Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male, l’intervista

di Armando Castagna

In occasione della nomination ad Angoulême 2013 del libro di Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male, nella categoria Sélection Officielle vi riproponiamo questa intervista all’autore apparsa circa un anno e mezzo fa sulla rivista Lo Straniero.

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Nessuno mi farà del male è il tuo primo libro che raccoglie una ventina di racconti brevi e brevissimi che hai realizzato in sette anni su rivista. La raccolta dei primi racconti e di storie inedite mi sembra abbia portato alla luce con maggiore forza il tuo mondo narrativo. Tu che ne pensi?

E’ vero. Raccolti in un unico volume i racconti si rafforzano tra loro, risulta più evidente la poetica di fondo che li accomuna. Canicola ha insistito per la pubblicazione del volume e ha visto giusto. Io pensavo di legare la mia produzione unicamente alla rivista, così che il lettore avesse un ruolo attivo nel ricomporre il disegno generale. Ma riponevo troppa fiducia nei lettori e anche negli addetti ai lavori e il mio lavoro, così frammentato, sarebbe probabilmente passato inosservato. Il libro è uscito da più di un anno ma la gente se n’è accorta solo da quando si è saputo che Gipi ne faceva un film.

Credo che la scelta di Gipi di realizzare un film dal tuo libro sia da lodare. Da una parte la lettura che ne ha fatto con il desiderio di denunciare l’immoralità e la pochezza umana ricorda quella di Altman con i racconti di Carver in “America Oggi”, dall’altra ha avuto la lucidità di vedere oltre le proprie storie anche se il suo intervento sui racconti è sostanziale…

Sì, sono d’accordo. Ora non posso entrare nel merito delle intenzioni di Gipi… né delle sue scelte a riguardo del soggetto, posso dire che a me ha fatto un immenso piacere che abbia scelto il mio libro come punto di partenza. Ci tengo a sottolineare che il libro e il film sono due cose differenti… Gipi ha creato qualcosa di nuovo e di suo, con un significato diverso da quello del mio libro, per il semplice motivo che abbiamo una poetica diversa.

Viene facile fare un confronto tra i tuoi racconti e quelli di Carver. La provincia, la desolazione, la solitudine, la propensione al racconto minimo e minimale, ma tu stesso hai detto che non è una fonte di ispirazione per te. In Carver molti racconti ruotano attorno a relazioni di coppia anche se spesso in crisi, mentre nel tuo caso ci si ferma sempre prima di questa relazione che se c’è implica solo sesso a pagamento o avventure disperate. Tu come la vedi?

Non vedo particolari legami tra il mio lavoro e quello di Carver. Soprattutto non trovo sensato fare paragoni trasversali tra un autore cha fa letteratura e uno che fa fumetto, tra l’altro di generazione diversa e vissuti in posti diversi. Però quello che hai fatto notare è vero. Io parlo di quello che conosco, non ho mai sperimentato relazioni sentimentali “classiche” (che poi magari giungono ad una fase critica) e quindi non mi viene di parlarne.

Aldilà delle vicende amorose o sessuali, riesci a fotografare le dinamiche sociali anche minime in modo che il lettore rifletta soprattutto su quanto non racconti. La mia impressione è che tu sia interessato a raccontare i sentimenti e che sia stata questa attitudine a colpire Gipi che, anche se con un tono del racconto distante dal tuo, fa lo stesso. Che ne pensi?

Sì lo credo anche io. Come dicevo prima, a mio avviso, la mia poetica è molto diversa da quella di Gipi ma abbiamo in comune questa cosa… per vie diverse cerchiamo di parlare dell’interiorità umana. Magari a proposito del mio lavoro se ne sono accorti in pochi perché nel modo di raccontare appaio molto freddo e distaccato ma sotto c’è dell’altro… e Gipi l’ha notato.

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Nella costruzione de L’ultimo terrestre Gipi ha intrecciato personaggi, trame e atmosfere dei tuoi racconti. Il racconto alterna leggera comicità ad un registro più drammatico e violento mentre la sceneggiatura preferisce spiegare piuttosto che togliere come invece fai tu. Come hai trovato questa scelta?

In linea con il modo di raccontare di Gipi. L’impressione, vedendo il film, è stata proprio quella di vedere la trasposizione cinematografica di un fumetto di Gipi. Il film funziona bene proprio perchè Gipi non ha mai preso in considerazione l’idea di “trasporre” il mio libro sullo schermo (adottando cioè la mie scelte stilistiche) ma lo ha semplicemente utilizzato come punto di partenza per fare una cosa sua, con il suo stile personale.

La lettura di un’Italia ignorante, razzista, maschilista è centrale nel film. Nel tuo mondo mi sembra siano ingredienti del contesto piuttosto che oggetto del discorso. Tu sei forse interessato più all’uomo che al contemporaneo, è così?

Sì. Il nocciolo profondo delle mie storie ha a che fare con quelle due o tre cose che toccano l’essere umano al di là delle nozioni di tempo e di luogo. Poi è ovvio c’è anche il contorno… ma non credo che le mie storie abbiano una particolare valenza sociale.

I personaggi del film sono spesso al limite del grottesco, quasi delle macchiette, eppure l’intento – come in certi suoi fumetti – è quello di dirci che nel bene c’è del male e viceversa. Nei tuoi racconti la divisione tra bene e male è forse più netta o sbaglio?

Uhm… non sono sicuro che nelle mie storie questa divisione sia più netta… più che altro non credo che il dualismo bene/male sia centrale nelle mie storie. Personalmente credo che in ognuno di noi ci siano entrambe queste componenti… il problema è che non tutti sviluppano un adeguato senso etico/morale.

monti_nessunoPartendo da un tuo personaggio, Gipi ha raccontato il percorso di cambiamento di Luca Bertacci un uomo come tanti, con debolezze e contraddizioni. Nei tuoi personaggi c’è una crescita?

No… nei miei racconti non c’è molto spazio per intraprendere un percorso. In genere i miei personaggi sono già belli e fatti, hanno un certo carattere e sono fatti in un certo modo perché devono avere un determinato ruolo e significato nel racconto.

La solitudine è al centro dei tuoi racconti? E’ un motore o un alibi per tanta miseria umana?

Io penso che siamo tutti soli. Se uno guarda dentro se stesso… dico nel profondo… si rende conto che è veramente difficile trovare qualcuno che sappia seguirci là e farci sentire la sua vicinanza. Poi è ovvio, se si rimane più in superficie e si pretende di meno ci sono tante alternative. La solitudine è uno degli elementi presenti nelle mie storie perché la conosco bene e finisce per rientrare nel mio universo narrativo ma non credo che ne sia il centro. Nelle mie storie non c’è un centro.

In alcuni casi, aldilà della solitudine, emerge una sensazione di vuoto attorno ai personaggi. Un vuoto esistenziale che si riflette anche nella rappresentazione degli ambienti che a volte sono quasi asettici. Di che si tratta?

Quella che mi interessa è la dimensione del “qui e ora”. L’esistenza umana per me si risolve nella realtà quotidiana/concreta, non credo in alcuna forma di “idealità” o realtà ultraterrena. Questo è un punto cardine di quello che racconto e, a livello stilistico, cerco le soluzioni adatte per esprimerlo. La scelta per ambienti “neutri”, anonimi, con arredamenti funzionali, a livello emotivo, mi sembrava la più adatta a questo scopo.

Anche la dimensione del sesso, una ricerca quasi ossessiva e obbligata, sembra scaturire da questo vuoto. E’ così?

Non parlerei di “vuoto”. Considerando l’esistenza umana nella sua dimensione puramente terrena finisco per vedere il sesso in maniera molto concreta. Al di là delle complicanze sentimentali/emotive il sesso rimane un’esigenza primaria, necessaria… come respirare, mangiare e dormire. La maggior parte delle relazioni affettive sono motivate unicamente dalla necessità di avere un partner sessuale stabile (perché andare alla continua ricerca è dispendioso in termini economici e di energie). Nelle mie storie rappresento il sesso in maniera un po’ caricata, eccessiva… lo porto un po’ troppo “in basso” per esigenze di copione ma (al di là delle apparenze) non credo di allontanarmi troppo da come viene vissuto nella realtà.

I tuoi racconti si rifanno al tuo vissuto, parlano di quotidianità e vicende normali. I protagonisti sono persone qualunque, sono camerieri, baristi, prostitute, ragazzi che si relazionano nella vita di tutti i giorni. Eppure il tuo sguardo è lucido e interessato anche quando, spesso, ciò che racconti è la miseria umana. Cosa significano per te questi racconti?

Per me tanto. Ci vedo molto me stesso e il mio modo di intendere la vita… cioè nelle mie storie il dato autobiografico non è così esplicito come avviene di solito, non ho “vissuto” o “fatto” le cose che racconto… ci sono cose che ho visto, posti che ho frequentato, persone che ho conosciuto ma tutto poi viene montato e legato in maniera che acquisti un senso in chiave poetica. Poi al di là della storia, degli avvenimenti che racconto, di quello che accade… io ci vedo molto me stesso soprattutto nelle scelte stilistiche… nel “modo” di raccontare, nelle scelte che faccio a proposito del disegno, del lettering, del montaggio e del tempo di lettura. Purtroppo non credo che la maggior parte dei lettori sia molto attenta a queste cose… in genere il lettore medio ha una percezione del fumetto limitata al disegno e alla storia.

Tu hai iniziato piuttosto tardi a fare fumetti. Le tue storie sono apparse sulla rivista “Canicola” assieme a quelle di Andrea Bruno e Giacomo Nanni e di altri esordienti come Alessandro Tota che ora ha all’attivo due buoni romanzi. Qual è stato il tuo percorso?

Finita l’università non avendo prospettive di lavoro ho frequentato qualche corso professionale per vedere di impararne uno. Un po’ per caso sono finito al corso illustrazione della scuola Comics di Firenze. Lì ho cominciato a disegnare e ho conosciuto Gipi che era uno degli insegnanti. Ho frequentato pochi mesi e poi ho fatto tutt’altro, però ho contratto il virus del disegno… ho continuato a disegnare non sapendo bene dove andavo a finire… dopo un annetto ho ricontattato Gipi che mi ha mandato da Edo Chieregato proprio mentre stava nascendo Canicola.

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Ti sei laureato in arte contemporanea con una tesi su Segantini pittore? C’è qualcosa che ti ha affascinato o ti ha influenzato della sua opera?

Bé è un pittore straordinario… ma non ci vedo legami con quello che ho fatto. Più che Segantini è stata proprio la tesi di laurea in sé per sé ad avermi insegnato molto sulla vita… è stata un’esperienza allucinante.

Che cosa ha significato per te l’esperienza con un gruppo di disegnatori come Canicola?

Tanto. Ho avuto modo di conoscere belle persone e professionisti preparati. Direi che è stata un’esperienza che mi ha dato molto soprattutto dal punto di vista umano. Una delle cose di cui sono più orgoglioso è di aver contribuito a questo progetto e vedere il mio nome al fianco di autori come Bruno, Nanni, Tota, Turunen, Setola… e potrei continuare.

In un periodo dove non si fa che parlare di graphic novel, di racconto a lungo respiro, hai scelto di narrare in poche pagine. Puoi spiegare questa tua attitudine?

E’ la scelta che più si adatta al mio carattere e al mio modo di raccontare il mondo. Io mi stanco presto, soffro di noia, ho bisogno sempre di cambiare e il racconto mi permette di non soffermarmi troppo su personaggi, ambienti e situazioni. Inoltre ho una forte propensione alla sintesi, alla sottrazione… e anche questo mi spinge verso il racconto. Sono fermamente convinto che il racconto e non il romanzo sia la forma narrativa più adatta al fumetto.

Come costruisci una storia? Qual è la tua grammatica della finzione?

Per quel che mi riguarda l’elemento fondamentale è la verosimiglianza. Cioè quello che racconto deve essere “credibile”, al di là dei dati esteriori più o meno fantastici il lettore deve percepire come reale il mio universo narrativo.

Trans, puttane, alieni, in alcuni tuoi disegni anche il Big foot o il mostro di Lochness… si tratta di creature diverse e misteriose, che vivono un’esistenza ai margini che l’uomo fatica a comprendere sebbene ne sia attratto. Mi spieghi questa tua scelta di racconto?

Perché sono terribilmente affascinato da queste cose… dal mistero… dal dubbio tra realtà (sconosciute) o finzione grossolana… e mi piace pensare che ci siano ancora cose da scoprire.

L’uso che tu fai del linguaggio del fumetto è piuttosto classico con griglie grafiche geometriche. Eppure nei venti racconti del libro alterni differenti forme di divisione della pagina, con poche o tante vignette, con dimensioni diverse e con anche spazi irregolari tra le vignette stesse. L’impressione è che tu sia molto attento alla gestione del tempo e delle azioni che sono l’alfabeto del fumetto. Come lavori?

Infatti la dimensione delle vignette, delle strisce e delle tavole è determinata non tanto dal formato della pagina ma dal tempo di lettura che hanno i vari racconti e le varie fasi del racconto. Cerco di dare la massima leggibilità alle mie storie, vorrei che i miei testi e le mie immagini scivolassero via in maniera rapida e leggera. Vorrei che il lettore rileggesse molte volte le mie storie ma so che ha anche di meglio da fare.

Il racconto breve ha caratteristiche particolari? E’ un momento? E’ una situazione?

Suggerisce più cose di quante ne dica. Può essere sia un momento che una situazione ma un racconto breve può anche avere un respiro più ampio, l’importante è cogliere l’essenziale, dare al lettore più informazioni possibili usando il minor numero di parole e di immagini.

Nell’approccio di scrittura cosa cambia rispetto ad un romanzo? Il tono del racconto? La psicologia dei personaggi? La gestione del tempo e delle sequenze?

Nel racconto breve non c’è tempo per delineare una psicologia profonda dei personaggi, è più importante l’ambiente, il contesto, il tono cioè la connotazione emotiva. Mi viene da dire che nel racconto breve più del “contenuto” della storia è importante “l’effetto” che produce. Per produrre l’effetto più forte è necessario dare il minor numero possibile di input al lettore, in questo modo è quest’ultimo che è obbligato ad attivarsi per colmare i “buchi” (che poi buchi non sono, si tratta di suggerimenti, tracce, se sono buchi il racconto diventa astruso ed incomprensibile). Credo che un racconto breve abbia più bisogno di un inizio e di una fine. Non so se il racconto breve sia più o meno difficile di altre forme narrative, però è difficile e sottovalutata.

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2 risposte a “Giacomo Monti, Nessuno mi farà del male, l’intervista

  1. Pingback: » Intervista a Giacomo Monti Canicola Edizioni

  2. Giacomo Monti rimarrà uno dei pochissimi autori italiani che nell’ambito del fumetto ha una precisa consapevolezza etica e estetica dei propri lavori. Ad avercene ancora altri di così efficaci! Per qualche oscuro motivo, noto tra gli addetti ai lavori un gioco al ribasso, alla mediocrità, nel miraggio di un “successo commerciale” quanto mai vano. In futuro e anche oltre leggendo i fumetti di Giacomo Monti il lettore si farà un’idea precisa dell’epoca in cui viviamo. Le sue tensioni. Le sue angosce. I suoi sogni. I suoi incubi.

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