Il celebre signor. K: intervista a Joe Kubert

Presentiamo una vecchia intervista a Joe Kubert condotta da Guy H. Lillian III e apparsa sul primo numero di The Amazing World of Dc Comics (Luglio/Agosto 1974) per ricordare il Maestro. 

Soprattutto vorremmo che parlassi…per scoprire tutto ciò che c’è da sapere su Joe Kubert.

Tanto per cominciare, sto per compiere 48 anni, di cui quasi 35 passati nel settore dei fumetti. Ho cominciato a disegnarli quando avevo 12 anni e mezzo, nel periodo in cui invece di due, tre o quattro editori ce n’erano 25 o 30. A quel tempo un ragazzino come me faceva il giro completo di quei posti in un solo pomeriggio, saltellando da una parte all’altra e cercando di farsi comprare qualcuno dei suoi disegni. Frequentavo l’High School of Music and Art e vivevo a Brooklyn. Era un viaggio di un’ora e mezza in metropolitana, tre ore in totale ogni giorno. Io e il mio amico Norman Maurer – che molto dopo avrebbe lavorato con me su un fumetto 3-D per la St.John, Tor, etc. – eravamo nella stessa classe e molte volte marinavamo la scuola.

Ci incontravamo davanti alla scuola e dicevamo, “Allora, sembra una bella giornata, andiamo in giro”. Portavamo qualcuno dei nostri sketch e facevamo il giro delle case editrici. Sapevamo che era quello che volevamo fare. Disegnare fumetti…raccontare storie con i disegni nella maniera possibilmente più eccitante. Eravamo stati morsi dal ragno del fumetto.

Quanta fortuna avete avuto?

Abbiamo avuto una grande botta di fortuna. Ma, di fatto, il nostro “successo” fu dovuto, più di ogni altra cosa, al nostro essere pestiferi. Andavamo in un posto e gli editori guardavano le nostre cose e dicevano: “Mi dispiace, torna a casa e fai pratica.”. Tornavamo a casa e facevamo pratica un altro po’. In una manciata di giorni avevamo tirato su un altro sketchbook. Tornavamo e l’editore diceva: “Di nuova qua bimbi?!? Questa roba non è ancora abbastanza buona per poterla usare. Andate via – e fate altra pratica!”. Ed era esattamente quello che facevamo, fino a che, infine, stremati compravano le nostre cose.

Ricordi il tuo primo incarico professionale?

Uno dei miei primi lavori che feci fu probabilmente per Harry Chesler che aveva uno studio in cui c’erano Charlie Sultan, George Tuska, Ruben Moriera, e circa un mezza dozzina di altri tizi – alcuni veri e propri veterani. Questo è successo all’incirca trentacinque anni fa. Ci andai per cercare lavoro, e invece di cacciarmi quell’uomo fu così gentile da dirmi: “Non posso utilizzare i tuoi lavori, ma hai del talento. Che ne dici di venire qui dopo la scuola ogni giorno per un paio d’ore, ti darò cinque dollari a settimana. Dovrai soltanto sederti qui e disegnare. Vedrò di far venire gli altri a dare un’occhiata alle tue cose”. È stata la cosa più importante che qualcuno abbia potuto fare per me.

Sono passati un sacco di anni da allora, Guy. Circa due anni fa mia moglie si trovava in un negozio di cornici della zona e un anziano signore accanto a lei ha notato il mio nome sul suo pacco. Era Harry Chesler, e viveva giusto a dieci minuti da qui. Non l’ho visto per oltre trent’anni. Ha seguito mia moglie sino a casa, non sapevo che lui stesse arrivando…e all’inizio non l’ho riconosciuto! Ha detto, “ Tu sai chi sono, non è vero? Non ti ricordi di trentacinque anni fa?”. Aveva lo stesso sigaro – chiunque ha lavorato per Harry ricorderà che aveva sempre un sigaro piantato in bocca – e quel suo capello calato di lato, e indossava sempre una canottiera, “Oh mio Dio!”. È stato veramente fantastico vederlo di nuovo.

Caricatura a firma di Guy Ricca apparsa sulla copertina di Dynamic Comics #12 (Nov. 1944)

Possiede un sacco di lavori di più di quaranta anni fa. Per lui ha lavorato il creatore di Little Nemo e ne possiede alcune tavole originali. In più ha i fotogrammi di Gertie the Dinosaur che mi ha donato e che ho incorniciato di sotto.

Facciamo un salto indietro. Quando hai incominciato a leggere o a disegnare?

Probabilmente sin da bambino – leggevo roba come Flash Gordon, il Tarzan di Foster e più tardi il Prince Valiant e Terry and the Pirates. Per quanto riguarda il cinema c’erano naturalmente King Kong, Scarface (con Paul Muni), Trader Horn, Tarzan, e roba così. Estremamente stimolanti – in aggiunta alle letture che facevo – Il libro della Giungla di Kypling e altro. Disegno da quando ho quattro anni. In realtà, a quell’età, ciò che molti dei ragazzi più grandi fecero fu quello di provvedere a fornirmi una scatola di gessetti così avrei disegnato sui marciapiedi…quello è stato il vero inizio della mia carriera.

Suona come un buon background per un fumettista?

Sono stato sempre convinto che un fattore che ha permesso a gente come me di entrare nel settore è che generalmente venivamo da un tipo di situazione dove, invece di fare cose che erano al di là della nostra portata economica, ci concentravamo su qualcosa che potevamo fare dovunque. Penso che disegnare sia divertente e che non ci sia bisogno di una seconda persona per farlo. È uno dei passatempi meno costosi, e ci sono poche probabilità di finire in mezzo ai guai. Mi sembra, parlando in generale e se posso generalizzare in tal maniera, che i ragazzi che provenivano da una zona povera, un ghetto e così via, trovavano nel disegno un’importante via di fuga…uno sbocco. Disegnando, illustrando, si poteva entrare in un piccolo angolo ed essere se stessi, escludendo tutto quello che c’era intorno. Inoltre, è una forma di comunicazione. Un sacco di tizi che venivano da zone povere non parlavano bene come avrebbero voluto. A volte, comunicavano attraverso disegni. La mia esperienza è stata che un sacco di gente nel nostro settore veniva da questo tipo di realtà.

La tua carriera crebbe di pari passo con i tuoi incarichi?

Come prima cosa sarebbe interessante sapere come ottenni il primo lavoro. Mentre ero ancora alla Junior High School a Brooklyn c’era un tizio di nome Melvin Boudoff, che veniva a scuola con me, la settima o l’ottava classe. Stavo disegnando quella roba che tanti bambini fanno – uomini muscolosi, cose che remotamente ricordavano Tarzan – e Melvin aveva un parente che l’avrebbe portato a lavorare per la Archie, che all’epoca si chiamava M.L.J. Penso che il signor Goldwater, il vecchio, fosse il suo aggancio oppure qualcun altro, e Melvin mi suggerì di portare i miei schizzi alla M.L.J. e provare a chiedere se avessero un lavoro. È stato nel 1937 o nel 1938.

Lo feci. Presi la metropolitana e vi portai i miei lavori. Riesco ancora a ricordare l’odore di quel posto, l’odore di carta e inchiostro. In quel periodo gente come Mort Meskin, Charlie Biro, Harry Shorten, Lynn Streeter – nomi probabilmente dimenticati  – facevano parte dello staff, guadagnando forse 40 o 50 dollari a settimana. Per me, era come arrivare nel Valhalla – il paradiso. Questa gente mi trattò come se fossi figlio loro. Erano amichevoli, così simpatici, pieni di attenzioni…ero un ragazzino di 11 o 12 anni, che portava ogni volta questi disegni insignificanti e appiccicaticci … e allora pazientemente si sedettero e mi parlarono, dandomi  lo stimolo per andare avanti e  facendomi credere che c’era una possibilità, che forse, alla fine, ce l’avrei fatta. Questo è il motivo, oggi, per cui ogni qualvolta un ragazzo entra in ufficio e chiede: “Posso vederti, Joe, posso parlare con te?” o forse: “Vorrei disegnare fumetti”, mi prendo un po’ di tempo per sedermi e chiacchierare. È una sorta di ricompensa al passato per l’aiuto che ho ricevuto da quasi tutti quelli che ho incontrato nella mia carriera.

Come hai incominciato a lavorare per la DC?

Quando ho incominciato a fare fumetti, la DC era considerata la vetta. Se dicevi a chiunque che stavi lavorando per la DC, che era all’apice, significava che non saresti potuto arrivare più in alto. La Dc era, e lo è ancora, la più grande e la migliore. Sono abbastanza sicuro che anche oggi un casino di ragazzi credano la  medesima cosa, che se potessero concludere un accordo per farsi pubblicare i propri lavori dalla DC…beh, allora lo farebbero. Ma sono riuscito ad entrare alla Dc tardi, quando lavoravo già da un bel po’. Prima di allora, ho lavorato probabilmente per tutte le compagnie del settore, Timely, Avon, M.L.J., Quality, Biro and Wood…e via dicendo. In effetti, Carmine Infantino ed io lavorammo insieme alla Avon per diverso tempo. Horror, fantascienza e western, come Jesse James. Lui disegnava e io facevo roba presentabile per essere inchiostrata.

Dopo quello, ma non sono sicuro dell’ordine temporale, ho impacchettato fumetti. Stavamo in un ufficio su Park Avenue – sembrerebbe figo, ma in realtà era un caseggiato circondato da tutti quegli edifici raffinati, il posto più malandato che abbia mai visto. Largo otto piedi e alto sei piani, stavamo all’ultimo piano. Gente come Alex Toth, Carmine, Hi Rosen…in fondo all’isolato, Howie Post…un sacco di gente era in quella zona, tra la 35a Strada e Park Avenue. Questo è stato poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, prima che partissi per il militare nel 1951.

Dove hai passato gli anni coreani?

Ero stato arruolato nel ’51, vi rimasi per due anni. I primi sei mesi li ho passati a Fort Dix e l’altro anno e mezzo in Germania.

Facevi qualche disegno?

Oh certo, tutto il tempo. Facevo delle cose per il quotidiano dell’esercito e lavoravo anche per il National. Julie Schwartz accettava una storia di quattro o cinque pagine una volta ogni tanto. Fui assegnato come personale permanente a Sonthofen, nella Germania del Sud, ed era proprio come svolgere un lavoro normale. Una volta che le tue otto ore erano finite, qualsiasi cosa che facessi con il resto del tuo tempo era affare tuo, più o meno. Come quando lavoravo nei fumetti.

Quando hai iniziato a disegnare i fumetti di guerra?

Sul National, per Bob Kanigher. Stavo facendo dei fumetti per la St.John Publishing Company ed ero impegnato con la creazione e la produzione dei primi fumetti in 3D, Mighty Mouse, One Million Years Ago, Three Stooges, tutti prodotti con il mio caro amico e collega, Norman Maurer. Tor era qualcosa a cui avevo pensato prima di incominciare a lavorare con Norman. Ero arrivato alla St.John prima del suo arrivo nel giro: Norman all’epoca si trovava in California. Ero appena uscito dall’esercito e Archer St. John sembrò essere propenso a farmi fare un paio di fumetti per lui. Contattai Carmine Infantino per primo, lavoravo molto spesso con Carmine in quel periodo, ma era impegnato con un lavoro per il National abbastanza lungo e avrebbe potuto dedicare al mio progetto solo una piccola parte del suo tempo.

Avevo l’impressione che tutto ciò non avrebbe funzionato per nulla. Mi rivolsi a Norman, a condizione che si impegnasse completamente. Si spostò sulla East Coast per lavorare alle riviste. I fumetti 3D furono pubblicati e le prime uscite vendettero incredibilmente bene. Subito dopo, l’intero settore fu inondato da un diluvio di riviste 3D, in più il settore dell’editoria stava per subire un crollo. Alla fine ci dividemmo…Norman provò a spostarsi nell’industria cinematografica mentre io andai al National.

Incominciai a lavorare per Bob Kanigher. Dopo diversi anni incominciammo Sgt. Rock, che fu un’idea di Bob – il personaggio si basava sulla sua scrittura – e fu accolto abbastanza bene.

Rock fu pubblicato a lungo. Ricordi ogni cosa riguardo la creazione del personaggio?

Allora, fu una specie di evoluzione. Come ho detto, era essenzialmente un’idea di Bob Kanigher e tutto quello che avevo fatto era stato illustrare qualche ottima storia. Mi sembrava, come Bob, che Rock dovesse essere un veterano. Con ciò intendo che dovesse avere una certa età, una figura paterna per tutti quelli che guidava. È difficile dire come lo sviluppai. Disegnai, come Bob sosteneva, alla cieca: in maniera intuitiva.

Ad ogni modo, Bob mi diede carta bianca per disegnare Rock. Bob mi controllava, per quel che concerne la storia. Apprezzo il peso di quella responsabilità molto più adesso che al tempo, ora che le nostre posizioni si sono scambiate. Essere responsabile per lui significava che io dovessi essere fedele all’idea del personaggio, ma il personaggio dimostra quanto fosse completa la nostra intesa al riguardo. Non penso che Rock sia cambiato radicalmente attraverso gli anni. Potrebbe essere perché Bob scrive ancora le storie mentre io lavoro come editor – e dico “azione” con cognizione di causa.

Rock risponde ancora a quella tipologia di individuo che si trova in situazioni insostenibili e difficoltose….un’atmosfera di guerra….dove deve fare attenzione ai suoi “ragazzi” e a se stesso. Non gli piace, non si diverte ad uccidere, non uccide per il gusto di uccidere; se avesse la possibilità di uscirne fuori, lo farebbe, ma c’è questa questione di senso di dovere, responsabilità, termini che sono – credo – sinonimi.

Sai, è divertente, ma…illustrare o scrivere storie su qualsiasi altra guerra sembra non possedere la verosimiglianza o la credibilità delle storie sulla Seconda Guerra Mondiale. Sembra che guerre più recenti come quella di Corea o del Vietnam non siano letture accettabili. Sono ancora troppo vicine, credo. Non posso indicarne con esattezza le ragioni, ma le vendite dei fumetti che presentano quel tipo di materiale sono fiacche.

3 risposte a “Il celebre signor. K: intervista a Joe Kubert

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