Intervista a Mark Siegel su Sailor Twain

di Tonio Troiani, Andrea Tosti, Giorgio Trinchero e Andrea Queirolo
traduzione di Leonardo Favia

In collaborazione con Bao Publishing e Verticalismi.it oggi presentiamo un’intervista a Mark Siegel, autore di Sailor Twain. Qua potete trovare l’omaggio degli autori Bao all’opera.

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Cosa ti ha spinto a buttarti in quest’opera lunga 400 pagine?

Un semplice disegno realizzato in treno una mattina, un piccolo acquerello di un capitano che parlava con una sirena. A dire il vero, fu un turbamento a farmelo realizzare: è così che gestisco i miei demoni, con un diario. Non credevo che sarebbe diventato una storia, ancor meno un progetto di 400 pagine, lungo nove anni.

Come concili il tuo lavoro di direttore editoriale con quello di autore di fumetti?

Ho cominciato Sailor Twain prima di fondare First Second Books (etichetta di graphic novel di Macmillan), per questo mi sono sempre dovuto destreggiare. Lavoravo nel mio studio dalle 5 alle 7 di mattina, poi andavo a lavorare. First Second è un lavoro, ma è anche un progetto artistico, per certi versi, un rifugio editoriale per la nuova Graphic Novel.

Sailor Twain è composto da dei grandi rimandi alla letteratura e si basa molto su di essa. Per te, quanto il fumetto è scrittura?

Sì, Sailor Twain è segnato da Conrad, Melville, Twain e molti altri. Il fumetto è scrittura, scrittura visiva. Ciò che esplora, come la prosa, può essere profondo o superficiale, può essere contrassegnato da genio o da cliché. I fumetti non potranno mai sostituire un romanzo, o una sceneggiatura per il cinema o per il teatro, hanno confini molto netti. Ma sì, certo che li ritengo scrittura.

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Quanto era definita la sceneggiatura prima che iniziassi a disegnare?

Avevo solo un vago trattamento della storia e il design di alcuni personaggi, e pensavo di essere pronto per dedicarmi alla tavola definitiva, ma la storia stessa non me lo permise. Sentivo la necessità di approfondire i personaggi, il loro passato, il loro mondo interiore e la storia di New York del 1887, che noi chiamiamo l’Età dell’oro. Tutto questo prima che avessi il mio progetto completo, che alla fine fu molto definito. Ma quando ho iniziato con lo storyboard, mi sono ritrovato a ritoccare costantemente i dialoghi, il ritmo e la chiarezza delle scene. La struttura era molto definita, anche se lasciava un minimo spazio all’improvvisazione.

Come hai curato il passaggio dal web al volume? Avevi pensato al supporto cartaceo in anticipo?

È nato per essere un libro. Durante la produzione, l’idea di serializzarlo online divenne interessante. Ricordava i romanzi a puntate dell’Ottocento, punto di unione tra i grandi romanzi angloamericani e un nuovo pubblico enorme, i lettori ammassati in fila in attesa dell’ultimo episodio di Dickens, per esempio. L’equivalente odierno mi pare il webcomic. Non sapevo se i lettori moderni avessero la pazienza per un racconto del Diciannovesimo secolo dallo sviluppo lento su un rapporto romantico sovrannaturale. Ho scoperto che molti l’avevano. C’erano oltre ottocentomila lettori unici, al momento della serializzazione.

Il materiale non è stato adattato, ma l’interazione con i lettori era fantastica. Per esempio, un progetto così lungo è spesso una missione molto solitaria. In questo caso, essendo ricevuto ogni lunedì, mercoledì e venerdì era un antidoto a quella particolare nevrosi dell’autore. E poi i lettori cominciarono a mandarmi le loro fotografie per comparire come cameo a bordo del battello, con i costumi ottocenteschi! Ci sono un centinaio di volti nel libro che ho preso in prestito dai lettori. Una cosa molto strana, ma molto bella.

Ti senti più vicino a Twain piuttosto che a Herriman?

Domanda interessante. Huck Finn o Krazy Cat…? Ci sono interessanti somiglianze tra i due.

Adoro il lavoro di Herriman, e spesso faccio ritorno alla sua Coconino, eppure rimane lontano da me. Quindi scelgo Mark Twain. Attualmente c’è una mostra delle tavole originali di Sailor Twain nel Mark Twain House & Museum ad Hartford, Connecticut. Ho fatto un tour privato della sua casa, e mi sono addirittura seduto alla scrivania dove ha scritto Tom Sawyer. È stato un momento molto toccante.

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Leggendo di Camomille che si preoccupa e difende i problemi razziali, vogliamo domandarti: quali sono secondo te, se ci sono, le responsabilità etiche dello scrittore di successo?

Se un autore ha responsabilità etiche, le ha nei confronti delle sue opere, piuttosto che nei confronti del pubblico. I problemi razziali e l’emancipazione femminile hanno avuto una grande importanza in Sailor Twain, durante le mie ricerche, e sono rimasti nel personaggio di Camomille. Ma nelle mie bozze, ho eliminato tutto quello che sembrasse una lezione di storia, o una lezione morale. Credo che il bello scrivere sia una ricerca della verità, non necessariamente di fatti, e magari non mentale, forse una verità emotiva, una comprensione di qualche tipo. Ma non si tratta di affermare la verità, credo che sia semplicemente la ricerca che spinga il lettore a unirsi a una missione simile. Fornire una risposta è qualcos’altro – predicare, insegnare, spiegare – ma non è storytelling.

Come è stato, da disegnatore, immaginare e disegnare tutte le tipologie di donne presenti nel volume?

La sirena è quasi nata come uno strumento. Ma non poteva rimanere solo quello. Com’era la storia attraverso i suoi occhi? Cosa ci faceva nel fiume? Queste domande mi hanno spinto ad approfondire il personaggio, fino a che non ha preso vita. Altri personaggi hanno avuto percorsi differenti. Camomille era un incrocio tra George Eliot e George Sand, all’inizio, ma la sua anima deve più a J.K. Rowling e Angelina Jolie… Pearl è stato il procedimento più misterioso, e non posso parlarne troppo senza rivelare uno dei segreti più importanti del libro…

Perché, invece di rifarti al folklore post coloniale americano (molto ricco) e a quello indigeno (indiani americani) che contamina le leggende e le cartografie delle aree intorno al Mississippi, si rifà alle sirene e a delle figure ibride come la lotta fra i titani del mare che porta all’incatenamento del cuore delle sirene? In cosa è consistita, quindi, la fase di documentazione e di scelta della mitologia di riferimento?

A dire il vero, i racconti post coloniali e indigeni hanno una profonda incidenza nella storia. Gli indiani Algonquin definirono l’Hudson “il fiume che scorre in due direzioni” e la dualità è presente in tutta la storia, anche nel nome del capitano, che vuol dire “doppio”. Ma hai ragione, la sirena è un’intrusione. La sua origine ha però una spiegazione nella sua segregazione nel fiume Hudson. La mitologia risale dall’Europa medievale, fino a Ulisse e l’antica Grecia, e i Sumeri. Per me era importante che non avesse casa, che fosse stata bandita dall’oceano. Come il Capitano Twain, è una prigioniera del fiume.

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Perché sentivi la necessità di questo lungo inno all’amore coniugale o comunque monogamico?

Tra Twain e Lafayette, i due protagonisti maschili di Sailor Twain, c’è una specie di danza tra l’idea di virilità americana e quella francese. Se osservi come sono disegnati, Twain è geometrico, quasi iconico, e tutto in bianco e nero, come la sua opinione del mondo, all’inizio. Lafayette, invece, ha più ombre di grigio, è più organico. Ma, nonostante la sua integrità, Twain finisce per essere in conflitto, lacerato dalla Guerra civile. Lafayette invece no. Lui è un tutto. Non è monogamo nel senso morale, trova solo i suoi sette amori all’interno della stessa donna. Provare fede per lui non deriva dal seguire una serie di regole morali scritte, ma dall’essere profondamente legato alla sua amata. Quella secondo me è la scoperta del suo personaggio, una profonda riflessione personale.

Come hai conciliato una evidentemente approfondita, sia sul piano iconografico che linguistico, documentazione storica con un disegno così essenziale e caricaturale?

Il fumetto offre un meraviglioso vincolo. Qualsiasi forma artistica ha vincoli, e in quel vincolo si trova libertà. L’aspetto iconico del fumetto può essere veicolo per grandi sentimenti, sottili sfumature e vaghe ombre, se lo si lavora con attenzione.

Che peso ha avuto nella tua opera la figura di Samuel Clemens, citato non solo nel nome (e nell’attività letteraria) del protagonista ma anche nelle letture dei due bambini demoni? In particolare, anche in fase documentativa, che ruolo ha avuto nella sua opera il libro di memorie dello scrittore “Lungo le rive del Mississippi”?

Oh, sì, “Lungo le rive del Mississippi” è stato continua fonte di referenze, la cabina del pilota, i due dei del fiume, e molto altro. Non si può evitare Clemens, almeno in America. Ma volevo anche scansarlo, e cercare di fuggire dalla sua ombra. Washington Irving era un altro mito nei paesaggi (quasi alla lettera, visto che vivo a Sleepy Hollow, a nord di NYC!)

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Il dualismo è un elemento molto forte nel racconto (i bambini, i fratelli Lafayette, le due barche lo scrittore/scrittrice, lo sdoppiamento nel mondo della sirena). Inoltre i riferimenti numerici sono presenti un po’ ovunque (le tre sirene, i sette amori). Si nota uno studio ben preciso dietro questi numeri. Cosa ti ha portato a lavorare in questi termini?

Secondo la logica delle fiabe, i numeri hanno una vita, hanno poteri distinti, una frequenza e non sono mai casuali. Ciò che amo di lavorare lentamente a un progetto è che si vengono a creare strati, nasce una struttura interna, una cosmologia. Ma non è mai semplice orpello, dovrebbe portare il lettore da qualche parte, se ha intenzione di indagare all’interno del testo. Amo quando Tolstoj afferma di aver costruito Anna Karenina come una fortezza, con tunnel e passaggi segreti…

Nei ringraziamenti finali citi con rilievo Joann Sfar. Ti senti influenzato dai disegnatori europei e cosa ne pensi della loro produzione?

Conosco Joann in quanto suo editor per la versione americana di molti suoi libri, e come amico. Per me è una forza della natura, una continua fonte di ispirazione e di idee. Il suo Piccolo Vampiro è nel canone della letteratura per l’infanzia e Il gatto del rabbino è un’opera senza tempo. Mi sento molto più vicino alla tradizione europea che alla scuola Marvel e DC. Ho avuto la fortuna di aver ricevuto l’appoggio personale di Moebius nel mio progetto nel corso degli anni, come anche di Sfar e Trondheim, per esempio. Le ispirazioni attuali vengono da tutto il mondo, da molti autori americani indipendenti come Paul Pope, Gene Yang, Mike Mignola, Sara Varon, Vera Brosgol, ma anche esteri, come Christophe Blain, Gipi, Fréderic Peeters, Rutu Modan e molti altri. Non ho dubbi che, a posteriori, guarderemo a questo periodo come il grande Rinascimento del fumetto, in tutto il mondo.

Essendo Sailor Twain un libro che tratta di tematiche strettamente americane, che cosa ti aspetti dall’edizione italiana e che cosa vorresti comunicare ai lettori italiani?

Spero che non siano solo temi americani! È ambientato nella Storia americana, nel tardo Ottocento dei battelli a vapore, ma spero che sia un rivestimento per qualcosa che risulti comune a tutti: cosa vuol dire essere un uomo? Amare, per sentirsi completi? I generi come interagiscono tra loro? Cosa pensano l’uno dell’altro? E cosa sono le sirene della vita, quei misteriosi istinti che a volte travolgono la nostra ragione? Questi e altri concetti non credo si limitino alla cultura americana. Fanno parte della storia dell’uomo, no?

Una domanda un po’ personale: riuscire a portare a compimento un’opera così lunga mette a rischio gli affetti, o comunque seguire le proprie urgenze creative rischia di allontanare dal mondo?

Be’, c’è la stessa domanda in Sailor Twain, una sorta di fusione tra la Sirena e la Musa… è un’esca, è un’ispirazione, un po’ di entrambe o tutte e due?

“In fieri” può essere un posto strano dove vivere, all’interno della mente di una persona. Questo può creare una sorta di instabilità quando si ha a che fare con il mondo esterno. Come Jack Torrance in Shining! Ma credo che abbiamo tante piccole vite all’interno della nostra…

La scrivania, lo studio, sono spazi del mondo reale, ma sono anche spazi interiori che sono con me ovunque vada, in qualsiasi momento. E un’altra parte di me si occupa della gestione della vita quotidiana. Penso che le persone creative abbiano problemi quando confondono le due cose, come se non ci fossero livelli di separazione, come note in un’ottava, o colori all’interno di uno spettro.

Il film Amadeus mi fa pensare a tutto questo… Mozart era dedito alla vita più alta, ma assolutamente inetto in quella più bassa. E questo lo ha ucciso. Salieri aveva un problema diverso: aveva una grande propensione a gestire le sue capacità, ma voleva entrare in possesso di quella più alta, mentre Mozart viveva per servirla. Tutto ciò è molto affascinante.

Lo so, credo di aver eluso un po’ la domanda. Nel caso di questo progetto, al suo termine, sono tornato al mondo (in tutti i sensi) come se mi fossi liberato di qualcosa, come se fossi andato avanti. Come un’ostrica con un prurito di cui non riesce a liberarsi, ma che con il tempo diventerà qualcosa di diverso. Con un po’ di fortuna, qualcosa di valore.

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