Ma già in questo secondo episodio, con il quale Jacovitti inaugura il filone dei suoi spassosi “gialli comici”, l’orizzonte si allarga: da una Londra del tutto immaginaria si passa a una Svizzera ancora di maniera, ma con qualche primo evidente tentativo di documentazione. Invece mancano ancora, in questo come negli altri episodi immediatamente successivi, certi fondamentali “marchi di fabbrica” del nostro autore: per esempio non è possibile rintracciare, almeno fino agli ultimi mesi del ’42, le esilaranti invenzioni grafiche e verbali che in seguito giustificheranno la fama di Jacovitti. Qualche rara sequenza della storia successiva, letta con il “senno di poi”, lascia vagamente presagire qualcosa: infatti con Pippo e la boa, terzo episodio apparso sul “Vittorioso”, il ciclo di Pippo, Pertica e Palla anticipa alcuni tratti del personalissimo “realismo” jacovittesco degli anni a venire. L’azione si svolge nel paese (autentico) di Poggibonsi, trasportato per esigenze narrative sulla costa tirrenica: per la prima volta, Jacovitti ci mostra uno di quei paesaggi fra il provinciale e il rurale che gli saranno poi congeniali per tanti anni. Se è ancora presente la propaganda (l’episodio fa parte di un vero e proprio “ciclo”, quello che vede protagonista la perfida spia inglese Bob Smith), i triti luoghi comuni degli episodi precedenti finalmente scompaiono, per lasciare il posto all’umorismo puro. Alcuni personaggi della storia confermano l’emergere di tipi caratteristici dello Jacovitti maturo: appare un’altra vecchietta – la terza della serie – ancora più violenta delle precedenti, ed è ormai chiaro che, passo dopo passo, si sta per arrivare alla formidabile signora Carlomagno. Affiorano anche delle piccole invenzioni grafiche, soprattutto in certe scene d’azione che potremmo già definire demenziali. Ma Pippo si comporta a volte come il contemporaneo Topolino, fino a ricalcare pedissequamente un’intera scena chiave della storia Il mistero di Macchia Nera (apparsa l’anno prima su “Topolino”), quella in cui il tenebroso criminale tenta di uccidere Mickey con una serie di trappole mortali. In qualche modo, le letture fumettistiche di Jacovitti rifluiscono nel background delle sue avventure. E del resto l’esame di un’avventura che fino a poco tempo fa si considerava perduta sembra proprio rafforzare questa ipotesi.

“Pippo e gli inglesi” (1940)

1.2.4. Il mistero delle Cinque Giornate

L’unica collaborazione extra-”Vittorioso” di Benito Jacovitti, sempre nel periodo 1940-’41 e limitatamente al fumetto vero e proprio, è quella con la Tauriniadi Torino. La piccola casa editrice piemontese, oggi scomparsa, all’epoca ha in catalogo una collana di pubblicazioni economiche, gli “Albi Viaggi e Avventure”: nonostante il titolo altisonante, sono fascicoletti assai poveri, di poche pagine, con storielle di varia provenienza che non possono certo reggere il confronto con i capolavori a fumetti che la grande editoria sta ancora pubblicando, nonostante gli ostracismi di regime. Però anche queste modeste avventure, seguendo la voga del tempo, pretendono di essere “eroiche”, per forma e contenuti. In appendice agli albi suddetti (di solito nell’ultima di copertina), appare per un certo periodo una serie di tavole autoconclusive di Jacovitti, fra cui alcune primitive “panoramiche”. Poi, nel 1941, comincia ad essere pubblicata un’intera storia a puntate, dal titolo Caccia Grossa, una godibile vicenda eroicomica ambientata nell’Africa Nera. Ma rimane un dubbio, riguardo alla collaborazione con la Taurinia, che contribuisce ad ammantare di un certo mistero gli esordi fumettistici delgrande Jac. Esiste infatti traccia di un fantomatico albo della serie, dal titolo L’eroe delle Cinque Giornate, che Jacovitti avrebbe interamente disegnato, e che sarebbe apparso in edicola prima di qualsiasi altra sua storia a fumetti. Questo episodio, e non Pippo e gli inglesi, sarebbe quindi l’autentica “opera prima” del grande termolese, e insieme l’unica storia naturalistica, cioè “seria”, disegnata dall’autore in più di cinquant’anni di carriera. Lo stesso Jacovitti avalla l’ipotesi, ma la cosa lascia comunque perplessi: si dice che dell’albo esistano solo uno o due esemplari, conservati gelosamente da fortunati collezionisti. Ma è un fatto che nessuno sia stato ancora in grado di esibirne una copia. Caccia Grossa, una storia di ventinove tavole che fino agli anni Ottanta veniva data perperduta, è invece una precisa realtà: una ristampa integrale è apparsa nel 1986, sul n. 38 della rivista specializzata “Exploit Comics”. Il protagonista dell’avventura (che non è più ricomparso nelle storie successive di Jacovitti) è il simpatico Patacca, un tipico morto di fame all’antica maniera italica, che incappa in una lunga serie di guai cercando di racimolare qualcosa da mettere nello stomaco, perennemente vuoto. Le vicissitudini di questo personaggio rappresentano indubbiamente un regresso, rispetto all’umorismo del ciclo di Pippo: anche in quegli episodi c’è il gusto per gli inseguimenti farseschi, per le fughe rocambolesche, per i “tiri mancini”, ma si tratta di una farsa abbastanza evoluta, in cui, per lo meno, non è la “miseria costituzionale” a motivare le azioni dei protagonisti. In Caccia Grossa, invece, si torna nettamente indietro: per fare un parallelo cinematografico (ma la “commedia all’italiana” deve ancora muovere i primi passi significativi), dal surreale Macario si passa al primo Totò, eroe primigenio dell’“umorismo alimentare”. Però resta il fatto che Jacovitti, senza i condizionamenti del“Vittorioso”, riesce a liberarsi dei temi di propaganda (e quindi di tutta una zavorra di cliché) e anche di molte pesanti inibizioni “morali”. Patacca, nella sua sconclusionata vicenda africana, incontra dei personaggi irresistibili, spesso cinici e violenti, a mezza strada tra i “buoni” e i “cattivi”. Antieroe amabilmente vigliacco ma capace di slanci generosi, rappresenta egregiamente una delle principali caratteristiche di Jacovitti, e cioè la sua assoluta mancanza di retorica. Che elementi del genere siano presenti già nel 1941, quando anche il pubblico dei giornalini è assordato dalle fanfare mussoliniane e dalle cortine fumogene del suo gerarca-scenografo Starace, è particolarmente significativo. In qualche modo, ci conferma l’impressione (anche perquanto riguarda il periodo prebellico) che Jacovitti non sia intimamente coinvolto nel Fascismo e nella sua ideologia mistificatrice. Nella parte finale di Caccia Grossa c’è anche una tavola che ci offre qualche ulteriore indizio sui possibili influssi subiti da Jacovitti per quanto riguarda l’uso dello “specifico dei fumetti”. La sequenza in esame ricalca alcuni passaggi di un altro classico del Mickey Mouse di Gottfredson, pubblicato sul “Topolino” giornale nel 1938: ci riferiamo a Topolino e il gorilla Spettro, che si conclude in un’epica battaglia tra cannibali e gorilla. Ebbene, Jacovitti ripropone più o meno la stessa scena: è una conferma che la lettura delle stimolanti storie di Topolino ha lasciato il segno sul giovane autore, sostanzialmente originale ma disposto talvolta a ispirarsi, nella costruzione di uno stile narrativo, al migliore esempio esistente di fumetto umoristico-avventuroso. E così, con una serie di influssi più o meno consci e riconoscibili – Segar, Faccini, Dubout, Disney – va formandosi, negli anni più bui della storia d’Italia, un fenomeno fumettistico forse unico nel nostro paese: quello di un autore destinato a sviluppare un universo immaginario così ricco (dopo pochi anni di incertezze e di rodaggio), da rompere ogni rapporto di dipendenza con il restante mondo dei fumetti, in virtù di uno stile divenuto ben presto autonomo e personale.

Fine seconda parte.
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“Caccia Grossa” (1941)