I dubbi di Amleto

copertina Amleto

Parlare della Trilogia shakespeariana di De Luca richiede articoli ampi e approfonditi, per l’analisi della geniale soluzione che l’autore trovò per rendere l’illusione del movimento

Qui mi limiterò a ricordare una singola vignetta dell’Amleto, a mio giudizio rappresentativa della capacità di De Luca di usare in modo innovativo le potenzialità del fumetto, tenendo ferme le specifiche del fumetto stesso.

L’Amleto di De Luca porta a compimento l’evoluzione del linguaggio fumettistico che è sotteso a tutta la Trilogia (La Tempesta, Amleto, appunto, e poi Romeo e Giulietta). Sinteticamente: per rendere l’illusione del teatro, De Luca tiene l’ambientazione come fondale scenico e sposta i personaggi “in scena”, mostrandoli diversi momenti del loro movimento.

QUI Andrea Queirolo ha attentamente esaminato alcuni esempi di autori (specie Eisner) che hanno lavorato su questa tecnica.

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Oltre a quanto suggerito in quell’articolo, sarebbero da citare alcune vignette del mai troppo da riprendere Little Nemo di Winsor McCay o le soluzioni del Tintin in Tibet di Hergè, ma il principio è lo stesso: il fondale è fisso, i personaggi (nel caso di McCay anche oggetti come il dirigibile) si muovono, ma l’uso della closure mantiene una delle convenzioni tipiche del linguaggio del fumetto: un singolo momento temporale per ogni vignetta. Lo spostamento nel tempo\spazio è dato dalla sequenza di vignette, il fondale unico (e spezzato) dà l’illusione dell’unità del movimento stesso.

Un’illusione simile, ma diversa, dall’uso della linea cinetica, che “ricorda” nello stesso momento temporale, momenti precedenti.

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L’idea di De Luca è invece diversa. Già in alcuni episodi del Commisario Spada precedenti alla Trilogia shakespeariana, De Luca passava da questa impostazione ad un’altra, in realtà, opposta.

Se guardiamo la tav. 3 de “Il mondo di Sgrinfia” (storia pubblicata tra la fine del 1974 e i primi mesi del 1975) De Luca rimane nel solco della soluzione vista prima per McCay e Hergè: un’unica immagine, divisa in due da una closure che rappresenta l’unità dello spazio in una separazione del tempo.*

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Ma già la tavola 12 della stessa storia mescola questa soluzione a un’altra: l’ultima vignetta, che occupa tutto il registro basso della tavola e si compone come fondale con le due del registro immediatamente superiore, presenta un pezzo del corpo di Sgrinfia e poi lo stesso Sgrinfia intero.

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Qual’è la differenza tra le due impostazioni? Nella prima, come detto, le diverse vignette danno l’unità di spazio ma non quella di tempo; nel secondo esempio la stessa vignetta, inserita in un’unità di spazio, distrugge il concetto linguistico di “una vignetta = un solo attimo nel tempo”.

Nella stessa vignetta (stesso spazio) coesistono diversi “tempi”, e ciò non è solo suggerito (come avviene con la linea cinetica), ma chiaramente rappresentato.**

Questa scelta determina interessanti effetti, ma soprattutto dà il via a una splash page (Amleto, tavola 17, che potete vedere qua sotto) in cui questa soluzione linguistica permette qualcosa che solo il fumetto può fare: il loop voluto dal lettore.

amleto tavola 17

Amleto ha già predisposto la trappola del teatro per Claudio e Gertrude (tavola 16), e si prepara a dire”Essere o non essere” (tavola 18): la celebre frase, però, non verrà approfondita alla tavola 18, dove si limita a una sola battuta inserita in una tavola\scena dominata dal dialogo con Ofelia.***

La vera tavola\scena di dubbio è questa.

Amleto sceglierà di “essere” o “non essere”?

La tavola si compone di due parti. In una Amleto è muto, gira in tondo, nell’altra si muove verso la sua “uscita” dalla scena (cioè la fine della tavola), e i balloon descrivono i suoi pensieri.

Fermo restando tutto il discorso sul movimento, a mio giudizio la parte più interessante linguisticamente di questa tavola è la prima: Amleto gira in tondo. Quanto dura questo “girare in tondo\intorno” al suo pensiero? Quanto dura la riflessione che non porta a nulla, prima della riflessione che fa progredire la storia?

E’ un pregio che solo il linguaggio del fumetto può avere: il tempo può essere dilatato a scelta del lettore.

Siamo noi lettori a decidere quante volte Amleto ripeterà il suo giro, una sola volta o infinite, finché decideremo (non può essere lui, personaggio, né l’autore, narratore oggettivo, a farlo) di farlo uscire da questo stallo, per portarlo al pensiero successivo, l’esplicitazione del piano del corrucciato principe che pure ha un margine di dubbio, ma è finalmente un dubbio che può essere risolto nelle tavole successive.

E infatti, mentre Amleto ha ancora un dubbio (“… lo spettro che ho visto potrebbe essere una immagine diabolica, una suggestione della mia coscienza turbata, del mio sospetto che non ha ancora prove!..”) si trova al centro del pavimento della parte bassa della scena: una sorta di tela di ragno in cui è intrappolato.

Ma l’istante successivo, il pensiero successivo, già lo libera, lo porta fuori: il dramma di Gonzalo che verrà rappresentato è una trappola per il re, ma Amleto è fuori dalla sua trappola.

Ha deciso di “Essere”.

Breve bibliografia

Andrea Queirolo, Su De Luca, fra JH Williams III e Frank Miller, http://conversazionisulfumetto.wordpress.com/2011/05/06/su-de-luca-fra-jh-williams-iii-e-frank-miller/

Sigma – De Luca (da W. Shakespeare), Amleto, San Paolo, 1995 (collana Fumetti a Scuola), pag. 32 (tav. 17)

B. Peeters, Leggere il Fumetto, Vittorio Pavesio Productions, 2000 – cap. 1 “Le memorie di una vignetta” (in particolare le pagg. 30-36)

S. McCloud, Capire il Fumetto, Vittorio Pavesio Productions, 1996, Quarto Capitolo

Note

* E’ rilevante come il fondale diviso, qui risponda anche a esigenze di cambio di registro nella disposizione delle vignette nella tavola.

** L’esempio di quei tempi che più mi viene in mente è tratto non dal fumetto, ma dalla ormai dilagante televisione, come ad esempio in questo video:

(benché successivo), e con la clausola che l’immagine della tv è, ovviamente, in movimento, e qui sono mantenuti gli “echi” di tale movimento, non mostrate le sequenze.

*** nell’intervista fatta dalla figlia nel corso di tanti anni, Gianni De Luca tuttavia chiama “tavola di essere-non essere” proprio questa tavola 17 e non la successiva, dove la battuta iniziale del celebre monologo viene in effetti pronunciata.

Altresì, oltre alla piena volontà della proposta del loop del lettore, De Luca suggerisce che l’intero movimento di Amleto rappresentava un punto interrogativo rovesciato!

Chapeau alla sua geniale padronanza del linguaggio.

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