Una casa divisa: la crisi de L’Association (pt. 1)

di Matthias  Wivel

traduzione di Alberto Chuckadarian

Presentiamo la traduzione della prima parte di un lungo articolo di Matthias Wivel apparso su The Comics Journal (qui) sulla crisi che ha colpito L’Association. L’articolo è basato su diverse interviste ai protagonisti della vicenda intervistati dall’autore tra il Giugno e il Settembre del 2011. 

Gli appassionati dell’editoria a fumetti europea e i fedeli seguaci dei comics indipendenti saranno già a conoscenza della crisi esistenziale di cui è stata vittima L’Association, seminale maison d’édition francese, che ha aiutato a riscrivere le regole dei fumetti nel corso degli ultimi vent’anni. Una crisi sbocciata con uno sciopero degli impiegati largamente pubblicizzato, proseguita con l’elezione di un nuovo consiglio direttivo editoriale costituito da sei dei sette originali co-fondatori – molti dei quali sono rimasti lontani dalla casa editrice per anni – e culminata con l’addio di Jean-Christophe Menu, il controverso responsabile unico e direttore de facto de L’Association a partire dal 2006.

Una crisi nata in parte in seguito al declino dell’industria libraria e figlia della conseguente e imperante necessità di adattarsi ai nuovi tempi, ma forse più precisamente causata dallo scontro tra le rispettive ambizioni dei vari fondatori. Questi, un gruppo di artisti che creò la casa editrice nel 1990 allo scopo di mutare la direzione presa dai fumetti, si sono trovati sempre più ai ferri corti tra loro nel corso delle due decadi intercorse, un tempo durante il quale molte delle loro aspirazioni si sono realizzate e alcuni hanno visto consolidarsi il loro status di creatori cruciali della moderna bande dessinée.

Figura centrale al conflitto interno è stata quella di Menu, il talentuoso e combattuto arista/editore, che contribuì a formare il gruppo inizialmente e, nel bene e nel male, divenne una delle forze portanti de L’Association. Per quanto il suo pensiero e giudizio siano stati cruciali per lo sviluppo e il successo artistico della casa editrice, i suoi soci si sono trovati sempre più in disaccordo con le sue scelte come direttore editoriale e, come correttamente notato da un osservatore, anche e soprattutto in virtù del suo rifiuto a condividere quello che era nato essenzialmente come uno sforzo collaborativo congiunto.

“Il vero problema in tutto questo è stato molto umano”, dice il co-fondatore e neo-eletto tesoriere de L’Association, Lewis Trondheim, identificando in Menu la causa delle sventure dell’editore nel corso degli anni. “Menu è stato la forza trainante nella creazione de L’Association, insieme a noi, ma ha finito per essere anche una minaccia all’esistenza della stessa per via della sua mancanza di intelligenza sociale e della sua inettitudine come capo e manager, e perché l’alcolismo e la paranoia di cui è preda sono diventati incontrollabili”.
L’Association fu fondata come un’organizzazione no-profit nel 1990 da David B., Patrice Killoffer, Matt Konture, Jean-Christophe Menu, Stanislas Barthélemy, Lewis Trondheim, e Frédéric van Linden alias Mokeït (sebbene quest’ultimo lasciò presto il gruppo per perseguire una carriera nelle belle arti, salvo poi tornare nel 2009 con mansioni impiegatizie). L’idea di partenza era quella di farne una piattaforma per pubblicare lavori difficilmente iscrivibili nei generi e nei formati rigidamente circoscritti e prodotti dagli editori del fumetto tradizionale.

Gli “uffici” de L’Association

Era un periodo in cui l’avanguardia della bande dessinée degli anni settanta era ormai sostanzialmente svanita, con un settore dominato da un ristretto numero di grandi case editrici specializzate in materiale avventuroso ed umoristico. Quasi in parallelo con gli editori di fumetti ‘alternativi’, operanti nella scena nordamericana nello stesso momento storico, L’Association si concentrò sulla produzione di storie con una solida base realistica e pubblicate esclusivamente in bianco e nero. Inizialmente furono pubblicati principalmente i libri dei fondatori, salvo rendersi rapidamente conto che c’era un mercato per quel tipo di fumetti, espandendo quindi il catalogo sino ad includere molti dei migliori e più brillanti cartoonist di Europa e perfino del Nord America.

Il loro primo e maggiore, nonché significativo successo, fu Persepolis di Marjane Satrapi (1999-2004), che rese L’Association un florido protagonista commerciale del fumetto europeo e gli garantì una presenza consolidata nelle librerie di settore e generaliste. Simultaneamente produssero alcuni dei principali lavori della nouvelle vague dei comics europei realizzati da autori del calibro di David B., Julie Doucet, Dupuy e Berberian, Lewis Trondheim, Joann Sfar, Blutch, Anke Feuchtenberger, Emmanuel Guibert, François Ayroles, Jochen Gerner, Guy Delisle, e numerosi altri.

Marjane Satrapi

Data la direzione da parte di un gruppo di forti personalità creative, era forse inevitabile potessero verificarsi disaccordi e infine spaccature. In ogni caso, specifiche decisioni prese agli albori della vita editoriale contribuirono in misura cruciale alla frattura tra Menu e i suoi colleghi. Sin dalla metà degli anni novanta, diversi tra i fondatori – particolarmente Trondheim e David B., ma anche autori significativi come Sfar – furono corteggiati da editori più grandi in grado di offrire contratti migliori per il loro lavoro ed iniziarono così delle carriere di successo nel circuito mainstream della bande dessinée, aiutando a ringiovanire etichette in declino creativo come Dargaud – attraverso l’autorevole linea Poisson Pilote – e dando il loro contributo allo sviluppo di nuove altre come Delcourt.

Trondheim ricorda la prima bancarella de L’Association ad Angoulême

Pur continuando a pubblicare opere più personali con L’Association – David B., ad esempio, diede inizio al suo capolavoro autobiografico L’ascension du haut mal (1996-2003)  – queste non erano certo sufficienti a garantire il loro sostentamento, il che spiega anche in parte perché gradualmente ebbero sempre meno tempo per la gestione della casa editrice. Menu, che aveva inizialmente messo insieme il gruppo per il volume antologico Labo (diretto precursore de L’Association) edito nel 1990 da Futuropolis, era il più interessato agli aspetti editoriali e aveva sempre incontrato delle difficoltà a produrre i suoi fumetti. Ad aggravare la situazione, un acrimonioso divorzio lo intrappolò con una pesante ingiunzione legale che gli impediva di rappresentare la moglie e i figli nei suoi lavori – un aspetto centrale della sua opera in precedenza, come dimostra in maniera memorabile l’autobiografico Livret de phamille (1995), attualmente esaurito. Si ritrovò dunque sempre più a prendersi cura delle operazioni quotidiane da svolgere a L’Association, e infine fu trovato un accordo che stabiliva avrebbe svolto questo lavoro in via ufficiale ricavandone – unico tra i fondatori – uno stipendio.

una pagina da Livret de phamille (1995), opera autobiografica di Jean-Christophe Menu

Una decisione che si rivelò fatale per le dinamiche operative del gruppo. Emerse un conflitto per via di questa formale suddivisione delle responsabilità e a causa delle connotazioni di potere che essa implicava. I colleghi di Menu lo ritrovarono sempre più a supporre che L’Association fosse principalmente un suo personale progetto e appartenente solo in misura secondaria agli altri soci, e la sua posizione come direttore editoriale retribuito non fece altro che incrementare la tensione.

Menu non mette in discussione la seguente interpretazione: “L’Association
è il mio progetto, ok? Ve lo posso assicurare” dice ora. “L’ho iniziata insieme ad altre, come Labo. Ho chiesto a certe persone di affiancarmi, ma era pur sempre il mio progetto: ho fatto io tutte le riflessioni, ho preparato io tutti i testi, ho realizzato io tutto il lavoro grafico; ho formulato la nostra posizione politica. Ho fatto tutto quanto io. Ma avevo bisogno di avere persone a cui rapportarmi e questo diventò un problema quando alcune di queste iniziarono a parlarmi di potere. Non ho mai voluto il potere, il potere è sempre stato fonte di problemi…”.

David B., pubblicamente il più critico nei confronti di Menu, è fortemente in disaccordo con queste posizioni: “Questa è un’affermazione che ha ripetuto per anni: Menu è l’incarnazione de L’Asso perché ha formulato tutto il discorso attorno al progetto” risponde su richiesta di un commento. “Quando ho realizzato i miei libri per L’Association, non li ho disegnati sotto i dettami di una qualche imprecisata filosofia o posizione politica Menu-esca, e comunque una cosa simile non esisteva nemmeno quando feci Le Cheval blême (1991) – la creazione originale di David B. che divenne un precoce modello per l’intera linea –  o L’ascension du haut mal. Menu sviluppò la sua cosiddetta ‘filosofia’ sulle basi del nostro lavoro e cominciò a ritenere di avere una qualche priorità su esso, sebbene i nostri lavori trovassero il loro pubblico indipendentemente da qualsivoglia esoterico concetto stesse escogitando”.

David B in Il grande Male

David B. fa riferimento anche al ruolo fondamentale che giocò nell’ispirare Marjane Satrapi nella creazione del suo primo fumetto e nel farlo pubblicare da L’Association. “Mentre stavo aiutando Marjane ad ideare Persepolis, la stavo aiutando in termini pratici”, ricorda. “Le fornivo critiche e consigli e non ricordo ci fosse la presenza di Menu, attorno a noi. Jean-Cristophe mi chiese di scrivere un’introduzione per il primo volume e cosa successe? Probabilmente non quadrava con i suoi altezzosi sermoni, con la sua ‘filosofia’ fondamentale. Se la cercate ora, non la troverete – esiste solo nella versione tedesco-svizzera. E’ questo il problema che ho con il suo atteggiamento: l’indebita appropriazione del lavoro degli altri”.

Per Menu, comunque, non si trattava di un problema nato attorno al discorso che sottende L’Asso, quanto piuttosto della tensione scaturita dal suo lavoro tra le sue ambizioni e responsabilità come editore e la propria spinta creativa. “E’ sempre stato molto paradossale, perché era il mio progetto e allo stesso tempo un’esperienza collettiva”, dice Menu. “Il mio problema è che sono molto sicuro di quello che voglio, ma nello stesso tempo desidero lavorare con altre persone. Mi piace la dialettica, anche se è molto difficile da sostenere. Quindi l’aspetto del lavoro comunitario era molto importante, ma ha rappresentato altresì il punto su cui ci siamo trovati in disaccordo. Loro pensano che siamo alla pari su tutto e per me invece è diverso, perché ero il solo ad essere lì, a lavorare tutto il giorno. Loro stavano a casa a disegnare, e io pure volevo disegnare. E’ questo è stato il problema tra noi. Ho parlato del sacrificio che ho fatto, e sebbene sia stata una mia scelta, ha rappresentato un problema infinito”.

Nel 2005, la situazione è peggiorata al punto tale da costringere David B. a lasciare il gruppo. La ragione diretta fu la pubblicazione (di cui non era stato messo al corrente) da parte di Menu del saggio Plates-Bandes, in cui Menu costruiva una polemica fortemente documentata sull’editoria mainstream  e sulla pratica di scegliere con cura e saccheggiare le innovazioni introdotte dagli editori alternativi. Si trattava peraltro della proverbiale goccia che fa trabboccare il vaso per David B., da tempo fortemente ostile al comportamento di Menu certo che quanto avesse reso L’Association così speciale per tanto tempo ormai non ci fosse più.

Quando lo intervistai all’epoca (per il The Comics Journal #275), David B. riassunse così le sue sensazioni al riguardo: “E’ una traiettoria molto comune per i gruppi…c’è sempre un momento in cui si dividono perché i singoli componenti che hanno imparato insieme alcune cose, lasciano gli altri per metterle in pratica da soli”. Nella mia intervista con Menu, nel corso dello stesso anno (per il The Comics Journal #277), anch’egli descrisse la questione in termini analoghi: “E’ stato come se non ci potessimo più sopportare a vicenda. Prima andò via lui [David B.] insieme a Marjane, e poi sembrò quasi rivoltarmi contro L’Asso come struttura intera. Avevamo sempre discusso molto, come succedeva peraltro anche con tutti gli altri fondatori, ma nel corso degli ultimi anni, sembrava non fossimo più in grado di capirci”.

E pare avesse ragione. L’anno seguente Killoffer, Stanilas e Trondheim lasciano a loro volta la casa editrice mentre Sfar annuncia che pubblicherà altrove. Tutti adducono divergenze con Menu come causa della loro decisione. Matt Konture resta fedele a Menu, mantenendo il suo ruolo di co-fondatore, ma senza essere mai stato coinvolto nelle operazioni quotidiane.

Da allora, L’Association è diretta da Menu e da un consiglio direttivo in carica sin dal 1993, che prevede Patricia Perdrizet nel ruolo di presidente, Isabelle “Zab” Chipot quale segretaria, e Laetitia Zuccarelli come tesoriere. Secondo Trondheim, le prime due si dimostrarono sempre ‘ferocemente fedeli’ a Menu, essendone Chipot anche la sua ex fidanzata. Carmela Chergui, un’impiegata de L’Asso durante la crisi, descrive le tre come ‘molto legate’.

Quegli anni vedono ridursi l’enfasi sulla produzione di libri di maggior richiamo in favore di lavori più sperimentali realizzati da autori emergenti come Dominique Goblet, Florent Ruppert and Jérôme Mulot, Claire Braud, and Benoît Guillaume, così come ristampe di ormai dimenticati classici del fumetto franco-belga visti come precursori del progetto avanguardista, che Menu stava spingendo. E nel 2007, lo stesso Menu resuscita l’antologia di lungo corso, sebbene sospesa da molto tempo, Lapin, vista come ideale piattaforma per la ricerca e la coltivazione di nuovi talenti. Il tutto come parte di un piano per evitare la rischiosa trasformazione de L’Association in un’operazione strettamente generazionale e aiutare nel contempo l’emergere di significativi nuovi autori come Lisa Mandel, Nine Antico, e Matthias Picard.

Per certi versi, la nuova direzione era una reazione ai meccanismi di cooptazione delineati da Menu in Plates-Bandes e ulteriormente indagati nella sua ambiziosa trilogia di compendi critici L’Éprouvette (2006-2007), che riuniva un’ampia gamma di saggisti, commentatori e autori in uno sforzo volto ad articolare una radicale presa di posizione progressista sulla scena del fumetto contemporaneo, francese ed internazionale. Menu posizionò ulteriormente quest’estetica radicale nel cuore de L’Association con MMX/XX, incrocio tra un catalogo e una pubblicazione divulgativa pubblicato nel 2010 per celebrare il ventesimo anniversario della casa editrice. E anche La Bande Dessinée et son double, la tesi di dottorato sostenuta alla Sorbonne l’8 gennaio di quest’anno – proprio mentre stava per cominciare lo sciopero – può essere letta come una più complessa articolazione della stessa idea.

Il logo de L’Association: l’Idra

Nulla di questo serva a dire che L’Association non abbia proseguito nella pubblicazione di certi autori di stampo più tradizionale – il ruolo della star in questo senso è stato ricoperto negli ultimi anni dal popolare e pluripremiato fumettista e regista di origine siriana Riad Sattouf  – ma con Satrapi più attenta a dedicare la sua attenzione al cinema e altre originarie figure cardine come Sfar, Blutch e Guy Delisle ormai allontanatesi, era evidente che l’editore mancasse di nomi di rilievo. Tutto questo si rivelò insostenibile in un mercato del libro tormentato dalle declinanti vendite a tutti i livelli – perfino La Vie secrète des jeunes, la raccolta delle strisce di Sattouf pubblicate sul settimanale satirico Charlie Hebdo, si limitò a vendere ‘solo’ 20.000 copie, nonostante l’ottima pubblicità di cui godette,  a fronte del doppio auspicato da Menu.

David B ritrae un Menu dispotico e interessato solo alle sue cose in una riunione per la pubblicazione di libro di schizzi di Tardi

Nel 2009, Menu chiamò al capezzale dell’editore un contabile incaricato di redigere una minuziosa analisi della situazione finanziaria de L’Association che si rivelò peraltro essere piuttosto complicata. Nella lettera aperta scritta da Menu il 13 febbraio dello stesso anno, per difendere la sua posizione durante lo sciopero ed intitolata Bandelettes, descrive la situazione nei termini di un’Association che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità per troppi anni, con i problemi nascosti dal continuo successo di vendite dei libri della Satrapi.

Come immediata reazione, Menu e il consiglio direttivo assunsero un manger esterno part-time per supervisionare le finanze dell’editore. Decisero anche di ridurre il numero di pubblicazioni annuali de L’Association di circa la metà, passando dai quasi 40 libri del 2009 ai soli 25 del 2010. Ma secondo Menu il problema non era solo di produttività e rendimento, bensì strutturale. La depressione del mercato e la fine del ciclo di Persepolis, come  bestseller, potevano significare solo la necessità di ridurre drasticamente lo staff. Iniziò eleminando sé stesso dal libro paga, a partire dal marzo 2010, rinunciando così al salario annuale (circa € 48.000/50.000) di cui aveva beneficiato sin dal 1999.

Trondheim e David B. comunque, descrivono questa mossa come un astuto stratagemma di Menu per intitolarsi un trattamento di fine rapporto di € 42.000 e sostengono che gli impiegati abbiano trovato una proiezione di bilancio per il 2011 in cui era previsto un salario annuale di € 60.000 stanziato per lui. “E’ vero che ho avuto quella cifra quando ho lasciato” ammette Menu. “Ma si trattava di una legittima liquidazione cui avevo diritto, avendo lavorato per undici anni come salariato. Non ho chiesto un centesimo in più, sebbene avrei potuto farlo a ragion veduta. Si è dunque trattato di un canonico minimo legale”. Discute comunque la seconda accusa. “Una volte chiarite le cose, era previsto lavorassi ancora per L’Asso, ma con un compenso a parcella e non uno stipendio, con l’idea di evitare ulteriori esborsi all’editore ” dice. “Il punto è che ho lasciato passare più di dodici mesi tra il mio licenziamento e l’iscrizione al sussidio di disoccupazione, per cui ora non percepisco nulla. Quindi ho vissuto per un anno grazie al mio tfr, ma adesso non ho più niente da cui attingere. E, da rimarcare, dal momento in cui sono stato licenziato, L’Association ha finito per assumermi per quattordici mesi in nero e senza prevedere alcun compenso!”.

Quindi, nell’autunno del 2010, sorge un altro problema. Il distributore librario de L’Asso, Le Comptoir des indépendants, fallisce. Fondato nel 1999 da un insieme di piccoli editori tra cui L’Association è di gran lunga quello di maggiori dimensioni, il Comptoir ha ricoperto per lungo tempo il ruolo di forza centrale nell’apertura del mercato librario ai fumetti alternativi nel corso del decennio passato, alimentato nel suo vigore dal grande successo di Persepolis. Secondo sia Menu che Trondheim si trattò di un contrattempo di considerevole importanza. L’Association era titolare di una quota del 34% del distributore e subì quindi una perdita di € 176.950 a seguito del suo tragico crollo (la distribuzione di numerosi tra gli editori del Comptoir, tra cui la stessa Asso, è ora gestita dalla generalista Belles lettres diffusion). I sette salariati membri dello staff videro dunque ingigantirsi i problemi. Carmela Chergui, dal 2007 impiegata a L’Association con mansioni di ufficio stampa, cura dei diritti e manager delle iscrizioni, descrive come segue la situazione: “Da circa sei mesi eravamo a conoscenza dei problemi finanziari de L’Asso. Menu ci disse che avremmo dovuto parlare insieme delle possibili soluzioni, ma non successe mai. Essendo i diretti interessati minacciati da questo genere di problema, pensavamo ingenuamente che si sarebbe seduto intorno ad un tavolo con noi, mostrandoci i conti e discutendo le cose”.

“Ma Menu non c’era mai e nemmeno la persona incaricata (il manager esterno part-time) parlava con noi al riguardo”continua Chergui. “Per quanto riguarda il presidente o il contabile, invece, non ci è mai stata data la possibilità di parlargli. Sembrava piuttosto ovvio che se c’era qualcuno che avrebbe dovuto essere interpellato riguardo a quanto si doveva fare, avremmo dovuto essere noi, gli unici che davvero conoscevano a fondo le operazioni quotidiane messe in atto dall’editore. Non pretendevamo certo di avere una parola rispetto al programma editoriale, mai sapevamo chi faceva cosa e quali sarebbero stati i costi. Era una semplice questione di rispetto e di valori, in fondo. Ad un dato momento, avendo la netta percezione che le decisioni fossero prese al di sopra delle nostre teste, scavalcandoci completamente, chiedemmo un incontro con Menu, il presidente e il manager”.

Questo incontro si svolse il 10 dicembre. Menu annunciò che ci sarebbero stati sino a quattro licenziamenti. Nel suo Bandelettes ne spiega le ragioni: “Lo spiacevole calo delle entrate (per L’Asso) ha coinciso con un più generale e incontrovertibile sviluppo negativo (nel mercato librario)… e non poteva che essere affrontato con una struttura più piccola ed agile, più adatta al nuovo ambiente e alle sue prospettive”.

Gli impiegati, tuttavia, non furono soddisfatti da questa spiegazione. “L’annuncio fu dato brutalmente e senza fornire nessuna giustificazione in termini di numeri esatti” dice ancora Chergui. “In nessun momento ci fu mostrato perché questi licenziamenti erano resi necessari dallo stato delle finanze de L’Association. I vaghi riferimenti alla crisi del mercato librario rivelarono solo una profonda mancanza di rispetto per il nostro lavoro e una scarsa volontà di investire nel progetto. Non ho capito perché non ci mostrarono i famosi numeri, specie in virtù del fatto che alcuni tra noi erano in grado di leggerli, interpretarli e comprenderli. E non ho nemmeno capito, dato che eravamo già oberati di impegni, perché pianificarono di mandare avanti l’attività editoriale con metà dello staff, specialmente avendo la netta percezione che non capissero realmente chi tra noi facesse esattamente cosa e come svolgesse i suoi compiti”.

In Bandelettes, Menu ammette di non essere un buon gestore del personale e che le sue capacità di relazione interpersonale potrebbero essere migliori. Nota che l’annuncio improvviso dei licenziamenti contribuì alla scontentezza degli impiegati, ma sottolinea di avere, in realtà, discusso dei suoi piani con loro, menzionando un’altra misura che stava prendendo in considerazione su suggerimento del suo manager esterno: vendere o liberarsi delle giacenze, sebbene fosse stato in precedenza filosoficamente opposto all’idea. L’Association non aveva mai proposto un libro ad un prezzo ridotto, organizzato una svendita o ridotto l’inventario e, nel corso degli anni, l’aumento del loro catalogo aveva anche significato l’accumulo di costi di gestione del magazzino molto elevati.

Spiega ulteriormente le scelte che stanno dietro alcuni licenziamenti annunciati: l’eliminazione degli ordini via mail e una diversa distribuzione dei libri da lui concepita per ridurre i costi avrebbe messo in dubbio il ruolo della persona incaricata di svolgere questi compiti, Fréderic van Linden (a.k.a. Mokeït, co-fondatore de L’Association); il contabile a tempo pieno Philippe Reveau sarebbe stato sostituito da una società di revisione esterna; il ridursi della produzione significava che avere due designer interni era eccessivo, specialmente considerando che lo stesso Menu era in grado di fare lo stesso lavoro, quindi Eric Bricka, che aveva già annunciato di volersi prendere un sabbatico periodo di sei mesi, sarebbe stato licenziato mentre Fanny Dalle-Rive sarebbe rimasta nella sua posizione; e per finire, il production manager Nicolas Leroy aveva già dichiarato che stava cercando di cambiare lavoro. Le ultime due impiegate, Carmela Chergui e Marie Chesnais, sarebbero rimaste parte dello staff.

Jean-Christophe Menu

Chergui trova questa razionalizzazione insincera, sottolineando che Bricka, sebbene avesse dichiarato l’intenzione di prendersi il periodo sabbatico, non aveva alcuna intenzione di lasciare il suo posto e che Leroy, pur pensando di lasciare L’Asso, ancora non aveva intrapreso alcun passo per farlo concretamente. “La situazione divenne rapidamente al tempo stesso molto spiacevole e stressante per tutti noi”, dice Chergui. “Oltre ai licenziamenti previsti, c’era il futuro sviluppo proposto da Menu, dal presidente e dal manager, da considerare. Quello che loro descrivevano non era affatto rassicurante e non avremmo potuto farci molto, in ogni caso…queste decisioni ci sembravano ingiuste e illegali e non avevamo alcun modo di contestarle. Quello che ci interessava di più”, continua, “era un nuovo, legittimo consiglio direttivo eletto dai membri e volevamo essere messi al corrente dei numeri che giustificavano i licenziamenti”.

Come detto prima, L’Association non aveva più indetto un’assemblea generale dal 2007, nonostante il suo statuto ne richiedesse una ogni due anni, il che significa che il consiglio direttivo era anche tecnicamente illegittimo. Detto con le parole di Chergui: “Divenne subito evidente a tutti noi che non avremmo ottenuto nulla senza uno sciopero”.

[...]

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3 risposte a “Una casa divisa: la crisi de L’Association (pt. 1)

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