Sergio Toppi – una tavola

di Andrea Tosti

La tavola qui sopra è in assoluto la tavola di Sergio Toppi che più amo.  Senza pretendere di conoscere tutta la sua straordinaria produzione, senza averne sufficientemente approfondito tutti i rivoli che vanno dall’illustrazione, alle vignette umoristiche, alle riduzioni letterarie, ai fumetti storici, ai tarocchi fino alle biografie agiografiche. Toppi era uno dei grandi, forse uno dei più grandi, per quanto la rincorsa ai primati e ai superlativi lasci il tempo che trova. Posso solo parlare per me in questo momento. Fra gli autori, ormai classici, nati fra gli anni ’20 e gli anni ’30 del secolo scorso (Ferdinando Tacconi, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Guido Buzzelli e Attilio Micheluzzi) è uno di quelli che amavo di più. O, meglio, è uno di quelli che ho imparato ad amare di più. Non avendo ricevuto una formazione cattolica leggevo Il Giornalino solo di straforo, a casa di qualche amico, scorrendolo  ‘a spizzichi e bocconi’, cercando subito le storie di Pinky e gli adattamenti a fumetti di vicende storiche o di classici realizzati, appunto, da Toppi, che però, per il tempo concessomi dai legittimi proprietari della rivista, frequentatori di parrocchie e di corsi di catechismo pomeridiani, guardavo più che leggere [1].  Guardare soltanto, per quanto fosse una necessità a cui non potevo opporre alternativa, mi sembrava però il modo migliore per leggere quei fumetti. Dei disegni da ammirare e da considerare scollegati gli uni dagli altri. [2] Solo tempo dopo riuscì ad articolare questa mia intuizione infantile attraverso una terminologia più spefica che comprendeva parole come ‘tavola’, ‘fumetto’, illustrazione. Lasciai perdere Toppi, del quale, poi, avevo scoperto il nome, per un po’, non trovandolo molto interessante, bello da guardare ma inerte, freddo, persino un po’ lezioso. Qualcosa da appendere sulla porta o alla parete, insomma. Roba vecchia. Poi arrivò la riscoperta, attraverso grandi storie come L’uomo del Nilo o le avventura de Il collezionista, ma tutto cominciò con questa tavola.  Non ricordo più come arrivai a trovarmi fra le mani quell’edizione. Probabilmente si trattava di un vecchio numero di Linus, comprato su qualche bancarella o magari trovato nella libreria di un’amica dei miei genitori, sui cui scaffali, scoprii molti tesori, come il Popeye di Segar (che fino a quel momento avevo letto solo nelle terrificanti riscritture a me contemporanee), le strisce di Li’l Abner e molti altri fumetti che normalmente non sarebbero stati considerati adatti alla mia età. Sto divagando.

Molte altre tavole di Sharaz-de, opera da cui questa proviene, erano sicuramente più affascinanti, ricche, orientaleggianti, misteriose e persino sensuali, per la mia sensibilità di allora, ma l’occhio restò incatenato a questa. Non so perché. So solo che non me ne sono mai separato e che ha costituito, insuperata nel tempo, uno dei tanti mattoni, cresciuti di numero nel tempo, che hanno finito per costituire le basi del mio patrimonio visivo ed iconografico. Ora, in occasione della scomparsa di Toppi, quando ormai la fantasia di confrontarmi su questo mistero con il suo creatore è definitivamente destinata a rimanere tale, voglio provare ad indagare i motivi di questa così profonda fascinazione.

Credo che, principalmente, la cosa abbia a che fare con la visione che avevo di Toppi precedentemente a questo incontro. Consideravo infatti Toppi un meraviglioso illustratore ma un mediocre fumettista, un pittore che faticava a trovare una sua strada narrativa. Per come leggevo i fumetti allora cose come il ritmo, la gabbia, il segno sintetico facevano parte di una grammatica imprescindibile, convinzione monolitica che probabilmente cominciai a demolire proprio a partire da questa tavola. La cosa che più mi colpi fu che questa tavola era un racconto. Un racconto perfettamente autonomo all’interno di una narrazione più ampia. Quasi tutte le sue tavole sono così, specialmente quelle dei suoi lavori più personali, ma questa rappresentava una chiave di accesso alla rilettura retrospettiva della sua opera che sarebbe seguita. Inoltre, a differenza di molti suoi lavori (la maggiorparte?) in cui il terrore dello spazio vuoto sembrava talmente evidente evidente, in cui il disegno era così oppressivo da tenermi a distanza, qui il bianco, il nulla, non solo erano in termini di peso importantissimi, preponderanti, ma addirittura il loro disgregarsi rappresentava La struttura narrativa. Il segno era il racconto. All’epoca, naturalmente, di tutto questo ero inconsapevole. Come ero inconsapevole del fatto che la ricerca fotorealistica di Toppi (non conoscevo ancora la sua produzione ‘comica’ e caricaturale), altro motivo per cui non riuscivo ad amarlo pienamente, qui lasciava, senza soluzione di continuità, il passo ad un segno più ‘piccolo’, schizzato, cartoonesco e così luminoso da abbagliare, ma al tempo stesso perfettamente coerente con la sua ‘firma stilistica’, quel tratteggio geometrico che l’ha reso famoso e che ha avuto così tanti e, purtroppo, più noti imitatori.

Toppi era, insomma, capace di raccontare, efficacemente, rinunciando alla grandiosità delle sue illustrazioni e tavole più note (molte contenute nello stesso racconto, Sharaz-de). Lo faceva qui con una gabbia molto semplice, essenziale, ma, funzionalmente al racconto, silenziosa. Avvertivo e avverto, ogni volta che la guardo, una profonda e fisica sensazione di silenzio, il silenzio necessario affinché i ladri possano scappare e la guardia non si svegli. Niente di più. Tutto concorre a questa sensazione: il discreto rovinare del muro, il bianco della soporifora luce colta appena dopo il mezzogiorno che stordisce, addormenta e al tempo stesso mangia i contorni delle cose, le annebbia. Poi, infine, quel discreto spostamento del punto di vista, che serve a far scoprire il corpo della guardia addormentata. Una piccola cosa ma grandiosa, enorme dal punto di vista narrativo. Un finale perfetto, coerente e, aggiungerei, bellissimo.

Mi servì per amare Toppi, fu il meccanismo che mi portò a rileggere, prima, le altre tavole di Sharaz-de e ad amarne i sottili meccanismi narrativi, che mi erano sfuggiti o che avevo considerato con troppa sufficienza e  a leggere poi tutto quello che riuscivo a trovare di quello che consideravo ormai un maestro.

Perchè voglio ricordare Toppi oggi? Perché ha cambiato il mio modo di vedere porzioni di mondo. Non posso dire che mi mancherà l’uomo, che non ho conosciuto, ma di certo mi mancherà il suo lavoro. Grazie.

[1] Ricordo in particolare una storia su Ben Gurion, che racconta bene come la missione educativa del fumetto sia cambiata nel panorama editoriale odierno.

[2] Provavo, inoltre, un confuso senso di soddisfazione nel vedere un segno così adulto e complesso in una rivista per bambini, quindi rivolto a me. Forse non lo amavo, non con consapevolezza, ma mi inorgogliva.

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8 risposte a “Sergio Toppi – una tavola

  1. Che meraviglia la tavola.
    E che belle le tue parole.

  2. bellissimo articolo, Andrea, grazie. Di Toppi sentiremo ancora parlare a lungo, e giustamente, non solo in ambito fumettistico. Ho terminato non più di due mesi fa di rileggermi l’opera completa e ho capito cosa ha provato Armstrong (quello non dopato) nella sua passeggiata lunare: faccia a faccia con mondi, e mondi, e mondi da esplorare

  3. Quello che suonava il sax intendi?

  4. la tromba, ok, la tromba

  5. Curioso, anche io amo molto questa tavola e, per la verità, tutto il racconto di Sharaz-de. Devo dire che dal punto di vista della grammatica del fumetto non la trovo nemmeno una tavola troppo “semplice”.
    Per leggerla, dal punto di vista narrativo, dobbiamo incrociare due diverse traiettorie. Una è quella verticale, per cui ogni vignetta verticale rimpiazza la precedente, mantenendo più o meno la stessa inquadratura: nel cinema parleremmo di “camera fissa”.
    D’altro canto, questa traiettoria verticale s’incrocia con quella planare da sx a dx, che ci offre il senso dello scorrere del tempo da un momento all’altro del racconto. Qui c’è una voluta ambiguità di figurazione, visto che il terreno sembra continuare da una vignetta all’altra, con un effetto (per proseguire con il paragone cinematografico) da “carrellata laterale”. E’ questo “movimento” della camera che rende la comparsa della guardia addormentata l’ultimo, fatidico, elemento del racconto. il finale perfetto come giustamente dici.

  6. Pingback: “Per favore, non chiamatemi maestro”: Sergio Toppi | Conversazioni sul Fumetto

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