Intervista a Cosey

traduzione di Enrico Cicchetti

Da almeno una trentina d’anni, Cosey occupa un posto a parte nel mondo del fumetto. In principio, era una specie di UFO della nona arte ma bisogna constatare che con molto talento, un lavoro regolare ed una ricerca costante della qualità, è diventato uno dei grandi maestri del fumetto realista. È sicuramente uno degli autori in cui lo stile personale traspira di più. I temi trattati, il disegno, il taglio, tutto lo distingue dai suoi colleghi.

L’articolo originale è stato pubblicato su bdtour.

Particolare dalla saga di Jonathan

Un fumetto di Cosey è tanto un viaggio quanto un’avventura. E spesso, se non c’è un viaggio nel senso “spaziale” del termine, c’è un viaggio interiore o un percorso iniziatico. Sei d’accordo con questa definizione?

Cosa intendi con percorso iniziatico?

Una ricerca propria dell’individuo, una missione che lo porterà a scoprire se stesso.

Sono completamente d’accordo. Credo che sia il tema principale di tutti i miei fumetti.

L’assenza o la ricerca di un qualcosa è altrettanto un tema ricorrente nella tua opera. Ne sei cosciente?

Sì, completamente. Non è volontario, spesso è un caso e tuttavia ne sono cosciente. Quando lavoro ad una sceneggiatura, non perseguo mai un tema particolare, cerco delle idee. Del resto prendo note tutto l’anno e ritorno spesso a leggerle.

Hai un modo particolare di lavorare, annoti tutto nei taccuini e poi fai una selezione…

Assolutamente. Annoto un mucchio di cose che spesso non hanno alcun legame tra loro, poi, quando le rileggo, riesco a trovarci delle idee che possono servire per le storie in corso. Talvolta le ho avute anni prima, mentre lavoravo su un tutt’altro fumetto. È come un puzzle del quale bisogna scegliere i pezzi. Provo ad ascoltare ciò che mi raccontano questi pezzi: si sviluppano e in un certo momento una storia comincia ad articolarsi. Quindi provo a scriverne la sceneggiatura e solamente dopo di questo scopro la tematica! E confesso che sì, ricado spesso negli stessi temi.

Foto e schizzo di Cosey dai suoi appunti del 1976

Ami utilizzare l’ellisse nei tuoi racconti. I non detti sono numerosi ed il lettore disattento, perdendo una frase, potrebbe non capire qualcosa. Non hai mai paura di perdere il lettore lungo la strada?

Sì, ma non è l’unico modo in cui si perdono lettori. Si può perderli per esempio quando si gioca solamente coi cliché e gli stereotipi, come si vede in molti fumetti. Personalmente, preferisco prendere il rischio di provare ad entusiasmare i lettori. Ma cerco anche di prestare attenzione a ciò che il lettore può seguire. Anche se talvolta, come per esempio alla fine del “Bouddha d’azur”, bisogna andare a ricercare un piccolo elemento nel primo tomo.

Insomma ti piace questo tipo di narrazione dove il lettore capisce le cose solo molto tardi, addirittura alla fine dell’album?

Sì. Da lettore, se c’è una cosa che detesto, sono i finali aperti. Il non sapere, il lasciare le cose sospese nel vuoto. Il lasciar decidere la fine al lettore. Trovo tutto questo insopportabile sia nel cinema che nella letteratura.

Non ami lasciare uno spiraglio di mistero?

No, questa “non risoluzione”…per me è come burlarsi del lettore. Nel “Bouddha d’azur” non ho dato la soluzione completa, ma ne ho dato tutti gli ingredienti. Il lettore non ha che da fare un piccolo sforzo per trovare da sé la risposta.

Tavola da Viaggio in Italia

Altra caratteristica dello “stile Cosey”, è la costruzione. Tutti hanno ancora in testa le tavole di Jonathan con le vignette ottagonali, delle cornici ornamentali… Non hai avuto mai paura di prendere questi rischi?

È quello che mi interessava. Non avevo affatto voglia di fare la fotocopia di ciò che funzionava bene. Tanto più che ero cosciente che se avessi disegnato del Western, l’avrei fatto meno bene di Giraud. Se mi fossi lanciato nella fantascienza, non sarei arrivato alla caviglia di Druillet o Mézières… Il solo modo di fare qualche cosa di interessante era partire da quello che conoscevo meglio, il Tibet, dai personaggi in cerca di loro stessi o dell’altro e, se possibile, trovare delle strade un po’ nuove. Nel fumetto classico, il miglioramento era stato già fatto. Io non avrei potuto che fare qualcosa di inferiore a Franquin, di inferiore a Hergé, a Pratt o a Jijé, mentre se avessi cercato la mia propria via, avrei forse avuto la fortuna di fare qualche cosa di interessante e che potesse piacere.

Le tue tavole formicolano dei piccoli dettagli della vita di tutti i giorni. Per Cosey questo è ciò che un autore realistico deve essere?

Per me, sì, ma non in quanto lettore. Amo leggere tante cose differenti. Personalmente, amo il quotidiano e gli elementi concreti della vita. Per me, l’immaginazione è presentare queste cose che si conoscono molto bene sotto una luce nuova. Ciò non vuol dire avere uno sguardo deformato bensì uno sguardo senza cliché. Raccontare l’ordinario sotto un genere nuovo mi interessa ben più che raccontare di guerre intergalattiche con salti nello spazio-tempo. Invece quello che può succedere a due persone che bevono un caffè in silenzio, oppure dialogando sulla pioggia o sul tempo, ecco, da lì ne può uscire qualcosa che parla di sentimenti e che mi interessa davvero. Non penso di essere l’unico a pensarla così e immagino che ci siano molti lettori che la pensano come me.

Tavola originale tratta da Jonathan: Douniacha

Nei tuoi lavori, non c’è l’eroe o il supereroe che salva il mondo. Ci sono degli esseri con le loro debolezze, delle persone veramente umane. Dato ciò, non è lecito chiedersi se Cosey sia l’inventore di quella che si chiama oggi “il nuovo fumetto”, il capo fila dei Dupuy-Berbérian, Blain, Sfar e Trondheim?

A voi giudicare! Non tocca a me rispondere, ma è vero che l’ho sentito dire già altre volte.

Cosey è innanzitutto “Jonathan”. Quale è stata la genesi del personaggio e la scelta del suo scenario?

La scelta dello scenario deriva dal mio amore per la montagna, il mio interesse per le filosofie orientali e, oltre a ciò, dalla lettura di Tintin in Tibet o ancora di Alessandra Davide-Néel che era un’esploratrice francese che ha viaggiato in Tibet all’inizio dello scorso secolo. In quanto alla genesi del personaggio, c’è da dire che di fronte ad eroi come Buck Danny o Michel Vaillant, che avevo amato da lettore quando ero ragazzino, non mi vedevo a lavorare su quel genere in quanto esordiente. Da un altro lato, all’epoca, c’erano delle cose nuove. Gaston Lagaffe, per esempio che era già ben rodato, i Pensieri Neri che cominciavano, Druillet… ma non mi sentivo nemmeno nelle fila degli anti-eroi. Ciò che volevo era raccontare le storie di un personaggio umano e il modo migliore di crearlo al di fuori dagli stereotipi era di ispirarmi a certe mie caratteristiche.

Hai in programma un ritorno del personaggio?

Sì, certamente! Appena viene a raccontarmi una nuova storia, la trasmetto al lettore.

Dopo alcuni album “più americani” (come “Orchidéa”, “Joyeux noel May”, “Le voyage en Italie” o anche in un certo qual modo “Saïgon Hanoi” o “Zeke raconte des histoires”), eccoti di ritorno verso l’Himalaya e il Tibet. Quale è stato l’elemento motore di questo ritorno alle origini?

Ci sono stati di recente due viaggi successivi in Tibet. Un ritorno con molta documentazione e la voglia di riparlare del Tibet ma senza Jonathan. Una vista sotto un altra angolazione.

A proposito degli scenari, il vecchio continente è raramente lo sfondo dei tuoi personaggi. Ti ci senti troppo stretto?

È vero che ho ambientato poche storie in Europa come “Alla ricerca di Peter Pan”. Credo semplicemente di non aver trovato l’approccio che mi interessa. Salvo proprio cambiando epoca e passando all’inizio del secolo. L’Italia forse, ne “Viaggio in Italia” anche se è secondario. Non ho trovato sinora l’approccio che mi interessa ma domani chissà…

Due pagine da Alla ricerca di Peter Pan

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