Una casa divisa: la crisi de L’Association (pt.2)

di  Matthias Wivel

traduzione di Alberto Choukhadarian

Seconda e ultima parte del’articolo apparso sul The Comic Journal sulla crisi de L’Association e sulla sua “soluzione”. Qui trovate l’articolo originale, mentre qui la prima parte.

Lo stand vuoto de L’Association durante il festival di Angoulême

Il 10 gennaio 2011 gli impiegati de L’Association si recarono nell’ufficio di Menu per annunciare che sarebbero entrati in sciopero ed avrebbero occupato l’edificio della casa editrice sino al momento in cui le loro richieste fossero state esaudite. Scrissero quindi un comunicato stampa elencando in dettaglio le loro lamentele e la richiesta per l’immediata convocazione di un’assemblea generale. A tutto questo fece seguito una petizione online che ebbe una notevole diffusione nei circuiti del fumetto francese, firmata da oltre 1500 persone, inclusi nomi di spicco tra gli autori e editori, così come un blog creato dall’amico Jean-Louis Gauthey, di Cornélius, dedicato a pubblicare aggiornamenti, annunci oltre a vendite ed eventi nati per supportare l’iniziativa.

Il modo in cui è organizzata L’Association non è mai stato completamente chiaro, nemmeno ai suoi fondatori, e la mancanza di una struttura concreta si rivelò un serio ostacolo per risolvere i problemi causati dallo sciopero. In breve, l’editore aveva raccolto negli anni un supporto pratico ed intellettuale da un numero lentamente crescente di cosiddetti ‘membri onorari’ – che comprendeva una gamma eterogenea  di creatori, colleghi e amici scelti cumulativamente nel corso del tempo dai fondatori. Sebbene mai formalizzato in un corpo coerente all’interno della struttura, il tacito accordo durante la crisi prevedeva che qualsiasi nuovo consiglio direttivo doveva esser scelto tra le sue fila.

Inoltre, la legge francese riguardo i movimenti di base consente ad ogni membro di votare per un dato consiglio direttivo all’assemblea generale. I dipendenti speravano quindi che, convocando un assemblea, il problema su come procedere con la casa editrice sarebbe stato sottoposto all’intero corpo degli iscritti, per la prima volta nell’intera storia de L’Association. A questo scopo, si incoraggiò il maggior numero possibile di membri a pagare la quota associativa di 15 euro e aderire di conseguenza a L’Association. Menu e il consiglio direttivo, al contrario, non condividevano la stessa interpretazione dello statuto costitutivo e mal sopportarono quanto consideravano nient’altro che una violazione di diritti da parte degli impiegati su decisioni che sarebbero spettate solo a loro.

Come parte della loro campagna, gli scioperanti contattarono i co-fondatori fuoriusciti, tre dei quali – David B., Trondheim, and Killoffer – decisero fosse giunto ormai il momento di tornare ad impegnarsi nuovamente e si iscrissero come membri ordinari. Trondheim spiega come seguissero da anni, da lontano, gli sviluppi de L’Association, osservando come Menu avesse licenziato o costretto a lasciare diverse impiegate, una delle quali mentre era incinta; come avesse serbato in magazzino una consistente tiratura di uno sketchbook di Jacques Tardi, poi pubblicato per conto proprio, a spese de L’Asso; come avesse dato inizio all’uso degli adesivi per evitare di stampare i codici a barre sui libri, aggravando di costi l’editore per almeno € 15.000 l’anno; come avesse speso € 32.000 nello sviluppo di un sito web senza mai concretizzarlo; e come non fosse stato in grado di prevedere il collasso finanziario de Le Comptoir des indépendants, incorrendo nella sostanziosa perdita già menzionata.

“David e io discutemmo se non sarebbe stato meglio lasciare semplicemente che L’Asso morisse” dice Trondheim. “Avremmo poi recuperato i nostri libri dall’editore e sarebbe finita lì. Ma pensandoci in termini meno egoistici, ci accorgemmo che era ancora una possibile piattaforma per la pubblicazione di lavori di elevata qualità, e che numerosi autori e libri non avrebbero usufruito del il supporto di cui avevano beneficiato in precedenza, nel caso fosse scomparsa. E che i dipendenti sarebbero rimasti senza lavoro”.

Come detto, la situazione a questo punto aveva richiamato l’attenzione della più ampia fetta dell’industria del fumetto francese, e certi operatori vicini a L’Association decisero di entrare a loro volta in scena. Gauthey, l’editore di Cornélius – un altro baluardo del fumetto indipendente in Francia, fondata nel 1991 – giocò un ruolo decisivo a livello organizzativo, oltre a gestire il blog nato per supportare le istanze degli impiegati. “E’ estremamente importante per il microcosmo dell’editoria alternativa che L’Association resti forte e ben visibile” dice Gauthey, riassumendo le sue ragioni (dettagliate in maggiore profondità con un lettera aperta sul sito di Cornelius). “E’ estremamente importante per tutti noi. Sebbene il mercato sia piccolo, è lì, presente, e L’Association è come un caposquadra. Una potente forza nel mercato. Se L’Association dovesse morire, penso che il mercato si ridurrebbe drammaticamente. Era quindi nel mio interesse di piccolo editore proteggere e aiutare il mio concorrente e collaboratore a restare forte e solido. Inoltre, avevo delle ragioni morali per essere coinvolto, visto che tutte quelle persone erano mie amiche ed ero rimasto sconvolto dalle decisioni prese da Menu”.

Un tentativo iniziale di riconciliazione ebbe luogo il 12 gennaio. Complice l’imminente festival del fumetto di Angoulême, dove L’Association è per tradizione presente in maniera considerevole, con uno stand molto grande dal quale ricava una parte significativa del suo reddito annuale. Menu scrisse nelle sue Bandelettes che gli impiegati avevano segnalato di essere pronti a lavorare durante la fiera, dopo aver ricevuto la promessa di un incontro (volto alla discussione sul controllo comune e a accurato dei libri contabili) con la ragioniera de L’Association, Camille Lawson-Body. Un incontro che non avvenne mai, dice Menu, a causa dell’improvvisa scomparsa del padre della Lawson-Body e del suo conseguente allontanamento dal paese per un certo periodo di tempo.

Con Angoulême ormai alle porte, il direttivo decise di indire un’assemblea di emergenza, che si svolse il 22 gennaio. Menu la descrisse come un raduno di saggi, comprendente un numero selezionato di amici ed associati, inclusi il legale de L’Association così come il mentore e precedente capo di Menu a Futuropolis, il leggendario editore di fumetti Étienne Robial. Il tesoriere, Laetitia Zucarelli, schieratasi con gli impiegati nel corso del conflitto, decise di invitare anche loro, aprendo ulteriormente le porte a un numero di altre parti interessate, tra cui David B., Trondheim, Killoffer e Sfar.

Menu, preoccupato dagli sforzi degli impiegati di rendere pubbliche le loro lamentele e che vedeva nei loro tentativi di reclutare nuovi membri una manovra volta ad allontanarlo, pare aver guardato a questo meeting come ad un modo per consolidare il suo controllo sulla casa editrice. Non è del tutto chiaro cosa esattamente sperasse di ottenere, ma la presenza degli impiegati e dei suoi co-fondatori, che mettevano in dubbio l’autorità dell’assemblea a legiferare e, generalmente, non lesinavano critiche al comitato direttivo, servirono soltanto a peggiorare lo stato di impasse. Nei giorni successivi qualche altro tentativo di affrontare la situazione fu fatto dalla direzione, ma nessuno di essi fu in grado di soddisfare gli impiegati. Menu dice di aver tentato di compiere uno sforzo in extremis per negoziare una ‘tregua’ nel giorno antecedente l’apertura del festival, anche quest’ultimo invano.

Il risultato è ben noto a chiunque abbia partecipato al festival di Angoulême nel weekend tra il 27 e il 30 gennaio. Lo stand de L’Association posto in cima al padiglione centrale ‘Nouveau Monde’, incentrato sulle novità delle case editrici alternative, risultò deserto per la gran parte della durata del festival, fatta salva una grossa insegna recitante ‘IMPIEGATI IN SCIOPERO‘. L’unico materiale leggibile a disposizione del pubblico era un opuscolo preparato dagli impiegati, che descriveva le loro lamentele. Era una forte dimostrazione della crisi in atto. Sul sito web che gestisce, du9.org, il critico del settore Xavier Guilbert lo descrive come “una sorta di buco nero all’ingresso del padiglione Nouveau Monde, che oscurò l’atmosfera generale e riempì le conversazioni di tutti”.

Agevolato da alcuni mediatori, un incontro tra Menu, Chipot e numerosi tra gli impiegati ebbe luogo il venerdì del festival. Agli impiegati fu mostrato il budget per il 2011 promettendogli che la lista dei candidati (o ‘membri onorari’) per l’imminente assemblea generale sarebbe stata compilata tenendo conto anche del loro parere. In parte come segno di riconoscenza per questo e in parte per supportare gli autori de L’Association presenti al festival, gli impiegati decisero di aprire lo stand per qualche ora nel giorno di sabato.

Nulla di tutto questo cambia il fatto che si trattò in ogni caso di un disastro dal punto di vista delle pubbliche relazioni per Menu e il consiglio direttivo, oltre ad essere una faccenda molto dispendiosa per L’Association, in virtù delle mancate vendite così come delle spese sprecate nell’acquisto dello spazio espositivo, nella spedizione dei libri, nella prenotazione delle stanze d’albergo, etc. A chi le domanda riguardo questa innegabile conseguenza dannosa dello sciopero, Carmela Chergui ribatte: “Avevamo promesso di fermare il nostro sciopero nel momento in cui avessimo avuto una risposta alle nostre domande. Ci recammo dunque al festival con tutto il materiale necessario per riprendere di nuovo il lavoro. Se la direzione avesse esaudito le nostre richieste il primo giorno, avremmo aperto le scatole e messo in mostra i libri. E, in ogni caso, il denaro risparmiato non pagandoci, in larga parte eguaglia le mancate vendite di Angoulême”.

Dopo questo shock inferto al loro ordinamento, Menu e il comitato direttivo ritenettero opportuno fare un’altra apertura ai dipendenti. Il 3 febbraio – sempre secondo quanto riporta Menu in Bandelettes – il presidente Partricia Perdrizet mantenne la promessa fatta durante il festival e spedì una e-mail agli impiegati in cui sostanzialmente cedeva a tutte le loro richieste. In blocco, si rifiutarono di negoziare.

Chergui spiega il loro atteggiamento fosse dovuto in parte al fatto di non essere ancora stati messi a parte delle cifre che avevano da tempo richiesto di vedere, ma principalmente nasceva da un disaccordo riguardo le modalità con cui sarebbe stata condotta l’assemblea generale. Mentre gli impiegati desideravano la presenza di ogni autore legato a L’Association, così come di altri ‘amici’ dell’editore – una lista di 147 persone considerati candidati nelle elezioni -, Menu aveva aderito unicamente ad una “lista più breve, comprensiva in larga parte di gente che non conoscevamo. Per noi si trattò unicamente di un altro modo per dirci che le nostre opinioni non contavano e il nostro sciopero era inutile”.

Sembrerebbe, inoltre, cercassero di guadagnare tempo per preparare adeguatamente la propria difesa. Avevano infatti, nel frattempo, assunto un legale e organizzato un incontro nei suoi uffici per l’8 febbraio, prevedendo la partecipazione del consiglio direttivo e anche di Menu e Lawson-Body (il ragioniere contabile), mediato da due cartoonist amici de L’Association, Gila e Emmanuel Guibert. In questa occasione, infine, i numeri promessi sin dal 2010 furono finalmente presentati e discussi insieme. Emerse quindi che la decisione di licenziare i dipendenti avrebbe potuto essere considerata come affrettata, sebbene i resoconti proposti da Menu e dagli impiegati divergessero in misura notevole. In ogni caso, ogni licenziamento o sospensione temporanea dal lavoro furono rimandati a dopo lo svolgimento di un’assemblea generale, nel caso si fosse riuscito ad indirla. Una data, il 5 marzo, fu fissata e gli impiegati decisero di interrompere il loro sciopero nel giorno seguente l’incontro, il 9 febbraio.

Gauthery e Menu parlano dell’assemblea generale. Foto di Didier Pasamonik

Sebbene la crisi più immediata fosse stata in tal modo evitata, restavano molti problemi cui fu concesso ingenuamente di inasprirsi nel corso delle successive tre settimane, durante le quali si svolsero diversi altri incontri sotto gli auspici di Gila, Guibert e di altri mediatori. Di importanza centrale fu la questione di come definire l’appartenenza onoraria per l’assemblea generale, e nonostante il precedente accordo sulla composizione simultanea e congiunta della lista finale, in presenza dei rispettivi legali, anche quest’altro impegno già assunto venne disatteso.

Durante le negoziazioni, i dipendenti e i loro simpatizzanti, inclusi David B., Trondheim, e Killoffer, proposero ulteriormente che l’assemblea generale istituisse un nuovo comitato editoriale, riportando L’Association alle sue radici di sforzo condiviso. Menu la giudicò una violazione dei diritti senza precedenti da parte degli impiegati. Nel suo Bandelettes, scrive: “[i dipendenti] dettero l’impressione di voler controllare tutto a L’Association, spingendosi perfino in area ben lontane dalle loro prerogative, arrivando addirittura a voler influenzare l’elezione del consiglio direttivo editoriale”.

Tutto questo bailamme finì per comportare il posticipo dell’assemblea di oltre un mese. Si svolse finalmente il lunedì 11 aprile. Alle 10 di mattina, un centinaio di persone – inclusi il comitato direttivo e i dipendenti, Menu, David B., Trondheim, Killoffer, Mokeït, Gauthey, e un certo numero di altri autori e professionisti del settore – si presentarono nel luogo deputato sul Canal St. Martin, nel decimo arrondissement di Parigi. L’atmosfera era carica di trepidazione.

Divenne subito evidente che nessun accordo su come procedere fosse stato raggiunto. Perdrizet salì sul palco e aprì l’incontro specificando che all’ordine del giorno sarebbe stata unicamente l’elezione di un nuovo consiglio direttivo composto di sette membri, rimandando le decisioni ulteriori ad un’assemblea successiva, e precisando – con grande costernazione della platea – che solo le persone nominate dalla direzione sarebbero state eleggibili.

Insieme a lei erano presenti i suoi candidati – un gruppo comprendente, oltre a Perdrizet, Chipot, Zuccarelli, ovviamente Menu, il fondatore di Futuropolis Étienne Robial, così come un certo numero di persone solo indirettamente legate all’industria del fumetto: Dominique Radrizzani, un curatore di museo svizzero; Guillaume Dégé, professore d’arte all’École Supérieure di Strasburgo; Barbara Pascarel, bibliografa e manager del College of Pataphysics (un importante precedente filosofico per L’Association di Menu); e Stéphane Distinguin, presidente di una compagnia specializzata in tecnologia dell’informazione e di un’agenzia per l’innovazione, Faber Novel, che aveva già ricoperto il ruolo di revisore contabile per L’Association, con risultati altalenanti, qualche anno prima. Menu sostenne quindi che la lista alternativa fornita dai dipendenti, che comprendeva semplicemente i sette fondatori, era illegale e avrebbe dovuto essere accantonata. Sottolineò inoltre, come già fatto nel suo Bandelettes, che sarebbe stato giudicato sulla base dei suoi incontestabili e comprovati successi come editore.

Menu e Killofer durante una pausa dell’assemblea generale. Foto di Didier Pasamonik

Inutile a dirsi, questo atteggiamento causò l’indignazione di numerosi tra i partecipanti. David B., Trondheim, Killoffer, e Mokeït salirono sul palco per proporsi come contrappeso alla direzione e ai suoi candidati. Dopo un’accesa discussione, con infiniti battibecchi tra i sostenitori delle due fazioni – compresa un’appassionata difesa dell’operato di Menu da parte di Robial – si convenne, dimenticandosi le regole della legalità, di fondere le due liste e di procedere al voto sul listone unificato. Seguì una pausa di una buona mezz’ora.

Una volta che l’assemblea ritornò in sessione, Perdrizet e il consiglio direttivo fecero un tentativo estremo di sostenere la propria lista fosse l’unica legalmente autorizzata. Un’iniziativa zittita nel volgere di breve tempo, consentendo infine che il voto si  svolgesse liberamente, risultando nell’elezione al consiglio direttivo di tutti i sette co-fondatori originari: David B. (presidente), Killoffer (segretario), Trondheim (tesoriere), Matt Konture, Menu, Mokeït e Stanislas, sebbene quest’ultimo decise successivamente di rifiutare l’incarico.

Secondo Menu, persiste ancora un problema di legalità. “La lista votata non era ufficiale. E nel caso in questione [i dispositivi relativi alle società no-profit] è davvero complesso dire se una lista non ufficiale possa essere [votata] o meno, quindi, per adesso, siamo in una sorta di fase di transizione, perché il nuovo consiglio direttivo agisce come se fosse autorizzato a farlo, ma in effetti non lo è del tutto, almeno da un punto di vista strettamente legale. L’altro problema è rappresentato dal fatto che il vecchio consiglio non aveva indetto un’assemblea generale da quattro anni a questa parte e quindi non era autorizzato nemmeno quello, in sostanza. Insomma, è un gran casino.”.

Alla domanda sul perché la suddetta assemblea non fosse dunque mai stata convocata, Menu risponde così: “perché L’Association è una specie di allegro casino. In effetti, eravamo soliti programmare assemblee solo in occasione di feste, con band, mostre, e cose di questo genere. Era solo quello il reale obiettivo per stabilire la data di un’assemblea, non certo per far votare la gente. Quello che chiedevano gli impiegati era un’elezione con la possibilità di voto offerta a tutti i membri, e nei suoi vent’anni, le cose non hanno mai funzionato in questo modo a L’Association.”.

La questione dei membri onorari era a sua volta problematica. “L’appartenenza onoraria era semplicemente una lista di amici, autori e gente che riceveva gratis i nostri libri”, dice Menu. “Non c’era nulla di legale nemmeno in quello. Un puro nonsense giuridico. Il problema è che, nel corso della crisi, da semplice assurdità si trasformò, davvero… in una stronzata.”.

La conta dei voti. Foto di Didier Pasamonik

Legale o meno, il risultato dell’elezione fu accolto con sollievo da molti osservatori. La crisi era conclusa. Ulteriormente ben accolta fu la più o meno immediata decisione da parte del nuovo consiglio di non licenziare nessun impiegato. L’Association avrebbe proseguito la sua attività con un organico composto da sette membri regolarmente stipendiati. (Il production manager Nicolas Leroy lasciò la sua posizione per essere sostituito da Christophe Bouillet, un volontario dei primi anni de L’Association). Nei prossimi mesi si presenta un complicato processo fatto di riorganizzazione e compromessi.

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Una volta archiviata l’elezione, l’attenzione si spostò all’immediato problema finanziario. Apparentemente, e in netto contrasto con gli annunci fatti dal precedente comitato direttivo e da Menu, L’Association risulterebbe essere in uno buono stato economico. Si vocifera di una somma pari a circa € 500.000 nei suoi conti bancari. “Menu e la direzione volevano proiettare l’idea che ci fosse un problema finanziario allo scopo di trovare una giustificazione ai licenziamenti del personale. E’ vero, c’è stata una riduzione generale delle vendite, ma questo significa soltanto che dobbiamo cercare di fare qualche piccola economia in più”, afferma Trondheim.

Oltre a scegliere un fattibile standard di produzione, questo significa liberarsi degli stock di magazzino, eliminare le etichette adesive con i codici a barre pre-stampati imposte da Menu, e completare il costoso contratto stipulato per l’avvio e lo sviluppo del sito web – al suo posto, un nuovo e molto essenziale blog preliminare dedicato a L’Association ha esordito l’8 luglio scorso, con l’apertura del più elaborato ed agognato sito annunciata inizialmente per il 15 novembre (e poi rimandata al 15 febbraio – ndt), rappresentando quest’ultima la prima presenza ufficiale di sempre sul web per l’editore parigino.

“E’ vero che le vendite de L’Association in generale sono calate, come quelle di tutti gli altri editori, piccoli o grandi”, aggiunge Gauthey. “La contrazione delle vendite è un problema generale, in Francia come negli Stati Uniti e in Asia. Ci sono altri piccoli editori francesi di fumetti che stanno sperimentando analoghe avversità o problemi simili connessi al calo del venduto, come Les Requins Marteaux o Cornélius. Abbiamo tutti dimestichezza con questo genere di difficoltà. La fortuna de L’Association è quella di aver costruito negli anni un catalogo molto forte e vasto, in grado di continuare a generare vendite e ad assicurare la sua sopravvivenza nel futuro. La sola differenza tra cinque anni fa e adesso è che, allora, L’Association era ricca, molto ricca. Oggi ha semplicemente un economia stabile che le permette di proseguire il suo programma di pubblicazioni con serenità, a patto che nessuno commetta qualche sciocchezza. Si trova in una posizione migliore rispetto quella di tutti gli altri piccoli editori.”.

Menu non condivide questa analisi. “Ci sono ancora soldi sul conto, ma non sufficienti per più di due o tre anni”, dice. “I numeri indicano chiaramente che ogni anno che passa, perdiamo denaro. E’ molto semplice ed intuitivo da capire. Non si può continuare così.”. A specifica domanda su come possa esserci una tale evidente discrepanza tra la sua interpretazione delle cifre e quella del nuovo consiglio direttivo, replica: “Il fatto è che Lewis e David non ne sanno niente di questa roba. Non ci sono stati negli ultimi cinque anni e stanno solo a sentire quello che gli riferiscono i dipendenti, che hanno la loro propria interpretazione delle cifre. Pensano che siamo ancora ai bei tempi, ma no, non è così. Saranno costretti a dover fronteggiare questi nuovi e reali problemi molto seri.”.

Sembrò inevitabile che una tale differenza nei punti di vista avrebbe finito per tradursi in una vera sfida al nuovo comitato direttivo. L’ottimistica constatazione, risultante dall’elezione, che il gruppo dei fondatori fosse di nuovo insieme e compatto, si rivelò essere, peraltro senza troppe sorprese, nient’altro che una pia illusione. Il 23 maggio, Menu lasciò L’Association.

“Non avevo più parlato con alcuni di loro, tipo David e Lewis, da cinque anni a questa parte, dunque era tutto piuttosto complicato. Ho cercato, ed ero felice, di pianificare nuove pubblicazioni, ma non appena si arrivava a dover mettere giù i dettagli, compresi che sarebbe stato impossibile per me” spiega Menu. “C’erano due difficoltà, entrambe collegate tra loro – una riguardava gli impiegati: io ero ormai lo sgradevole, orribile boss; l’altra era con i fondatori: io ero la persona brutta e cattiva che voleva solo il potere e via di questo passo. E quando si ripresentarono in una sorta di coalizione, divenne troppo dura per me. Ne avevo abbastanza di quella merda.”.

Trondheim dice che si aspettava sarebbero riusciti a collaborare, ma descrive le richieste di Menu come inaccettabili: “Ci scrisse un’e-mail chiedendoci di essere confermato come redattore capo e principale designer, domandandoci un salario annuale di € 60.000 oltre a chiederci di rinunciare al diritto di voto per il comitato direttivo editoriale [che stavamo per costituire],” dice Trondheim. “Gli sarebbe andato bene se avessimo proposto nuovi libri, purché ce ne stessimo buoni e tranquilli.”.

David B. conferma questa versione: “Le sue condizioni erano che avrebbe mantenuto il completo controllo editoriale e un salario garantito,”dice. “Lewis ed io gli dicemmo che era fuori questione. Non eravamo tornati solo per lucidargli le scarpe e guardarlo assicurarsi sempre più denaro sulla base dei nostri sforzi, che sono poi tutto lavoro svolto gratuitamente. Ancora una volta, Menu rese evidenti le sue motivazioni: potere e denaro. So che se la prese moltissimo per il nostro rifiuto, ma è veramente molto triste non sia invece stato in grado di apprendere una lezione da quanto è successo e non sia stato in grado di accettare che le cose sono cambiate.”.

Ad illustrare ulteriormente l’acrimonia derivante della rottura è il fatto che Menu, che aveva inizialmente programmato di finire i libri su cui stava lavorando a L’Association, scoprì poco tempo dopo che una nuova serratura era stata aggiunta alla porta del quartier generale dell’editore in Rue de la Pierre Levée, 16. Per lui questo aggiunse al danno le beffe e finì per chiudere la questione: “Se non avessero fatto quella stronzata con le serrature, avrei cercato di rimanere in buoni rapporti con tutti, ora non so. Vedremo.”.

“Durante lo sciopero e dopo il nostro ritorno a L’Association c’erano state certe evidenti manifestazioni di ostilità,” spiega David B. “Uno slogan contrario alle ragioni dei dipendenti fu trovato scritto sul muro fuori la sede e la placca con l’intestazione dell’editore rimossa. Dopo averne discusso e considerato il problema cronico dell’alcolismo di Menu, decidemmo sarebbe stato meglio evitare altre spiacevoli sorprese. Menu ha libero accesso all’edificio quando noi siamo presenti e può lavorare sui libri come e quando gli pare. Gli abbiamo consentito di portarsi via il computer che usava per il lavoro, che appartiene a L’Asso; gli abbiamo lasciato prendere la piramide [oggetto artistico] che pure apparteneva a L’Asso e sulla quale avevamo lavorato tutti e sei…è l’ennesimo caso di cattiva fede da parte sua.”.

Cattiva fede o meno, Menu è ormai definitivamente fuori dai giochi e il nuovo consiglio direttivo sta pianificando il modo per andare avanti. Una delle prime decisioni è stata quella di espandere l’appena insediatosi comitato editoriale per includervi alcuni dei più giovani autori vicini a L’Association. Ad aggiungersi a David B., Killoffer, Matt Konture, e Mokeït sono quindi stati Etienne Lécroart, François Ayroles, Jochen Gerner, Alex Baladi, Florent Ruppert e Jérôme Mulot. (Trondheim si è auto-escluso a causa del suo ruolo nella linea “Shampooing” di Delcourt e per evitare un conflitto di interesse). L’ambizione sembra riecheggiare i sentimenti espressi da Menu solo qualche anno prima quando resuscitò dal limbo in cui era congelato l’antologico Lapin: mitigare il predominio della vecchia generazione in seno a L’Association.

La copertina de numero 44 – l’ultimo edito- dell’antologica Lapin datato Febbraio 2011

Un’aspetto che sarà differente rispetto la precedente gestione è che il comitato editoriale non lavorerà più seguendo i dettami di presunte strutture ideologiche o framework del tipo postulato da Menu. “Questa era una questione cruciale,” spiega Ruppert. “Quantomeno per me e François, non era chiaro se fosse stabilito dovessimo scegliere i libri [da pubblicare] che semplicemente ci piacevano, oppure i libri che pensavamo andassero bene per L’Association. Chiedemmo ai fondatori a tal proposito – c’era forse una chiara indicazione su come avremmo dovuto scegliere? – e loro ci risposero che era fondamentale ascoltassimo i nostri cuori. Ecco come avevano sempre fatto, e come dovrebbe, in verità, essere sempre fatto. Usiamo il nostro intuito…non penso sia completamente vero, comunque,” continua, “quando sei un redattore per L’Association, credo tu debba in qualche modo seguire la tradizione. Conosco e percepisco quali libri sono adatti a L’Association anche e soprattutto sulla base del nostro catalogo.”.

Trondheim spiega che L’Association tornerà ora ad avere una direzione editoriale meno radicale e cercherà qualcuno degli storici autori allontanati dal comportamento di Menu – Blutch, Sfar, Delisle, etc., ma al tempo stesso sottolinea come sia “del tutto fuori questione si possa pubblicare lavori mediocri al solo fine di incrementare le vendite.”.

Mentre appare evidente come la nuova direzione farà sicuramente tornare alcune persone che avevano lasciato, resta la preoccupazione che il conflitto possa aver causato una crisi di confidenza negli altri. Menu dice, “Penso sia un problema molto serio il fatto che questo sciopero ha dato de L’Association una così pessima immagine che una larga parte degli autori sono confusi e non vogliono proseguire [con L’Association].”.

Trondheim riconosce un fondo di verità. “E’ difficile consegnare il tuo libro nelle mani di un editore che si comporta male,” dice. “Quindi sebbene ora Menu se ne sia andato, dobbiamo comunicare i nostri obiettivi e provare con le nostre pubblicazioni che siamo in grado di mantenere vivo il glorioso marchio de L’Association.”.

Riguardo le pubblicazioni dell’immediato futuro, Menu ha lasciato un programma di base che prevede le uscite sino al marzo 2012, e che la nuova direzione ha intenzione di rispettare. Dopo quelle, spiega Ruppert, ci sarà un nuovo libro del fedelissimo pilastro de L’Association Vincent Vanoli, così come uno di David B. Acutamente Trondheim porterà a L’Association il libro che ha curato sui primi giorni dell’editore, includente contributi di David B., Killoffer, Joann Sfar, Mokeït, Jean-Yves Duhoo, Jean-Louis Capron, Charles Berberian, and Stanislas. Trondheim annunciò inizialmente questo progetto intorno al periodo in cui Menu si apprestava a festeggiare il ventennale de L’Asso, presentandolo implicitamente come contrappunto al suo discorso, con pubblicazione precedentemente pianificata nella linea ‘Shampooing’, l’etichetta che dirige presso il colosso editoriale Delcourt.

Oltre a questi nuovi libri da parte di affermati creatori, le migliori storie serializzate nell’antologico Lapin, la rivista dedicata ai giovani autori resuscitata da Menu, saranno proposte in formato libro una volta pronte. La stessa storica rivista subirà un ulteriore cambiamento concettuale; Ruppert spiega che stanno pensando di farla diventare una pubblicazione annuale e di editarla in grande formato. Sottolinea inoltre che stanno attivamente reclutando giovani talenti: “Stiamo cercando il meglio del nuovo.”.

Dall’assemblea generale. Foto di Didier Pasamonik

Menu stesso ha cominciato a muoversi in un’altra direzione. Il 31 agosto ha emesso un comunicato stampa annunciando la sua prossima e nuova iniziativa editoriale, L’Apocalypse. Così battezzata recuperando l’iniziale titolo di lavoro concepito (e poi scartato) per Labo, l’antologia da cui partì tutto, e diretta in collaborazione con il suo editore, il mentore di Menu e fondatore di Futuropolis Étienne Robial, inizierà le sue pubblicazioni il prossimo anno.

“Non voglio pubblicare solo fumetti: libri di disegno, saggi, libri d’arte, ogni tipo di lavoro farà parte del nostro catalogo,” spiega Menu. “E un ampio reparto di dischi, vinili ovviamente, sarà allestito. Sarà così più simile ad un posto dove trasfigurare la progressiva erosione dei confini“, concetto centrale alla defunta antologia L’Eprouvette, anziché l’ennesimo nuovo editore di fumetti. L’Apocalypse, quindi, risponderà alle mie polimorfe aspirazioni meglio de L’Association, di cui rispettavo la natura di, essenzialmente, casa editrice di fumetti, anche quando ero stato lasciato solo, nonostante il fatto che lo statuto che scrissi all’inizio del 1990 sancisse una cancellazione dei limiti imposti tra le differenti forme di espressione. L’Apocalypse sarà rock’n’roll. E nascerà sotto il segno del Doppio.”.

il logo de L’Apocalypse

Scrive che è ancora troppo presto per annunciare pubblicazioni specifiche, ma che diversi autori in precedenza pubblicati da L’Association, così come molti altri, si uniranno a lui. David B. ammette che L’Association perderà alcuni dei suoi creatori: “Sappiamo che Marjane Satrapi non lavorerà per L’Asso e immaginiamo che Dominique Goblet ed altri ancora vicini a Menu possano fare la stessa scelta”. Satrapi non ha rilasciato nessun commento ufficiale sulla crisi de L’Association, ma il solo fatto sia rimasta fedele all’editore nella buona e nella cattiva sorte sin dall’uscita del primo volume di Persepolis nel 1999 – rinunciando sicuramente ad offerte vantaggiose da parte di editori di maggiori dimensioni nel corso degli anni – dice già tutto. Inoltre, chi è molto ferrato nelle folcloristiche vicende del settore saprà che aveva litigato con il suo precedente mentore David B. anni addietro e sarà a suo agio a L’Apocalypse data la solida fedeltà che la lega a Menu. La sua scelta, quindi, non dovrebbe sorprendere:

“Marjane mi seguirà, ovviamente,” spiega Menu. “Prima che succedesse tutto questo, avevamo parlato di una nuova edizione del suo (terzo) libro Poulet aux prunes, in occasione dell’uscita del film (basato sul libro) in ottobre, ma ora, dopo tutta questa merda, non faremo nulla. Non vuole pubblicare lo stesso libro con due editori diversi e credo abbia ragione. Non vuole nemmeno lavorare con il neo-insediato comitato direttivo, e non è l’unica.”.

David B. è piuttosto ottimista al riguardo. “Altri, che avevano dichiarato avrebbero lasciato L’Asso se Menu e il suo clan avessero vinto, hanno ora deciso di rimanere con noi,’ dice. ‘E siamo felici di questo.”.

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In conclusione, cosa hanno significato questi problemi per il mondo del fumetto? E’ forse questa una storia di ambizioni frustrate e di un vano tentativo di cambiamento nella radicale concezione del fumetto come arte, come certi critici con una nota prevenzione verso Menu e L’Association hanno lasciato intendere? O forse i fattori finanziari che hanno fatto precipitare la crisi economica hanno solo riflesso, ad un micro-livello, le sventure di un’industria del libro che sta sperimentando una profonda trasformazione nelle modalità di acquisto e consumo della letteratura?

Si direbbe più il secondo caso, sebbene sia altresì innegabile come la nuova ondata di fumetti introdotti da L’Association e dai suoi pari, abbia originato un panorama editoriale molto diverso dal precedente. Molte delle battaglie duramente combattute, iniziate dai pionieri degli anni novanta, in Francia e a livello internazionale, sono state vinte. I fumetti sono ora una forma d’arte diversa e dinamica rispetto ad ogni altro momento precedente della loro storia. I giovani autori non devono più lavorare opponendosi ad un ordine preesistente così evidente come quello che dovettero fronteggiare i loro predecessori. Le sfide ora sono altrove, e spesso di natura digitale. Il tipo di sperimentazione promossa da L’Association nella sua prima decade ha aperto innumerevoli vie di esplorazione per gli artisti ed è ora data per scontata. Non è più radicale.

Questo sembra essere quello a cui Menu stava reagendo, sia con la sua radicalizzazione teorica che con la drastica decisione di ridurre lo staff e rendere L’Association una struttura più minuta e snella. Ma mentre, per certi versi, egli è rimasto fedele alle sue radici avanguardiste, i suoi partner di un tempo, freschi di un convincente e continuativo successo commerciale, hanno largamente preferito adattarsi a questa nuova modifica degli eventi. Meno ansiosi riguardo le possibili conseguenze, hanno trovato nuove vie per continuare il loro lavoro ed avere ancora maggiore e prosperosa crescita.

Jean Christophe Menu

Nonostante quanto possano aver dichiarato, la citata divergenza di opinioni sulla guida da dare a L’Association – che ora funziona senza la cocciuta e combattiva, ma anche stimolante e provocatoria, al limite perfino utopistica, deriva dialettica fornita da Menu – non poteva fare altro che cambiarla come editore e fungere da elemento di cambiamento per l’intero settore dei comics. Nello stesso tempo, comunque, sembra essere stato il solo possibile e effettivo nonché costruttivo esito della crisi per la casa editrice, ma forse anche per l’intera nuova realtà del mondo del fumetto che L’Association ha contribuito a creare sin dai suoi esordi.

Più di ogni altra cosa, peraltro, è un’umanissima storia di ambizione e conflitto. Quando Gauthey dichiara di essersi sentito coinvolto per ragioni morali, sottolinea cosa c’era in gioco nell’immediato – qualcosa descritto anche con candore da Chergui nel suo resoconto dello sciopero e dei motivi che hanno condotto ad attuarlo. L’Association fu costruita sulla fallata autorità di sette artisti che trascurarono di formalizzare la loro collaborazione in modi che li avrebbero aiutati a superare gli eventuale conflitti che sarebbero inevitabilmente insorti tra loro. Dice Menu: “Invecchiando, diventò tutto molto più difficile.”.

Xavier Guilbert di du9.org riassume succintamente: “Una cosa che salta alla mente riguardo questa incasinatissima situazione che hanno vissuto è la questione della storia e del retaggio,” dice. “Questo aspetto è, secondo la mia opinione, al centro dell’intera vicenda, molto più della questione della salute finanziaria o dell’idea che il trito mercato avrebbe infine vinto contro le utopie della bande dessinée alternativa… Un collettivo sembra perfetto quando si è giovani, ma quando si raggiunge la mezza età alcuni ego sembrano avere voglia di sostituirsi a tutti gli altri e reclamare un po’ di quella fama collettiva tutta per sé. Insomma, più una crisi di mezza età che economica, per certi versi.”.

Con i licenziamenti scongiurati e la casa editrice in grado di continuare a svolgere la sua abituale attività, Menu sembrerebbe essere la persona che deve affrontare le sfide personali più complesse. Gauthey, un amico di lunga data, collega e in passato anche editore di Menu, lo riconosce. “Quello che dovete sapere è che tutti noi – compreso Lewis – amiamo Menu,” dice. “Davvero. Ma non possiamo accettare tutto da lui. E lui ha il suo lato oscuro ed è molto triste vederlo scivolare nella più profonda depressione. Ha perso l’opportunità che aveva di condurre una vita più pacifica e creativa. Non sappiamo cosa accadrà ora, ma sono sicuro che la storia non è completamente conclusa.”.

Menu sembra davvero preoccupato da quanto è successo, ma – nonostante consideri l’intera ‘storia’ in termini diversi dai suoi colleghi co-fondatori – coltiva un certo ottimismo. “Sai, (alcuni) mesi fa, non ero in grado di prendere finalmente la decisione (di lasciare), perché si trattava pur sempre di vent’anni dalla mia vita,” dice. “Ma quando ha cominciato a diventare una follia senza fine ho pensato, ok, non c’è altra soluzione – devo farlo. E ho assunto un atteggiamento molto zen al riguardo. Era l’unica buona soluzione praticabile. In conclusione sono felice di aver lasciato L’Asso perché penso che quella storia sia conclusa.”.

Nello stesso tempo, sembra ora esserci una seria volontà, a L’Association, di rimettere in marcia le cose. Ruppert non vuole certo dare alla crisi più spazio di quello che merita e non ritiene le sue ricadute siano un problema nel lungo termine. “E’ un nuovo inizio. Tornerà ad essere grande come prima.”.

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2 risposte a “Una casa divisa: la crisi de L’Association (pt.2)

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