Sulla morte delle superstar del fumetto

di Renato Asiatici

Da qualche anno a questa parte (per comodità facciamo circa nell’ultimo triennio) è in atto nel mercato americano un fenomeno silenzioso che continua a mietere vittime. Un genocidio perpetrato in silenzio, e che ha cambiato radicalmente il volto del fumetto di massa USA. La morte delle superstar fumettistiche.

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Stan Lee insegna a disegnare, bontà sua

Nel nostro fumetto seriale, la figura della “star” ha un significato relativo. In un mercato polarizzato dalle icone fumettistiche, il nome dell’autore, per usare un eufemismo, non è fondamentale: per esempio, nei fumetti Bonelli, Disney e Astorina, capisaldi storici del fumetto da edicola in Italia, gli autori non sono mai indicati in copertina. È chiaro che l’uomo della strada sa, almeno a livello di suono, chi siano Sclavi e Galeppini (e pochissimi altri, mi verrebbe da dire). In ogni caso, la differenza di vendite fra i loro albi e quelli di tutti gli altri sconosciuti (sempre per l’uomo della strada) non ha mai rappresentato una discriminante. In Italia, semmai, il nome ha contato (e conta) per quanto riguarda gli autori al di fuori del fumetto ad ampia diffusione. Ma questo serve solo a dimostrare la tesi: i fumetti di massa, quelli da edicola, sono sempre stati fondamentalmente “character-driven”, sia per l’industria, sia per i lettori.

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La criptica pubblicità dell’arrivo di Kirby alla DC

Nel fumetto USA, invece, la situazione è, da sempre, diametralmente opposta. Pensate a Kirby che passa alla DC alla fine del 1970, all’immagine iconica di Stan Lee, al “Batman di Bob Kane”, alla firma di Disney sulle opere della casa editrice e via dicendo. Soprattutto dalla fine degli anni ’80, in questo senso, il “nome” in copertina è stato un fattore fondamentale nelle vendite dei fumetti. A partire dal cosiddetto “Rinascimento Americano”, l’autore ha iniziato ad assumere un ruolo fondamentale: impossibile, o quasi, non associare Watchmen a Moore o il Dark Knight a Miller. In questo scenario, l’uso spasmodico del nome a fini commerciali (“hype”, come dicono gli americani) ha determinato fasi storiche in cui, ciclicamente, hanno prevalso gli sceneggiatori sui disegnatori e viceversa. Qualche anno fa, per esempio, con il “dominio” degli sceneggiatori, la gestione dei cross-over più importanti della DC era tutta nelle mani di “fan favourite” come Waid, Johns, Morrison.

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Batman incontra il suo creatore

Nel momento di maggior lustro dell’immagine dei disegnatori, sette giovani di belle speranze (alcuni già milionari) furono in grado di lasciare la Marvel e fondare, da zero, quello che per almeno un quinquennio fu un impero assoluto.

Oggi le condizioni sono profondamente mutate (in primis, la bolla speculativa è implosa, e i fumetti supereroistici non vendono più milioni di copie come Spawn 1 o Youngblood 1), ma è cambiato soprattutto l’atteggiamento: fino a qualche anno fa le major americane puntavano tantissimo sul nome, oggi molto meno. Ma, soprattutto, Marvel e DC hanno scientemente portato avanti una politica tesa all’annullamento dell’idea stessa di “superstar”.

Lo spartiacque è stato America’s Got Powers di Bryan Hitch, a metà del 2012. Nel momento in cui quello che era il più riverito disegnatore americano ha lasciato la Marvel, il suo fumetto creator-owned ha fatto un flop incredibile: il numero uno di A’sGP è a malapena entrato nella top 100 dei più venduti USA, e il secondo è addirittura crollato al 149, roba incredibile solo qualche anno prima, considerando che Hitch era ancora al lavoro su Avengers di Bendis!

Ma già prima (e dopo) c’erano state avvisaglie ben precise dell’opera sistematica di annullamento delle star: le umiliazioni a Moore, culminate con l’insulso Before Watchmen, la separazione (più o meno consenziente) di Morrison e le icone Superman e Batman, l’annichilimento del valore della coppia Azzarello-Risso (!), relegati dopo i trionfi di 100 Bullets a un ben meno prestigioso oblio, il coma farmacologico della linea Vertigo, che quest’anno compie 20 anni senza uno straccio di festeggiamento, fino al New 52, che ha definitivamente sancito l’intercambiabilità di qualunque disegnatore o sceneggiatore con un altro. I risultati di questa politica, così abilmente condotta da parte della DC, portano benefici anche alla Marvel, che, in maniera sottilmente diversa, ha fatto scelte abbastanza simili, anche se molto più intelligenti (e in linea con una storia molto meno corporativa della DC).

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Un tempo, il nome di Moore in copertina doveva essere MOLTO più grande

I motivi fondamentali della “morte della superstar” sono essenzialmente due: di tipo economico “diretto” (Marvel) e “indiretto” (DC).

Partiamo dalla seconda ragione: da qualche anno, la Sony ha irrigidito il controllo sul conglomerato Sony-Warner-DC. Questo significa che i prodotti “franchise” (nominalmente i personaggi posseduti in toto dalla DC) diventano centrali per lo sfruttamento multimediale, in particolare cinematografico. È perciò ovvio come diventi importante minimizzare, se non eliminare, gli sforzi nei confronti di una linea come la Vertigo, da sempre basata su contratti creator-owned – che notoriamente creano grossi problemi in fase di negoziazione con Hollywood. Incidentalmente, mettere in animazione sospesa, de facto, la Vertigo significa anche spegnere la macchina principale di creazione delle superstar DC (nel corso degli anni, praticamente, a parte Geoff Johns, tutte le più importanti star di casa Detective Comics sono state “incubate” in Vertigo). Esempi? I nomi dei “disinnescati” sono tanti, dai già citati Azzarello-Risso, a gente come Brian K. Vaughn, Brian Wood, Garth Ennis, Glenn Fabry, e via dicendo. Nessuno di questi, al momento, ha uno status paragonabile a quello di alcuni anni fa, e non certo per demeriti artistici.

In casa Marvel, da sempre meno “ingessata” della concorrente DC, l’approccio è stato più pratico. Quindi la Marvel, nel corso degli anni, alcune star se le è portate in casa (Bendis, Mark Millar, Hitch, lo stesso Brubaker, Mike Carey), e alcune se le è create (Matt Fraction, Sara Pichelli, Gillen, Hickman, Bagley, Carlos Pacheco), ma stando bene attenta a evitare che il loro status diventasse troppo prestigioso. La Casa delle Idee ha sempre investito su disegnatori stranieri, che in media accettano di lavorare a tariffe inferiori a quelle degli americani (e spesso fanno pure un lavoro migliore o MOLTO migliore). Da qui, negli ultimi anni, l’invasione di argentini, brasiliani, italiani e filippini, più convenienti, come detto, degli americani, ma anche dei britannici, abituati in genere a tariffe molto più alte dei nostri 50-70 euro a pagina (se non lavori per Bonelli)…[1]

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L’ultima “superstar” del fumetto?

Ovviamente il rovescio della medaglia è che quando è troppo “facile” crearsi le superstar in casa, è poi difficile fare il giochetto per cui sono state create, ovvero quello di spostare un team “forte” su una serie “debole” in termini di vendite, per creare story arc che possano risollevare le sorti di tali titoli soprattutto grazie al traino dei “nomi”. Oggi è difficile negare che anche in Marvel contino di più i personaggi che non gli autori (cosa un tempo non così scontata: tutti ricordano i cicli di Miller, Simonson, Claremont-Jim Lee, David-Keown, e Byrne sulle rispettive serie).

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Una pubblicità per Jupiter’s Legacy

Siccome però la storia (anche dei fumetti) è fatta di corsi e ricorsi, la progressiva attitudine “anti star” di Marvel e DC (soprattutto DC) è controbilanciata dall’approccio “star friendly” di una casa editrice come la Image, che punta tutto su pseudo-autoproduzioni (non è qui il caso di dilungarsi sul modello produttivo della Image, ma è essenzialmente un ombrello di stampa-distribuzione) che beneficiano in maniera decisiva dalla presenza di un “nome” in copertina (anche se, come detto per Hitch, a volte i risultati non sono quelli sperati). Per ora Saga di Vaughn, Happy di Morrison e soprattutto Jupiter’s Legacy di Millar-Quitely sono andati benino (anzi, Jupiter’s Legacy è andato alla grande). Vedremo se, in termini di numeri, la Image sarà in grado di ri-evidenziare l’importanza dei team creativi (alle prese con propri personaggi), e questo sarà capace di generare a sua volta una nuova ondata pro-creatori, sia da parte del pubblico che dell’industria.

* * *

[1]  Una teoria abbastanza suggestiva (e decisamente verosimile) dice che la prima British Invasion nacque per due motivi precisi: il primo era il profilarsi di un possibile sciopero degli autori americani, che chiedevano migliori condizioni di lavoro, e il secondo il fatto che la FedEx iniziò a fare la tratta transatlantica, abbassando notevolmente i costi di consegna per i disegnatori.

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3 risposte a “Sulla morte delle superstar del fumetto

  1. Credo che il nodo focale sia la distribuzione. Se vuoi fare numeri grossi devi essere distribuito a livello capillare e in questo le major sono imbattibili. Con il digitale forse un po’ di cose cambieranno, ma il pubblico che fa i grandi numeri (al di là delle mode) segue comunque il personaggio a prescindere dagli autori, come dimostrano i grandi franchise cinematografici, e infatti anche al cinema la Marvel/Disney si comporterà così: credete che si faranno tanti problemi a sostituire i vari componenti del cast di Avengers? Tolto Robert Downey Jr tutti gli altri non valgono nulla perché la forza sta nel brand e non certo nell’attore.
    Da un certo punto di vista è una scelta perfettamente giustificata economicamente: se il tuo nome non mi fa vendere di più, o ti fai pagare di meno o ti sostituisco con un altro che pago meno e che mi fa vendere uguale. Forse con il digitale qualcosa cambierà in termini di visibiltà e di diffusione, anche se determinate logiche di mercato sono quasi impossibili da scardinare.

  2. Pingback: Sulla morte delle superstar del fumetto | (Ex) Zona San Siro

  3. Daniele Littori

    Questo articolo mi è piaciuto molto. Per la verità sono molto perplesso sul futuro dell’intero mondo del fumetto, a sensazione mi pare che stiamo assistendo ad un generale calo e non penso che ciò sia causato dall’attuale congiuntura economica, non del tutto per lo meno. Credo che la ragione primaria vada ricercata nel profondo cambiamento che questa società sta vivendo e che ci sta portando nella direzione di una “digitalizzazione” delle nostre esistenze – se mi passate il termine. Io sono relativamente giovane e quindi più affezionato e a mio agio non le nuove tecnologie, ma non posso negare che il fumetto di carta, quello che puoi toccare, odorare e sfogliare ha un fascino ineguagliabile. Al punto che mi ritrovo spesso a bazzicare nelle fumetterie e mercatini dell’usato per trovare questo o quel fumetto. Poi c’è la questione della scomparsa di alcuni fumetti più o meno noti che per ragioni di vario genere hanno dovuto chiudere la pubblicazione e che nessun’altro conoscerà mai perchè, magari, quando veniva pubblicato non ne aveva sentito parlare. Faccio un esempio emblematico. Tempo fà mentre navigavo su internet alla ricerca di siti che riportassero novità fumettistiche mi sono imbattuto in un sito che ha la seguente URL http://www.exclusivamente.it . Sbircio nel sito, semi-amatoriale, e scopro che è dedicato alla prima serie di un personaggio, Jonathan Steele, creato dal soggettista e sceneggiatore Federico Memola. E chi ne aveva mai sentito parlare? Insomma, mi guardo per bene il sito, vedo le copertine dei vari numeri, e armato di santa pazienza mi sono messo a cercare nelle fumetterie e mercatini del fumetto della mia città. Cosa scopro? Questo fumetto è stato prima edito dalla Bonelli fino al 2004 circa, e poi dalla Star Comics fino al 2009 circa, dopodichè ha chiuso i battenti.. Beh, alla fine ho trovato tutta la prima serie, quella della Bonelli, ad un mercatino dei fumetti usati, tutti i 48 numeri ad un prezzo stracciato. Quindi, prendendomi il mio tempo mi sono letto l’intera serie, e cosa ho scoperto? Ho scoperto che mi sono perso qualcosa di importante e questo mi ha fatto riflettere sulla questione del futuro dei fumetti. Da un lato la crisi che sta investendo il settore e che porta alla chiusura delle testate e dall’altro l’importanza del mezzo internet per mantenere viva una cultura e offrire a tutti la possibilità trovare e sapere ciò che si era perso. Di conseguenza, sono profondamente convinto che il futuro del fumetto, se vuole continuare ad esistere, deve indirizzarsi al web.

    Daniele Littori

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