“Ancora tu?!? Ma non dovevamo vederci più?!?”: usi & abusi del termine graphic novel.

                                               

                                 a Giulio A., tra le cui molte colpe ci sarà a breve anche quella di aver ispirato l’ennesima biografia a fumetti

Ci è stato rimproverato di rimpolpare una questione ormai logora e datata, di trattare con la non dovuta lungimiranza e attenzione un argomento un po’ arrivato al limite. Tutto ciò ci sta, non avendo noi velleità accademiche e autoritarie. Però leggere la roba che segue in rete, ci fa capire come molto spesso i nostri punti di discussione – certo parziali e, ahinoi, di parte – non sono poi così peregrini.

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In quell’articolo, avanzavo alcune riserve sul contenuto semantico del termine graphic novel. Mi chiedevo che cose fosse, oggi come oggi, il graphic novel, se la «librarizzazione» del fumetto ormai toccava tutto quello che, a livello di formato e di distribuzione, passava per il medium delle librerie. Senza dubbio, a questa indebita estensione dall’alto, ne conseguiva un’altrettanto naturale e indebita “misinterpretazione” dal basso.

Fatto sta che negli ultimi giorni mi sono imbattuto in due casi limite che potrebbero ironicamente rendere bene la confusione che regna da un po’ di tempo.

Il primo caso – che è al limite del fake, per quanto sconclusionato sia – è un testo scritto da Maria Orfei (che non so chi sia e tanto meno mi interessa) per il sito Nonsolocultura.it (qui il link all’originale), che è rimbalzato di blog e blog, tra cui anche alcuni frequentatissimi.

Vorrei copiare il testo integralmente, soprattutto perché è una sorta di vademecum alla scrittura e all’ideazione di graphic novel, ma mi limito a stralciare alcune citazioni, tipo questa:

“Una Graphic Novel è un lavoro narrativo simile al fumetto dove le storie sono più complesse e più vicine ad un romanzo. Viene scritto e disegnato pensando ad un pubblico adulto, e la differenza rispetto ai fumetti consiste nel fatto che ha un inizio e una fine, cioè è un’opera completa. Dal punto di vista della sceneggiatura e del disegno, ha un approccio più sperimentale, e una maggiore attenzione all’aspetto psicologico [...] perché dovrete farli conoscere da subito. Nei fumetti, invece, questo è un problema secondario, vista la serialità e la possibilità per i personaggi di farsi conoscere poco alla volta. [...] Un modo per rendere interessante la vostra storia, potrebbe essere quello di caratterizzare i personaggi con una frase d’effetto [...] In una Graphic Novel, invece, potete immaginare paesaggi che nella realtà non esistono, personaggi che volano e che riescono a superare le leggi fisiche. [...] Dopo aver scritto la sceneggiatura per la vostra Graphic Novel, dovrete pensare ai disegni, quindi dovrete contattare un disegnatore oppure disegnare voi stessi tutti i fumetti“.

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Ecco, che allora  un personaggio come Hulk dalla complessa psicologia (e non mi si dica il contrario – altrimenti non avete letto la lunghissima e splendida run di Peter David) con la sua frase ad effetto potrebbe calzare a pennello per la nostra graphic novel. Ma visto che non abbiano restrizioni di budget alla nostra fantasia e quindi possiamo anche fare volare i nostri personaggi forse i primi  graphic novelist non saranno Jerry Siegel e Joe Shuster ?

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La prima graphic novel della storia: Action Comics #1

Senza dubbio possiamo concludere che stare a discutere su sta roba più o meno seriamente sia controproducente visto anche la bassa pretesa e la quasi inconsapevolezza del redattore. Quindi, essenzialmente porsi qualche domanda su testi del genere è quantomeno ozioso. Tranne, se poi la nostra prospettiva non è quella di vedere quale sia la percezione “popolare” del termine.

Però domenica scorsa durante un’apatica rassegna stampa on line – che si è conclusa come sempre sulla colonna destra della Repubblica.it – mi imbatto in un trafiletto della Mazzucco dedicato a Sir Burne-Jones:

Per me sir Burne-Jones è il protagonista di un paradosso. Amo le sue superfici senza profondità abitate da dee, cavalieri erranti, statue e sirene; non perché avesse senso resuscitare un’arte morta da secoli con le convenzioni e le convinzioni che la ispirarono, ma perché – teorizzando l’esatto contrario – Burne-Jones stava inventando un’arte del futuro, popolare e universale. Il fumetto. O, come si dice oggi, la graphic novel“.

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Burne-Jones – The Doom Fulfilled (1888)

Leggendo l’articolo (qui si può leggere integralmente) della Mazzucco si incontra un’idea non peregrina. Infatti, l’accostamento tra l’arte dell’autore pre-raffaellita e il fumetto/graphic novel (visto l’intercambialità pressoché perfetta tra i due termini) è suggerita all’autrice dal progetto originario alla base dell’opera analizzata: The Doom Fulfilled.

Come ci viene raccontato, il soggetto mitologico proviene da studi compiuti da Burne-Jones sulla mitografia di Perseo in vista di un progetto – poi aborrito – per illustrare (con quasi 500 disegni) il poemetto dell’amico William Morris. Naufragato l’intento, Burne-Jones grazie alla commissione del conte e occultista Arthur Balfour riprese i lavori e, dopo una certosina preparazione e centinaia di bozzetti, realizzò un ciclo di dieci quadri – di cui solo 4 completati – tra cui quello citato.

L’idea che unisce illustrazione e graphic-novel potrebbe certo suggerire una prossimità tra il progetto embrionale alla base del dipinto e quella che poi con un salto abbastanza pericoloso la Mazzucco definisce «estetica da fumetto dark» (riferendosi in maniera esplicita al Cavaliere Oscuro) e nel contempo potrebbe anche teoreticamente essere affascinante, anche se da un certo punto di vista abbastanza forzata. Ma, entrare nel vivo della discussione comporterebbe un’attenta analisi di quelli che possono in qualche modo essere considerati prodromi del graphic novel. Ma, anche su questo sarei cauto, poiché l’approccio sarebbe sempre retroattivo come in questo caso. Quello che invece mi interessa è soprattutto, l’identificazione fra fumetto popolare e graphic novel. Un’identificazione contingente e modaiola: sottomessa al “come si dice oggi”, cioè ad un uso che condiziona la natura intrinseca del termine [1].

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Tirando un po’ le conclusioni, allora, da un lato abbiamo un testo dalla finalità “didattiche” che mi suggerisce una “differenza” sostanziale tra graphic novel e fumetto seriale e popolare, ma che in sostanza viene vanificata, visto le caratteristiche suggerite, cioè il saper volare ed il proferire frasi ad effetto: sostanzialmente sono dei supereroi; dall’altro, invece, abbiamo un pezzo che non sancisce alcuna differenza – e forse superficialmente o, molto più probabilmente, saltando a piè pari tutte le pipe che molti di noi si fanno – e identifica i due termini: il fumetto tout court, anche e soprattutto quello supereroistico – è graphic novel, poiché “oggi” lo si definisce in questa maniera.

Quindi, ancora una volta, mi sembra che il termine stia diventando sfuggente o meglio che sia così lato da sostituire nell’immaginario collettivo (alto o basso che sia) il sinedottico e desueto fumetto. Detto ciò, tendo ancora le orecchie in attesa di altri forse inutili e oziosi sviluppi.

* * *

[1] La discussione potrebbe essere paragonata a quella sulla declinazione femminile o maschile del termine. Barbieri, tempo fa, al riguardo scriveva:«L’espressione graphic novel è entrata nell’italiano attraverso il suo uso al femminile: la graphic novel. Ci sarà anche un errore alla base di questo uso, ma è l’uso che fa la regola, e non viceversa.» (qui). Se accettiamo questo assunto, potremmo anche concludere dicendo che non esiste alcun uso indebito del termine, poiché è ormai abitudine consolidata quella di chiamare di chiamare con somma leggerezza il fumetto con la locuzione romanzo grafico, e pensando anche alle derive “positive” che ciò ha comportato dovremmo essere più che contenti dell’attuale norma. Ma, a volte è bene chiedersi perché si è arrivati alla regola e perché vige questa regola.

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2 risposte a ““Ancora tu?!? Ma non dovevamo vederci più?!?”: usi & abusi del termine graphic novel.

  1. scusa l’autocitazione ma nel 2010, già commentando un articolo della Tobagi, mi lasciavo andare ad alcune considerazioni simili (http://sonostorie.wordpress.com/2010/08/03/una-buona-novella-forse/) anche se meno “tecniche”.
    Io temo che – sia per ragioni di marketing, magari legittime, da parte degli editori, sia per ragioni meno legittime diciamo di “fuffa culturale” da parte di certi autori – da noi il termine graphic novel abbia assunto una sfumatura che nel mondo anglosassone non ha, riproponendo una stantia divisione in caste del fumetto tra “alto” e “Basso”, “d’autore” VS “pop”.
    Per cui, meno diplomatico di te :), invece di “Sfuggente” per l’etichetta “graphic novel” userei ormai l’aggettivo “deficiente”. A essere buoni perché manca di un senso preciso, a essere cattivi perché è diventato un ricettario di idiozie e pregiudizi culturali.

  2. Ciao Marco,
    sostanzialmente concordo con te. Il tono di questo post era meno astioso di quello precedente [http://conversazionisulfumetto.wordpress.com/2013/04/15/la-vita-e-una-chiavica-ovvero-il-graphic-novel-come-categoria-merceologica-piu-una-discussione-con-massimo-giacon/], ma lo imponeva una certa leggerezza delle fonti (persino quella “nobile” della Mazzucco è insipiente e superficiale) .Al di là, del tono stantio di una discussione del genere, i problemi – se di problemi si vuole parlare – sono: 1) l’ambiguità con cui il termine viene adoperato (va bene sempre) e paradossalmente 2) il radicarsi di un’immagine ben precisa – a limite del caricaturale in certi casi – di quello che è diventato con tempo il gn. Mi semba che ci sia una certa schizofrenia in questo movimento: cioè tutti parlano di gn in un processo di librarizzazione del fumetto e, nel contempo, però tutti hanno un’immagine di quello che dovrebbe/potrebbe essere il gn. Sul carattere retroattivo poi non voglio neanche esprimermi…

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