Intervista a Ulli Lust

Ho intervistato l’autrice austriaca Ulli Lust (berlinese d’adozione) al Goethe-Institut di Roma il 12 marzo 2013, in occasione dell’inaugurazione della mostra dedicata alla presentazione dell’edizione italiana del suo “Troppo non è mai abbastanza” (Coconino-Fandango) graphic novel che, nell’edizione francese, ha vinto il “Prix révélation” al Festival del fumetto di Angoulême 2011.

Esposte, 25 tavole originali tratte dal volume, più alcuni ritratti che l’autrice ha realizzato durante la sua recente permanenza in Italia e alcune tavole di un nuovo lavoro in preparazione. Insieme alla mia intervista, molto informale, riporto anche un breve intervento di Laura Scarpa, che ha presentato l’autrice e il volume al pubblico.

La mostra, a ingresso libero, sarà esposta fino al 27 aprile 2013.

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Iniziamo con una contestualizzazione storica: il fumetto si svolge nei primi anni 80, a Vienna e le protagoniste sono due giovani punk. Ti chiedo subito: com’era essere delle ragazze punk, che facevate? Cosa significava per voi?

Innanzitutto all’epoca essere “punk” o seguire la “new wave” era quanto di più figo potesse esistere allora, per un adolescente. A me interessava soprattutto vestirmi in maniera stramba. Abbigliarmi in modo particolare. Era una cultura giovanile molto pratica, molto pragmatica. Ti diceva “fai quello che vuoi, fallo subito!”…E non aspettare dieci anni, fin quando hai concluso una formazione di un qualsiasi tipo. Questa mentalità del “do it yourself” cioè “non aspettare che ci sia qualcuno che ti insegni qualcosa” era fantastica, per chi voleva per esempio disegnare o anche se volevi diventare un musicista… bastava che strimpellassi tre accordi ed eri già un musicista. No? Era questa immediatezza del movimento che mi affascinava.

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Ammetto di essere appassionata di musica punk. Infatti quando ho visto l’estratto di questo libro – che ancora non ho letto perché confesso che prima volevo conoscerti – e l’ho sfogliato, la cosa che mi è piaciuta subito è stato l’impatto grafico, estetico. Ho riconosciuto qualcosa…E’un libro che parla di argomenti seri, ma ha una forma diciamo “cool”?

[Ride] Si, mi fa piacere che lo trovi “cool”. Effettivamente mi è piaciuto anche molto realizzarlo, farlo proprio così, con questo tipo di disegno. Adesso invece sto facendo un fumetto su un’altra fase della mia vita, un periodo compreso tra i miei 22 e 28 anni, dove purtroppo non ero così “cool” e purtroppo devo dire che non è altrettanto divertente disegnarla.

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Per il poco che ne ho letto, “Troppo non è abbastanza” mi è sembrata una storia di due ragazze che, siccome sono punk e vogliono andare un po’ “fuori dalle regole” ( perché il punk era rifiutare ogni forma di controllo, no?) si buttano a capofitto in un’avventura. Ma perché Italia? Era un vostro mito?

No, non sapevamo assolutamente nulla dell’Italia. Le uniche immagini che avevo del vostro Paese erano legate a questi film molto “kitsch” degli anni Sessanta – che ogni tanto ti propinavano in televisione – e poi magari sapevo che all’Arena di Verona ogni tanto allestivano la “Carmen”, sapevo che c’erano le spiagge ed era fondamentalmente un luogo dove la gente andava in vacanza, tutto qui, veramente.

Ho cercato di fare un parallelo – nella mia testa – tra un punk a Vienna e uno in Italia negli stessi anni.  Mi sono segnata un pò di date: tipo a Pordenone nel 1976 c’era già il primo collettivo punk “The great complotto” e nel 1981 a Berlino (ma tutto emiliano) nasce lo storico gruppo punk dei CCCP [Ulli Lust: «Si,  si! Li conosco!»] Non so, forse Milano o Bologna sarebbero stati più coscienti dei punk rispetto a Verona o la Sicilia…ma siete state davvero così sfortunate da non aver incontrato neanche un punk in Italia? Qualcuno che sapesse comprendere il vostro stile di vita?

Allora, effettivamente c’è un episodio che non ho incluso nel libro, semplicemente perché non lo reputavo importante. E’ quando a Riccione io ed Edi abbiamo incontrato un ragazzo punk (uno solo!) che ci ha ammirate tantissimo e che ci ha detto che era una figata la vita che stavamo conducendo, quanto fosse bello, il fatto di partire, viaggiare, stare così in Italia. E poi effettivamente c’è un’altra scena – questa volta inclusa nel libro – in cui le due protagoniste sono a Roma, e dove appunto non volendo mischiarsi con gli hippies che si trovavano alla scalinata Trinità dei monti, cercano un pub punk. E quello che trovano è questo locale “new wave”, che però presentava una forma di punk molto artefatta.
Diciamo che mentre noi eravamo punk di strada, tutte malmesse e dimesse, invece questi altri erano tutti ipertruccati, sembravano quasi dei mascheroni teatrali. E purtroppo però quella scena punk della quale tu parli non l’abbiamo proprio incontrata. Pensavamo che effettivamente da qualche parte avrebbe dovuto esserci, però non l’abbiamo trovata. Sfortuna.

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Quindi eravate sole, in un posto sconosciuto, a tratti ostile. Le protagoniste del fumetto, vivono l’incontro con l’altro solo in modo è strumentale (non so, del tipo “ho fame”, “mi serve un posto dove dormire”, “ho bisogno di un passaggio in autostop”) o la disposizione d’animo era diversa?

No, no… è abbastanza tremendo che tu abbia avuto questa idea. Effettivamente avevamo voglia di conoscere tantissima gente. Ero originaria di piccolo un paesino austriaco e mi ero stufata di vedere sempre le stesse persone, gli stessi compagni di classe, gli stessi giri…C’era un grande bisogno di uscire all’aperto, conoscere il mondo e appunto conoscere nuove persone. Però sicuramente è vero che nel fumetto ho tagliato fuori alcuni dei dialoghi che avrebbero fatto capire meglio quali erano le nostre intenzioni, per una questione di leggibilità, per mantenere il filo conduttore della narrazione.

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Ma di base le ragazze punk non sono un pò disperate, masochiste?

E’ un po’ un’attitudine quasi schizofrenica che forse puoi capire: nel senso che ovviamente quando sei un teenager, un’adolescente, non pensi che domani è il giorno in cui potresti morire, però dall’altra parte vivi talmente il presente che il futuro ti sembra una cosa lontanissima e astratta.

Tra l’altro lo slogan manifesto del punk era “no future” quindi era anche quello il modo di vedere le cose. Ma voi partite senza documenti, senza soldi, in autostop…all’epoca avevate un’incoscienza tale? Per voi era normale farlo?

Penso che la società cerchi sempre di far paura ai giovani, in un certo senso per controllarli, no? Per far si che non sfuggano al controllo degli adulti, della società, per questo anche i nostri genitori all’epoca ci “raccomandavano” di non fare questo o quello, però credo che fosse particolarmente tipico del movimento punk questo fascino per la vita vera, senza trucchi, senza mediazioni. C’era anche un certo fascino per tutto ciò che era distruttivo, negativo, autodistruttivo, c’era anche una sorta di masochismo che fondamentalmente è anche quello che affascina maggiormente i giovani, cioè tipo le ragazzine che si fanno i tagli sulle braccia…c’era quasi una nostalgia per questo modo di vivere.
L’autostop negli anni 80 poi era normale – oggi non lo è più. E’ molto triste che oggi non sia più così popolare. Oggi non so, di comparabile c’è..il  Couch Surfing forse? Si, però è legata a internet, che è uno strumento veramente potente. Io da giovane, in un paese sperduto nelle campagne, in Austria non potevo conoscere granché.. se penso a mio figlio oggi nello stesso paesino di provincia austriaco, grazie ad internet può conoscere tutto quello che vuole.

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L’incontro con gli italiani, nel tuo racconto, è davvero disastroso. C’è almeno un pò di drammatizzazione nei fatti che hai raccontato? Dammi una speranza.

No, temo di non avere esagerato. Anche perché all’epoca ero una persona che viveva secondo le migliori intenzioni e pensando sempre di trovare qualcosa di positivo in ogni persona che incontravo. Rimasi veramente scioccata dal modo dalle reazioni unilaterali che tutti gli uomini dimostravano, reagendo tutti in una maniera, con complimenti, diciamo, avances non richieste, anche quando mi infastidivano chiaramente. Era sempre un: “bella, ma che begli occhi! Vieni qua..etc”

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Noi di Conversazioni abbiamo fatto la recensione del tuo volume. Anzi il mio collega Andrea Tosti l’ha recensito e in conclusione l’ha consigliato ai lettori, agli uomini. So che probabilmente non hai pensato in modo così diretto al tuo pubblico ma tu, mentre scrivevi, a chi stavi parlando?

Sicuramente ho pensato più ad un pubblico femminile perché da sempre mi sono molto arrabbiata delle reazioni che le donne avevano nella letteratura o nei film nel momento in cui venivano attaccate o offese. Cioè non si sono mai ribellate ma le donne tendenzialmente assumevamo una posizione molto sottomessa dicendo “oddio hai ragione, effettivamente è colpa mia”, laddove le si attaccava o le si offendeva, ed è una cosa che non ho mai accettato. Quando ho iniziato a scrivere questo fumetto, è stato un punto particolarmente importante far vedere, far capire alle mie lettrici, come si reagisce veramente quando ti trovi davanti a scene diffamatorie di questo tipo nei confronti della donna. A parte il fatto che sono sempre convinta che spesso i personaggi femminili protagonisti di film o della letteratura non sono altro che delle proiezioni al femminile, realizzate dagli uomini, mi sono resa conto con il passare degli anni che oggi c’è…una sorta di auto-odio anche da parte delle donne un lavaggio dei cervello sul fatto che una donna sia più debole o meno intelligente di un uomo. Un meccanismo assurdo che ha finito quasi di convincere le stesse donne. E dato che, da un punto di vista erotico, comunque amiamo calarci nei panni della sottomessa, è come se anche nella vita vera avessimo accettato questo ruolo. Perché è come se solamente assumendo questo ruolo terrorizzato e sottomesso la donna riesca a farsi amare e sia amata soltanto perché sottomessa.

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A proposito di consapevolezza femminile, il personaggio di Edi, la tua compagna di viaggio, sembra molto consapevole della sessualità e di come usarla come strumento. Cosa che non avviene invece con il personaggio di Ulli diciassettenne. Come vivono la sessualità i due personaggi?

Beh, il passatempo di Edi era scopare, lo faceva spesso senza problemi e ad un certo punto si era accorta che poteva avere delle cose in cambio di questo. Magari sarebbe comunque andata a letto con quel tipo, quindi non si faceva lo scrupolo.

Certo il meccanismo che si attiva però confligge con il tema della parità uomo donna, no?

Si, ma fondamentalmente lei era così libera sessualmente, anche quando eravamo a Vienna, lontana da qualsiasi questione di scambio sessuale, senza voler ottenere nulla, senza bisogno di ottenere nulla. Si divertiva e l’ha fatto. Era comunque a favore della liberazione della donna, questa era la sua capacità di vedere il sesso senza complessi e senza paure, cosa che non c’entra con la prostituzione. Mi dispiace che venga malinterpretata nel senso di prostituzione.

Tra l’altro in Italia la generosità incontrata è stata grande. In Sicilia bastava andare in un’osteria e dire “ho fame” e mi regalavano del cibo, o ci hanno regalato dei soldi quando eravamo a Roma e facevamo l’elemosina. Ero piacevolmente sorpresa della generosità degli italiani e sono dispiaciuta che in nessun articolo, che in nessuna recensione si parli di questo.

Bene, ora lo scrivo io, tranquilla. Insomma… dopo queste chiacchiere sinceramente ad un lettore che non ha ancora preso in mano il libro non parlerei di una storia di donne per le donne, parlerei di una storia forte, questo si, due giovani punk e un’avventura, che ha parti belle e parti brutte, come tutte le avventure.

Si, ho tenuto subito a chiarire, anche con il mio editore, che questo libro non è un’accusa al machismo italiano. Non voglio essere la femminista che accusa i maschi italiani, non era assolutamente quello l’intento dell’opera. Questa è una semplificazione fuorviante. Per me é prima di tutto un libro sulla gioia di vivere, sulla libertà, sul fare esperienze, sull’essere aperti, un libro di donne che fanno esperienze. Si, anche molto negative. Un libro in cui c’è molta sofferenza, ma anche un libro dove le protagoniste sono sempre parte attiva, non sono vittime. E’ il classico schema della tragedia, no? Noi siamo le eroine. Con i tre momenti: una situazione squilibrio, la scelta, e poi la catastrofe.

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Ultime domande, parliamo del tuo stile. Propendi per il graphic journalism o per il lato fiction?

Assolutamente il graphic journalism, sono totalmente concentrata sulla documentazione e voglio riflettere il mondo per come è. Non mi interessa il lato finzionale. E’ una decisione, l’ho fatto prima ma ora voglio rimanere attaccata alla realtà.

E invece, parlando del tuo segno, quali sono i tuoi autori di riferimento? Non so, hai mai avuto in mente ad esempio “Love and Rockets” dei fratelli Hernandez o qualcosa di simile? 

Bravissimi. A me piace moltissimo ad esempio “From Hell” disegnato da Eddie Campbell, e inoltre mi piace molto lo stile caricaturale, di cui in pratica trovi esempi in tutto il novecento. In generale devo dire che ho cercato sempre uno stile particolare, che si adatta alla storia che sto scrivendo. Ogni mio libro è differente. Questa storia è molto aspra, forte, con queste ragazze punk e così ho voluto disegnare in un modo così… ruvido.
Il mio prossimo libro invece sarà del tutto differente, puoi vedere alcune tavole esposte. E’ una storia surreale, ambientata nella Germania degli anni trenta, narrata dal punto di vista della figlia di Goebbles.

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Il tempo a mia disposizione è scivolato via veloce. Seguo la presentazione di Ulli Lust da parte di Laura Scarpa, e vi riporto un breve estratto (il resto sarà a breve sul blog Comic Out):

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Laura Scarpa: La mia impressione complessiva del libro è, più che un racconto della violenza, un violento racconto di educazione sentimentale. Mi interessava sapere cosa ne dici tu.

Ulli Lust: Sicuramente volevo raccontare questo viaggio come una specie di viaggio di iniziazione alla vita, si tratta di due ragazze molto giovani, adolescenti che vogliono superare i confini, contravvenire alle regole, andare contro tutto ciò che dicono loro i genitori, vogliono condurre una vita molto anticonvenzionale, molto poco borghese e ovviamente questo loro desiderio di libertà è anche un pò malato…quasi masochista, perché comunque da “punk” cercavano di sposare un modo di vivere molto nichilista.
Quello che cercavamo erano delle grandi avventure. Partire così alla ventura senza soldi in tasca, all’estero – fra l’altro quando siamo partite per L’Italia all’epoca non sapevo bene cosa mi avrebbe aspettato – quello che sicuramente non immaginavo era di essere catapultata in una specie di società “medievale” per quanto riguarda il ruolo della donna. Devo premettere che io vengo da una società contadina, sono cresciuta in un paesino in Austria ma, mia madre mi ha educato in maniera molto consapevole rispetto al ruolo della donna. Cioè nonostante vivessimo in campagna non abbiamo mai pensato che le donne fossero inferiori intellettualmente o fisicamente agli uomini, ed é per questo che non potevo credere non tanto alla violenza fisica quanto al fatto di non avere una voce in capitolo, di non essere ascoltata, di sentirmi dire da degli uomini che dovevo fare qualcosa e di dover ubbidire.

Grazie per la collaborazione a:

Ulli Lust
Elisa Costa, Ufficio stampa del Goethe Institut
Giulia Santaroni, Ufficio stampa Fandango Editore
Soledad Ugolinelli, la traduttrice
e Laura Scarpa.

Questi sono i ritratti che Ulli Lust ha realizzato durante la sua ultima residenza italiana, tra Bologna, Napoli e Palermo:

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4 risposte a “Intervista a Ulli Lust

  1. bella intervista , brava!

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